Sergio Sartori afi bfi
"pictures and stories - where photos and stories meet"
17 marzo 2026
14 marzo 2026
Nel Laboratorio dei Ricordi: Un Viaggio attraverso la Memoria
Questa frase di Marcel Proust, profonda e risuonante, è stata la scintilla che ha acceso il mio viaggio:
Poi sono piombato in questo disordine sconcertante, una scena che mi ha mostrato il lato più crudo del "laboratorio chimico" della memoria. Tappi, siringhe, contenitori... era come osservare i resti di un esperimento fallito, il terreno fertile dove i "veleni pericolosi" della mente prendono forma. Questo ricordo mi ha sbattuto in faccia la realtà delle tracce che certe esperienze lasciano, non sempre piacevoli, spesso inquietanti.
Questo passaggio mi ha portato in un luogo sospeso, una stanza dove la luce faticava a entrare completamente. Quei frammenti appesi al muro, quasi a formare una bacheca di un'esistenza passata, mi hanno fatto riflettere sui dettagli che restano, sui pezzi di un puzzle che non sempre riusciamo a ricomporre. La memoria è anche questo: un limbo, un luogo di accettazione dove non tutto è chiaro, ma tutto ha un suo posto, appeso tra luce e ombra.
Dopo quel tuffo nel caos, questa scena mi ha offerto un sospiro di sollievo, una vera e propria "droga calmante". Vedere quelle due figure sedute di schiena, in contemplazione di una natura serena fuori da una finestra spoglia, mi ha ricordato quanto sia importante trovare la pace, anche solo in un momento di pausa o in una connessione silenziosa. È stato il momento in cui la memoria ha smesso di urlare e ha iniziato a sussurrare promesse di serenità.
E così, eccomi qui, a fotografare questa che sembra proprio una 'camera obitorio'. Non era la fine della storia che mi aspettavo di catturare, ma, onestamente, quella che si è rivelata necessaria. Con quel tavolo così centrale e quei candelabri, l'obiettivo ha immortalato un punto di non ritorno, dove i 'veleni' e i 'calmanti' della memoria si incontrano per un ultimo, crudo faccia a faccia. È proprio qui che ho compreso, attraverso l'obiettivo, che la memoria non è solo un semplice archivio, ma anche un posto dove si accetta profondamente ogni cosa, persino il più difficile, per poter davvero andare avanti.
"Ogni ombra ha avuto la sua luce, e io, sono pronto a ricominciare."
Sergio Sartori afi bfi
01 marzo 2026
L’Anguana - Il Patto del Silenzio (2° parte)
L’Anguana non apparteneva più soltanto al fiume.
Aveva portato con sé il freddo dell’acqua e il silenzio delle pietre dentro le
stanze affrescate di una vecchia villa veneta. Tra pavimenti in terrazzo
veneziano e specchi offuscati dal tempo, la sua natura selvatica cominciava a
mutare, adattandosi a una quotidianità nuova, quasi incredibile.
Non era sola in quel labirinto di stanze. Lì
incontrò l’amica mora, figura d’ombra e velluto, opposta alla sua luminosità
eterea.
Tra sorrisi accennati e pose che ricordavano le
statue dei giardini, tessevano un legame fatto di sguardi. La villa non era più
un guscio vuoto, ma un rifugio dove mito e realtà potevano toccarsi.
Insieme iniziarono un gioco silenzioso davanti ad
uno specchio. Non cercavano la propria immagine, ma un modo per riconoscersi
l’una nell’altra. L’Anguana, ancora nuda e fiera come nel bosco, osservava la
compagna muoversi con l’eleganza di chi è sempre appartenuto a quelle mura.
L’Anguana aveva trovato uno specchio non solo di
vetro, ma di carne e ossa, capace di riflettere la sua transizione verso una
vita normale, senza spegnere la scintilla primordiale che l’aveva resa
immortale ai miei occhi.
Nel silenzio cominciarono a comunicare. L’Anguana
comprese che la villa non era una prigione, ma un archivio di esistenze. Non fu
sottomissione: fu passaggio di segreti.
L’amica mora non era lì per caso. Era la custode
del silenzio, l’ultima di una stirpe che aveva giurato di proteggere il confine
tra umano e leggenda. Mentre l’Anguana imparava la seta, l’amica rivelava, in
ogni gesto, un passato radicato nelle ombre della terra veneta.
Secoli prima, la sua famiglia aveva stretto un
patto con le creature del fiume per garantire fertilità alle terre e protezione
dalle piene. Lei era la voce, colei che traduceva i sussurri del vento tra i
salici per le orecchie dei contadini.
Il mistero nel suo sguardo nasceva da una
perdita. Si diceva che avesse rinunciato alla propria voce per salvare un
segreto che l’Anguana stessa aveva dimenticato. Per questo parlava con gli
occhi e con la lenta danza delle mani.
Davanti allo specchio offuscato, guidò le mani
dell’Anguana verso il proprio volto: freddo contro caldo. In quell’istante,
l’Anguana sentì il peso dei secoli trascorsi nell’attesa. Non era un incontro
fortuito, ma un appuntamento.
Se l’Anguana era il fiume che irrompe nella
stanza, l’amica mora era l’argine che lo accoglieva, sacrificando la propria
libertà per dare forma al suo fluire.
Un sorriso appena accennato, e per un attimo gli
occhi scuri brillarono della stessa luce acquatica. Erano due metà della stessa
storia: una scritta nel fango, l’altra nell’inchiostro.
L’Anguana si avvicinò alla vetrata, attratta dal
sole contro il vetro. Il suo corpo, vibrante della forza del fiume, si faceva
quasi trasparente sotto i raggi. L’amica la raggiunse: due sagome, chiara e
scura, contro l’abbaglio del giardino. Posarono le mani sul vetro fresco come a
sfiorare le foglie oltre la soglia.
Tornarono allo specchio dalla cornice dorata,
carico di secoli di sguardi. Il gioco si fece più intimo. Si disposero su un
vecchio mobile di legno scuro, intrecciando le figure. L’Anguana cercava nel
vetro il proprio volto, ma trovava quello dell’amica.
Non c’erano più segreti. L’amica la guidava a
osservare la propria bellezza non come forza da temere, ma come forma da
abitare. Lì l’Anguana comprese di poter essere entrambe le cose: il fiume che
scorre e la donna che resta.
Abbandonarono le pose scultoree per cercare il
contatto con le superfici morbide della villa. L’Anguana si stese su un tappeto
persiano: la lana ruvida sotto la schiena le dava un radicamento diverso dal
fango, più stabile.
La villa smise di essere edificio e divenne nido.
Non c’era bisogno di parole. La luce che moriva
sulle loro pelli raccontava ciò che restava da dire: che il mito può riposare,
e che la bellezza, a volte, è solo il silenzio di un pomeriggio che finisce.
Non erano più preda e cacciatrice, né riflesso e
realtà. Erano parte dell’arredamento senziente di quella dimora, un segreto
custodito tra il legno intagliato e il battito lento del tempo, che lì sembrava
essersi fermato.
La villa restava in attesa, come se sapesse che
quel riposo era soltanto una tregua.
Fuori, il giardino sussurrava messaggi che solo
l’Anguana avrebbe potuto decifrare. Ma per quella notte scelse di non
ascoltare.
Il mito si
addormentò nel velluto, lasciando il futuro come un’ombra oltre la porta
chiusa.
Sergio Sartori afi bfi
27 febbraio 2026
Il mio incontro con l'Anguana - L'eco dell'acqua tra le mura di pietra (1° parte)
"Credi ancora nelle leggende?"
Seguendo il sussurro dell'acqua, sono arrivato davanti a un antico portico,
quasi nascosto dalla vegetazione selvaggia. Lì, appoggiata a una colonna di
pietra che recava ancora i segni del tempo, l'ho vista per la prima volta.
All'inizio sembrava solo una ragazza normale, con indosso dei jeans ciancicati
e un paio di scarpe eleganti. Tuttavia, c'era qualcosa di strano nella sua
posa: le mani giunte in alto sopra la testa, quasi a formare una guglia, e una
gamba piegata con grazia.
Senza una parola, ha iniziato a muoversi. È stato un movimento lento e
fluido, come lo scorrere del fiume lì vicino. Ha iniziato a denudarsi, non con
gesti sbrigativi, ma con una posa deliberatezza che sembrava quasi un rituale.
La sua espressione era seria e concentrata, mentre si sfilava lentamente il
top, rivelando la parte superiore del corpo, ancora appoggiata alla colonna
protettiva.
In quel momento, l'ho capito. Non era una ragazza normale. C'era un'aria di mistero che la circondava, una connessione palpabile con la natura selvaggia e le rovine centenarie.
Ho afferrato la mia macchina fotografica, sapendo di dover catturare quell'istante fugace. Il mio incontro con l'Anguana era appena cominciato.
Senza proferire parola, ha sciolto la sua posa contro la colonna e mi ha rivolto un cenno rapido, un invito silenzioso a varcare la soglia della vecchia casa. L'ho seguita nel ventre dell'edificio, dove l'aria sapeva di polvere antica e terra bagnata. All'interno, l'Anguana ha preso possesso dello spazio con una naturalezza disarmante.
Non era più una ragazza incontrata per caso, ma la vera padrona di quelle rovine. Si muoveva cercando i pochi fasci di luce che filtravano dalle finestre rotte. In un angolo della stanza, accanto a una vecchia grata arrugginita, è rimasta immobile: la sua pelle chiara creava un contrasto violento con l'oscurità assoluta che la circondava.
Ogni suo gesto era fluido, privo di esitazione. Si metteva in posa non per l'obiettivo, ma per il luogo stesso, diventando una statua di carne tra le macerie.
In quegli istanti, il tempo sembrava essersi fermato. La casa non era più un guscio vuoto, ma un palcoscenico dove il mito prendeva forma attraverso la mia lente. Sembrava che la sua presenza restituisse vita alle pareti scrostate e ai pavimenti coperti di detriti.
A un certo punto, quasi volesse tornare a respirare l'aria del fiume, l'Anguana è uscita su un piccolo terrazzino sospeso nel vuoto. Le ho fatto cenno di restare lì, immobile, al centro del vano porta, e sono sceso rapidamente per inquadrarla dal basso.
Da quella prospettiva, la sua figura sembrava dominare l'intera struttura. Con le braccia spalancate e lo sguardo rivolto verso l'alto, pareva invocare una forza antica, fondendosi completamente con il grigio della pietra scrostata e il verde delle foglie rampicanti.
Mentre mi muovevo tra le fronde sottostanti, la vedevo
apparire e scomparire tra i rami. A volte era solo un profilo biondo che
spuntava da una finestra rotta, una presenza silenziosa che osservava il bosco
circostante con una calma soprannaturale.
Sul quel
balcone di ferro arrugginito, l'Anguana si muoveva con una grazia che non
apparteneva a quel luogo di decadenza. Era come se la casa stessa stesse
riprendendo vita attraverso la sua pelle, un ultimo sussulto di bellezza prima
di tornare polvere.
Catturare quegli istanti dal basso mi ha permesso
di trasformare il servizio fotografico in una vera visione mitologica: lei non
era più solo una modella, ma lo spirito del luogo che si mostrava per l'ultima
volta prima di svanire tra le ombre del sottobosco.
Dopo aver dominato la pietra, la creatura ha sentito il richiamo della sua vera casa. Con la stessa lentezza rituale con cui si era svelata, è scesa verso la riva del fiume. L'ho osservata mentre si immergeva parzialmente nel flusso, rannicchiandosi tra i sassi bagnati come se stesse riprendendo contatto con la sua stessa anima.
Chinandosi
sull'acqua corrente, ha iniziato a bagnarsi le mani, portando la freschezza del
torrente al viso. In quel gesto semplice c'era tutta la sacralità di un'antica
divinità silvana.
Infine, si è
avvicinata alla vegetazione più fitta, dove l'ombra degli alberi si fa
profonda. Mi ha rivolto un ultimo sguardo, un'ombra di malinconia o forse di
sfida. E così, con la stessa naturalezza con cui era apparsa tra le mura
scrostate della casa, è scivolata tra le fronde e... scomparve.
Sono rimasto solo sulla sponda, con il rumore
costante del fiume nelle orecchie e il peso della macchina fotografica tra le
mani. Se non fosse per questi scatti impressi sulla pellicola, potrei quasi
credere che la foresta mi abbia giocato un brutto scherzo. Ma l'eco del suo
silenzio rimarrà tra quelle pietre per sempre.
Sergio Sartori afi bfi
"Dicono che le Anguane non siano mai andate
via dai nostri fiumi, che aspettino solo che qualcuno torni a guardare le
rovine con occhi diversi. E voi, avete mai sentito un'ombra guardarvi dal
limitare del bosco?"
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Oltre lo
scatto: Chi è l'Anguana?
Per chi non conosce le leggende delle nostre
terre, l’Anguana è la creatura più emblematica del folclore alpino e
prealpino veneto. Metà ninfa e metà demone, abita le sponde dei fiumi, le
grotte e i mulini abbandonati. Spesso descritta come una donna bellissima dai
capelli lunghissimi e biondi, nasconde però un segreto: i suoi piedi sono
spesso caprini o d'anatra, motivo per cui ama nascondersi nell'acqua o dietro i
muretti di pietra. Sono guardiane delle acque e maestre dell’arte della lana e
del lavaggio. Possono essere benevole, insegnando agli uomini a fare il
formaggio, o pericolose se provocate o spiate durante i loro rituali notturni. Rappresenta
la natura selvaggia che non si lascia addomesticare.
Note Tecniche
Location: Casa rurale abbandonata, zona Pedemontana Veneta.
Pellicola: Bianconero ad alto contrasto per enfatizzare la grana della pietra e Infrarosso per la luminosità della pelle.
Fotocamere: Hasselblad 6X6 e Hasselblad XPan
Luce: Esclusivamente naturale, sfruttando i forti controluce delle aperture originali della struttura.
26 febbraio 2026
L'Invisibile nel Già Visto
"La magia di tornare dove crediamo di aver già guardato."
Capita spesso,
dopo un paio di uscite fotografiche nello stesso luogo, di sentirsi un po’
svuotati. È una sensazione familiare, soprattutto quando quel posto lo abbiamo
esplorato più volte con la macchina fotografica al collo. Alla seconda, alla
terza visita, l’entusiasmo iniziale sembra affievolirsi. Subentra l’idea di
aver “consumato” quel luogo, di aver già detto tutto, di non avere più nulla da
aggiungere.
Cammino, lo
osservo da ogni angolazione, cerco nuove prospettive. Ma la scintilla non si
accende. Quella che un tempo mi appariva come una fonte inesauribile di
ispirazione ora sembra muta, quasi vuota. E così, un po’ disorientato, chiudo
il capitolo e mi dirigo altrove, sperando che un altro scenario riesca a
catturare di nuovo la mia attenzione.
Poi, dopo aver
vagato tra altri paesaggi, il pensiero ritorna lì. A quel luogo che credevo
esaurito. Forse merita un’altra possibilità. Così ci torno, questa volta senza
aspettative, senza l’urgenza di dover trovare qualcosa a tutti i costi.
Ed è proprio
allora che accade qualcosa di sorprendente: il posto è lo stesso, ma il mio
sguardo è cambiato. Non inseguo più ciò che mi aveva colpito all’inizio. Inizio
invece a notare quello che prima avevo ignorato: forme più piccole, dettagli
marginali, frammenti silenziosi che non chiedevano attenzione ma la meritavano.
Capisco che non è
il luogo a trasformarsi, ma il nostro modo di guardare. È lo sguardo che si
ricalibra, che matura, che impara a sottrarre invece che aggiungere. E da
questa nuova consapevolezza nascono idee diverse: più intime, più essenziali,
quasi minimaliste.
Le fotografie che
seguono, scattate in Valbrenta, raccontano proprio questo percorso. All’inizio ero
attratto dall’architettura dei primi del ’900, dalle finestre chiuse delle case
abbandonate, dai muri scoloriti dal tempo ma ancora carichi di dignità. Ho
lavorato su quegli elementi finché ho sentito di averli esplorati fino in
fondo.
Mesi dopo sono
tornato, convinto di non trovare nulla di nuovo. Mi sbagliavo. Sono emersi
dettagli che avevo trascurato, linee e superfici che mi hanno guidato verso un
linguaggio più astratto. Il luogo era di nuovo affascinante, ma in modo
diverso.
Non contava più
l’edificio, la storia o il contesto. Contavano le forme, i colori, le texture
racchiuse nel mirino. E, soprattutto, contava il mio sguardo: finalmente libero
di vedere davvero.
"Non solita architettura maestosa, ma quotidianità che si fa poesia. Un vecchio negozio, un invito a immaginare vite e mestieri passati. La Valbrenta non è solo paesaggio naturale, ma anche angoli dimenticati, dove l'occhio attento coglie la bellezza del gia visto."
"Dal generale al particolare: le texture dei muri, le crepe che diventano disegni, i colori che il tempo ha dipinto. Una scoperta minimalista in ogni frammento."
"Anche il più semplice degli ingressi, quello di un'osteria che porta il peso degli anni, può rivelare una storia: un benvenuto discreto che ci invita a guardare oltre la facciata. Sotto l'insegna sbiadita 'Osteria Da Manega', la ricerca di nuovi dettagli ci porta a esplorare mondi che prima non vedevamo, anche in un luogo così familiare."
"Due panchine, due storie. Una seduta accogliente, l'altra più riservata: due luoghi di sosta che, nel silenzio, raccontano di incontri e solitudini, di attese e di partenze. Non solo punti di osservazione per il paesaggio, ma loro stesse soggetti che parlano. Le panchine gemelle, ora vissute, ora in disparte, suggeriscono un ritmo lento, un invito alla contemplazione."
"Le finestre, occhi luminosi che si accendono al crepuscolo, rivelano la vita intima che pulsa all'interno. Non è il luogo a cambiare, ma il nostro modo di guardare e di percepire le storie che racchiude."
"E poi, la sorpresa più grande: tra le pietre ordinarie, piccoli tesori. Dettagli che prima ignoravo, frammenti silenziosi che chiedono solo di essere notati, come queste coccinelle portafortuna. Quando lo sguardo si ricalibra, anche i sassi diventano un palco per la creatività, dove la natura e l'arte si incontrano in armonia."