01 marzo 2026

L’Anguana - Il Patto del Silenzio (2° parte)



 

L’Anguana non apparteneva più soltanto al fiume. Aveva portato con sé il freddo dell’acqua e il silenzio delle pietre dentro le stanze affrescate di una vecchia villa veneta. Tra pavimenti in terrazzo veneziano e specchi offuscati dal tempo, la sua natura selvatica cominciava a mutare, adattandosi a una quotidianità nuova, quasi incredibile.



Non era sola in quel labirinto di stanze. Lì incontrò l’amica mora, figura d’ombra e velluto, opposta alla sua luminosità eterea.




Tra sorrisi accennati e pose che ricordavano le statue dei giardini, tessevano un legame fatto di sguardi. La villa non era più un guscio vuoto, ma un rifugio dove mito e realtà potevano toccarsi.






Insieme iniziarono un gioco silenzioso davanti ad uno specchio. Non cercavano la propria immagine, ma un modo per riconoscersi l’una nell’altra. L’Anguana, ancora nuda e fiera come nel bosco, osservava la compagna muoversi con l’eleganza di chi è sempre appartenuto a quelle mura.

L’Anguana aveva trovato uno specchio non solo di vetro, ma di carne e ossa, capace di riflettere la sua transizione verso una vita normale, senza spegnere la scintilla primordiale che l’aveva resa immortale ai miei occhi.




Nel silenzio cominciarono a comunicare. L’Anguana comprese che la villa non era una prigione, ma un archivio di esistenze. Non fu sottomissione: fu passaggio di segreti.

L’amica mora non era lì per caso. Era la custode del silenzio, l’ultima di una stirpe che aveva giurato di proteggere il confine tra umano e leggenda. Mentre l’Anguana imparava la seta, l’amica rivelava, in ogni gesto, un passato radicato nelle ombre della terra veneta.

Secoli prima, la sua famiglia aveva stretto un patto con le creature del fiume per garantire fertilità alle terre e protezione dalle piene. Lei era la voce, colei che traduceva i sussurri del vento tra i salici per le orecchie dei contadini.

Il mistero nel suo sguardo nasceva da una perdita. Si diceva che avesse rinunciato alla propria voce per salvare un segreto che l’Anguana stessa aveva dimenticato. Per questo parlava con gli occhi e con la lenta danza delle mani.


Davanti allo specchio offuscato, guidò le mani dell’Anguana verso il proprio volto: freddo contro caldo. In quell’istante, l’Anguana sentì il peso dei secoli trascorsi nell’attesa. Non era un incontro fortuito, ma un appuntamento.


Se l’Anguana era il fiume che irrompe nella stanza, l’amica mora era l’argine che lo accoglieva, sacrificando la propria libertà per dare forma al suo fluire.

Un sorriso appena accennato, e per un attimo gli occhi scuri brillarono della stessa luce acquatica. Erano due metà della stessa storia: una scritta nel fango, l’altra nell’inchiostro.




L’Anguana si avvicinò alla vetrata, attratta dal sole contro il vetro. Il suo corpo, vibrante della forza del fiume, si faceva quasi trasparente sotto i raggi. L’amica la raggiunse: due sagome, chiara e scura, contro l’abbaglio del giardino. Posarono le mani sul vetro fresco come a sfiorare le foglie oltre la soglia.



Tornarono allo specchio dalla cornice dorata, carico di secoli di sguardi. Il gioco si fece più intimo. Si disposero su un vecchio mobile di legno scuro, intrecciando le figure. L’Anguana cercava nel vetro il proprio volto, ma trovava quello dell’amica.

Non c’erano più segreti. L’amica la guidava a osservare la propria bellezza non come forza da temere, ma come forma da abitare. Lì l’Anguana comprese di poter essere entrambe le cose: il fiume che scorre e la donna che resta.


Abbandonarono le pose scultoree per cercare il contatto con le superfici morbide della villa. L’Anguana si stese su un tappeto persiano: la lana ruvida sotto la schiena le dava un radicamento diverso dal fango, più stabile.


La villa smise di essere edificio e divenne nido.

Non c’era bisogno di parole. La luce che moriva sulle loro pelli raccontava ciò che restava da dire: che il mito può riposare, e che la bellezza, a volte, è solo il silenzio di un pomeriggio che finisce.

Non erano più preda e cacciatrice, né riflesso e realtà. Erano parte dell’arredamento senziente di quella dimora, un segreto custodito tra il legno intagliato e il battito lento del tempo, che lì sembrava essersi fermato.

La villa restava in attesa, come se sapesse che quel riposo era soltanto una tregua.

Fuori, il giardino sussurrava messaggi che solo l’Anguana avrebbe potuto decifrare. Ma per quella notte scelse di non ascoltare.

Il mito si addormentò nel velluto, lasciando il futuro come un’ombra oltre la porta chiusa.

 Sergio Sartori afi bfi


27 febbraio 2026

Il mio incontro con l'Anguana - L'eco dell'acqua tra le mura di pietra (1° parte)

 


"Credi ancora nelle leggende?"

Seguendo il sussurro dell'acqua, sono arrivato davanti a un antico portico, quasi nascosto dalla vegetazione selvaggia. Lì, appoggiata a una colonna di pietra che recava ancora i segni del tempo, l'ho vista per la prima volta. All'inizio sembrava solo una ragazza normale, con indosso dei jeans ciancicati e un paio di scarpe eleganti. Tuttavia, c'era qualcosa di strano nella sua posa: le mani giunte in alto sopra la testa, quasi a formare una guglia, e una gamba piegata con grazia.

Senza una parola, ha iniziato a muoversi. È stato un movimento lento e fluido, come lo scorrere del fiume lì vicino. Ha iniziato a denudarsi, non con gesti sbrigativi, ma con una posa deliberatezza che sembrava quasi un rituale. La sua espressione era seria e concentrata, mentre si sfilava lentamente il top, rivelando la parte superiore del corpo, ancora appoggiata alla colonna protettiva.





In quel momento, l'ho capito. Non era una ragazza normale. C'era un'aria di mistero che la circondava, una connessione palpabile con la natura selvaggia e le rovine centenarie. 

Ho afferrato la mia macchina fotografica, sapendo di dover catturare quell'istante fugace. Il mio incontro con l'Anguana era appena cominciato.



Senza proferire parola, ha sciolto la sua posa contro la colonna e mi ha rivolto un cenno rapido, un invito silenzioso a varcare la soglia della vecchia casa. L'ho seguita nel ventre dell'edificio, dove l'aria sapeva di polvere antica e terra bagnata. All'interno, l'Anguana ha preso possesso dello spazio con una naturalezza disarmante. 

Non era più una ragazza incontrata per caso, ma la vera padrona di quelle rovine.  Si muoveva cercando i pochi fasci di luce che filtravano dalle finestre rotte. In un angolo della stanza, accanto a una vecchia grata arrugginita, è rimasta immobile: la sua pelle chiara creava un contrasto violento con l'oscurità assoluta che la circondava.




Ogni suo gesto era fluido, privo di esitazione. Si metteva in posa non per l'obiettivo, ma per il luogo stesso, diventando una statua di carne tra le macerie. 

In quegli istanti, il tempo sembrava essersi fermato. La casa non era più un guscio vuoto, ma un palcoscenico dove il mito prendeva forma attraverso la mia lente. Sembrava che la sua presenza restituisse vita alle pareti scrostate e ai pavimenti coperti di detriti.


A un certo punto, quasi volesse tornare a respirare l'aria del fiume, l'Anguana è uscita su un piccolo terrazzino sospeso nel vuoto. Le ho fatto cenno di restare lì, immobile, al centro del vano porta, e sono sceso rapidamente per inquadrarla dal basso. 

Da quella prospettiva, la sua figura sembrava dominare l'intera struttura. Con le braccia spalancate e lo sguardo rivolto verso l'alto, pareva invocare una forza antica, fondendosi completamente con il grigio della pietra scrostata e il verde delle foglie rampicanti. 

Mentre mi muovevo tra le fronde sottostanti, la vedevo apparire e scomparire tra i rami. A volte era solo un profilo biondo che spuntava da una finestra rotta, una presenza silenziosa che osservava il bosco circostante con una calma soprannaturale.





Sul quel balcone di ferro arrugginito, l'Anguana si muoveva con una grazia che non apparteneva a quel luogo di decadenza. Era come se la casa stessa stesse riprendendo vita attraverso la sua pelle, un ultimo sussulto di bellezza prima di tornare polvere.

Catturare quegli istanti dal basso mi ha permesso di trasformare il servizio fotografico in una vera visione mitologica: lei non era più solo una modella, ma lo spirito del luogo che si mostrava per l'ultima volta prima di svanire tra le ombre del sottobosco.


Dopo aver dominato la pietra, la creatura ha sentito il richiamo della sua vera casa. Con la stessa lentezza rituale con cui si era svelata, è scesa verso la riva del fiume. L'ho osservata mentre si immergeva parzialmente nel flusso, rannicchiandosi tra i sassi bagnati come se stesse riprendendo contatto con la sua stessa anima.

Chinandosi sull'acqua corrente, ha iniziato a bagnarsi le mani, portando la freschezza del torrente al viso. In quel gesto semplice c'era tutta la sacralità di un'antica divinità silvana.


 Si è poi alzata in piedi, nuda e fiera tra i flutti, con la boscaglia veneta a farle da corona. La sua pelle brillava sotto il sole che filtrava tra i rami, rendendola un tutt'uno con i riflessi dell'acqua e l'argento delle foglie.

Infine, si è avvicinata alla vegetazione più fitta, dove l'ombra degli alberi si fa profonda. Mi ha rivolto un ultimo sguardo, un'ombra di malinconia o forse di sfida. E così, con la stessa naturalezza con cui era apparsa tra le mura scrostate della casa, è scivolata tra le fronde e... scomparve.

Sono rimasto solo sulla sponda, con il rumore costante del fiume nelle orecchie e il peso della macchina fotografica tra le mani. Se non fosse per questi scatti impressi sulla pellicola, potrei quasi credere che la foresta mi abbia giocato un brutto scherzo. Ma l'eco del suo silenzio rimarrà tra quelle pietre per sempre.

Sergio Sartori afi bfi


"Dicono che le Anguane non siano mai andate via dai nostri fiumi, che aspettino solo che qualcuno torni a guardare le rovine con occhi diversi. E voi, avete mai sentito un'ombra guardarvi dal limitare del bosco?"

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Oltre lo scatto: Chi è l'Anguana?

Per chi non conosce le leggende delle nostre terre, l’Anguana è la creatura più emblematica del folclore alpino e prealpino veneto. Metà ninfa e metà demone, abita le sponde dei fiumi, le grotte e i mulini abbandonati. Spesso descritta come una donna bellissima dai capelli lunghissimi e biondi, nasconde però un segreto: i suoi piedi sono spesso caprini o d'anatra, motivo per cui ama nascondersi nell'acqua o dietro i muretti di pietra. Sono guardiane delle acque e maestre dell’arte della lana e del lavaggio. Possono essere benevole, insegnando agli uomini a fare il formaggio, o pericolose se provocate o spiate durante i loro rituali notturni. Rappresenta la natura selvaggia che non si lascia addomesticare.

Note Tecniche 

Location: Casa rurale abbandonata, zona Pedemontana Veneta.

Pellicola: Bianconero ad alto contrasto per enfatizzare la grana della pietra e Infrarosso per la luminosità della pelle.

Fotocamere: Hasselblad 6X6 e Hasselblad XPan

Luce: Esclusivamente naturale, sfruttando i forti controluce delle aperture originali della struttura.








26 febbraio 2026

L'Invisibile nel Già Visto

 


"La magia di tornare dove crediamo di aver già guardato."

Capita spesso, dopo un paio di uscite fotografiche nello stesso luogo, di sentirsi un po’ svuotati. È una sensazione familiare, soprattutto quando quel posto lo abbiamo esplorato più volte con la macchina fotografica al collo. Alla seconda, alla terza visita, l’entusiasmo iniziale sembra affievolirsi. Subentra l’idea di aver “consumato” quel luogo, di aver già detto tutto, di non avere più nulla da aggiungere.

Cammino, lo osservo da ogni angolazione, cerco nuove prospettive. Ma la scintilla non si accende. Quella che un tempo mi appariva come una fonte inesauribile di ispirazione ora sembra muta, quasi vuota. E così, un po’ disorientato, chiudo il capitolo e mi dirigo altrove, sperando che un altro scenario riesca a catturare di nuovo la mia attenzione.

Poi, dopo aver vagato tra altri paesaggi, il pensiero ritorna lì. A quel luogo che credevo esaurito. Forse merita un’altra possibilità. Così ci torno, questa volta senza aspettative, senza l’urgenza di dover trovare qualcosa a tutti i costi.

Ed è proprio allora che accade qualcosa di sorprendente: il posto è lo stesso, ma il mio sguardo è cambiato. Non inseguo più ciò che mi aveva colpito all’inizio. Inizio invece a notare quello che prima avevo ignorato: forme più piccole, dettagli marginali, frammenti silenziosi che non chiedevano attenzione ma la meritavano.

Capisco che non è il luogo a trasformarsi, ma il nostro modo di guardare. È lo sguardo che si ricalibra, che matura, che impara a sottrarre invece che aggiungere. E da questa nuova consapevolezza nascono idee diverse: più intime, più essenziali, quasi minimaliste.

Le fotografie che seguono, scattate in Valbrenta, raccontano proprio questo percorso. All’inizio ero attratto dall’architettura dei primi del ’900, dalle finestre chiuse delle case abbandonate, dai muri scoloriti dal tempo ma ancora carichi di dignità. Ho lavorato su quegli elementi finché ho sentito di averli esplorati fino in fondo.

Mesi dopo sono tornato, convinto di non trovare nulla di nuovo. Mi sbagliavo. Sono emersi dettagli che avevo trascurato, linee e superfici che mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto. Il luogo era di nuovo affascinante, ma in modo diverso.

Non contava più l’edificio, la storia o il contesto. Contavano le forme, i colori, le texture racchiuse nel mirino. E, soprattutto, contava il mio sguardo: finalmente libero di vedere davvero.




"Le porte di Valbrenta: custodi di storie silenziose, un tempo passaggio, ogni rifesso di un passato che ancora respira tra le pietre e il muschio"





"Dettagli che tornano a parlare: questo murale è una finestra sul passato, un invito a cogliere la richezza delle narazioni locali."




"Non cercavo più il quadro generale, ma la frammentazione. Le ombre danzanti e le superfici vibranti mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto."



"Anche i luoghi più familiari rivelano dettagli inaspettati quando lo sguardo si posa senza fretta. Una panchina in attesa, un muro che ha visto passare innumerevoli storie."



"Non solita architettura maestosa, ma quotidianità che si fa poesia. Un vecchio negozio, un invito a immaginare vite e mestieri passati. La Valbrenta non è solo paesaggio naturale, ma anche angoli dimenticati, dove l'occhio attento coglie la bellezza del gia visto."



"Dal generale al particolare: le texture dei muri, le crepe che diventano disegni, i colori che il tempo ha dipinto. Una scoperta minimalista in ogni frammento."



"Non l'edificio nella sua interezza, ma le sue superfici, i suoi strati, i segni di una vita lunga e silenziosa. L'arte di sottrarre per trovare il vero significato. Dettagli marginali che ora catturano l'attenzione: le irregolarità di un intonaco, la base di un muro. Piccole geometrie e motivi che si rivelano sotto una nuova luce."



"Anche il più semplice degli ingressi, quello di un'osteria che porta il peso degli anni, può rivelare una storia: un benvenuto discreto che ci invita a guardare oltre la facciata. Sotto l'insegna sbiadita 'Osteria Da Manega', la ricerca di nuovi dettagli ci porta a esplorare mondi che prima non vedevamo, anche in un luogo così familiare."




"Due panchine, due storie. Una seduta accogliente, l'altra più riservata: due luoghi di sosta che, nel silenzio, raccontano di incontri e solitudini, di attese e di partenze. Non solo punti di osservazione per il paesaggio, ma loro stesse soggetti che parlano. Le panchine gemelle, ora vissute, ora in disparte, suggeriscono un ritmo lento, un invito alla contemplazione."



"Le finestre, occhi luminosi che si accendono al crepuscolo, rivelano la vita intima che pulsa all'interno. Non è il luogo a cambiare, ma il nostro modo di guardare e di percepire le storie che racchiude."



"E poi, la sorpresa più grande: tra le pietre ordinarie, piccoli tesori. Dettagli che prima ignoravo, frammenti silenziosi che chiedono solo di essere notati, come queste coccinelle portafortuna. Quando lo sguardo si ricalibra, anche i sassi diventano un palco per la creatività, dove la natura e l'arte si incontrano in armonia."


In questo ritorno non ho cercato la grandezza del panorama, ma la verità del frammento. 
Ho imparato che un luogo non si esaurisce mai se siamo disposti a cambiare il ritmo del nostro respiro e la messa a fuoco del cuore. 
La Valbrenta, con le sue pietre e le sue ombre, mi ha insegnato l'arte dell'attesa: la bellezza non scappa, aspetta solo che diventiamo capaci di vederla. 
Perché fotografare, in fondo, non è altro che dare un nome nuovo a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi.
Sergio Sartori afi bfi