20 giugno 2026

Mi piace raccontare storie.

 

 

Per anni ho inseguito gli scatti che restano.

Certi momenti però non si fanno incorniciare: chiedono l’inchiostro, non l’otturatore.

Questo è uno di quelli. Ha l’odore dell’acqua alta e della colla da rilegatore, il suono di una barcarola alle sei di sera.

È la storia di due persone. Ed è la storia di un libro.

Un Gozzano rilegato in tela blu notte che sparisce, brucia, ritorna senza farsi trovare.

Si muove tra Venezia e due date che non smettono di chiamarsi: 3 gennaio e 7 gennaio.

Se entrate, chiudete piano la porta. La stufa ticchetta già.

Mi piace raccontare storie.

E questa che segue non fa eccezione: è la conseguenza di un incontro con una persona che avevo già incontrato in una vita passata, un ritorno inatteso, una linea che si riannoda senza chiedere permesso.

Quindi, perché non raccontarle?

Le storie, quando bussano, vogliono solo questo: essere lasciate entrare.


 

“Ai 3 Gennaio. Ai 7 Gennaio”

 

Oggi

Io: 7 gennaio 1947

Lei: 3 gennaio 1976

Quasi 30 anni di differenza. Non ci siamo mai sposati, ma continuiamo a cercare lo stesso libro.

 

Noi, prima

Io: nato 7 gennaio 1897, rilegatore in calle della Mandola, Venezia

Lei: nata 3 gennaio 1906, studentessa di canto al Conservatorio Benedetto Marcello, figlia di un vetraio di Murano

 

3 gennaio 1928 - Ponte dei Barcaroli, ore 17:00

Acqua alta leggera. Io sono in ginocchio a salvare libri dalla bottega allagata. Lei passa con le scarpe in mano.

Vede il Gozzano gonfio tra le mie mani.

“È mio!” sulla prima pagina c’è scritto a matita: Chiara, 3/1/28, Venezia.

Lei: “Se me lo ridai così, muore domani. Se me lo rileghi, vive.”

Io: “Torna tra tre giorni. Porta qualcosa di asciutto da metterci dentro.”


 

7 gennaio 1928 — il mio 31° compleanno

Lei torna con una foto trovata al mercato: un’alba sulla laguna. Sotto: “per chi lega i libri e le vite”.



Io le consegno il Gozzano rilegato in tela blu notte, identica al suo foulard. Dentro ho nascosto il negativo di quella foto.



1928-1929

Ogni martedì alle 18 ci vediamo al Caffè Florian, tavolo vicino alla stufa. Nessun fidanzamento, nessun matrimonio. Solo il patto: io un libro rotto, lei una canzone rotta.

 

Novembre 1929

La bottega chiude. Parto per Trieste per lavorare al porto. L’ultima sera non al Florian, ma sul ponte dell’Accademia alle 5 del mattino.

Lei mi dà il libro: “Tienilo tu. Così hai una scusa per tornare.”

Io non torno per quasi nove anni.

Chiara tiene il libro fino al bombardamento del 1943 su San Basilio. La casa brucia, il Gozzano resta dentro. Lei si salva solo col foulard blu.

 

18 ottobre 1938, ore 18:00. Caffè Florian.

Sono tornato da Trieste da una settimana. Ho 41 anni, le mani ancora sporche di colla ma più lente. Lei ne ha 32, insegna canto ai bambini.

Io sono già al tavolo interno della sala degli specchi. Sul tavolo non c’è il libro blu, quello è perduto da cinque anni a venire, ma voi non lo sapete ancora, c’è solo una tazzina vuota per lei.

Lei entra alle 18:07, foulard blu notte annodato, cappotto che non toglie.



Chiara: “Hai salvato il mio libro o l’hai ucciso definitivamente?”

Io: (sorrido, è la stessa frase del 1928) “L’ho salvato. Non so se ti piacerà come l’ho vestito.”

Chiara: “Non ce l’hai più, vero? L’hai lasciato a Trieste.”

Io: “L’ho lasciato a Venezia. Con te.”

Ordina un caffè corretto. Il cameriere non ti riconosce più.

Io: “Sono tornato per il mio compleanno in ritardo. Ne ho fatti quarantuno a gennaio.”

Chiara: “E io trentadue. Mi hai fatto aspettare nove anni per una canzone.”

Si china e mi canta sottovoce, come allora, due versi di barcarola. La voce non trema più per il freddo.

Chiara: “Perché sei tornato?”

Io: “Perché le storie si rompono. Qualcuno deve rimetterle insieme.”

Chiara: “E le persone?”

Io: “Quelle sono più difficili. Non tengono la colla.”

Lei ride, mette la mano sulla tua un secondo.

Chiara: “Allora rifacciamo il patto. Ogni martedì alle sei, qui. Fino a quando dura.”

Io: “Al 3 gennaio.”

Chiara: “Al 7 gennaio.”

Fuori suona Santo Stefano. Dentro, negli specchi, sembriamo di nuovo quelli del 1928.

________________________________________

ADESSO

Il libro blu non l’abbiamo più ritrovato in quella vita. E non l’abbiamo ritrovato nemmeno in questa. Ma ogni gennaio, tra il 3 e il 7, uno dei due sente odore di colla fresca a Venezia, anche stando a Marostica.

Non ci siamo sposati allora, non ci siamo sposati ora. Forse perché il nostro lavoro non è chiudere, ma ritrovarci.

E la speranza è semplice: che ci sia una prossima vita. Magari nasceremo entrambi a gennaio, a pochi giorni di distanza. Magari lei farà la rilegatrice e io porterò le foto. Magari non ci sarà nemmeno Venezia, ma ci sarà un tavolo, una stufa che ticchetta, e qualcuno che dice per primo:

“Al 3 gennaio.”

E l’altro risponderà: “Al 7 gennaio.”

Senza ricordare perché, ma sapendo esattamente cosa significa.

 

 2026 Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


#VitePrecedenti #Venezia #CaffèFlorian #StorieCheTornano #Rilegatoria #Ai3Gennaio #Ai7Gennaio  #HaiUnaDataCheTorna #RaccontamiUnaStoria #AmoriFuoriDalTempo #DestiniCheSiIncrociano #SeCiCrediRitorna #BookLovers #StorieDimenticate #VeneziaSegreta #IoTiHoGiàIncontrato #LibriCheTornano #StorieCheTornano #Venezia1928 #CaffèFlorian #Rilegatore #Gozzano #BluNotte #PattoSenzaFirma #OdoreDiColla


11 giugno 2026

Come l'astratto mi ha tolto dai paesaggi

 


"non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio."

Prima c'era una meta. Un modellino, un tramonto, una piazza famosa, una cascata, gente in una via affollata. 

Partivo per il paesaggio e sapevo già cosa volevo portare a casa. Poi ho cominciato a interessarmi all'astratto e qualcosa ha girato. Non l'idea, l'occhio. 

Adesso cammino per ore nei centri storici, posti pieni di cose da vedere assolutamente, e torno con quasi niente di tutto quello. Torno con una crepa verticale su un muro di cemento e una tenda scura che le risponde, con due superfici che si sfidano in silenzio. Torno con la luce radente che fa del cemento una tela, con l'ombra di un segnale che ridisegna l'intonaco meglio di qualsiasi affresco.

All'inizio non sapevo se fosse un dono o un problema. Sono rimasto dieci minuti davanti a un manifesto strappato, a un ferro arrugginito, a una finestra rotta, a un muro scrostato che la maggior parte della gente non nota nemmeno. 

Poi è arrivato l'urbex: edifici abbandonati, capannoni vuoti, corridoi dove l'intonaco si stacca a scaglie e la luce entra solo da una feritoia. 

Mi chiedo spesso perché dovrei fare centinaia di chilometri per cercare lo spettacolare, quando la cosa che davvero mi ferma può essere una parete a due passi da casa. La risposta ce l'ho nelle foto che pubblico: non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio. 

Il lato negativo è che sono diventato un pessimo turista. È ridicolo tornare da una cittadina bella e mostrare solo intonaci, cancelli, reti, un vecchio calciobalilla dimenticato sotto un portico freddo. 

Il lato buono è che la vita si è arricchita. Perché ovunque vado c'è sempre qualcosa che parla a bassa voce. Una texture che ha voce, un contrasto che scolpisce, un'attesa che non ha bisogno di persone. 

E allora mi succede spesso, davanti a quel niente che per me è tutto, di fermarmi con il sorriso di chi ha appena capito l'angolazione giusta. 


Questa pagina è un cantiere aperto, non una vetrina finita.

La riempirò piano, come cammino: oggi una crepa, domani un ferro arrugginito, la prossima volta un corridoio di un edificio abbandonato dove la luce entra solo da una feritoia. Non metterò tutto insieme, aggiungerò un'immagine alla volta, quando sarà davvero quella che mi ha fatto fermare.

Non cerco di spiegare, cerco di tenere traccia. Di dove si è posato l'occhio, di quel rapporto tra ruvido e liscio che continua a tornarmi davanti.

Se ripassi tra qualche giorno, probabilmente troverai una texture in più. La stessa che ieri non avevo ancora visto.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.


Quando le vecchie case abbandonate si arrendono al tempo, diventano quadri naturali, dove l’umidità dipinge i muri e il silenzio racconta storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

Le vecchie case abbandonate non si arrendono, si spogliano. Diventano tavole di grigi dove il tempo incide al posto dell'umidità, e la luce radente scolpisce i muri. Non c'è più colore a raccontare, resta solo il silenzio che trattiene storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

In questo scatto è stato il colore a fermarmi. Quel blu petrolio così profondo che si appoggia sulla pietra calda, quasi a volerla proteggere. Mi piace come la luce riflessa dalla tenda vada a colorare leggermente il bordo del muro, creando un legame tra due mondi diversi. È una sensazione di armonia cromatica che solo certi angoli nascosti delle nostre città sanno regalare se sai dove guardare.   (Castelfranco Veneto 2025)

Mentre camminavo per Castelfranco, sono rimasto colpito da questo incontro. Da una parte la forza ruvida del muro, segnato dal tempo, dall'altra la morbidezza quasi teatrale della tenda. In bianco e nero tutto sparisce tranne questa sfida tra superfici: il tocco freddo della pietra contro la piega morbida del tessuto. Mi trasmette un senso di silenzio e di attesa, come se dietro quel drappo ci fosse una storia ancora da svelare.    (Castelfranco Veneto 2025)


Non l'ho cercata. Stavo solo camminando dove di solito non si guarda.

Mi ha fermato questa porta. A sinistra una figura che sembra ballare con un tamburo, a destra una macchia che non vuol dire niente. In mezzo, vernice che si stacca, ruggine, la scritta TELECOM lasciata da chissà chi.

Non è un soggetto, è un rapporto. Tra il metallo che resiste e l'intonaco che cede. Tra il segno voluto e quello che il tempo ha deciso.

È per questo che torno a casa senza monumenti.

(2025 Castelfranco)


L'ho vista a colori e mi ha fermato. L'ho riguardata in bianconero e ho capito perché. Non è la figura che balla, non è la macchia sul muro. È lo spazio tra le due cose. Non cerco il soggetto, cerco il rapporto. Tra ruvido e liscio.   (2025 Castelfranco)



Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati









04 giugno 2026

“Soglie Ovunque”

 

 

Dice che non c’è più un territorio preciso: ora il confine è mobile, ti segue, ti precede, ti attraversa.

Cammino e mi accorgo che le soglie non stanno più ferme. Non sono più un affare della Valsugana, né di un luogo che posso indicare con un dito. Si sono sciolte, disperse, hanno preso il vizio di comparire dove meno me l’aspetto: sull’orlo di un marciapiede, nel riflesso di una vetrina, nel silenzio di un parcheggio vuoto.

Io non faccio altro che seguirle. A volte le anticipo, altre mi sorprendono alle spalle. Ogni volta che le attraverso, qualcosa cambia: la luce, il passo, il modo in cui guardo il mondo. Questa pagina nasce per raccogliere quei passaggi, quei piccoli spostamenti dell’anima che succedono mentre il corpo continua a camminare.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.






Guardo attraverso la vetrina: lo spazio si apre in piani sottili, quasi d’aria.

La luce scivola sulle superfici, senza mai fermarsi.

In fondo a destra, appena percettibile, una persona curva su un gesto lento,

sta facendo le unghie a qualcuno che non si vede.

Un frammento reale dentro un luogo che sembra pensiero.

Il resto è sospensione: il fuori e il dentro che si sfiorano senza mai coincidere.

(2026 Feltre)



La vetrina è un piano di frattura. La luce incide, non illumina. Ogni oggetto è una forma che resiste al tempo.

Il neon Time to Relax è un paradosso: una frase che vibra nel vuoto, un segno che interrompe la quiete del pensiero.

In fondo, la figura che fa le unghie è un punto di convergenza, un gesto minimo che tiene insieme la geometria e l’umano.

Il resto è struttura: linee, superfici, assenze. La soglia non accoglie, definisce.

(Feltre 2026)



Un varco che divide due luminosità. Un corridoio che non appartiene a nessuno dei due lati.

Dentro, le persone diventano forme. Entrano come linee, si affiancano per un tratto, poi si separano, ognuna verso la propria direzione.

Non si conoscono. Non si cercano. Eppure, per un istante, condividono lo stesso spazio sospeso, lo stesso ritmo lento della luce.

La soglia non li unisce e non li divide: li attraversa.

Il resto è movimento che si dissolve.    (2026 Feltre)



Il varco è una linea che divide e unisce. Da un lato, la forma chiusa, il tempo che si ripete. Dall’altro, la luce che apre, il tempo che scorre.

Le persone attraversano come segni mobili, non portano nomi, solo direzioni. Per un istante condividono la stessa geometria, poi si disperdono, ognuna verso il proprio significato.

La soglia non è un luogo, è un simbolo: il punto in cui il mondo si piega per ricordarti che ogni passaggio è un atto di creazione.  (2026 Feltre)

Mi fermo davanti alla casa e per un attimo ho la sensazione che non sia davvero lì. La facciata vibra, come se stesse emergendo da un’altra dimensione, lenta, precisa, inevitabile. I frammenti di marmo sembrano galleggiare sulla parete, sospesi in un movimento che non appartiene alla pietra. Dentro, i pesci stilizzati nuotano in un mare che non esiste, eppure lo sento: un mare di luce, di memoria, di qualcosa che continua a tornare.

Li guardo, e il muro si apre. Non davvero, ma abbastanza perché io percepisca un varco, una fenditura sottile che lascia filtrare un’altra versione del mondo. È come se quei pesci fossero messaggeri di un tempo che non scorre, di un’origine che non si è mai chiusa.

Mi avvicino. La casa respira, e il respiro mi attraversa. Sento che Tancredi non è un ricordo: è un’eco che continua a dipingere, non sulla tela, ma sulla materia stessa del luogo. Ogni frammento è un colpo di pennello che non si vede, un gesto che rimane sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere.

Resto fermo, e la luce cambia. I pesci sembrano muoversi, appena, come se stessero indicando una direzione che non so seguire. Capisco che la casa non è un punto d’origine: è un portale. Un luogo dove il reale si assottiglia e lascia intravedere un’altra trama, più profonda, più vasta, più viva.

E mentre me ne vado, ho l’impressione che la casa continui a guardarmi. Come se aspettasse il prossimo passaggio, la prossima soglia, la prossima immagine da ricomporre. (2026 Feltre)


Mi fermo. La casa è un muro. Il muro è luce e ombra.

I frammenti: marmo, incisioni, pesci. Nient’altro.

Mi avvicino. La superficie si apre di un millimetro. Una soglia, forse.

Resto. La luce cambia. Il segno rimane.

Poi vado. La casa resta. I pesci continuano a guardare.

Tancredi Parmeggiani (1927–1964) è stato uno dei pittori italiani più originali del dopoguerra. Formatosi a Venezia, vicino a Vedova e allo Spazialismo, sviluppa presto un linguaggio personale: un informale lirico, fatto di segni, punti di colore, vibrazioni luminose.

Negli anni Cinquanta lavora nello studio di Peggy Guggenheim, che lo sostiene e lo porta sulla scena internazionale. Espone in Italia, Europa e Stati Uniti, diventando una figura chiave dell’astrazione poetica.

La sua pittura è breve ma intensissima: un gesto che diventa luce, un movimento che diventa spazio. Muore a 37 anni, lasciando un’opera che ancora oggi appare come un respiro sospeso.

****************************

A volte sento che le soglie non sono luoghi, ma lievi spostamenti dell’essere. Non le attraverso: mi attraversano loro, come un cambio impercettibile dell’aria che però inclina il mondo di un grado. Resto fermo un attimo, e qualcosa si apre, sottile, quasi invisibile.

Cammino in questo bilico, tra ciò che vedo e ciò che sfuma. Le soglie arrivano così: un respiro che si allunga, un dettaglio che si stacca, un richiamo che non ha voce. Forse il senso è restare in questo passaggio continuo, senza pretendere un arrivo.

Ogni soglia lascia una traccia minima: un’ombra che si muove, un rumore che cambia, un bordo che si illumina. Sono appunti sparsi, frammenti che raccolgo senza pensarci troppo.

E alla fine, è da questi frammenti che ricompongo l'immagine. Non per inventare, ma per rivelare ciò che altrimenti resterebbe disperso: la soglia che c’era, ma non si lasciava vedere.

Torno qui quando una nuova fenditura si manifesta. Il resto accade altrove, mentre il passo continua.

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


24 maggio 2026

“Gente che Succede”

 

A volte, quando esco a fotografare, non cerco davvero le persone. Sono loro che arrivano, come deviazioni leggere, come parentesi che si aprono e si richiudono dentro il mio campo visivo. Mi basta fermarmi un secondo sul bordo del marciapiede, lasciare che il luogo faccia il suo piccolo rumore, un portone che si chiude, un passo che risuona sotto un portico, una voce che rimbalza tra due muri, e aspettare quel gesto minimo: una mano che sistema un cappotto, uno sguardo che sfiora il mio, un passo esitante prima di attraversare una via o la piazza.

È in quei dettagli che capisco che non sto fotografando la strada, ma il modo in cui questi luoghi attraversano chi li vive. E ogni volto, ogni schiena, ogni ombra che passa diventa una storia che non conosco, ma che per un istante mi riguarda.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.

**********




















Il palo fa da sipario, le serrande da quinte.

Camicia a quadri, mani in tasca, aria da filosofo del marciapiede.

Succede anche questo: la città si ferma un momento, giusto per farsi guardare.

(2026 Borgo Valsugana)


L’uomo è lì, ma sembra un’idea più che una presenza.

Le serrande chiuse non dicono nulla: custodiscono un silenzio che non chiede spiegazioni.

Succede anche questo: la realtà si assottiglia, e resta solo una vibrazione leggera.

(2026 Borgo Valsugana)



“Cossa sxei drio fare qua?” chiede il cartello, e intanto la città risponde con un passeggino.

Tra divieti, lavori in corso e pericoli d’inciampo, la vita passa lo stesso, con passo deciso.

Scatto, e penso che i cantieri servono solo a ricordarci che l’ironia è sempre in costruzione.

(2025 Bassano del Grappa)


"Cossa sxei drio fare qua?”, chiede il pensionato stampato sul telo, mani dietro la schiena e tempo da spendere. La città lavora, lui controlla. Scatto, e penso che i pensionati non vanno mai in pensione, vanno in ispezione.


Lei si appoggia al barile come fosse un set, il locale dietro dorme.

Sembra aspettare qualcuno che la fotografi, ma la città non ha fretta.

Scatto, e penso che in certe mattine la posa non è un gesto, è un istinto di sopravvivenza urbana.

(2025 Castelfranco)



Il locale e chiuso, lei si appoggia al barile come fosse un punto fermo.

Il menù dietro è un elenco di assenze, la luce taglia la strada come un pensiero.

Scatto, e mi sembra che il bianco e nero serva solo a dire: la scena è finita, ma qualcuno è rimasto. (2025 Castelfranco)



Lui sta lì come il custode non ufficiale del marciapiede, tra il Superenalotto e un cartello scritto di fretta. La mostra è “a sinistra”, ma il vero quadro è questo: giacca mimetica, bicchiere, sole che lo inchioda alla scena. Scatto, e penso che l’arte urbana non si espone: si siede dove vuole. (2025 Valstagna)


Lo vedo seduto, immobile come un pensiero che non trova uscita. Davanti la mostra di pittura, dietro il Superenalotto: due modi diversi di sperare. Scatto, e mi chiedo cosa stia rimuginando, forse il colore giusto per la fortuna. (2025 Valstagna)


Lei attraversa il fotogramma come una notifica che non puoi ignorare. Loro due restano lì, uno mastica, l’altro controlla il mondo come fosse un’abitudine. Scatto, perché certe scene non aspettano: ti succedono addosso. (2026 Feltre)


La guarda passare come se dovesse leggerle il codice a barre. L’altro continua a masticare, indifferente al controllo qualità del mattino. Scatto: certe strade non giudicano, scansionano. (2026 Feltre)


Passa in bici con la busta, mentre sulla vetrina il barbiere continua a lavorare. Lui pedala, loro restano: un movimento solo, dentro un quadro che non smette mai di accadere. Scatto, e per un attimo mi sembra che il paese sia fatto così: persone reali che passano, e persone dipinte che non se ne vanno. (Fonzaso 2026)


Lui scorre, loro restano: un gesto reale che attraversa un’immagine che non finisce mai.

Scatto, e il paese sembra trattenere il fiato, come se il tempo qui, preferisse riflettersi invece che andare avanti.

(2026 Fonzaso)


Stamattina ho visto una mano aprire una portiera con la sicurezza che io non ho nemmeno quando apro il frigo. Le unghie rosse brillavano come se sapessero già di essere fotografate. Ho scattato al volo: certe eleganze non aspettano. Succedono. E se non le prendi, ti salutano con un click mancato. (2013 Marostica)



Una mano sfiora la portiera come si sfiora un confine. Non c’è colore, solo il tempo che decide di fermarsi un secondo prima del movimento. Scatto: il resto è già passato, anche se nessuno se n’è accorto. (2013 Marostica)


Li guardo qui, in stazione a Primolano, fermi ad aspettare un treno che non passerà. La voce metallica dice che arriverà un bus tra dieci minuti, ma loro sembrano più pazienti del destino. Io scatto e penso che certe attese non le interrompe nemmeno un annuncio. (2026 Primolano)


Primolano, seduti davanti a un binario che oggi è solo una linea nera nel vuoto. Il treno è stato soppresso, la voce metallica promette un bus tra dieci minuti, ma loro non si muovono: sembrano più fedeli del servizio stesso. Scatto, e penso che certe attese, in bianconero, diventano quasi una scelta di stile. (2026 Primolano)


Non c'è posa, c'è solo il quotidiano che passa. Una giacca bianca nel sole di mezzogiorno,        un guinzaglio teso dietro al fiuto di un piccolo cane, un piccione che attraversa senza fretta.    L'ombra lunga taglia i sanpietrini, e per un attimo il vicolo tiene insieme tre direzioni diverse.

 La street non è cercata. Succede. (2026 BorgoValsugana)


Il bianco della giacca, il grigio dei sanpietrini, il nero dell'ombra che taglia il vicolo.
Niente colori a distrarre, solo tre traiettorie: una donna, un cane, un piccione.
Succede lo stesso, ma sembra di sempre. (2026 Borgo Valsugana)


Al mercatino c’è di tutto: vestiti, sedie, specchi e riflessi che non si vendono. Lei aspetta, rossa come un semaforo che non cambia mai, mentre nello specchio appare un signore che sembra chiedersi dove sia finito. Scatto, e penso che in città non serve cercare la verità, basta uno specchio e un po’ di ironia per trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto. (2016 Marostica)


In bianco e nero il mercatino sembra ancora più sincero: niente colori, solo verità appoggiate ai muri. Lei aspetta, rossa nella memoria anche se qui il rosso non esiste, mentre lo specchio cattura un passante qualunque, uno di quei volti che il mercato inghiotte e risputa senza farci caso. Scatto, e penso che ogni mercatino ha il suo teatro: lei è la protagonista, il resto sono comparse che non sanno di esserlo. 
(2016 Marostica)


Le vedo sedute, una parla, l’altra si prepara come se dovesse entrare in scena. Io mi fermo, fingo di guardare altrove, ma in realtà sto già componendo. Scatto: il bar diventa teatro, la giacca un sipario, la telefonata un monologo. In fondo, la vita è piena di attrici che non sanno di esserlo.  (2026 Borgo Valsugana)


In bianco e nero tutto si fa più netto: la pausa, il gesto, la luce sul viso. Lei al telefono detta il ritmo, l’altra sorride come se sapesse che la sto fotografando. Scatto, e mi viene da pensare che il bar è il vero palcoscenico del paese, dove ogni giorno si recita la stessa commedia, ma con battute sempre nuove.
(2026 Borgo Valsugana)


La vedo seduta, sguardo dritto, muro bianco e quella parola che sembra un titolo di canzone. “SORRY”. Scatto, e penso che non c’è niente da scusarsi: è tutto perfetto così, un punk educato che non ha bisogno di urlare. La giacca parla più di mille slogan, e io mi limito a registrare il suo modo di stare, come se fosse una pausa tra due rivoluzioni. (Marostica 2024)


In bianco e nero il “SORRY” diventa quasi una confessione. Lei guarda dritto, come se sapesse che la fotografia non perdona. Scatto, e il muro diventa palco, la luce un riflettore. A volte penso che il punk non sia morto: si è solo messo a sedere per riflettere. (Marostica 2024)


Sto camminando e questo muro mi guarda come se sapesse già che lo fotograferò. Poi arriva lei, perfetta: passo deciso, telefono all’orecchio, completamente ignara di essere diventata la mia composizione del giorno. Scatto al volo, prima che il borgo si accorga che sto rubando un altro pezzo della sua routine. A volte penso che questi muri mi conoscano meglio delle persone che ci passano davanti.  Fonzaso 2026


In bianco e nero questo muro sembra ancora più arrogante: sta lì, dritto, convinto di essere lui il protagonista. Poi arriva lei, telefono all’orecchio, totalmente ignara di essere finita dentro la mia trappola visiva. Scatto senza pensarci troppo: il borgo non fa scenate, ma so che ogni volta che fotografo qualcuno qui, un muro da qualche parte si sente superiore. Fonzaso 2026










*******************

Rimango un attimo fermo, come se il borgo trattenesse il fiato prima di lasciarmi andare. Le persone passano leggere, si perdono dietro un angolo, si dissolvono tra due muri che conoscono più storie di quante io possa immaginare. Io raccolgo solo ciò che resta sospeso: un gesto che non si ripeterà, un’ombra che cambia direzione, un frammento di qualcuno che per un istante mi attraversa.

Continuo a tornare qui, perché questi luoghi non sono mai gli stessi, e ogni giorno chiedono un altro sguardo. Questa pagina rimane aperta così: come una finestra socchiusa sul movimento quieto del mondo.


Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati