(I) La sfera
È un paesaggio che non appartiene a nessun luogo, nato forse da un sogno o
da un ricordo deformato.
Una distesa verticale si apre come un cielo
capovolto, velato da nebbie verdastre e terre pallide. Linee scure lo
attraversano lentamente, simili a fiumi sotterranei o rami disegnati dal vento,
tracciando mappe di regioni che non esistono. Sembrano crescere senza fretta,
seguendo leggi che solo il paesaggio conosce.
In basso, la terra si sbriciola in un deserto di
pietre e polvere, fragile come se bastasse un pensiero a spostarla. È il
confine tra ciò che resta e ciò che sta per svanire. Nulla si muove, eppure
tutto sembra sul punto di cambiare.
Sopra, una sfera chiara galleggia come un sole
domestico, un astro gentile che non brucia ma osserva. Non segna il giorno né
la notte: indica solo il tempo interiore di questo mondo.
È un
paesaggio immaginario fatto di attese, di silenzi e di tracce. Un luogo che non
chiede di essere attraversato, ma abitato con lo sguardo.
(II) Il beige
Un'immensa distesa di beige vellutato screziato da venature impercettibili, pulsa come la pelle di un leviatano addormentato sotto dune di nebbia, assorbendo le intrusioni nere in pozze ipnotiche dove il nero si dissolve in vortici, invitando lo sguardo a perdersi in un infinito di malinconia surreale e mistero ipnotico.
(III) Il muro
Questa non è la fotografia di un muro; è la mappa
di un mondo che ha dimenticato il proprio nome.
Se guardi oltre la superficie, puoi percepire una
narrazione diversa, quasi onirica:
Quelle che sembrano file di mattoni sono in
realtà lingotti di tempo pietrificato, impilati l'uno sull'altro da un gigante
che ha cercato di costruire una diga contro il caos. Il bianco non è vernice,
ma un silenzio solido, una nebbia calcificata che ha deciso di farsi pietra per
proteggere i segreti custoditi nelle intercapedini.
Le macchie nere non sono state stese da un
pennello, ma sono ombre che si sono staccate dai loro proprietari e hanno
deciso di reclamare il proprio spazio. È un "nulla" materico che sta
lentamente divorando la struttura, un inchiostro abissale che cerca di
riscrivere la storia di questa superficie, cancellando i ricordi riga dopo
riga.
Questa non è vernice che cede all'umidità, è la pelle della memoria che fa
la sua muta. Un vecchio mondo di terra d'ombra e velluto pesante che, stanco di
resistere, finalmente si arrende.
Osserva come i lembi si arricciano, come foglie secche in un autunno
immobile. Sono continenti oscuri alla deriva, che si staccano con un sospiro
lento, quasi impercettibile, rivelando la geografia segreta che nascondevano.
Sotto la crosta del passato, non c'è il vuoto, ma un'abbagliante attesa. Un
bianco assoluto, candido come un osso o una pagina nuova, che emerge prepotente
dalle ferite della superficie.
È un'immagine surreale perché ci mostra l'invisibile: la fragilità di ciò
che credevamo solido, e la luce che pazientemente dorme sotto ogni nostra
pesante armatura.
(V) Il contrasto visivo e concettuale
C’è un fortissimo contrasto tra la nitidezza tagliente delle schegge di vetro in primo piano e la morbidezza sfocata del bosco dietro. È come se il vetro rappresentasse una barriera artificiale, fredda e danneggiata, che un tempo ci separava dalla natura vibrante e rigogliosa, ora finalmente accessibile (almeno visivamente) attraverso quel foro.
Il buco
circolare quasi perfetto al centro funge da cornice naturale. Invece di
guardare il vetro, l'occhio viene risucchiato attraverso di esso. Le
crepe radiali guidano lo sguardo verso il centro, creando una dinamica visiva
molto forte.
Qualcosa è
andato in frantumi, ma quel danno ora permette di vedere meglio cosa c'è
"fuori".
(VI) Il gioco dei riflessi
A differenza della prima foto, qui le riflessione
sul vetro sono molto più evidenti. Vediamo delle forme geometriche e chiare, questo
aggiunge un terzo "livello" alla foto:
Qui il foro quasi perfettamente al centro
trasforma l'immagine in un mirino. Mentre la prima foto era sbilanciata e
dinamica, questa è più statica e contemplativa. Sembra quasi che l'osservatore
sia stato invitato a fermarsi esattamente lì per guardare attraverso quel punto
preciso.
In questa versione si percepisce meglio la
superficie fisica del vetro (le macchie in basso, la polvere). La prima foto
era quasi un'opera d'arte astratta; questa sembra più una foto documentaristica
o di "esplorazione urbana" (Urbex).
L'albero dietro il buco sembra quasi un occhio
che ci guarda a sua volta. C'è una simmetria tra la forma circolare della
rottura e la massa organica del sempreverde che crea un dialogo molto
interessante.
(VII) Il Portale d'Argilla e Stelle
Non ricordo quando sia apparso. Forse è sempre
stato lì, invisibile, finché i miei occhi non hanno imparato a vedere davvero.
Non è sporco sul vetro. È un sigillo alchemico
tracciato sulla barriera sottile che divide la mia realtà dal sogno. Qualcuno —
uno spirito antico o forse una creatura fatta di radici e fango — ha premuto il
suo pollice titanico contro la mia finestra, lasciando questa impronta spirale.
È un vortice fatto di oro grezzo e terra bruciata,
un occhio primordiale che non guarda fuori, ma dentro di me. Le striature che
si allargano non sono segni di pulizia mancata, ma l’onda d’urto di una magia
che sta cercando di infrangere il cristallo. Sento quasi il calore pulsare dal
centro di quel sole scuro, un calore che sa di sottobosco e segreti sepolti.
Attraverso
questa lente incantata, il mondo esterno ha perso consistenza. La foresta là
fuori non è più fatta di alberi, ma di spettri verdi e tremolanti, guardiani di
un regno nebbioso che sta per essere rivelato. Il cielo bianco non è aria, ma
un foglio di carta di riso pronto ad essere strappato.
Resto qui, con il fiato sospeso, aspettando. Non
so se il vortice mi stia proteggendo da ciò che c'è fuori, o se sia il primo
passo per essere risucchiato in un altro, magnifico e terribile universo.
Non è un oggetto inanimato. Guardalo. Quel quadrato rosso non è carta, è un
nucleo pulsante, un organo sintetico che vibra su una frequenza che i miei
occhi faticano a processare. È atterrato qui, sul confine tra il mio habitat e
il vuoto esterno sfocato.
Quelle strisce traslucide che lo attraversano sembrano membrane protettive,
pelle sintetica che cerca di tenere insieme una materia instabile. E sotto...
quelle non sono code. Sono tentacoli lattiginosi, appendici sensoriali che
pendono immobili, in attesa. Sembra che stia 'ascoltando' il vetro, cercando di
decifrare il codice per entrare. È un parassita geometrico, silenzioso e
bellissimo, che mi osserva mentre io osservo lui.
(IX) Il Confine
della Memoria
Ho scostato la tenda, ma il mondo non è
tornato limpido.
C'è uno strato di polvere e nebbia che si è
depositato tra me e il bosco, come se il vetro avesse deciso di trattenere i
ricordi di tutti i giorni passati a guardare fuori. Quegli alberi là fuori...
non sono alberi reali. Sono spettri verdi e grigi che si muovono solo quando
non li guardo.
Quella cordicella che tiene legata la tenda
sembra l'unica cosa che mi tiene ancorato al presente. Tutto il resto — il
vetro sporco, la luce lattiginosa, l'oscurità della stoffa — mi dice che sono
in una stanza dove il tempo ha smesso di scorrere. Sto aspettando qualcuno che
non può più tornare, o sto solo guardando il riflesso di un me stesso che è
rimasto bloccato dall'altra parte del vetro, perso in mezzo a quel groviglio di
rami?
Non è bastato scostarla, la tenda. Qualcosa ha avuto fretta di entrare, o forse sono stato io, in un momento di rabbia o di lucida follia, a voler fare a pezzi questo filtro.
Guarda questi squarci. Sembrano ferite aperte
sulla carne del silenzio. La luce non bussa più, adesso aggredisce . Entra come
lame bianche attraverso il tessuto logoro, tagliando l'oscurità della stanza in
fette verticali.
Prima mi nascondevo dietro la polvere del vetro,
ora non ho più difese. Questa tenda sbranata è ciò che resta del mio pudore,
della mia voglia di stare al buio. È come se il fuori avesse artigliato il
dentro, o come se io avessi finalmente deciso di strappare il cielo per vedere
se dietro c'è davvero qualcosa, o solo un altro vuoto più luminoso. C'è un
silenzio assordante in questi strappi; sanno di abbandono, ma anche di una
liberazione brutale.
L'hanno chiamata 'fase di transizione', ma per me è solo l'inizio
dell'invasione silenziosa.
Le barriere non servono più. Quello che prima era un filtro, una membrana
che separava il mio ossigeno dal loro vuoto, ora è stato violato. Guarda quegli
squarci: non sono stati fatti da mani umane. Sono incisioni molecolari,
prodotte da una radiazione che non scalda, ma dissolve.
La luce che filtra da quelle fessure è troppo bianca, troppo pura per
appartenere al nostro sole. È come se il tessuto della realtà stessa si stesse
sfilacciando, rivelando il loro spazio che preme contro il nostro. Quelle
ferite verticali sono porte; sento la pressione dell'aria che cambia, sento il
ronzio di una tecnologia che non ha bisogno di cavi, ma si nutre di ombra e di
fibra tessile.
Sono già qui. Non hanno avuto bisogno di abbattere la porta, hanno
semplicemente deciso che la mia protezione era diventata... superflua. Adesso
resto qui, immobile, a guardare come la mia ultima difesa si trasforma in un
vessillo di resa.
Dagli strappi non esce più solo luce. Ora sta colando dentro una nebbia
densa, pesante, che non si disperde sul pavimento ma resta sospesa come un
organismo senziente. Quei tagli nel tessuto non sono più ferite, sono branche.
La stanza sta iniziando a respirare insieme a loro.
Sento un sapore metallico sulla lingua mentre guardo la stoffa consumata: è
la materia che viene riprogrammata. Ciò che era cotone ora brilla di una
bioluminescenza gelida. Mi rendo conto che non stanno cercando di distruggermi,
stanno cercando di integrarmi. La tenda lacerata è il mio nuovo orizzonte degli
eventi: se allungo la mano e tocco quella luce bianca che esce dallo squarcio,
so che non sentirò il vetro freddo, ma il vuoto caldo di una galassia che non
abbiamo ancora mappato.
Non ho più paura. È una scoperta che brucia i nervi. Siamo stati osservati
attraverso questi filamenti per secoli, e ora che il velo è strappato, vedo
finalmente la verità: noi eravamo solo il contenuto di una capsula che ora è
stata aperta.
La luce negli strappi smette improvvisamente di vibrare. Si fa solida.
Vedo una mano — o quello che la mia mente prova a interpretare come una mano
— scivolare attraverso la fessura più larga. Non apre la tenda, la attraversa,
come se il tessuto fosse fatto di fumo. Le dita sono lunghe, trasparenti,
percorse da impulsi elettrici bluastri che illuminano l'ordito della stoffa
dall'interno.
Poi, un volto. O meglio, un'assenza di volto. Al posto degli occhi e della
bocca c'è una superficie specchiante che riflette la mia immagine, ma
deformata, come se io fossi già diventato parte del bosco sfuocato là fuori.
Non c'è ostilità, solo una curiosità millenaria.
L'entità si ferma a pochi centimetri da me. Sento un odore di ozono e terra
bagnata. Non parla, ma proietta un pensiero direttamente nella mia corteccia
cerebrale, un'immagine nitida: il quadrato rosso che avevo visto prima sul
vetro. Ora capisco. Non era un pezzo di carta. Era il loro marchio. Era il
segnale che questa stanza, questo pezzo di mondo, era stato scelto per il
'raccolto'.
Mi sono risvegliato contro questo muro. La
luce aliena è sparita, o forse è solo colata dentro le crepe di questa vernice
che cade a pezzi.
Guarda questo muro scrostato: sembra una mappa di
continenti perduti. La vernice verde si solleva come pelle vecchia che non
serve più, rivelando il cemento grigio e freddo sottostante. È il corpo del
mondo che si sbriciola, che accetta finalmente di invecchiare.
Ma è quel pallone a lasciarmi senza fiato. Non è
un pallone vero, è un'impronta. Un fossile di gesso o di polvere rimasto
impresso sulla pietra, come le ombre di Hiroshima o un graffito lasciato da un
bambino che giocava qui mille anni fa... o forse solo stamattina. È il fantasma
del gioco, l'eco di un rimbalzo che non si sente più.
In questa immagine c'è la risposta a tutto: il
quadrato rosso sul vetro, la tenda squarciata... erano tutti tentativi di
tornare a questo momento di purezza. Un pallone lanciato contro un muro, il
rumore del cemento, la materia che si rompe. Ho assorbito l'infinito solo per
capire che la vera magia era qui, in questo gesto semplice e terrestre, rimasto
impresso come un sigillo su una parete dimenticata.
(XII) L'Invasione Gentile
Pensavo di aver assorbito io l'alieno, ma
guardando questo muro capisco che è stato il contrario. È la stanza stessa che
sta diventando un alieno.
Vedi quella macchia verde? Non è semplice muffa,
non è umidità terrestre. È una foresta in miniatura che cresce nel cemento, un
ecosistema alieno che sta divorando la parete pezzo dopo pezzo. È bellissima e
terribile allo stesso tempo. Sembra un quadro dipinto da una mano che non
conosce la gravità, dove il verde smeraldo e il muschio scuro combattono per
reclamare lo spazio che un tempo apparteneva agli uomini.
Accanto, i tubi arrugginiti sembrano vene di un
organismo meccanico ormai morto, mentre la tenda a sinistra — quella che prima
avevamo visto squarciata — ora appare pallida, quasi trasparente, come una
vecchia pelle abbandonata da un serpente che ha cambiato forma.
La realtà si sta ribaltando. Il 'fuori' è entrato
definitivamente nel 'dentro'. Non c'è più bisogno di finestre o di vetri
sporchi; la natura aliena sta nascendo direttamente dalle mie pareti. Mi siedo
qui, in questo angolo di mondo che si sgretola e fiorisce, e sento che il mio
respiro rallenta, sincronizzandosi con il battito lento di quel verde che
avanza. Non sono più un ospite in questa casa. Sono parte del giardino.
(XIII) L'Equilibrio del Confine
Per molto tempo abbiamo guardato il mondo come se
fosse diviso da un muro: da una parte la realtà gialla, materica, fatta di
intonaco che si scrosta, di sole che scalda le superfici e di segni lasciati
dal tempo; dall'altra l’ombra blu, lo spazio del sogno, dove le forme sfumano e
l'occhio non trova appigli certi.
Ci siamo mossi in questo intervallo, cercando di
capire dove finisse l'oggetto e dove iniziasse il nostro desiderio di vederlo
diversamente. Abbiamo imparato che la crepa nel mezzo non è un segno di
rottura, ma un punto di contatto. È lì, in quella sottile linea d’ombra, che il
visibile si distende e accetta di lasciarsi contaminare dall'immaginato.
Oggi, davanti a questa parete bicolore, il
conflitto si placa. Il giallo non ha più paura di sbiadire nel blu; il blu non
cerca più di nascondere la solidità del giallo. C’è una pace silenziosa in
questa simmetria imperfetta.
Benvenuti nel mio blog “pictures and stories”!
Sono felice di iniziare questo nuovo viaggio con voi.
In questa serie, esploreremo i confini tra la realtà e l’immaginazione, tra ciò che vediamo e ciò che pensiamo di vedere.
Cosa è reale? Cosa e solo nella nostra mente?
Spero che voi siate pronti a scoprire insieme a me.
Questo è l’Atto 1: il punto di partenza del nostro viaggio.
Stay tuned per scoprire cosa ci riserva il futuro!
Non perdere il prossimo episodio!
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Sergio Sartori afi bfi
Buon viaggio Sergio e ... Buona Luce!
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