18 gennaio 2026 (II)
Un'immensa distesa di beige vellutato screziato da venature impercettibili, pulsa come la pelle di un leviatano addormentato sotto dune di nebbia, assorbendo le intrusioni nere in pozze ipnotiche dove il nero si dissolve in vortici, invitando lo sguardo a perdersi in un infinito di malinconia surreale e mistero ipnotico.
Questo post fa parte della serie ''Tra ciò che si vede e ciò che si immagina''.
Per scoprire gli altri frammenti di questo mondo e
come si intrecciano tra loro segui il mio blog
18 gennaio 2026 ( I )
È un paesaggio che non appartiene a nessun luogo, nato forse da un sogno o
da un ricordo deformato.
Una distesa verticale si apre come un cielo
capovolto, velato da nebbie verdastre e terre pallide. Linee scure lo
attraversano lentamente, simili a fiumi sotterranei o rami disegnati dal vento,
tracciando mappe di regioni che non esistono. Sembrano crescere senza fretta,
seguendo leggi che solo il paesaggio conosce.
In basso, la terra si sbriciola in un deserto di
pietre e polvere, fragile come se bastasse un pensiero a spostarla. È il
confine tra ciò che resta e ciò che sta per svanire. Nulla si muove, eppure
tutto sembra sul punto di cambiare.
Sopra, una sfera chiara galleggia come un sole
domestico, un astro gentile che non brucia ma osserva. Non segna il giorno né
la notte: indica solo il tempo interiore di questo mondo.
È un
paesaggio immaginario fatto di attese, di silenzi e di tracce. Un luogo che non
chiede di essere attraversato, ma abitato con lo sguardo.
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