Ci sono città che si attraversano, e città che ti
attraversano. Venezia, per me, non è mai stata un luogo da visitare: è stata
una presenza. Una voce che arriva da lontano, una memoria che non ho scelto, un
riflesso che mi precede.
Quando sfoglio l’archivio analogico, non sto
guardando immagini: sto entrando in una stanza che conosco da sempre, anche
quando non ricordo di esserci stato. La città si muove, si piega, si duplica. E
io, ogni volta, mi ritrovo dentro un pensiero che non è solo mio.
In questa serie non cerco di raccontare Venezia: cerco di capire cosa mi sta dicendo.
Ogni fotografia è un frammento di un dialogo che continua da anni, e ogni accostamento è un tentativo di ascoltare meglio.
Metto due immagini una accanto all’altra e aspetto. Aspetto che succeda qualcosa. E succede sempre.
E anche i singoli scatti, isolati dal resto, continuano a parlare: sono soglie che non conducono a un luogo, ma a una possibilità.
Ogni immagine è un varco che si apre da solo, senza chiedere il permesso.
Le fotografie cominciano a parlarsi. Si
rispondono, si punzecchiano, si contraddicono. Una vetrina mi rimanda a una
piazza, un passaggio a un riflesso, un volto a un’ombra. Non cerco la
simmetria: cerco quel punto in cui due realtà lontane si riconoscono come parte
di un’unica intuizione. È lì che Venezia smette di essere città e diventa forma mentale.
Le calli non conducono: suggeriscono. Le
architetture non descrivono: indicano. L’acqua non riflette: pensa. E io, nel
mezzo, provo a capire se sto guardando o se sono guardato.
La memoria familiare, la nonna, le zie, la
trattoria "Al Mondo" vicino a Ca’ d’Oro, è una vibrazione che non si vede
ma c’è. Una tonalità che attraversa tutto, come un profumo che non sai nominare
ma riconosci subito. È la radice che dà peso alle immagini, che le scalda, che
le rende vive anche quando sembrano astratte.
In Venezia, Le Soglie del Tempo non cerco
la verità dell’immagine. Cerco la sua possibilità. Cerco quel punto in
cui la fotografia smette di rappresentare e comincia a pensare. Quel punto in
cui due fotogrammi, messi uno accanto all’altro, aprono un varco che non
appartiene più né all’uno né all’altro, ma a ciò che nasce tra loro.
Questa serie è il mio modo di attraversare
Venezia senza muovermi. Di ascoltarla senza rumore. Di guardarla mentre lei,
silenziosamente, guarda me.
Il blog resta aperto allo stesso modo: una soglia in continuo aggiornamento, sempre pronta a lasciar passare nuove visioni.
Alle sei del mattino, a fine inverno, Venezia non era città: era una presenza. Camminavo nella piazza come dentro un pensiero che non aveva ancora scelto la sua forma.La luce, divisa dalle colonne, sembrava interrogarmi più che mostrarsi. I due scatti, ora uniti, respirano insieme: la città che si sveglia, io che cerco un appoggio, il silenzio che tiene tutto in equilibrio. In quell’istante sospeso, Venezia non mi ha parlato. Mi ha riconosciuto. (Venezia 1994)
A quell’ora Venezia sembrava conoscermi. Camminavo nella piazza come si entra in un luogo che ti accoglie senza chiedere nulla. La luce era fragile, una promessa, e io mi sentivo parte di quel silenzio che non giudicava.
Quando ho sollevato la macchina fotografica non cercavo una composizione. Cercavo un appoggio. Un punto fermo in un periodo incerto. E Venezia, in quel momento, mi ha offerto il suo respiro.
La piazza vuota era spazio: spazio per ascoltare ciò che non riuscivo a
dire, spazio per sentire che qualcosa, dentro di me, continuava a muoversi.
Riguardando la foto oggi, ritrovo quel gesto: la mia mano che cerca
stabilità, il mio sguardo che cerca un senso, la città che mi risponde senza
parole.
Forse è questo il cuore di quella mattina del ’94: per un istante, Venezia
mi ha visto davvero.
Burano, 1984. Ricordo il muro scuro, la luce ferma, il silenzio del mattino. E ricordo lei, mia figlia, che attraversa la scena senza saperlo, leggera come un pensiero che mi accompagna ancora oggi. La finestra, il palo, la sua ombra breve: tutto si dispone attorno al suo passo, come se il mondo si aprisse per un istante soltanto. Non stavo fotografando un luogo: stavo fotografando un tempo che continua a vivere, anche adesso che lei non c’è più. Ogni volta che riguardo questo scatto, la soglia si riapre. E lei passa ancora.
In questa immagine riconosco la Venezia che respira all'alba, quando la città è ancora intatta. La piazza è quieta, attraversata solo da chi la abita davvero: passi lenti, gesti familiari, nessuna fretta. La colonna davanti a me divide la scena come una soglia tra il silenzio della notte e il primo movimento del giorno. La luce è morbida, ancora domestica; le ombre disegnano la geometria del risveglio. È il momento in cui Venezia non si mostra: mi parla sottovoce. (1994)
Cammino tra le calli ancora chiuse, quando Venezia respira piano. Le saracinesche abbassate, le vetrine spente, i muri segnati dal tempo: tutto è in attesa. La soglia tra i due spazi, il passaggio e la strada, è come un pensiero che non decide dove stare. La luce è ferma, sospesa tra notte e giorno. È la Venezia che vive nel silenzio, prima che il mondo la attraversi.
La trattoria "Al Mondo" è un punto di
origine, una memoria che vibra sotto la superficie. Il resto è gioco,
tentativo, costruzione. Ogni soglia è un varco, ogni accostamento una
possibilità di attraversamento.
Non cerco la verità dell’immagine. Cerco il suo
pensiero.
Alla fine, questa serie è un modo per stare con
Venezia senza doverla spiegare. Per lasciarla parlare, per lasciarla muovere,
per lasciarla duplicare se stessa. Ogni coppia di immagini è una porta che si
apre su un luogo che non esiste, ma che continua a chiamarmi.
Le soglie sono aperte. Il resto lo farà la città.
E io, ogni volta, cercherò di ascoltare meglio.
"Ogni soglia è un invito a guardare ciò che non appare"
2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI Tutti i diritti riservati