29 luglio 2026

To Explore Abandoned Places: una soglia che non esiste

 

Ci sono luoghi che non appartengono più al mondo, ma nemmeno all’assenza. Stanno in una piega del tempo, come se la realtà avesse fatto un passo indietro lasciando un varco sottile. “To Explore Abandoned Places” è un attraversamento di quel varco: non un gesto fisico, ma una deriva dello sguardo.

Le stanze vuote non sono stanze: sono idee che hanno perso il corpo. Gli oggetti dimenticati non sono resti: sono domande che non cercano risposta. Ogni muro scrostato diventa una superficie mentale, un luogo dove il pensiero si appoggia e poi scivola via.

Qui la fotografia non registra: interroga. Si muove come un’ombra che vuole capire da dove arriva la luce. Ogni immagine è un tentativo di afferrare ciò che non ha forma, un dialogo con ciò che resta sospeso tra essere e non essere.

Un blog come un piccolo atlante dell’invisibile: mappe di ciò che non si vede, coordinate di ciò che non accade, tracce di un mondo che continua a esistere solo perché qualcuno lo guarda.

Pubblico sempre colore e bianconero perché lo stesso soggetto, per me, non è mai lo stesso. Nel colore vedo ciò che il mondo mostra senza filtri; nel bianconero, invece, resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore, e cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni significa ricordare che la fotografia non è una prova, ma un’interpretazione: un soggetto non ha un solo significato, ne ha almeno due. Il colore racconta come appare; il bianconero racconta come resiste. Per questo li pubblico sempre entrambi: sono due voci della stessa conversazione, e non voglio zittirne nessuna.




Entro nel piazzale come in un sogno che ha perso la musica. Le cupole della vecchia discoteca sembrano pianeti spenti, sospesi in un silenzio che sa di nebbia e di memoria. Cammino tra le crepe dell’asfalto, dove l’erba ha preso il posto dei fari, e ogni passo è un ritorno a un tempo che non c’è più.

Ricordo le notti in cui tutto vibrava: il basso che faceva tremare le pareti, le luci che tagliavano il buio come pensieri impazienti. Ora quelle stesse pareti respirano piano, come se stessero ancora aspettando qualcuno. Mi fermo davanti alla scala arrugginita, un tempo portava al ritmo, oggi conduce solo al silenzio.

Fotografo previsualizzando già l’immagine: la geometria del vuoto, la simmetria imperfetta, la malinconia che diventa forma. Non è nostalgia, è una conversazione con ciò che resta. La fabbrica del divertimento si è trasformata in un paesaggio mentale, dove la giovinezza non è perduta, ma sedimentata. (ciao ciao 2011)

Il bianco e nero qui non è nostalgia, è autopsia. La discoteca anni ’70/’80 si stende come un corpo che ha smesso di ballare, ma non di trattenere il ritmo. Le cupole sembrano cranî, le scale ossa, e l’asfalto una pelle che si screpola piano. Cammino tra le rovine del divertimento come in un museo del rumore: ogni silenzio pesa, ogni ruggine è una nota che non si spegne.

Fotografare diventa un atto chirurgico: taglio via il colore, lascio solo la struttura del tempo. Il monocromatico non consola, rivela. È la verità nuda di ciò che resta quando la giovinezza si ritira e il cemento prende il posto della musica.

Io scatto, e la luce mi risponde con un sarcasmo sottile: “Eri qui per ballare, ora sei qui per ricordare.” (ciao ciao 2011)


Scatto questa foto già sapendo che sarà una composizione chiusa, quasi un piccolo teatro naturale. La parete, con le radici che scendono come vene, sembra respirare piano; la finestra, opaca, lascia entrare una luce che non illumina ma ricorda. È una scena che si è costruita da sola, io arrivo solo per confermarla.

Mentre guardo nel mirino, penso che la fabbrica non è più un luogo di lavoro, ma un organismo: il muro è pelle, le radici sono memoria, la tenda è il suo ultimo respiro domestico. La fotografia diventa un gesto di ascolto, non di conquista. Previsualizzando il risultato come si immagina un sogno che si è già fatto: la simmetria imperfetta, la luce che si ferma prima di dire tutto, il tempo che si arrampica sulle pareti.

È un’immagine che parla di ritorno, non alla natura, ma al pensiero. E io, mentre scatto, mi limito a registrare il momento in cui la fabbrica smette di essere materia e diventa idea. (Schio 2007)

In monocromatico, questa immagine diventa quasi un respiro trattenuto. La parete, con le radici che scendono lente, sembra un corpo che ha deciso di non morire: continua a crescere, ma in silenzio. La finestra, pallida, è un occhio che non guarda più fuori, riflette solo la luce che riesce ancora a entrare. La tenda, invece, è come una pausa: un gesto umano rimasto a metà, un tentativo di separare il dentro dal fuori, ormai inutile.

Mentre scatto, sento che la fabbrica non è più un luogo, ma un organismo che pensa. Il bianco e nero toglie ogni distrazione, lascia solo la struttura del tempo: la materia che resiste, la vita che si infiltra, la memoria che si arrampica. È una fotografia che non parla di abbandono, ma di metamorfosi. E io, dietro la macchina, mi limito a registrare il momento in cui la natura scrive la sua firma sulla storia dell’uomo. (Schio 2007)


Quando scatto queste foto, mi accorgo che non sto fotografando due oggetti: sto fotografando due modi di ricordare. L’elenco telefonico del 1980 è una geografia di nomi, una mappa di relazioni che non esistono più ma che continuano a occupare spazio. Il registro scritto a mano, invece, è un diario involontario: la fabbrica che annota se stessa, giorno dopo giorno, senza sapere che un giorno qualcuno l’avrebbe guardata così.

Nella composizione cerco la calma, quella lentezza che Ghirri amava: metto i due volumi vicini, come se stessero conversando. La luce arriva morbida, non vuole spiegare nulla, vuole solo sfiorare. E allora mi fermo, lascio che la scena si costruisca da sola: il colore tenue, la polvere che diventa atmosfera, la carta che sembra respirare.

In quel momento capisco che non sto documentando una fabbrica abbandonata: sto fotografando la memoria del mondo quando nessuno guarda. (Schio 2007)


In monocromatico, la scena diventa quasi un teatro dell’assurdo. Io entro nello stabilimento tessile abbandonato, come in una biblioteca dimenticata: la polvere è l’unico bibliotecario rimasto. L’elenco telefonico del 1980 mi guarda dal pavimento, aperto su Verona, città che qui non c’entra nulla, ma che sembra voler dire: anche la memoria ha bisogno di in indirizzo. Il registro, invece, si piega sul vuoto come un pensiero che non trova più appoggio.

Mentre scatto, mi viene da sorridere: due libri che non si leggono più, ma che continuano a raccontare. Uno parla di chi c’era fuori, l’altro di chi lavorava dentro. Ora sono entrambi fuori posto, come due impiegati rimasti dopo la chiusura, che non hanno capito che il turno è finito da decenni. La luce, ironica e precisa, li illumina come se fossero ancora importanti.

E io, che li fotografo, mi limito a registrare la loro ostinazione, quella di voler esistere anche quando nessuno li cerca più. (Schio 2007)

Il colore qui non serve a descrivere, ma a respirare. È un tono che si muove piano, come la memoria di una luce passata. Ghirri avrebbe guardato questi segni come si guarda una mappa interiore: non per orientarsi, ma per perdersi con grazia.

Le tracce dei muletti diventano linee di pensiero, piccole geografie del tempo. Il pavimento è un paesaggio mentale, dove il lavoro si è trasformato in forma e la forma in silenzio. Il colore,

quasi assente, è la voce più discreta del reale, quella che resta quando tutto il resto tace.

In fondo, questa fotografia non parla difabbrica, ma di percezione: di come il mondo, anche quando scompare, continua a disegnare se stesso. (Bassano del Grappa 2007)

Questi segni non sono tracce di lavoro, ma di pensiero. I muletti hanno inciso sul pavimento una scrittura che non appartiene più alla fabbrica, ma al tempo stesso. Ogni curva è un gesto che continua a ripetersi anche dopo la fine, come se la materia ricordasse il passaggio di chi l’ha attraversata.

Nel bianco e nero, la superficie diventa una mappa mentale: non più cemento, ma memoria. È il luogo dove il movimento si è fatto idea, dove la fatica si è trasformata in forma. La fabbrica non esiste più, ma il suo ritmo sopravvive, un battito lento, inciso nella terra.

Fotografare questi segni è come ascoltare un pensiero che non ha voce: la presenza che resta, anche quando tutto il resto è già andato via. (Bassano del Grappa 2007)

Davanti al portone metallico del capannone, ho sentito il silenzio vibrare come un rumore sottile: i writers hanno preso la ruggine e l’hanno trasformata in segno, in ritmo, in una specie di partitura astratta.

Le frecce, i punti, le macchie di blu e bianco sembrano dialogare con le ferite del metallo, come se la materia stessa volesse dire qualcosa, ma solo a chi si ferma abbastanza da ascoltare. Io ho scattato quasi per istinto, attratto da quella geometria improvvisata, da quel caos che si organizza da solo. Era un pomeriggio fermo, luce piatta, eppure tutto vibrava: il ferro, la vernice, persino l’aria tra le due lamiere.

In quel momento ho capito che l’abbandono non è mai vuoto: è solo un modo diverso di parlare. E la fotografia, lì, non documenta, traduce.  (Schio 2007)

Nel momento dello scatto, ho sentito che il colore avrebbe distratto: volevo la forma nuda, la tensione tra pieni e vuoti, tra direzioni e domande. 

Il bianco e nero restituisce la verità di questi luoghi, non nostalgia, ma presenza. È come se il capannone respirasse ancora, ma in un’altra dimensione, dove ogni segno è un pensiero che non si è mai concluso. (Schio 2007)


Alla fine, ciò che chiamiamo “luogo abbandonato” non è un luogo. È un varco, un’interruzione, un piccolo enigma che continua a respirare anche quando nessuno lo guarda. “To Explore Abandoned Places” si chiude qui, in questa soglia che non ha porte: un punto in cui il visibile si assottiglia e il resto, ciò che non sappiamo nominare, prende forma.

Non è una conclusione: è un ritorno. A quella luce obliqua, a quel silenzio che sembra pensare, a quella materia che non vuole essere capita ma solo attraversata. Ogni visita è un cerchio che si richiude e si riapre, ogni immagine un tentativo di restare un po’ più vicini all’invisibile.

 

 

“L’esploratore prende solo fotografie e lascia solo impronte; ma nei luoghi abbandonati, 

spesso accade il contrario: sono loro a imprimere qualcosa in te,  

e tu a lasciare un’immagine che non sapevi di avere.”


25 luglio 2026

Spazi di Passaggio

 

Spazi di Passaggio Una serie che non racconta il luogo urbano: lo attraversa.

Ci sono luoghi che non chiedono attenzione: la pretendono. Frammenti di paesaggio abitato dove il movimento non è gesto, è condizione. Spazi senza padrone, che diventano visibili proprio perché nessuno li guarda.

La serie nasce nell’attraversare: quando non vai da nessuna parte e il borgo, per un attimo, si apre. Un muro che prende luce come un colpo secco, una strada che si apre come una fenditura, un edificio che trattiene il fiato. Sono luoghi di transito: superfici che dividono e uniscono, linee che spingono, volumi che risuonano. Scene minime, ma con una presenza che non puoi ignorare.

Qui l’urbano non è sfondo: è un personaggio che parla poco ma dice tutto. Non cerco il paesa come scena: cerco la sua struttura mentale, la trama di tensioni che lo tiene insieme. La continuità con le soglie si allarga: non più il limite tra dentro e fuori, ma il punto in cui la realtà cambia densità. Il passaggio non è luogo: è fenomeno.

La luce non illumina: incide. Ogni superficie è un indizio, ogni ombra una direzione, ogni vuoto un avvertimento. Sono immagini che non spiegano: tagliano. Che non mostrano: aprono. Cercano il momento prima dell’evento, quando il luogo abitato smette di essere ciò che sembra e diventa possibilità.

Spazi di Passaggio è un atlante di ciò che sta tra: tra edificio e cielo, tra marciapiede e ombra, tra gesto e silenzio. La geografia del quasi niente, dove l’essenziale non è ciò che si vede, ma ciò che si attraversa.

Pubblico sempre colore e bianconero perché lo stesso soggetto, per me, non è mai lo stesso. Nel colore vedo ciò che il mondo mostra senza filtri; nel bianconero, invece, resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore, e cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni significa ricordare che la fotografia non è una prova, ma un’interpretazione: un soggetto non ha un solo significato, ne ha almeno due. Il colore racconta come appare; il bianconero racconta come resiste. Per questo li pubblico sempre entrambi: sono due voci della stessa conversazione, e non voglio zittirne nessuna.

 

La piccola biblioteca di Fonzaso sembra respirare piano. La scritta che si consuma, la bicicletta appoggiata al muro, tutto è fermo, ma vivo. 

C’è un silenzio che non pesa, un tempo che si è fermato per gentilezza. Mi piace pensare che qui i libri non si leggano, ma si ascoltino: come voci che arrivano da dietro le finestre chiuse. 

La facciata è un volto antico che non ha bisogno di essere restaurato. Ogni crepa è una parola, ogni ombra una pausa.

È una fotografia che non racconta, ma trattiene, come se la realtà avesse deciso di restare immobile per un istante, solo per farsi guardare. Un luogo che non chiede attenzione, ma la ottiene per sottrazione.      (2026 Fonzaso)



In monocromatico, la biblioteca di Fonzaso diventa quasi un sogno architettonico. La scritta “Biblioteca Civica” si stacca dal muro come un pensiero antico, e le finestre chiuse sembrano trattenere il respiro dei libri.

La bicicletta appoggiata, il selciato che vibra di luce grigia, le persiane che si aprono appena, tutto è sospeso, come se il tempo avesse deciso di fermarsi per ascoltare il silenzio.

È una scena che non racconta, ma suggerisce. Un luogo che si fa memoria, dove la parola “civica” non indica solo appartenenza, ma anche cura. Mi piace pensare che in questo bianco e nero la biblioteca diventi un organismo che respira piano, come una pagina che non si chiude mai.                                                                                                                 

(2026 Fonsazo)

                                                 


Mi piace pensare che questo spazio sia un piccolo paradosso visivo: un segnale che non guida, una soglia che non apre, un passaggio che non porta. 

È l’essenza di Spazi di Passaggio: il momento in cui il senso si ferma e diventa forma.

Un luogo che non chiede di essere capito, ma attraversato con un sorriso tagliente, come chi sa che anche l’ironia, a volte, è una direzione.  (Feltre 2026)


In monocromatico, questo spazio diventa quasi un enigma.

La freccia sul muro, più segno che direzione, sembra indicare un altrove che non esiste.

La fontana, immobile, osserva la scena come un testimone ironico di qualcosa che non accade mai.

La luce taglia il muro con precisione chirurgica, trasformando il cemento in pensiero.

È un luogo che si finge semplice, ma è pieno di tensione: tra il gesto e la sua assenza, tra il senso e la sua evaporazione.

Un frammento che non chiede di essere capito, ma attraversato con la stessa indifferenza con cui si guarda un segnale stradale in un sogno.

Perfettamente dentro Spazi di Passaggio: un punto in cui la realtà si ferma, fa un sorriso sottile, e ti lascia passare.

(2026 Feltre)


Fuori dal muro, il borgo respira piano.
Una bottiglia verde presidia l’angolo, non è dimenticata, è di guardia. Serve a sviare gli animali, ma finisce per sviare anche lo sguardo. Un piccolo trucco domestico che diventa gesto urbano, quasi scultura.

Mi piace pensare che questo passaggio sia una forma di difesa poetica: l’oggetto quotidiano che si ribella al suo destino di plastica e diventa segnale, presenza, ironia.
Il muro osserva, la luce taglia, il lago sullo sfondo finge indifferenza. Tutto è quieto, ma niente è innocente.

Un frammento di realtà che si prende gioco del suo stesso ordine. Un angolo dove anche la banalità ha un ruolo da protagonista. E io, come sempre, passo, ma lascio che sia il dettaglio a raccontare.  (Arsie 2026)
 


In monocromatico, il borgo diventa più spietato. La bottiglia resta lì, sentinella ironica contro cani, gatti e forse anche contro la distrazione. Un gesto domestico che si trasforma in segnale urbano, quasi un atto di resistenza estetica.

La luce taglia la strada come una lama, il muro osserva, le case fingono di dormire. Tutto è quieto, ma ogni dettaglio sembra pronto a ribellarsi. Il paesaggio non accoglie: provoca. E io, passando, mi lascio attraversare da questa ironia involontaria, un piccolo teatro del quotidiano, dove anche la plastica ha un ruolo da protagonista.

Un frammento perfettamente dentro Spazi di Passaggio: il luogo che non si mostra, ma ti guarda mentre lo attraversi.   (Arsie 2026)


Fuori dal muro del cimitero, il tempo si è fatto materia. Il sasso, posato nella crepa del cemento, sembra un pensiero rimasto a metà, un frammento che resiste, come se volesse trattenere il passaggio stesso. La superficie ruvida, la luce che incide, il muschio che cresce piano: tutto parla di un equilibrio fragile tra permanenza e dissolvenza.

In questo spazio, il confine non separa ma rivela. Il muro non chiude: diventa soglia. L’epigrafe sullo sfondo è solo un segno, un eco del linguaggio del tempo. Io guardo e sento che l’immagine non descrive, ma pensa. È un piccolo esperimento di realtà, dove anche la pietra sembra interrogare il silenzio. Un luogo che non appartiene, ma accade.  (Campese 2026)

Fuori dal muro del cimitero, il monocromo diventa pensiero. Il sasso, incastrato nella crepa, è un punto di equilibrio tra materia e assenza. La luce non descrive: seziona. Il muro, la superficie, il muschio, tutto vibra come un linguaggio ridotto all’essenziale.

In questo frammento, il tempo non scorre: si deposita. Il luogo urbano si fa soglia, il cemento diventa memoria, la pietra un segno che pensa. L’epigrafe sullo sfondo è solo un’eco, un richiamo alla presenza che si dissolve.

È un’immagine che non racconta, ma interroga. Un passaggio tra due densità del reale: quella che vediamo e quella che ci attraversa, dove anche il silenzio ha una forma. (Campese2026)

  

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Alla fine, ciò che rimane non è il luogo urbano: è il suo passare. Le immagini raccolte qui non fissano un luogo, ma una condizione. Sono frammenti di un attraversamento continuo, punti in cui la realtà si assottiglia e lascia filtrare qualcosa — una direzione, un silenzio, un lampo di senso. Ogni fotografia è una fenditura: un varco che non conduce a un altrove, ma al modo in cui guardiamo.

Spazi di Passaggio si chiude così: con l’idea che il paesaggio abitato non è da interpretare, ma da attraversare. E che ciò che conta non è il luogo in sé, ma la vibrazione che lascia mentre lo si oltrepassa.

 

                          “Non cerco il luogo: cerco ciò che lo attraversa.”



24 luglio 2026

CIÒ CHE MI SFIORA



 

Ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati, ma attraversati. Spazi che non trattengono il passato, ma custodiscono ciò che ancora vibra, come un respiro che non si è arreso alla polvere.

n questi ambienti feriti ho imparato a non cercare storie, ma presenze. A volte un volto che si lascia intravedere dietro un velo lacerato, a volte un corpo che si offre alla luce come un gesto di fiducia. Altre volte solo un’ombra, un movimento minimo, un’apparizione che dura il tempo di un battito. 

Ho capito che la presenza non è un fatto, ma un movimento: un entrare e uscire, un trattenersi e un rivelarsi, un dialogo silenzioso tra ciò che resta e ciò che ritorna.

Questa storia è un attraversamento. Un tentativo di ascoltare ciò che non parla, di vedere ciò che non si mostra, di riconoscere ciò che continua a vivere anche quando tutto sembra finito.

Alla fine, in uno di questi corridoi, ho incontrato anche me stesso. Non come protagonista, ma come passante.

CIÒ CHE MI SFIORA nasce da qui: dal bisogno di esserci senza rumore.

Pubblico sempre colore e bianconero perché lo stesso soggetto, per me, non è mai lo stesso. Nel colore vedo ciò che il mondo mostra senza filtri; nel bianconero, invece, resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore, e cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni significa ricordare che la fotografia non è una prova, ma un’interpretazione: un soggetto non ha un solo significato, ne ha almeno due. Il colore racconta come appare; il bianconero racconta come resiste. Per questo li pubblico sempre entrambi: sono due voci della stessa conversazione, e non voglio zittirne nessuna.

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Non è un corpo che vola, ma un’idea che tenta di attraversare il muro. Il cielo non è sfondo, ma memoria di ciò che non ha peso. E in quell’istante immobile, il gesto diventa domanda: dove finisce ciò che mi sfiora e dove comincia ciò che sono?


 Nel silenzio del muro, il corpo diventa soglia. Non vola, non cade: resta. È la forma di un pensiero che ha smesso di cercare il cielo, e ora lo abita, come un’ombra che ha imparato a respirare la luce. 


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Quando si attraversano luoghi che non ci appartengono, si finisce sempre per lasciare qualcosa dietro di sé. Un passo, un pensiero, un frammento di attenzione. E allo stesso tempo si porta via qualcosa che non si era venuti a cercare.

In questo viaggio ho incontrato presenze che non parlano, ma che sanno farsi sentire. Corpi che emergono dalla luce, ombre che sfiorano i muri, gesti che sembrano sospesi da anni. Ogni spazio mi ha restituito un modo diverso di esistere, un modo diverso di stare al mondo.

Alla fine, senza accorgermene, mi sono ritrovato anch’io dentro questo movimento. Non come figura centrale, non come voce che guida, ma come parte del paesaggio. Un passante tra altri passanti, un corpo tra altri corpi, una presenza tra le presenze.

È questo che porto con me: la consapevolezza che la presenza non è mai un atto di forza, ma un equilibrio fragile tra ciò che offriamo e ciò che accogliamo. Tra il restare e l’andare. Tra il vedere e il lasciarsi vedere.

Esco da questi luoghi con una gratitudine silenziosa. Per ciò che ho trovato, per ciò che non ho capito, e per tutto ciò che continuerà a esistere anche senza di me.

Il viaggio si chiude qui, ma la presenza, quella, continua.


2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI  Tutti i diritti riservati

21 luglio 2026

Vetrine interrotte

 

Vetrine interrotte

Cammino tra le strade dei paesi come si sfoglia un album di fotografie non ancora scattate. Le vetrine interotte mi guardano, anche quando non hanno più nulla da mostrare: un riflesso stanco, una sedia dimenticata, un cartello “torno subito” che ha smesso di crederci. Sono luoghi che hanno smesso di parlare, ma non di esistere. Ogni serranda abbassata è una pausa nel ritmo della città, un respiro trattenuto, una parentesi che nessuno ha mai chiuso.

Eppure, proprio lì, dove tutto sembra finito, le vetrine chiuse hanno un talento speciale: riescono a essere più sincere dei negozi aperti. Non devono venderti niente, non devono convincerti di nulla. Ti mostrano la verità nuda: un neon morto, una pianta secca che non ha retto la crisi, un pezzo di scotch che tiene insieme un mondo che non si tiene più.

Cammino davanti a queste vetrine come si passa davanti a vecchi amici che non hanno più voglia di parlare, ma che ti salutano lo stesso con un cenno impercettibile. Alcune sono state rioccupate da associazioni, cori, gruppi folcloristici: metamorfosi improbabili, come se un ex negozio di scarpe decidesse di diventare sede del Club Amatori Fisarmonica. Sono reincarnazioni buffe, tenere, a volte eroiche: la vita che torna, ma con un’altra voce, un’altra postura, un’altra storia da raccontare.

In fondo, questi luoghi non sono morti: hanno solo cambiato mestiere. E io li fotografo così, senza pietà ma con un certo affetto, perché anche le serrande abbassate meritano la loro piccola gloria. In queste pagine raccolgo ciò che resta e ciò che ricomincia: frammenti di un paesaggio che non si arrende, anche quando sembra fermo. Un inventario di assenze, di ritorni improbabili, di silenzi che fanno più rumore di un’insegna al neon.

Vetrine interrotte è un luogo di passaggi lenti, dove le serrande abbassate non chiudono davvero, ma trattengono storie che nessuno ha più il tempo di ascoltare. Le botteghe sospese diventano pagine di un libro urbano: capitoli senza titolo, fotografie che non hanno ancora trovato la loro luce.

Ogni vetrina chiusa è una pausa nel respiro della città, un frammento che resiste al rumore, un gesto minimo che continua a esistere anche quando tutto sembra essersi ritirato. E ogni locale rioccupato — da cori, associazioni, gruppi che reinventano lo spazio — è una piccola rinascita, una voce nuova che cresce dentro un guscio antico.

Questo progetto è un atlante di assenze che brillano, di metamorfosi silenziose, di luoghi che non hanno paura di cambiare pelle. Un inventario poetico delle cose che restano, delle cose che tornano, e di quelle che, ostinatamente, continuano a guardare la strada anche quando la strada non guarda più loro.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.

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Non si sa più cosa si vendeva qui. Ora si tramanda, le vetrine custodiscono oggetti che non chiedono più di essere usati, solo ricordati. Dentro, il tempo non passa: si appoggia sulle cose, le sfiora, le lascia lì come semi che non germogliano ma non smettono di significare.

Drio le peche”, seguire le orme di chi c’era prima, qui diventa un gesto lento, un passo che attraversa le epoche senza far rumore. Una bottega del passato che ora insegna a camminare. 

Le vetrine custodiscono oggetti che non servono, ma insegnano a camminare come si faceva una volta, seguendo le orme di chi c’era prima.  (Lamon 2026)

La vetrina non vende più, riflette. Gli oggetti sembrano fantasmi educati, in posa dietro il vetro come in un museo del tempo.

Il bianco e nero toglie ogni nostalgia: resta solo la forma, la memoria che si fa geometria.

Drio le peche”, camminare sulle orme di chi c’era prima, qui diventa un esercizio di luce e silenzio: un passo dentro la storia, senza rumore, senza ritorno. (Lamon 2026)


La farmacia chiusa da anni. La cura è rimasta nel muro, non nei flaconi. Il sole fa ancora il turno. (Arsie 2026)

 La cura è evaporata, rimasta solo nei muri che non guariscono nessuno.

Nel bianco e nero il sole non consola: fa il turno per dovere, non per pietà. (Arsie 2026)

 


“Le vetrine interrotte restano lì, custodi silenziose di ciò 

che la città dimentica e di ciò che deve ancora accadere.”


2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI  Tutti i diritti riservati




04 luglio 2026

Venezia - Le Soglie del Tempo

 


Ci sono città che si attraversano, e città che ti attraversano. Venezia, per me, non è mai stata un luogo da visitare: è stata una presenza. Una voce che arriva da lontano, una memoria che non ho scelto, un riflesso che mi precede.

Quando sfoglio l’archivio analogico, non sto guardando immagini: sto entrando in una stanza che conosco da sempre, anche quando non ricordo di esserci stato. La città si muove, si piega, si duplica. E io, ogni volta, mi ritrovo dentro un pensiero che non è solo mio.

In questa serie non cerco di raccontare Venezia: cerco di capire cosa mi sta dicendo. Ogni fotografia è un frammento di un dialogo che continua da anni, e ogni accostamento è un tentativo di ascoltare meglio. Metto due immagini una accanto all’altra e aspetto. Aspetto che succeda qualcosa. E succede sempre. E anche i singoli scatti, isolati dal resto, continuano a parlare: sono soglie che non conducono a un luogo, ma a una possibilità. Ogni immagine è un varco che si apre da solo, senza chiedere il permesso.

Le fotografie cominciano a parlarsi. Si rispondono, si punzecchiano, si contraddicono. Una vetrina mi rimanda a una piazza, un passaggio a un riflesso, un volto a un’ombra. Non cerco la simmetria: cerco quel punto in cui due realtà lontane si riconoscono come parte di un’unica intuizione. È lì che Venezia smette di essere città e diventa forma mentale. 

Le calli non conducono: suggeriscono. Le architetture non descrivono: indicano. L’acqua non riflette: pensa. E io, nel mezzo, provo a capire se sto guardando o se sono guardato.

La memoria familiare, la nonna, le zie, la trattoria "Al Mondo" vicino a Ca’ d’Oro, è una vibrazione che non si vede ma c’è. Una tonalità che attraversa tutto, come un profumo che non sai nominare ma riconosci subito. È la radice che dà peso alle immagini, che le scalda, che le rende vive anche quando sembrano astratte.

In Venezia, Le Soglie del Tempo non cerco la verità dell’immagine. Cerco la sua possibilità. Cerco quel punto in cui la fotografia smette di rappresentare e comincia a pensare. Quel punto in cui due fotogrammi, messi uno accanto all’altro, aprono un varco che non appartiene più né all’uno né all’altro, ma a ciò che nasce tra loro.

Questa serie è il mio modo di attraversare Venezia senza muovermi. Di ascoltarla senza rumore. Di guardarla mentre lei, silenziosamente, guarda me.

Il blog resta aperto allo stesso modo: una soglia in continuo aggiornamento, sempre pronta a lasciar passare nuove visioni.





A sinistra, i muri parlano più delle persone. Manifesti strappati, parole che si sovrappongono, Cellophane, La città espropriata, La donna e la pace. È come se Venezia avesse scritto un poema involontario, fatto di carta e crepe. A destra, un uomo con una pentola in testa: non è maschera, è pensiero. Un gesto che sembra ironico, ma è anche profondamente vero. Forse è la città stessa che si traveste per non farsi riconoscere.

La luce è neutra, quasi distratta. Non giudica, non celebra. Si limita a rivelare che tutto, anche l’assurdo, può essere parte dell’ordine delle cose. E io, guardando, mi accorgo che il Carnevale non è festa: è una forma di lucidità. Un modo per dire che la realtà, a volte, è più surreale di qualsiasi maschera.  (Carnevale di Venezia 1987)


Alle 6:30 Venezia fa finta di essere seria.

La piazza è vuota come una cartolina troppo presto stampata, e il cameriere in giacca bianca allinea le sedie con la concentrazione di chi sta risolvendo un problema filosofico. Una sedia un po storta, un’altra che non vuole stare al suo posto: la geometria del mondo è sempre più ribelle di quanto sembri.

La luce, intanto, prova a essere drammatica, ma finisce per sembrare un riflettore timido che non sa bene dove cadere. I piccioni osservano la scena con aria professionale, come se fossero loro i veri critici della piazza.

Io cammino dentro tutto questo e mi viene da sorridere: la città si prepara al giorno con la stessa serietà con cui un bambino sistema i suoi giocattoli. E forse è proprio questo che mi piace: la bellezza che non si prende troppo sul serio, la realtà che si mette in posa senza sapere di essere guardata.

(1994)


Dal ponte di Rialto, quella mattina, Venezia sembrava respirare con me. L’acqua era ancora quieta, come se aspettasse il primo rumore del giorno. Il fornaio attraversava il ponte con il pane caldo, e io lo seguivo con lo sguardo, un gesto semplice, ma pieno di senso.

Camminavo piano, e pensavo che ogni mattina qui è una piccola rinascita. Le serrande chiuse, le finestre spente, il Canal Grande che si prepara a muoversi: tutto era parte di un ritmo antico, familiare. Mi piaceva quella Venezia che non si mostra, che vive nel silenzio prima del giorno, quando il tempo sembra ancora disponibile.

In quell’istante, non stavo fotografando la città. Stavo cercando di ricordare come si sente il mondo quando si sveglia. E Venezia, come sempre, mi ha insegnato a farlo piano, con rispetto, con luce, con respiro. (1994)

Alle 5:30 mi sembrava sempre di arrivare prima del mondo. La città era ancora un respiro lento, l’acqua immobile, le calli vuote come pagine non scritte. Le prime attività si muovevano senza fretta: una serranda che si alza, una luce che si accende, il rumore secco dei pesci sul banco. Io camminavo dentro tutto questo con la sensazione di essere parte del risveglio, non un osservatore. In quell’ora Venezia non mi parlava: mi riconosceva. E ogni gesto, una mano che sistema la merce, un passo che attraversa la piazza, diventava un modo per ricordarmi che il giorno comincia sempre da qualcosa di piccolo. (1994)


Cammino tra le calle ancora vuote, e la città sembra respirare con me. A sinistra, il bar del Calcio Venezia: il primo caffè, le voci basse, il gesto familiare di chi apre la giornata. A destra, una piazza che si apre come un pensiero: un uomo si ferma, un altro legge il giornale, e il tempo si allunga tra loro come una pausa.

Mi piace questa Venezia che non si mostra, che non ha bisogno di essere vista. È la città che conosco davvero, quella che vive prima del giorno, prima dei turisti, prima delle parole. Ogni passo è un ascolto, ogni luce un respiro.

Riguardando la foto, sento che ero lì non per fotografare, ma per riconoscere. Riconoscere la calma, la distanza, la bellezza che non si offre ma si lascia trovare. E forse, in quel silenzio, Venezia mi ha riconosciuto a sua volta. (1994)


A sinistra, il tempo si ferma. Un volto, un tavolo, una tazza: la quiete di chi osserva senza aspettare. A destra, il tempo riprende. Un corpo piegato, l’acqua che accoglie, il lavoro che comincia. Tra i due, un muro sottile, non separa, ma unisce. È la soglia dove la città respira, dove la vita e la contemplazione si toccano. Questa immagine non racconta Venezia: la pensa. E in quel pensiero, il silenzio diventa voce.


Alle sei del mattino, a fine inverno, Venezia non era città: era una presenza. Camminavo nella piazza come dentro un pensiero che non aveva ancora scelto la sua forma.La luce, divisa dalle colonne, sembrava interrogarmi più che mostrarsi. I due scatti, ora uniti, respirano insieme: la città che si sveglia, io che cerco un appoggio, il silenzio che tiene tutto in equilibrio. In quell’istante sospeso, Venezia non mi ha parlato. Mi ha riconosciuto. (Venezia 1994)


A quell’ora Venezia sembrava conoscermi. Camminavo nella piazza come si entra in un luogo che ti accoglie senza chiedere nulla. La luce era fragile, una promessa, e io mi sentivo parte di quel silenzio che non giudicava.

Quando ho sollevato la macchina fotografica non cercavo una composizione. Cercavo un appoggio. Un punto fermo in un periodo incerto. E Venezia, in quel momento, mi ha offerto il suo respiro.

La piazza vuota era spazio: spazio per ascoltare ciò che non riuscivo a dire, spazio per sentire che qualcosa, dentro di me, continuava a muoversi.

Riguardando la foto oggi, ritrovo quel gesto: la mia mano che cerca stabilità, il mio sguardo che cerca un senso, la città che mi risponde senza parole.

Forse è questo il cuore di quella mattina del ’94: per un istante, Venezia mi ha visto davvero.


Burano, 1984. Ricordo il muro scuro, la luce ferma, il silenzio del mattino. E ricordo lei, mia figlia, che attraversa la scena senza saperlo, leggera come un pensiero che mi accompagna ancora oggi. La finestra, il palo, la sua ombra breve: tutto si dispone attorno al suo passo, come se il mondo si aprisse per un istante soltanto. Non stavo fotografando un luogo: stavo fotografando un tempo che continua a vivere, anche adesso che lei non c’è più. Ogni volta che riguardo questo scatto, la soglia si riapre. E lei passa ancora.


In questa immagine riconosco la Venezia che respira all'alba, quando la città è ancora intatta. La piazza è quieta, attraversata solo da chi la abita davvero: passi lenti, gesti familiari, nessuna fretta. La colonna davanti a me divide la scena come una soglia tra il silenzio della notte e il primo movimento del giorno. La luce è morbida, ancora domestica; le ombre disegnano la geometria del risveglio. È il momento in cui Venezia non si mostra: mi parla sottovoce. (1994)

Cammino tra le calli ancora chiuse, quando Venezia respira piano. Le saracinesche abbassate, le vetrine spente, i muri segnati dal tempo: tutto è in attesa. La soglia tra i due spazi, il passaggio e la strada, è come un pensiero che non decide dove stare. La luce è ferma, sospesa tra notte e giorno. È la Venezia che vive nel silenzio, prima che il mondo la attraversi.



La trattoria "Al Mondo" è un punto di origine, una memoria che vibra sotto la superficie. Il resto è gioco, tentativo, costruzione. Ogni soglia è un varco, ogni accostamento una possibilità di attraversamento.

Non cerco la verità dell’immagine. Cerco il suo pensiero.

Alla fine, questa serie è un modo per stare con Venezia senza doverla spiegare. Per lasciarla parlare, per lasciarla muovere, per lasciarla duplicare se stessa. Ogni coppia di immagini è una porta che si apre su un luogo che non esiste, ma che continua a chiamarmi.

Le soglie sono aperte. Il resto lo farà la città. E io, ogni volta, cercherò di ascoltare meglio.


"Ogni soglia è un invito a guardare ciò che non appare"

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