27 gennaio 2026

Vicenza 2003 - Dedicato a chi cammina senza meta, ma con gli occhi aperti.

 

Il Collezionista di Ombre

Non so quando ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.

Mi fermo spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.

Ieri ne ho fissata una per molto tempo. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una di qualcuno nascoto oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento rapido, un’ombra che è passata velocemente fuori della mia vista . Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una tenda che non c’era.

È stato un istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito la sua presenza. O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.

Ora proverò a salire su quella terazza abbandonata. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi qualcuno c'è. 



Il Disegnatore di Vuoti

Mi sono fermato davanti a quella finestra perché il riflesso del mondo esterno sembrava lottare per non farsi inghiottire da ciò che accadeva dentro. Il vetro, diviso in piccoli riquadri come una prigione geometrica, distorceva la realtà.

Lì, in uno di quegli spazi nascosti che la gente attraversa senza degnare di uno sguardo, c'era lui.

Non so chi fosse. Un architetto di sogni infranti, un cartografo di città invisibili, o forse solo un uomo che cercava di dare un ordine al caos. Era chino su un tavolo, circondato da fogli bianchi che sotto quella luce spettrale sembravano sudari. La sua era una vita nascosta nel senso più puro: dedicata a un compito che nessuno avrebbe mai applaudito, consumata in una stanza che odorava di carta vecchia e polvere di matita.

Mentre lo osservavo, un pensiero mi ha attraversato come un brivido: io vedevo lui, ma lui vedeva solo il suo riflesso sul vetro o il cortile? Per lui, io ero una di quelle ombre fugaci che passano fuori dalla vista, un fantasma senza nome che spiava la sua fatica.

 Nonostante i suoi strumenti, i suoi disegni e la sua concentrazione, il silenzio che trapelava da quel vetro era assordante. Era il ritratto della solitudine urbana: due anime separate da pochi millimetri di vetro e da un'infinità di segreti.

Poi, ha fatto un movimento brusco. Ha girato la testa verso la finestra, e per un secondo ho temuto che i nostri occhi si incontrassero. Mi sono ritratto nell'ombra del muro, tornando a essere nient'altro che un sussurro nella terazza.

Entrare lì dentro è stato come scivolare attraverso una fessura nel tempo. Fuori, la città continuava a correre, ignara delle vacuità nascoste che si aprono appena oltre un muro di cemento. Dentro, il rumore del traffico è diventato un ronzio lontano, sostituito dal silenzio denso di quel laboratorio.



Oltre il Vetro

Sapevo di non doverlo fare, ma il richiamo di quella vita nascosta era troppo forte. Sono scivolato dentro senza fare rumore, un’ombra tra le ombre.

L'aria sapeva di grafite, polvere e caffè freddo. Lo spazio era vasto, molto più grande di quanto la finestra lasciasse intendere; un reticolo di tavoli da disegno che sembravano altari dedicati a una precisione ormai dimenticata. Lampade a braccio si piegavano come colli di gru sopra progetti abbandonati, mappe di luoghi che forse non verranno mai costruiti.

Ho visto di nuovo quell'uomo. Dalla mia nuova prospettiva, di nascosto dietro una colonna, non era più solo una sagoma. Era il fulcro di quel vuoto. Sedeva di spalle, la maglia scura con un numero bianco — un "2" che sembrava la sua unica identità in quel labirinto. Attorno a lui, le pareti erano popolate da visioni: grandi quadri classici che osservavano dall'alto la sua fatica moderna. Figure mitologiche e scene antiche che rendevano la sua solitudine ancora più solenne, quasi sacra.

Mi sono reso conto che quella non era solo una stanza, era uno degli spazi nascoti dove la vacuità prende forma. Ogni tavolo vuoto era una promessa non mantenuta, ogni luce spenta una finestra buia rivolta verso l'interno dell'anima.

Mentra osservavo, ho sentito il peso del mio essere un intruso. Ero io, adesso, l'ombra che passava fugacemente fuori della sua vista. Sarei potuto andare lì, toccargli una spalla, chiedergli cosa stesse cercando in quei fogli. Ma la regola di queste vite è il silenzio. Se avessi parlato, l'incanto si sarebbe spezzato e la città sarebbe tornata a essere solo un ammasso di pietre.

Sono uscito così come ero entrato: invisibile, portandomi dietro il freddo di quel marmo e l'immagine di quell'uomo-numero, prigioniero volontario di una bellezza che nessuno fuori poteva sospettare.



Il CIl Silenzio del Cemento

Il cortile mi ha accolto con un odore di terra bagnata e intonaco vecchio. È uno di quegli angoli che le mappe ignorano, una vacuità nascosta tra le pareti scrostate che sembrano scorticarsi come pelle secca al sole.

Mi sono fermato davanti a un piccolo altare di pietre e vasi dimenticati. Due piante grasse, resistenti e caparbie, lottano contro l'abbandono proprio accanto a un tubo di scarico che taglia il muro come una cicatrice verticale. C’è una dignità silenziosa in queste cose che nessuno guarda: pietre squadrate appoggiate su assi di legno marcio, fili elettrici che corrono come vene scoperte sull’intonaco malato.

Ho guardato un’ultima volta verso le finestre del laboratorio. Da qui, l’uomo con il numero sulla schiena è tornato a essere solo un riflesso lontano, una vita nascosta incorniciata da una griglia di ferro nero. 

In questo cortile ho capito che la città non è fatta solo di chi la abita, ma di ciò che sopravvive al loro passaggio. Siamo noi le ombre che passanofugacemente fuori dalla vista, mentre queste pietre, questi vasi e queste vecchie targhette restano qui, a testimoniare il vuoto che ci lasciamo alle spalle.

Sono uscito dal portone senza voltarmi. Ora so che ogni volta che vedrò una finestra spenta, non penserò al buio, ma a quello che nasconde: un uomo che disegna, un quadro antico che veglia e una pianta che respira, ostinata, in un cortile che nessuno conosce.



Frammenti di Esistenza

Mi sono chinato su quel vetro trasparente che rifletteva il grigio del cielo. Era integro, eppure sembrava ferito, gettato lì come se qualcuno avesse smesso di brindare all'improvviso, richiamato altrove da una di quelle vite nascoste che popolano i piani alti.

Accanto al bicchiere, i resti delle sigarette erano come piccoli segni di punteggiatura su una pagina bianca di pietra. Qualcuno era rimasto lì a lungo, al freddo di quel cortile, forse fissando le stesse finestre che avevo osservato io, aspettando un segnale o semplicemente lasciando che il tempo passasse.


C’è una strana malinconia nel selciato: è il luogo dove precipitano i segreti della città. Tutto ciò che cade dalle finestre, tutto ciò che viene scartato, finisce qui, in questavacuità  fatta di polvere e mozziconi. Quel calice era come un invito non raccolto, il rimasuglio di una conversazione finita troppo presto o mai iniziata.


Ho lasciato il bicchiere lì dov'era. In quel microcosmo di pietre, era diventato parte dell'architettura del cortile, consapevole che la città continuerà a nascondere le sue ombre, lasciandoci solo piccoli frammenti di vetro per indovinare dove siano passate.

Uscire dal cortile è stato come riemergere da un’immersione in apnea. Pochi passi, e il silenzio granuloso di quel mondo di pietre è stato travolto dal brusio delcorso principale.

Qui, la città indossa la sua maschera più elegante. Non ci sono più tubi di scarico a vista o calici abbandonati tra i ciottoli, ma facciate che pretendono ammirazione.

La Maschera di Pietra

Mi sono ritrovato davanti a un palazzo nobile, dove le finestre non sono più semplici varchi, ma archi gotici finemente lavorati, sorretti da colonnine che sembrano stanche di reggere il peso della storia. Sulle vetrate, i loghi di una banca ripetuti con precisione geometrica dichiarano che, in questo spazio nascosto dietro il marmo, il valore delle cose è misurato in cifre e non in sogni.

È strano come il corso principale cerchi di nascondere la sua vacuità sotto fregi e decorazioni. Le vetrate riflettono il mondo esterno — i profili dei palazzi di fronte, il cielo che vira al grigio — rendendo quasi impossibile vedere cosa accada realmente all'interno. Le vite che si muovono dietro questi archi sono ancora più distanti di quell'uomo nel laboratorio. Sono ombre protette dal prestigio, vite nascoste dietro schermi di vetro antiproiettile e simboli di potere.

Mentre camminavo sul marciapiede lucido, ho incrociato decine di persone. Ognuna di loro passava fugacemente fuori dalla mia vista, come se il corso fosse un tapis roulant che trasporta sagome senza nome. In questo fiume di gente, siamo tutti finestre buie per gli altri.


Mi sono fermato un istante, voltandomi indietro. Da una parte, il cortile con il suo calice solitario; dall'altra, questa facciata imponente che non lascia trapelare nulla. La città è questo: un continuo gioco di specchi dove l'unica verità è nel riflesso che decidiamo di osservare.

Ho infilato le mani in tasca e mi sono lasciato trasportare dalla corrente. In fondo, siamo solo ombre che cercano un muro su cui proiettarsi prima che cali la notte definitiva.


Saracinesche e Spettri di Vetro

Proseguendo lungo il corso, l'eleganza dei palazzi storici sbatte contro la fredda realtà del ferro. Le saracinesche calate sono le palpebre chiuse di una città che non ha ancora voglia di guardarti in faccia. Sono barriere fatte di linee orizzontali e forellini minuscoli, una trama metallica che nasconde altre vacuità.

Mi sono fermato davanti a una di queste. Attraverso la maglia forata, si intravedevano le sagome dei manichini, prigionieri immobili in attesa che qualcuno dia loro un ruolo per la giornata. Sembravano spettri eleganti in un acquario di polvere. Sopra di loro, un graffito tracciato in fretta — uno scarabocchio nero che sfida l'ordine perfetto del vetro — era l'unica traccia di una vita nascosta che era passata di lì nella notte, quando le strade appartengono a chi non ha un posto dove andare.


C’è un silenzio diverso davanti a un negozio chiuso. È il silenzio dell’attesa. Quelle vetrine ora protette dal metallo, non lasciano passare neanche le ombre fugaci. Tutto è sospeso.

In quel momento ho capito che la mia ricerca era finita. Ho attraversato la città degli spazi nascosti, ho spiato vite silenziose dietro vetri quadrettati, ho calpestato segreti sul selciato e ho ammirato la superbia delle facciate di marmo. Ma è qui, davanti a questa saracinesca scarabocchiata, che la città mi ha dato la sua risposta definitiva: siamo tutti in attesa di essere visti, eppure passiamo la vita a nasconderci dietro griglie, muri e riflessi.




Mi sono allontanato mentre i primi rumori dei furgoni delle consegne rompevano l'incanto. Le ombre stavano scomparendo, inghiottite dalla luce cruda del mattino. La città stava per riaprire, pronta a diventare di nuovo un luogo di persone, e non più di spettri.

Sergio Sartori afi bfi


"La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale."  

(Ispirato a Italo Calvino)

ollezionista di Ombre

Non so quando ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.

Mi fermo spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.

Ieri sera ne ho fissata una per ore. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una vita nascosta oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento rapido, un’ombra che è passata fugacemente fuori dalla mia vista. Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una tenda che non c’era.

È stato un istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito tutta la sua solitudine. O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.

Domani tornerò lì. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi bui mi sento meno invisibile. Se anche io sono un'ombra che passa fugace, allora, almeno per un istante, esisto.



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