Marostica nel 1984 aveva ancora un ritmo lento, quasi sospeso. Il traffico era scarso: poche auto, qualche camion diretto alle fabbriche della pianura, e il resto erano biciclette e strade vissute più a piedi che a motore.
Dai panorami del Pausolino e del Monte Crocetta lo sguardo si apriva su una città compatta, ordinata, con i tetti in coppi che formavano un disegno continuo interrotto solo dai campanili e dalle mura. La Piazza degli Scacchi e il castello inferiore emergevano chiaramente come fulcro storico, mentre tutto attorno si stendeva la campagna: campi coltivati, filari, case sparse e cascine, con l’orizzonte che sfumava verso la pianura vicentina.
La zona di Campomarzio era ancora di passaggio tra il centro e l’aperto: meno costruita di oggi, più ariosa, con spazi verdi e strade tranquille. La nuova strada, appena tracciata, tagliava un’area che fino a poco prima era rimasta rurale: lì dove c’erano le due roste, punti di riferimento per chi conosceva bene il posto, il paesaggio stava cambiando ma senza fretta, senza la sensazione di sovraccarico urbano.
Sul fondo, come presenza costante, si riconosceva la fabbrica Tasca, simbolo del lavoro e dell’economia locale, ben visibile ma ancora integrata in un contesto che restava prevalentemente agricolo. Il fumo, le strutture industriali e i tetti bassi convivevano senza contrasto netto.
Nel complesso, la Marostica del 1984 era una città raccolta, silenziosa, con panorami ampi e puliti visti dall’alto, dove il confine tra paese e campagna era ancora chiaro e il tempo sembrava scorrere più lentamente rispetto a oggi.
© Sergio Sartori – Tutti i diritti riservati.
Le immagini sono di proprietà dell’autore e provengono dal suo archivio fotografico analogico.
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