30 aprile 2026

II Atto: Stella Maris

 

Prefazione 

Il secondo atto non entra in scena: scivola. Arriva come una corrente d’aria che non hai visto passare, ma che ti accorgi di seguire senza capire perché. Qui le cose non si mostrano, si insinuano. Gli spazi cambiano pelle, i dettagli si fanno più ostinati, e ogni passo sembra chiederti se sei davvero sicuro di voler continuare.

È il momento in cui lo sguardo smette di essere spettatore e diventa complice. E una volta che succede, tornare indietro non è più un’opzione.

  


La reception sembra ancora aspettare qualcuno che non arriverà. Il banco curvo, con gli oggetti lasciati lì come in una fuga improvvisa, è un confine tra ciò che era pubblico e ciò che ora è solo memoria. La luce entra timida, come se non volesse disturbare.


Le porte aperte sembrano invitare a entrare, ma l’assenza di vita rende ogni stanza un’ipotesi. I cuscini verdi sul pavimento sono l’unico gesto umano rimasto, come se qualcuno avesse provato a sedersi, a capire, a restare un momento in più.

 

Il corridoio si allunga come un respiro trattenuto. Le porte aperte sono occhi che osservano, mentre il fondo buio inghiotte la prospettiva. È uno di quei luoghi in cui il silenzio non è vuoto: è denso, stratificato, quasi vivo.


Le tende che pendono, stanche, raccontano più di qualsiasi parola. La luce filtra attraverso i vetri e disegna ombre che sembrano muoversi. È un passaggio che ha perso la sua funzione, ma non la sua malinconia.

Il vetrocemento diffonde una luce lattiginosa, quasi ospedaliera. Il corridoio sembra un tunnel di transizione, un luogo pensato per essere attraversato in fretta. Ora invece trattiene, rallenta, osserva chi passa.

  

La sala è un vuoto che risuona. Il pavimento rosso, segnato dal tempo, sembra trattenere il ricordo di passi e voci. La sedia solitaria è un punto fermo in un mare di assenza, un invito a sedersi e ascoltare ciò che non c’è più.

La luce entra decisa, tagliando il corridoio in geometrie perfette. Le ombre sembrano più reali degli oggetti che le proiettano. È un luogo che vive di contrasti: luce e abbandono, ordine e disfacimento.

 

L’armadio di metallo, rovesciato come un animale esausto, interrompe la linearità del corridoio. È un gesto improvviso rimasto congelato nel tempo, un segno di passaggio che non si capisce se sia stato rabbia, fuga o semplice abbandono. La luce lo sfiora senza giudicare.

  

La finestra apre su un paesaggio spoglio, ma è all’interno che il tempo si concentra. I due ugelli in ottone del vecchio sistema antincendio sporgono come strumenti di un meccanismo che non respira più. Sembrano sentinelle silenziose, rimaste a vigilare su una stanza che ha perso ogni funzione, ma non la sua memoria tecnica.

L’aula magna è un teatro senza pubblico. Le sedie, ordinate e mute, guardano un palco che non ha più voce. Dal soffitto pendono brandelli di ciò che era, come se il tempo avesse deciso di rivelare la sua mano.

Il secondo atto si chiude come una porta che non fa rumore: non sai se l’hai richiusa tu o se si è richiusa da sola. Resta nell’aria un’eco sottile, un invito appena accennato, come se qualcosa avesse ancora bisogno di essere visto, o capito, o semplicemente attraversato.

Se hai seguito fin qui, allora sei pronto. Il terzo atto non aspetta: ti osserva già da dietro la soglia. E sa esattamente quando farai il prossimo passo.

 “I luoghi non muoiono quando li lasciamo: muoiono quando smettiamo di averne cura.”

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


29 aprile 2026

I Atto - Stella Maris “Il perimetro del silenzio”

 


PREFAZIONE

Ci sono luoghi che non si visitano: si ascoltano. La Stella Maris è uno di questi.

Quando ho deciso di entrarci, non cercavo risposte. Cercavo tracce. Volevo capire cosa resta quando un luogo viene lasciato andare, quando il tempo continua a scorrere ma l’uomo smette di guardare.

Non ho trovato solo muri scrostati, corridoi vuoti, sedie rovesciate. Ho trovato silenzi che parlano più delle parole, dettagli che resistono, gesti interrotti, memorie che non hanno mai avuto un finale. Ho trovato la bellezza e lo spreco nello stesso respiro.

Questo non è un reportage. Non è nostalgia. Non è denuncia.

È un attraversamento. Un tentativo di restituire dignità a un luogo che l’ha persa non per colpa sua, ma per la nostra incapacità di custodire ciò che costruiamo. È un viaggio dentro ciò che rimane quando tutto il resto si dissolve.

Ho fotografato ciò che ho visto, ma soprattutto ciò che ho sentito. E se queste immagini e queste parole riusciranno a farvi entrare, anche solo per un momento, nel silenzio che ho attraversato, allora la Stella Maris avrà parlato ancora una volta.

Perché i luoghi non chiedono molto. Solo di essere guardati prima di essere perduti.


“Il perimetro del silenzio”

La Stella Maris non si lascia avvicinare subito. La incontri da lontano, come un animale ferito che osserva in silenzio chi si avvicina. Le facciate in pietra, le finestre serrate, le scritte scolorite che ancora resistono: tutto sembra dire che qui il tempo ha smesso di scorrere, ma non ha smesso di ricordare.

Il cancello chiuso non è una barriera, è un avvertimento. Un “non entrare” che non parla di pericolo, ma di rispetto. Come se la struttura stessa chiedesse di essere attraversata con cautela, con ascolto, con la consapevolezza che ogni passo dentro di lei è un passo dentro qualcosa che non esiste più.

Camminando lungo il perimetro, la Stella Maris si rivela a strati: la clinica, il collegio, la casa religiosa, il centro vacanze mai davvero compiuto. Ogni edificio ha un volto diverso, un accento diverso, una storia che non coincide mai del tutto con quella accanto. Eppure tutto è legato da un’unica sensazione: l’incompiuto.

Poi, quasi come un reperto archeologico, appare la piantina. Colori vividi, linee precise, funzioni ordinate: mensa, palestra, ristorante, aula magna, camere, sale incontro. Una mappa che racconta un luogo che non esiste più, ma che continua a indicare direzioni come se qualcuno potesse ancora seguirle.

È qui che l’esplorazione comincia davvero: non quando varchi una porta, ma quando capisci che stai entrando in un luogo che ha perso il suo scopo, ma non la sua voce.

La piantina sopravvive come un reperto di un ordine che non c’è più. I colori sono ancora vivi, le funzioni ancora leggibili, ma tutto ciò che indica è ormai un’eco. Guardarla è come osservare la mappa di un continente scomparso: riconosci le forme, ma non i confini.

“Ogni freccia indicava un luogo che non c’era più. Ogni colore, un ricordo scolorito.”

 

Il cancello chiuso non respinge: mette alla prova. Dietro le sbarre, la facciata osserva in silenzio, come se stesse decidendo se lasciarti entrare. È un ingresso che non promette nulla, ma suggerisce che ogni passo oltre sarà un passo dentro un tempo sospeso.

L’affresco scolorito resiste come un ultimo gesto di dignità. Le figure, quasi dissolte, sembrano ancora vegliare sul cortile vuoto. L’iscrizione latina, consumata dal vento, parla a chi vuole ascoltare: un ammonimento antico in un luogo che ha dimenticato la sua voce.

 

Il nome sulla facciata è un sussurro rimasto intrappolato nella pietra. “Stella Maris” non brilla più, ma continua a raccontare ciò che questo posto avrebbe voluto essere. È un’identità rimasta a metà, come un titolo senza il libro.


 
Le frecce indicano ancora tutto: hall, mensa, aula magna, ristorante. Ma nessuna di quelle direzioni porta più da nessuna parte. È un linguaggio che il luogo continua a parlare, anche se nessuno lo ascolta più.

 

Due targhe nere, appoggiate come reliquie su un muro che si sgretola. Parlano di conferenze, incontri, voci, presenze. Ora restano solo loro, come il ricordo di un evento che non ha mai avuto un ultimo applauso.


Il cortile è immobile, geometrico, quasi difensivo. La porta bianca sembra un invito timido, un varco che non sa più se aprirsi o restare chiuso. La luce disegna linee nette, ma l’atmosfera resta sospesa.


La pietra racconta la sua storia con pazienza, mentre il metallo arrugginito testimonia un abbandono più recente. È un dialogo muto tra materiali che resistono in modi diversi, ma che condividono lo stesso destino.

In mezzo al grigio, una dichiarazione improvvisa: “Vita ti amo”. Un gesto umano, fragile, quasi ironico, inciso su un luogo che sembra aver dimenticato cosa significhi vivere. Eppure, proprio per questo, risuona più forte.


 
La ruggine ha preso il posto delle chiavi. Le porte non chiudono più nulla, non proteggono più nessuno. Sono solo superfici che il tempo ha deciso di firmare, lentamente, senza fretta.

Le campane tacciono, ma la montagna dietro di loro continua a parlare. È un contrasto potente: l’architettura che si spegne, il paesaggio che resta vivo. Un equilibrio fragile tra ciò che crolla e ciò che resiste.


La facciata sembra trattenere il respiro, come se aspettasse un ritorno che non arriverà. La porta bianca, luminosa e fuori posto, è un dettaglio che stona e affascina: un invito rimasto senza destinatario.


 
Il vicolo è un corridoio d’ombra, un passaggio che sembra non portare da nessuna parte.         Le pareti si avvicinano, il silenzio si infittisce. È uno di quei luoghi in cui il tempo si infila e         poi si dimentica di uscire.

Quando il vicolo finisce, non è davvero una fine. È solo il punto in cui l’ombra cambia direzione e ti chiede di seguirla ancora un po’. Da qui in avanti il cammino si fa più sottile, più incerto, più necessario. Se vuoi capire dove porta davvero questa storia, dovrai continuare a camminare con me.

Gli altri atti ti aspettano già, nascosti appena oltre la curva. Basta fare un passo.


“I luoghi non muoiono quando li lasciamo: muoiono quando smettiamo di averne cura.”

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


19 aprile 2026

I fotografi secondo me: guida semiseria a una specie in continua evoluzione

 


Ci sono fotografi che hanno un genere preciso: ritratti, paesaggi, reportage, viaggi, architettura. Li riconosci subito: hanno un’estetica definita, un portfolio coerente, un’identità chiara. E poi ci sono quelli come me, che quando provano a darsi un’etichetta finiscono per aprire un’altra parentesi.

Non è che io faccia “tutti i generi”. È che i generi, ogni tanto, mi saltano addosso. Sto lavorando e divento professionista. Sto camminando e divento viaggiatore. Sto aspettando un caffè e divento documentarista. Sto guardando un albero e… beh, lì succedono cose.

Questo progetto nasce così: come un piccolo catalogo ironico dei fotografi che potrei essere. Non perché io lo sia davvero — nessuno si sveglia dicendo “oggi sarò un artista concettuale” — ma perché ogni fotografia, volente o nolente, ti mette addosso un ruolo. E allora ho deciso di prenderli tutti questi ruoli, e giocarci un po’. Con leggerezza, con affetto, con un pizzico di auto‑presa‑in‑giro.

Non aspettatevi una classificazione scientifica. È più un autoritratto sfaccettato, un mosaico di possibilità, un modo per dire che la fotografia cambia pelle ogni volta che cambia il modo in cui la guardi. E che, alla fine, siamo tutti un po’ più globali di quanto vorremmo ammettere.

Se proprio devo riassumere: questo è un viaggio dentro i fotografi che potremmo essere, e dentro quelli che siamo stati senza accorgercene.

Benvenuti — accomodatevi, scegliete pure il fotografo che vi assomiglia di più. Io, nel dubbio, li ho provati quasi tutti.

Quelli che lo fanno per lavoro

Li riconosco subito: hanno la borsa piena, la schiena distrutta e la pazienza di un monaco tibetano. Sono i fotografi che devono consegnare, non “ispirarsi”. Mentre io magari sto lì a contemplare la poesia di un muro scrostato, loro stanno già pensando a: deadline, cliente, fattura, backup del backup del backup.

Li rispetto molto. Io, al loro posto, avrei già cambiato mestiere e aperto un chiosco di granite.

“Il fotografo professionista nel suo habitat naturale: strutture metalliche, vento, e un cliente che vuole tutto ‘più luminoso’.”

“Quando il cliente dice: ‘Vorrei qualcosa di sobrio’, e tu sorridi… fuori.”

Quelli che fotografano per passione

Ci sono giorni in cui sei il fotografo per passione. Esci per comprare il pane e torni con ventisette foto di un gatto che non conosci. Ti fermi in mezzo alla strada perché “la luce qui è pazzesca”, mentre gli altri ti guardano come se avessi un problema alla macchina. E tu sorridi, perché sai che quel marciapiede, in quel momento, vale più di mille tramonti.

Non ha bisogno di un motivo: gli basta la luce giusta, o anche quella sbagliata. È felice, instancabile, curioso. E soprattutto: non si vergogna mai di dire “questa foto non serve a niente, ma mi piace”.

“Non avevo nessuna intenzione di fotografare un gatto oggi… e invece eccoci qui.”

“Gli altri vedono un marciapiede. Lui vede un capolavoro potenziale.”

“A volte li invidio: hanno ancora quella freschezza che ti fa dire “wow” davanti a un tombino”

Quelli che vogliono fare arte

Qui la faccenda si fa seria. Sono quelli che parlano di “progetto”, “serie”, “narrazione”, “assenza”, “memoria”, “tempo”… E sì, lo ammetto: spesso ci finisco dentro anch’io.

Sono quelli che non scattano: costruiscono. Che non cercano il bello: cercano il senso. Che passano mezz’ora a guardare una parete perché “c’è qualcosa che vibra”.

Siamo un po’ complicati, lo so. Ma almeno non ci annoiamo mai.

“Il fotografo‑artista: vede dune poetiche anche in un deposito di materiali edili.”

“Il fotografo‑artista: ama le statue senza testa perché ‘lasciano spazio all’interpretazione’.”

“Gli altri vedono un ramo. Lui vede l’inverno che pensa.”

 

Quelli di viaggio

Ogni scatto è un “io qui ci sono stato, e guarda che bello”. E spesso è davvero bello.

Li riconosci perché hanno sempre lo zaino pronto e la batteria scarica. Per loro la macchina fotografica è un passaporto, un alibi, un pretesto per perdersi. Fotografano tutto: montagne, mercati, tramonti, cibo, persone, cani, nuvole, sassi.

Io li guardo con affetto: sono i collezionisti di emozioni. E ogni tanto mi ricordano che il mondo è più grande del mio solito muro scrostato.

“Quando ti perdi… e la foto migliore della giornata ti trova da sola.”

“Il fotografo di viaggio: parte per vedere il mondo e finisce in una chiesetta che non era nemmeno sulla mappa.”

 Quelli che documentano

Sono i coraggiosi. Quelli che entrano nella realtà senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Raccontano ciò che accade, anche quando non è comodo, anche quando non è bello. È sempre in mezzo, sempre pronto, sempre con un occhio nel mirino.

Io li ascolto in silenzio: hanno un senso del dovere che ammiro profondamente. E una capacità di stare nel mondo che io, a volte, non ho.

“Il documentarista: fotografa la vita reale. Anche quando la vita reale è solo gente che aspetta un caffè.”

“Fotografare chi fotografa: il meta‑reportage che nessuno ha chiesto ma tutti apprezzano.”

“Il documentarista: segue il suono, trova la storia, scatta la foto. E poi si chiede perché ha le mani congelate.”

 Quelli che sperimentano

Sono gli scienziati della fotografia. Quelli che parlano di chimica come se fosse poesia, e di poesia come se fosse un bug di Lightroom. Provano tutto: pellicole improbabili, esposizioni assurde, tecniche antiche, processi inventati.

È il testimone. Quello che entra nella realtà senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Racconta ciò che accade, anche quando non è comodo, anche quando non è bello. Quando parla, ascolto. Quando mostra le sue foto, sto zitto.

“Perché scattare normale, quando puoi scattare in infrarosso panoramico nel ’94?”

“False color e Polaroid: perché la realtà, da sola, non era abbastanza strana.”

Quelli che esplorano (urbex)

Ah, questi li capisco bene. Sono gli amanti dei luoghi dimenticati, dei silenzi, delle superfici consumate. Entrano negli spazi abbandonati come archeologi del presente. Trovano la bellezza dove gli altri vedono pericolo. Sono quelli che ascoltano i muri, la polvere, le storie che nessuno racconta più.

Li senti dire cose tipo: “Guarda questa crepa, sembra parlare”. E io annuisco, perché sì, parla davvero.

“Se c’è un cartello di divieto, è sicuramente il posto giusto.”

“La giacca è lì da vent’anni. Io da venti secondi e già mi sento a casa.”

“Il fotografo urbex: va a cercare la bellezza nei posti dove nessuno la cerca più.”

“Il fotografo urbex: vede un edificio crollato e pensa ‘che meraviglia’. Qui c’era una storia. Ora c’è un’altra storia.”

Quelli che si guardano dentro

Sono i meditativi, i contemplativi, i rallentatori professionisti. Per loro la fotografia è un modo per respirare meglio. Ogni immagine è un autoritratto mascherato. È quello che fotografa e ciò che sta tra lui e il mondo. Riflessi, veli, distanze, sovrapposizioni. Non scatta per mostrare: scatta per capire.

A volte mi ci ritrovo: quando fotografo, spesso sto parlando con me stesso.

“Il fotografo introspettivo: scatta una foto e poi passa mezz’ora a chiedersi chi stia guardando chi.”

“Il fotografo introspettivo: mette un velo davanti alla realtà per capire meglio se stesso.”

Il fotografo che incontra presenze

È un fotografo che non cerca soggetti: li ritrova. Cammina tra gli alberi come chi attraversa un luogo familiare, e a un certo punto si ferma, guarda una corteccia, e pensa: “Ti ricordavo diverso.”

Non è fantasia, non è allucinazione: è memoria che riaffiora in forme nuove. È il passato che si traveste da tronco, da nodo, da crepa.

Gli altri vedono solo legno. Lui vede qualcuno che ha già incontrato — forse anni fa, forse in un’altra vita, forse in un sogno.

È un fotografo che non scatta per documentare, ma per salutare.

“Incontrare qualcuno che conoscevi nel bosco: a volte la memoria ha radici più profonde degli alberi.”


E alla fine, chi siamo?

Dipende dal giorno. A volte artisti, a volte esploratori, a volte introspettivi, a volte semplicemente persone che escono con la macchina fotografica perché hanno bisogno di respirare.

La verità è che nessuno di noi è una sola cosa. Siamo un miscuglio di intenzioni, ossessioni, entusiasmi e dubbi.

E forse è proprio questo il bello: ogni volta che portiamo l’occhio al mirino, scegliamo chi vogliamo essere.


                                  Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati



17 aprile 2026

Tra luce e pelle, abitare l'ombra

 

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presentazione

Queste 23 fotografie non sono nate per mostrare un corpo, ma per misurare uno spazio.

Le ho scattate in luoghi abbandonati intorno a casa, dove la pietra tiene ancora la forma e l'erba ha già cominciato a riprendersela. Colonne, soglie, stanze vuote, finestre che tagliano la luce come lame. In bianconero, perché il colore distrae e qui contano solo materia, ombra e pelle.

 Il nudo non è provocazione. È il modo che ho trovato per far entrare una presenza viva dentro l'assenza. Il corpo appare quasi sempre senza veli, e quando resta un jeans slacciato o una camicia aperta è solo traccia del quotidiano, non un nascondimento. Tolti i segni della moda, resta la misura umana contro il tempo che sbriciola i muri. La modella non posa, abita. Si appoggia, si inginocchia, attraversa, resta sulla soglia. A volte guarda, più spesso offre il corpo alla luce e lascia che sia la luce a scolpire.

 "Tra luce e pelle, abitare l'ombra" è il filo che tiene insieme le immagini. La luce arriva sempre di taglio, dura, e disegna. La pelle risponde. L'ombra non è vuoto, è la casa che scegliamo per un istante.

 Ho deciso di pubblicarle una al giorno. Ventitré giorni per attraversare una rovina senza fretta, come si fa quando si entra in un luogo che non ci appartiene e, per un attimo, lo si abita.



 6 "Capitolo unico: lasciarsi attraversare senza fare troppo rumore. La luce entra senza bussare, l’ombra pretende il silenzio assoluto. Io mi limito a non rompere niente."

5 “Ogni giorno un nuovo compromesso: la luce vuole rivelare, l’ombra vuole proteggere. Io sto in mezzo, come un mediatore stanco. Firmo accordi che nessuno rispetta.”


4 "Continuano a seguirmi ovunque, come se avessero qualcosa da dirmi. La luce prova a fare ordine, ma non ha abbastanza pazienza. Io, nel dubbio, prendo nota e faccio finta di capirci qualcosa".

 3 "Andare verso la luce senza uscire dall'ombra."

 2  "Appoggiarsi al tempo che non cade."

   1  "Abitare il confine è già una scelta."