25 giugno 2026

DOVE NON PRENDE IL NERO



“come un ricordo”

Non so esattamente quando ho iniziato a tornare in luoghi che non mi appartenevano più. Forse è successo il giorno in cui ho capito che certi silenzi non si ascoltano: si attraversano. Ricordo il caldo, prima di tutto. Un caldo che non aveva stagione, che non veniva dal cielo ma dai muri stessi, come se gli edifici respirassero ancora, lenti, ostinati. La vegetazione non cresceva: tratteneva. Sembrava custodire qualcosa che non voleva lasciare andare.

La prima volta che entrai nella chiesa del manicomio, non cercavo niente. Stavo solo camminando, come faccio quando non so dove mettere i pensieri. Il pavimento era coperto di polvere e luce, e il rosone lasciava cadere un’ombra che sembrava un orologio rotto. Fu lì che vidi il libro da messa, aperto come se qualcuno l’avesse lasciato cadere un attimo prima. Dentro, il negativo del granchio.

Non lo capii subito. Lo presi in mano e il punto bianco al centro mi guardò come un occhio che non voleva giudicare. Era un difetto, forse. O forse no. Sembrava un luogo dove il nero non aveva voluto posarsi, un rifiuto, una piccola ribellione della luce.

Da quel momento, ogni stanza che attraversavo sembrava parlare la stessa lingua. I letti arrugginiti, le celle con il lavandino, le sedie coperte dalla pianta che si era seduta ad aspettare, le scritte sui muri che non chiedevano perdono. Ogni oggetto era un indizio, un frammento di una storia che non avevo vissuto ma che, in qualche modo, mi stava scegliendo.

E poi c’era lui. Il ragazzo che disegnava granchi. Non l’ho mai incontrato, ma l’ho visto ovunque: nei fogli sparsi, nei segni incisi con l’unghia, nel modo in cui certe porte sembravano chiudersi più forte, come per trattenerne il ricordo. La suora che suonava l’organo, invece, l’ho immaginata. La vedo ancora spingere sui pedali per coprire il tremore del coro, come se il suono potesse tenere insieme ciò che la vita aveva lasciato andare.

Quando ho trovato il graduale aperto sul Dies Irae, con l’ostia incollata sopra il punto bianco, ho capito che non stavo più fotografando un luogo. Stavo fotografando una ferita. Una ferita che non si era mai chiusa.

Questo racconto nasce da lì: dal bisogno di seguire quella traccia, quel passo laterale, quel piccolo assoluto che resiste al tempo. Non è un’indagine, non è un reportage. È un ritorno. Un modo per camminare dentro un ricordo che non è mio, ma che mi ha riconosciuto.

E se decidi di entrare anche tu, fallo piano. Non per rispetto, per ascolto. Perché qui, dove il nero non prende, tutto ciò che resta è vivo.

 

“il racconto”

Cammino dove il nero si ferma. La navata è un respiro trattenuto, un luogo che non vuole essere disturbato. La luce entra dall’alto come un pensiero che non sa dove posarsi. Il rosone proietta un’ombra che sembra un orologio rotto.

Fuori, il sentiero si apre in più direzioni. Il parco è vasto, disseminato di edifici come isole: alcuni bassi, altri stretti, altri ancora nascosti dietro la vegetazione che trattiene il caldo invece di disperderlo. Ogni struttura sembra avere un proprio respiro.



Il primo edificio è lungo, con finestre alte e muri scrostati che mostrano strati di vernice come pagine sovrapposte. Dentro, il corridoio sembra non finire mai. Ogni porta è un respiro trattenuto. Ogni stanza un frammento.


In una stanza trovo un letto arrugginito, piegato come un animale ferito. In un’altra, un lavandino minuscolo, incastrato in una cella che sembra fatta per contenere un pensiero più che una persona. 



Più avanti, un'altra stanza. Sul letto, un libro aperto. La polvere lo ha trasformato in un oggetto sacro, anche se non lo è. Sembra che qualcuno l’abbia lasciato lì un attimo prima.

In un altro edificio, una poltrona per infermi con un manifesto. La poltrona guarda il manifesto come si guarda un ricordo che non torna.

Le scritte sui muri sono ovunque. Non urlano. Non chiedono perdono. Sono lì da così tanto tempo che sembrano parte dell’intonaco, come vene sotto pelle.


Poi c’è la scala. Sale, ma non porta in alto: porta altrove. Ogni gradino è un suono secco, come se ricordasse ogni passo che l’ha attraversato.

In uno degli edifici centrali trovo pellicole e lastre. Sono disposte come reliquie, come se qualcuno avesse voluto conservarle con cura. Sul pavimento, una pellicola srotolata: un nastro di memoria che nessuno ha riavvolto.



E in mezzo a tutto questo, ovunque, c’è lui. Il ragazzo che disegnava granchi. Non l’ho mai incontrato, ma è in ogni edificio, in ogni stanza, in ogni traccia. I suoi fogli sono briciole. I suoi segni incisi con l’unghia sono sulle porte, sui tavoli, sui muri. Il punto bianco al centro dei suoi disegni è sempre lo stesso: un rifiuto del nero, un piccolo assoluto che resiste.




La suora che suonava l’organo la immagino ancora. La vedo spingere sui pedali per coprire il tremore del coro, come se il suono potesse tenere insieme ciò che la vita aveva lasciato andare.


Una notte, il ragazzo scese nel laboratorio fotografico — uno degli edifici più lontani, quello con le finestre coperte da assi. La luce rossa non illuminava: sospendeva. L’acqua tremava nella bacinella come se ricordasse qualcosa. Il granchio emerse piano, come un pensiero che non vuole essere detto. Il punto bianco era intatto, un piccolo assoluto che nessuna ombra poteva toccare.

La suora lo vide. Non parlò. Portò il negativo nella chiesa, l’unico edificio che sembrava ancora trattenere un senso di ordine, aprì il graduale sul Dies Irae e posò un’ostia sopra il punto bianco. Un gesto che era barriera e preghiera insieme.



Poi venne il silenzio. Quello vero. Quello che non si muove più.

Il ragazzo non rispose all’appello. La suora lasciò il velo su una sedia. Gli edifici rimasero soli. 

Il parco intero si chiuse come un occhio che non vuole più vedere.




Molto tempo dopo, quando i cancelli si aprirono per restauri e tetti nuovi, trovarono il libro. Trovarono il granchio. Il bianco era ancora lì, intatto. Il nero intorno aveva ceduto, come cedono le cose che hanno visto troppo.

Qualcuno lo staccò. Qualcuno lo mise in una busta. Qualcuno lo fotografò.

Ora gira. Di mano in mano, di schermo in schermo. E ogni volta che qualcuno lo guarda, il mondo si inclina. Il passo diventa laterale. Il respiro si fa più lento.

Perché c’è un punto, piccolo, duro, segreto dove il giudizio non prende. Dove nessuno ti pesa. Dove nessuno ti conta. Dove si cammina come i granchi: non per fuggire, ma per attraversare il mondo da un’altra direzione.


“ dove il passo si ferma, ma non finisce”

Quando esco, il caldo è lo stesso di quando sono entrato, ma non mi pesa più. È come se il luogo avesse deciso di restituirmi il respiro che mi aveva trattenuto. Mi volto un’ultima volta verso la chiesa: non sembra più un edificio, sembra un pensiero che continua anche senza di me.

Il sentiero è lo stesso, ma non lo riconosco. La vegetazione si richiude piano, come se volesse cancellare le mie orme. Le finestre, viste da fuori, non sembrano più finestre: sono occhi che hanno smesso di guardare e ora ricordano.

Cammino lento, senza fretta. Ogni passo è un ritorno, ma non verso casa: verso qualcosa che non so nominare. Il negativo del granchio è ancora nella mia tasca. Lo sento rigido, fragile, vivo. Il punto bianco sembra pulsare, come se avesse un ritmo suo, indipendente dal mio.

Mi fermo sotto un albero. La luce filtra tra le foglie e per un attimo ho l’impressione che tutto ciò che ho visto là dentro non sia finito, ma si sia semplicemente spostato. Che continui a muoversi, a respirare, a cercare un modo per non scomparire.

Forse è questo che fanno i luoghi quando li lasci: non ti seguono, ma ti restano addosso. Si infilano nelle tasche, nei pensieri, nelle fotografie che non hai ancora scattato.

Riprendo a camminare. Il mondo fuori è lo stesso, ma io no. E mentre il sentiero si allontana dalla chiesa, capisco che non sto davvero uscendo: sto solo cambiando direzione.

Un passo di lato. Sempre quello. Il passo dei granchi. Il passo di chi ha visto un punto dove il nero non prende e non può più ignorarlo.

E so che tornerò. Non per cercare qualcosa, per ascoltare ciò che non ho ancora sentito. Perché certi luoghi non finiscono quando li lasci: finiscono quando smetti di ricordarli. E io, questo, non voglio dimenticarlo.


2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI  Tutti i diritti riservati








20 giugno 2026

Mi piace raccontare storie.

 

 

Per anni ho inseguito gli scatti che restano.

Certi momenti però non si fanno incorniciare: chiedono l’inchiostro, non l’otturatore.

Questo è uno di quelli. Ha l’odore dell’acqua alta e della colla da rilegatore, il suono di una barcarola alle sei di sera.

È la storia di due persone. Ed è la storia di un libro.

Un Gozzano rilegato in tela blu notte che sparisce, brucia, ritorna senza farsi trovare.

Si muove tra Venezia e due date che non smettono di chiamarsi: 3 gennaio e 7 gennaio.

Se entrate, chiudete piano la porta. La stufa ticchetta già.

Mi piace raccontare storie.

E questa che segue non fa eccezione: è la conseguenza di un incontro con una persona che avevo già incontrato in una vita passata, un ritorno inatteso, una linea che si riannoda senza chiedere permesso.

Quindi, perché non raccontarle?

Le storie, quando bussano, vogliono solo questo: essere lasciate entrare.


 

“Ai 3 Gennaio. Ai 7 Gennaio”

 

Oggi

Io: 7 gennaio 1947

Lei: 3 gennaio 1976

Quasi 30 anni di differenza. Non ci siamo mai sposati, ma continuiamo a cercare lo stesso libro.

 

Noi, prima

Io: nato 7 gennaio 1897, rilegatore in calle della Mandola, Venezia

Lei: nata 3 gennaio 1906, studentessa di canto al Conservatorio Benedetto Marcello, figlia di un vetraio di Murano

 

3 gennaio 1928 - Ponte dei Barcaroli, ore 17:00

Acqua alta leggera. Io sono in ginocchio a salvare libri dalla bottega allagata. Lei passa con le scarpe in mano.

Vede il Gozzano gonfio tra le mie mani.

“È mio!” sulla prima pagina c’è scritto a matita: Chiara, 3/1/28, Venezia.

 Se me lo ridai così, muore domani. Se me lo rileghi, vive.

Torna tra tre giorni e porta qualcosa di asciutto da metterci dentro.


 

7 gennaio 1928, è il mio 31° compleanno

Lei torna con una foto trovata al mercato: un’alba sulla laguna. Sotto: “per chi lega i libri e le vite”.



Le consegno il Gozzano rilegato in tela blu notte, identica al suo foulard. Dentro ho nascosto il negativo di quella foto.



1928-1929

Ogni martedì alle 18 ci vediamo al Caffè Florian, tavolo vicino alla stufa. Nessun fidanzamento, nessun matrimonio. Solo il patto: io un libro rotto, lei una canzone rotta.

 

Novembre 1929

La bottega chiude. Parto per Trieste per lavorare al porto. L’ultima sera non al Florian, ma sul ponte dell’Accademia alle 5 del mattino.

Lei mi dà il libro: Tienilo tu. Così hai una scusa per tornare.

Non torno per quasi nove anni.

Lei tiene il libro fino al bombardamento del 1943 su San Basilio. La casa brucia, il Gozzano resta dentro. Lei si salva solo col foulard blu.

 

18 ottobre 1938, ore 18:00. Caffè Florian.

Sono tornato da Trieste da una settimana. Ho 41 anni, le mani ancora sporche di colla ma più lente. Lei ne ha 32, insegna canto ai bambini.

Io sono già al tavolo interno della sala degli specchi. Sul tavolo non c’è il libro blu, quello è perduto da cinque anni a venire, ma voi non lo sapete ancora, c’è solo una tazzina vuota per lei.

Lei entra alle 18:07, foulard blu notte annodato, cappotto che non toglie.



Lei: Hai salvato il mio libro o l’hai ucciso definitivamente?

(sorrido, è la stessa frase del 1928) L’ho salvato. Non so se ti piacerà come l’ho vestito.

Lei: Non ce l’hai più, vero? L’hai lasciato a Trieste.

L’ho lasciato a Venezia. Con te.

Ordina un caffè corretto. Il cameriere non la riconosce più.

Sono tornato per il mio compleanno in ritardo. Ne ho fatti quarantuno a gennaio.

Lei: E io trentadue. Mi hai fatto aspettare nove anni per una canzone.

Si china e mi canta sottovoce, come allora, due versi di barcarola. La voce non trema più per il freddo.

Lei: Perché sei tornato?

Perché le storie si rompono. Qualcuno deve rimetterle insieme.

Lei: E le persone?

Quelle sono più difficili. Non tengono la colla.

Lei ride, mette la mano sulla mia un secondo.

Lei: Allora rifacciamo il patto. Ogni martedì alle sei, qui. Fino a quando dura.

 “Al 3 gennaio.”

Lei: “Al 7 gennaio.”

Fuori suona Santo Stefano. Dentro, negli specchi, sembriamo di nuovo quelli del 1928.

________________________________________

ADESSO

Il libro blu non l’abbiamo più ritrovato in quella vita. E non l’abbiamo ritrovato nemmeno in questa. 

Ma ogni gennaio, tra il 3 e il 7, uno dei due sente odore di colla fresca a Venezia, anche stando a Marostica.

Non ci siamo sposati allora, non ci siamo sposati ora. Forse perché il nostro lavoro non è chiudere, ma ritrovarci.

E la speranza è semplice: che ci sia una prossima vita. 

Magari nasceremo entrambi a gennaio, a pochi giorni di distanza. 

Magari lei farà la rilegatrice e io porterò le foto. 

Magari non ci sarà nemmeno Venezia, ma ci sarà un tavolo, una stufa che ticchetta, e qualcuno che dice per primo:

“Al 3 gennaio.”

E l’altro risponderà: “Al 7 gennaio.”

Senza ricordare perché, ma sapendo esattamente cosa significa.

 

 2026 Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


#VitePrecedenti #Venezia #CaffèFlorian #StorieCheTornano #Rilegatoria #Ai3Gennaio #Ai7Gennaio  #HaiUnaDataCheTorna #RaccontamiUnaStoria #AmoriFuoriDalTempo #DestiniCheSiIncrociano #SeCiCrediRitorna #BookLovers #StorieDimenticate #VeneziaSegreta #IoTiHoGiàIncontrato #LibriCheTornano #StorieCheTornano #Venezia1928 #CaffèFlorian #Rilegatore #Gozzano #BluNotte #PattoSenzaFirma #OdoreDiColla


11 giugno 2026

Come l'astratto mi ha tolto dai paesaggi

 


"non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio."

Prima c'era una meta. Un modellino, un tramonto, una piazza famosa, una cascata, gente in una via affollata. 

Partivo per il paesaggio e sapevo già cosa volevo portare a casa. Poi ho cominciato a interessarmi all'astratto e qualcosa ha girato. Non l'idea, l'occhio. 

Adesso cammino per ore nei centri storici, posti pieni di cose da vedere assolutamente, e torno con quasi niente di tutto quello. Torno con una crepa verticale su un muro di cemento e una tenda scura che le risponde, con due superfici che si sfidano in silenzio. Torno con la luce radente che fa del cemento una tela, con l'ombra di un segnale che ridisegna l'intonaco meglio di qualsiasi affresco.

All'inizio non sapevo se fosse un dono o un problema. Sono rimasto dieci minuti davanti a un manifesto strappato, a un ferro arrugginito, a una finestra rotta, a un muro scrostato che la maggior parte della gente non nota nemmeno. 

Poi è arrivato l'urbex: edifici abbandonati, capannoni vuoti, corridoi dove l'intonaco si stacca a scaglie e la luce entra solo da una feritoia. 

Mi chiedo spesso perché dovrei fare centinaia di chilometri per cercare lo spettacolare, quando la cosa che davvero mi ferma può essere una parete a due passi da casa. La risposta ce l'ho nelle foto che pubblico: non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio. 

Il lato negativo è che sono diventato un pessimo turista. È ridicolo tornare da una cittadina bella e mostrare solo intonaci, cancelli, reti, un vecchio calciobalilla dimenticato sotto un portico freddo. 

Il lato buono è che la vita si è arricchita. Perché ovunque vado c'è sempre qualcosa che parla a bassa voce. Una texture che ha voce, un contrasto che scolpisce, un'attesa che non ha bisogno di persone. 

E allora mi succede spesso, davanti a quel niente che per me è tutto, di fermarmi con il sorriso di chi ha appena capito l'angolazione giusta. 


Questa pagina è un cantiere aperto, non una vetrina finita.

La riempirò piano, come cammino: oggi una crepa, domani un ferro arrugginito, la prossima volta un corridoio di un edificio abbandonato dove la luce entra solo da una feritoia. Non metterò tutto insieme, aggiungerò un'immagine alla volta, quando sarà davvero quella che mi ha fatto fermare.

Non cerco di spiegare, cerco di tenere traccia. Di dove si è posato l'occhio, di quel rapporto tra ruvido e liscio che continua a tornarmi davanti.

Se ripassi tra qualche giorno, probabilmente troverai una texture in più. La stessa che ieri non avevo ancora visto.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.





Lunedì, mentre gli altri cercavano riflessi e simmetrie, io ho trovato una guerra.

Su un muro di Setteville, una nave spaziale cercava di fregarci gli spritz, ma a destra un gruppo di marziani in groppa a cavalli alieni la stava già respingendo.

Uno di loro aveva persino un falco appoggiato sul destriero, come fosse il capo della resistenza.

Ho scattato d’istinto, non era una foto, ma un reportage di quartiere intergalattico.

Alano di Piave 2026


Nel monocromo la guerra di Setteville non è più un evento: è un’ipotesi.

I mutanti del vicinato non sono figure, ma concetti che attraversano il muro come idee in cerca di forma.

La nave spaziale è un simbolo, un’ombra che interroga il senso stesso dell’invasione.

Io scatto per osservare ciò che resta quando il reale si ritira e lascia spazio al pensiero.

Alano di Piave 2026

Quando le vecchie case abbandonate si arrendono al tempo, diventano quadri naturali, dove l’umidità dipinge i muri e il silenzio racconta storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

Le vecchie case abbandonate non si arrendono, si spogliano. Diventano tavole di grigi dove il tempo incide al posto dell'umidità, e la luce radente scolpisce i muri. Non c'è più colore a raccontare, resta solo il silenzio che trattiene storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

In questo scatto è stato il colore a fermarmi. Quel blu petrolio così profondo che si appoggia sulla pietra calda, quasi a volerla proteggere. Mi piace come la luce riflessa dalla tenda vada a colorare leggermente il bordo del muro, creando un legame tra due mondi diversi. È una sensazione di armonia cromatica che solo certi angoli nascosti delle nostre città sanno regalare se sai dove guardare.   (Castelfranco Veneto 2025)

Mentre camminavo per Castelfranco, sono rimasto colpito da questo incontro. Da una parte la forza ruvida del muro, segnato dal tempo, dall'altra la morbidezza quasi teatrale della tenda. In bianco e nero tutto sparisce tranne questa sfida tra superfici: il tocco freddo della pietra contro la piega morbida del tessuto. Mi trasmette un senso di silenzio e di attesa, come se dietro quel drappo ci fosse una storia ancora da svelare.    (Castelfranco Veneto 2025)


Non l'ho cercata. Stavo solo camminando dove di solito non si guarda.

Mi ha fermato questa porta. A sinistra una figura che sembra ballare con un tamburo, a destra una macchia che non vuol dire niente. In mezzo, vernice che si stacca, ruggine, la scritta TELECOM lasciata da chissà chi.

Non è un soggetto, è un rapporto. Tra il metallo che resiste e l'intonaco che cede. Tra il segno voluto e quello che il tempo ha deciso.

È per questo che torno a casa senza monumenti.

(2025 Castelfranco)


L'ho vista a colori e mi ha fermato. L'ho riguardata in bianconero e ho capito perché. Non è la figura che balla, non è la macchia sul muro. È lo spazio tra le due cose. Non cerco il soggetto, cerco il rapporto. Tra ruvido e liscio.   (2025 Castelfranco)



Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati









04 giugno 2026

“Soglie Ovunque”

 

 

Dice che non c’è più un territorio preciso: ora il confine è mobile, ti segue, ti precede, ti attraversa.

Cammino e mi accorgo che le soglie non stanno più ferme. Non sono più un affare della Valsugana, né di un luogo che posso indicare con un dito. Si sono sciolte, disperse, hanno preso il vizio di comparire dove meno me l’aspetto: sull’orlo di un marciapiede, nel riflesso di una vetrina, nel silenzio di un parcheggio vuoto.

Io non faccio altro che seguirle. A volte le anticipo, altre mi sorprendono alle spalle. Ogni volta che le attraverso, qualcosa cambia: la luce, il passo, il modo in cui guardo il mondo. Questa pagina nasce per raccogliere quei passaggi, quei piccoli spostamenti dell’anima che succedono mentre il corpo continua a camminare.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.






Mi fermo davanti al vetro e riconosco tutto.

Il legno scuro, le sedie consumate, i salami appesi come promesse.

È una scena che non imita il passato: lo contiene.

Sento ancora il rumore dei coltelli, il profumo del pane caldo,

la voce dei noni che riempiva la stanza più del fuoco.

Il maiale di terracotta mi guarda con la stessa malinconia di chi sa.

Non è un oggetto, è un testimone.

Io resto fuori, ma non del tutto.

Questa soglia mi appartiene, è il punto in cui la memoria diventa materia, e la materia, lentamente, torna pensiero.

Recoaro 2026


Il vetro è una soglia che non separa, ma trattiene.

Dentro, la cucina dei noni non è più luogo: è idea.

Gli oggetti non servono, esistono.

Il legno, il rame, il mattone, forme che pensano la loro immobilità.

Il maiale di terracotta è un guardiano silenzioso,

una presenza che non appartiene né al passato né al presente.

Tutto è fermo, ma tutto vibra.

La luce non illumina, sospende.

Io resto davanti, come chi osserva un pensiero che si è fatto materia.

Recoaro non è più paese, ma condizione dello sguardo.

La soglia è il punto in cui la memoria diventa geometria.

Recoaro 2026


Mi sono fermato qui, davanti a questa panchina che nessuno occupa. Sopra, una finestra chiusa e una targa che ricorda qualcuno. In mezzo, un tunnel che promette luce.

Non ho attraversato. Ho preferito restare sulla soglia, dove il giallo urla e il silenzio risponde.

A volte non serve andare oltre. Basta riconoscere che c’è un oltre.

Alano di Piave 2026


Ho spento i colori per sentire meglio il vuoto.

È diventato più forte.

Una panchina che non trattiene calore, un muro che non trattiene storie, un tunnel che non trattiene me.

Sono passato oltre senza entrare. A volte l’unica cosa onesta che posso fare è testimoniare un’assenza.

Alano di Piave 2026


Guardo dentro e tutto si fa leggero. Gli oggetti non raccontano: galleggiano.

La capra bianca, il quadro, le forme appese, sono presenze che sembrano pensieri.

Il vetro trattiene il silenzio, lo spazio resta immobile, come in attesa di un gesto che non arriva.

Resta solo una soglia che respira piano. (Recoaro 2026)


La soglia è una linea. Dentro, le forme si riducono a punti, superfici, pesi minimi.

 La capra, il tavolo, il quadro: presenze che sembrano pensieri.

La luce delimita, non racconta. Il resto è struttura, quasi un’idea che si tiene in piedi da sola.

Solo a guardarla meglio si intuisce che questo spazio non esiste in un unico gesto: sono tre frammenti ricomposti, tre respiri che diventano uno. Ma la tecnica resta sul fondo, quello che conta è la mente che li unisce.

Recoaro svanisce. Resta una soglia che pensa in bianco e nero. (Recoaro 2026)



Guardo attraverso la vetrina: lo spazio si apre in piani sottili, quasi d’aria.

La luce scivola sulle superfici, senza mai fermarsi.

In fondo a destra, appena percettibile, una persona curva su un gesto lento,

sta facendo le unghie a qualcuno che non si vede.

Un frammento reale dentro un luogo che sembra pensiero.

Il resto è sospensione: il fuori e il dentro che si sfiorano senza mai coincidere.

(2026 Feltre)



La vetrina è un piano di frattura. La luce incide, non illumina. Ogni oggetto è una forma che resiste al tempo.

Il neon Time to Relax è un paradosso: una frase che vibra nel vuoto, un segno che interrompe la quiete del pensiero.

In fondo, la figura che fa le unghie è un punto di convergenza, un gesto minimo che tiene insieme la geometria e l’umano.

Il resto è struttura: linee, superfici, assenze. La soglia non accoglie, definisce.

(Feltre 2026)



Un varco che divide due luminosità. Un corridoio che non appartiene a nessuno dei due lati.

Dentro, le persone diventano forme. Entrano come linee, si affiancano per un tratto, poi si separano, ognuna verso la propria direzione.

Non si conoscono. Non si cercano. Eppure, per un istante, condividono lo stesso spazio sospeso, lo stesso ritmo lento della luce.

La soglia non li unisce e non li divide: li attraversa.

Il resto è movimento che si dissolve.    (2026 Feltre)



Il varco è una linea che divide e unisce. Da un lato, la forma chiusa, il tempo che si ripete. Dall’altro, la luce che apre, il tempo che scorre.

Le persone attraversano come segni mobili, non portano nomi, solo direzioni. Per un istante condividono la stessa geometria, poi si disperdono, ognuna verso il proprio significato.

La soglia non è un luogo, è un simbolo: il punto in cui il mondo si piega per ricordarti che ogni passaggio è un atto di creazione.  (2026 Feltre)

Mi fermo davanti alla casa e per un attimo ho la sensazione che non sia davvero lì. La facciata vibra, come se stesse emergendo da un’altra dimensione, lenta, precisa, inevitabile. I frammenti di marmo sembrano galleggiare sulla parete, sospesi in un movimento che non appartiene alla pietra. Dentro, i pesci stilizzati nuotano in un mare che non esiste, eppure lo sento: un mare di luce, di memoria, di qualcosa che continua a tornare.

Li guardo, e il muro si apre. Non davvero, ma abbastanza perché io percepisca un varco, una fenditura sottile che lascia filtrare un’altra versione del mondo. È come se quei pesci fossero messaggeri di un tempo che non scorre, di un’origine che non si è mai chiusa.

Mi avvicino. La casa respira, e il respiro mi attraversa. Sento che Tancredi non è un ricordo: è un’eco che continua a dipingere, non sulla tela, ma sulla materia stessa del luogo. Ogni frammento è un colpo di pennello che non si vede, un gesto che rimane sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere.

Resto fermo, e la luce cambia. I pesci sembrano muoversi, appena, come se stessero indicando una direzione che non so seguire. Capisco che la casa non è un punto d’origine: è un portale. Un luogo dove il reale si assottiglia e lascia intravedere un’altra trama, più profonda, più vasta, più viva.

E mentre me ne vado, ho l’impressione che la casa continui a guardarmi. Come se aspettasse il prossimo passaggio, la prossima soglia, la prossima immagine da ricomporre. (2026 Feltre)


Mi fermo. La casa è un muro. Il muro è luce e ombra.

I frammenti: marmo, incisioni, pesci. Nient’altro.

Mi avvicino. La superficie si apre di un millimetro. Una soglia, forse.

Resto. La luce cambia. Il segno rimane.

Poi vado. La casa resta. I pesci continuano a guardare.

Tancredi Parmeggiani (1927–1964) è stato uno dei pittori italiani più originali del dopoguerra. Formatosi a Venezia, vicino a Vedova e allo Spazialismo, sviluppa presto un linguaggio personale: un informale lirico, fatto di segni, punti di colore, vibrazioni luminose.

Negli anni Cinquanta lavora nello studio di Peggy Guggenheim, che lo sostiene e lo porta sulla scena internazionale. Espone in Italia, Europa e Stati Uniti, diventando una figura chiave dell’astrazione poetica.

La sua pittura è breve ma intensissima: un gesto che diventa luce, un movimento che diventa spazio. Muore a 37 anni, lasciando un’opera che ancora oggi appare come un respiro sospeso.

****************************

A volte sento che le soglie non sono luoghi, ma lievi spostamenti dell’essere. Non le attraverso: mi attraversano loro, come un cambio impercettibile dell’aria che però inclina il mondo di un grado. Resto fermo un attimo, e qualcosa si apre, sottile, quasi invisibile.

Cammino in questo bilico, tra ciò che vedo e ciò che sfuma. Le soglie arrivano così: un respiro che si allunga, un dettaglio che si stacca, un richiamo che non ha voce. Forse il senso è restare in questo passaggio continuo, senza pretendere un arrivo.

Ogni soglia lascia una traccia minima: un’ombra che si muove, un rumore che cambia, un bordo che si illumina. Sono appunti sparsi, frammenti che raccolgo senza pensarci troppo.

E alla fine, è da questi frammenti che ricompongo l'immagine. Non per inventare, ma per rivelare ciò che altrimenti resterebbe disperso: la soglia che c’era, ma non si lasciava vedere.

Torno qui quando una nuova fenditura si manifesta. Il resto accade altrove, mentre il passo continua.

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati