Nel 1988, entrando all’Osteria Madonetta di Marostica, si aveva la sensazione di attraversare una soglia fuori dal tempo. Le pareti parlavano sottovoce, impregnate di fumo buono, di vino versato senza fretta, di parole che si posavano leggere attorno ai tavoli di legno. Era un luogo che non si limitava a stare: restava.
Fondata nel 1904 da Giuseppe Polita, detto Bepi,
e da sua moglie Erminia, la Madonetta nacque come rifugio per viandanti e
giocatori di carte, e divenne presto un approdo per chi cercava calore,
compagnia, verità. Durante la Grande Guerra accolse soldati stanchi e anime in
transito; si racconta che persino Ernest Hemingway, giovane corrispondente nel
1918, vi si fosse fermato, lasciando scorrere il tempo tra un bicchiere e una
storia ascoltata più che raccontata.
Ottantaquattro anni dopo l’apertura, l’osteria
era ancora lì, fedele a sé stessa. Nelle poche fotografie che scattai nel 1988
affiorano i gesti quotidiani di Amelia e di suo figlio Toni: mani che servono,
sguardi che riconoscono, movimenti ripetuti senza rumore, come si fa con le
cose destinate a durare.
La Madonetta era già allora custode di una
lunga eredità familiare, passata di generazione in generazione fino alla
famiglia Guerra, che ne ha protetto l’anima più delle mura. L’interno, rimasto
quasi immutato dal 1904, non cercava di stupire: accoglieva. Qui il vino, il
cibo e la conversazione si intrecciavano in un rito quotidiano, discreto,
essenziale. Quelle fotografie non raccontano solo un’osteria, ma un modo di
stare al mondo: sedersi, condividere, riconoscersi.
E io, tuttora, ci torno ogni sabato mattina.
Non per abitudine, ma per fedeltà. Torno per sedermi sempre allo stesso tavolo,
per bere un bicchiere che sa di casa, per fare quattro chiacchiere con gli
amici e lasciare che il tempo rallenti. In un mondo che corre, la Madonetta
resiste.
Le pareti sono quelle di sempre, consumate al
punto giusto. La luce è la stessa, calda, indulgente. A mezzogiorno arrivano i
piatti che non stancano mai: bigoli in salsa, baccalà con la polenta, oca
arrosto. Cucina semplice, onesta, fatta con ciò che la terra offre e la memoria
conserva.
Qui si viene a bere un bicchiere. Poi magari
ne arriva un altro, ma nessuno li conta davvero. Si fanno quattro chiacchiere,
spesso le stesse, e va bene così. Perché ci sono luoghi che non hanno bisogno
di cambiare per restare vivi. Basta tornarci. Ogni sabato.
Nessun commento:
Posta un commento