19 marzo 2026

L'Occhio Silenzioso: Fotografia Oltre il Linguaggio


La macchina fotografica è uno strumento prelinguistico. A un certo punto, ho capito una cosa semplice: la fotocamera non parla una lingua. Non appartiene all'inglese, al francese, allo spagnolo o a qualsiasi altro sistema di parole inventato dagli esseri umani per organizzare il significato. La fotografia opera in un ambito ancora più antico, risiede nello spazio precedente al linguaggio.

È per questo che questo mezzo mi è sempre sembrato così naturale, entrando nella mia vita prima ancora che capissi cosa stesse facendo. La fotocamera non mi ha mai chiesto di spiegare il mondo; mi stava chiedendo di notarlo.

Un ragazzo di Marostica inizia a camminare con una macchina fotografica. All'inizio gli sembra semplice, quasi casuale, un modo di muoversi nel mondo prestando attenzione. Passano gli anni. La mente viaggia più lontano di quanto avesse mai immaginato. Le città si svelano, i paesi appaiono, la luce e i volti cambiano. Le strade portano ritmi di vita diversi.


"Tra la rigorosa geometria della barriera e la delicata fioritura che sfida il cemento, la città rivela le sue dualità. Un frammento di vita che, nel contrasto cromatico, racconta la resilienza e la sorpresa della natura che si fa strada, un attimo di pausa in un flusso costante." (2026 Campese)

"Sotto il portico, un quadretto di vita urbana si svela. L'arco antico incornicia un bar dal nome familiare, mentre figure umane e piccoli compagni a quattro zampe animano la pavimentazione ciottolata. Ogni espressione, ogni dettaglio – dalla sacca della spesa alla macchina fotografica a tracolla – è una traccia del quotidiano, un frammento di storia che l'occhio urbano coglie con curiosità, rivelando il vissuto discreto di questi luoghi." (2026 San Nazario/Valbrenta)

"Minimalismo urbano: una facciata discreta con il suo davanzale fiorito, una grondaia che traccia una linea verticale e un'auto arancione che spunta con timidezza. L'occhio si posa sui dettagli, sulla luce che modella le superfici e sulle texture, scoprendo piccole storie silenziose in un angolo di città, un dialogo inatteso tra l'abitato e il transito." (2026 San Nazario/Valbrenta)


"Un vero 'murale del tempo': questa facciata, con i suoi strati di intonaco scrostato e le macchie che il tempo ha dipinto, racconta una storia silenziosa. Le linee diagonali del tetto e il contrasto tra il bianco più recente e i mattoni antichi creano una texture ricca, un'architettura che si fa tela, dove ogni segno è traccia del vissuto e della resilienza di un luogo." (2026 Riese Pio X)


"Qui, tra l'imponenza delle montagne e la voce costante del fiume, un edificio racconta le sue ere. La facciata, un affresco naturale di intonaci scrostati e persiane rosse sbiadite, è una testimonianza tangibile del tempo che passa. Le ampie scale in pietra invitano all'esplorazione, a salire verso un passato ancora presente, mentre la strada e l'acqua in movimento suggeriscono un dialogo infinito tra l'immobilità della storia e il flusso della vita." (2026 Solagna)


"Una scala per fuggire dal mondo, costruita nel solo luogo dove nessuno può salire: il riflesso." (2026 Solagna)


"Un'insegna sbiadita, 'Osteria Da Manega', sussurra storie di convivialità e vite passate. La facciata, con le sue tonalità neutre interrotte dalle persiane e dalla porta di un caldo color terra, è un minimalismo che parla di presenze e assenze. Ogni dettaglio, dalla piastrella numerata al tappetino d'ingresso, è una traccia del vissuto che l'occhio attento coglie, dipingendo un ritratto discreto di un luogo che conserva la sua anima." (2026 Solagna)

"In un'antica corte, dove le mura logore celano secoli di storie e l'arco in mattoni suggerisce passaggi segreti, un'Ape Piaggio gialla si erge come un simbolo vivente. Carica di oggetti e di chissà quali racconti, essa testimonia il perpetuo movimento e la semplicità operosa di un vissuto che persiste. Un frammento di vita urbana dove il tempo sembra essersi fermato, eppure la curiosità dell'occhio percepisce ogni dettaglio come un battito, un'eco delle generazioni che hanno animato questo luogo." (2026 Solagna)


"Sotto una lapide che sussurra date antiche, la facciata di un edificio diviene un palinsesto urbano, dove l'occhio legge storie di mestieri dimenticati e speranze racchiuse. Insegne al neon sbiadite come 'Blanchin' e 'Mace World' rievocano un passato commerciale, mentre la vetrina vuota e la porta dall'azzurro sverniciato invitano a immaginare il brulicare della vita di un tempo. Ogni gradino consunto, ogni traccia di umidità, ogni infisso blindato è un segno tangibile del vissuto, un richiamo alla memoria che il paesaggio urbano offre a chi sa notare." (2026 Solagna)

"In un'apertura circolare nella parete bianca, l'occhio scopre un piccolo scrigno di delicatezza: un annaffiatoio in zinco, custode di lavanda profumata e di un fiore magenta. Un'oasi inattesa, dove la natura si fa strada anche nell'architettura più essenziale. Questo dettaglio minimalista, così semplice eppure carico di vita, è una testimonianza di come la curiosità dello sguardo possa cogliere l'incanto in ogni angolo del paesaggio urbano." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La facciata di questo 'Atelier' è un invito a sognare, un'esplosione di cuori e decorazioni che contrasta con la sobrietà del garage adiacente. Sotto la scritta 'Chi sogna arriva prima di chi pensa', l'occhio si sofferma sul colore vivace della tenda e della porta, sulle piante che si arrampicano e sui riflessi che mescolano l'interno con l'esterno. È un frammento di esplorazione urbana dove la fantasia e il vissuto si incontrano, un piccolo universo che si svela nella geometria delle superfici e nella ricchezza dei particolari." (2026 Piazzola sul Brenta)


"Attraverso la patina del vetro, il mondo esterno si fonde con l'interno in un balletto di riflessi e realtà. Stelle diafane e cappelli natalizi rossi e blu, forse gnomi o figure festive, emergono da un'atmosfera ovattata, quasi onirica. Sullo sfondo, un cartello 'MERCATINO DI NATALE' si specchia al contrario, mentre l'architettura esterna si dissolve in un fantasma. È un'esplorazione urbana che trascende la superficie, dove l'occhio, con fulminea percezione, cattura un particolare che è al contempo presente, riflesso e memoria di un tempo che è stato o che verrà." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La realtà si piega e si riflette sulla superficie trasparente, dove il cielo si fonde con il cemento e l'architettura esterna si deforma in un'onda eterea. Un semplice vetro diviene un portale per una visione distorta ma affascinante dell'urbano, invitando l'occhio a esplorare le geometrie create dal riflesso. È un momento di sospensione visiva, dove la curiosità cattura la magia del reale che si trasforma, rivelando un paesaggio inatteso nella quotidianità." (2026 Piazzola sul Brenta)

"Sullo sfondo di un lunotto impolverato, le figure stilizzate di una famiglia – Vittorio, Valentina, Liliana e la cagnolina Meggy – raccontano una storia universale. Questo piccolo, intimo dettaglio urbano è una traccia del vissuto, un'espressione di appartenenza e identità che l'occhio cattura con curiosità. Non è solo un adesivo, ma un frammento di vita che, con la sua spontaneità, aggiunge un tocco di colore al quotidiano anonimato della città." (2026 Conco/Lusiana)


"La parete di un edificio si trasforma in una tela astratta, dipinta da linee, ombre e colori inattesi. Il filo teso con le mollette, alcune colorate, altre di legno, proietta le loro sagome danzanti sull'intonaco consumato, quasi fossero un alfabeto sconosciuto. La striscia d'ombra verticale taglia la scena con decisione, creando un contrasto potente. Un dettaglio urbano che, nella sua semplicità, rivela un'arte quotidiana e le tracce di un vissuto invisibile, dove il tempo si manifesta in graffi e crepe, e la luce scolpisce la narrazione." (2026 Conco/Lusiana)

"Tra le fessure del muro di cinta del cimitero, la vita si aggrappa e risplende con un verde tenace. Un'epigrafe sullo sfondo ci ricorda le storie passate, mentre la natura continua il suo ciclo immutabile." (2026 Campese)

"L'arte ha il potere di rendere vivo anche un muro di cemento, dando voce ai silenzi della città." (2026 Schio)

...si voltò per un istante, cercando con lo sguardo la strada da cui era venuta, ma il portico di ritorno era sbarrato da un vetro silenzioso e invalicabile: una barriera invisibile che separava il presente da un passato ormai sigillato. Non si poteva tornare indietro, nemmeno volendo. (Schio 2026)

 

"La fotografia documenta. E nel mio sguardo non c'era nulla, se non pura curiosità per l'esplorazione urbana; ero solo io, con la velocità della mente e dell'occhio che si fondono nel catturare un particolare, un dettaglio che racconta, un frammento di storia. L'atto diventa una meditazione senza fine, un'eco visiva di ogni istante vissuto, un invito a continuare a guardare, a sentire, a essere.


Sergio Sartori afi bfi"


14 marzo 2026

Nel Laboratorio dei Ricordi: Un Viaggio attraverso la Memoria

 


Questa frase di Marcel Proust, profonda e risuonante, è stata la scintilla che ha acceso il mio viaggio:

 “Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

 Partendo da qui, ho iniziato a esplorare i sentieri tortuosi della mia mente, guidato da alcune immagini che mi hanno parlato direttamente.


Quest'immagine mi ha catapultato in un ricordo lontano, quasi un'antica superstizione o un gioco dimenticato. Quella piccola streghetta su un corrimano, con la sua aria tra il malinconico e il magico, mi ha fatto pensare a come certi piccoli oggetti della memoria possano contenere incantesimi e storie sopite, attese solo di essere riscoperte. È stato il mio primo passo in questo laboratorio, dove le cose più inaspettate possono rivelarsi talismaniche.


Poi sono piombato in questo disordine sconcertante, una scena che mi ha mostrato il lato più crudo del "laboratorio chimico" della memoria. Tappi, siringhe, contenitori... era come osservare i resti di un esperimento fallito, il terreno fertile dove i "veleni pericolosi" della mente prendono forma. Questo ricordo mi ha sbattuto in faccia la realtà delle tracce che certe esperienze lasciano, non sempre piacevoli, spesso inquietanti.



Questo passaggio mi ha portato in un luogo sospeso, una stanza dove la luce faticava a entrare completamente. Quei frammenti appesi al muro, quasi a formare una bacheca di un'esistenza passata, mi hanno fatto riflettere sui dettagli che restano, sui pezzi di un puzzle che non sempre riusciamo a ricomporre. La memoria è anche questo: un limbo, un luogo di accettazione dove non tutto è chiaro, ma tutto ha un suo posto, appeso tra luce e ombra.


Dopo quel tuffo nel caos, questa scena mi ha offerto un sospiro di sollievo, una vera e propria "droga calmante". Vedere quelle due figure sedute di schiena, in contemplazione di una natura serena fuori da una finestra spoglia, mi ha ricordato quanto sia importante trovare la pace, anche solo in un momento di pausa o in una connessione silenziosa. È stato il momento in cui la memoria ha smesso di urlare e ha iniziato a sussurrare promesse di serenità.

E così, eccomi qui, a fotografare questa che sembra proprio una 'camera obitorio'. Non era la fine della storia che mi aspettavo di catturare, ma, onestamente, quella che si è rivelata necessaria. Con quel tavolo così centrale e quei candelabri, l'obiettivo ha immortalato un punto di non ritorno, dove i 'veleni' e i 'calmanti' della memoria si incontrano per un ultimo, crudo faccia a faccia. È proprio qui che ho compreso, attraverso l'obiettivo, che la memoria non è solo un semplice archivio, ma anche un posto dove si accetta profondamente ogni cosa, persino il più difficile, per poter davvero andare avanti.                                  

      

                "Ogni ombra ha avuto la sua luce, e io, sono pronto a ricominciare."

Sergio Sartori afi bfi

01 marzo 2026

L’Anguana - Il Patto del Silenzio (2° parte)



 

L’Anguana non apparteneva più soltanto al fiume. Aveva portato con sé il freddo dell’acqua e il silenzio delle pietre dentro le stanze affrescate di una vecchia villa veneta. Tra pavimenti in terrazzo veneziano e specchi offuscati dal tempo, la sua natura selvatica cominciava a mutare, adattandosi a una quotidianità nuova, quasi incredibile.



Non era sola in quel labirinto di stanze. Lì incontrò l’amica mora, figura d’ombra e velluto, opposta alla sua luminosità eterea.




Tra sorrisi accennati e pose che ricordavano le statue dei giardini, tessevano un legame fatto di sguardi. La villa non era più un guscio vuoto, ma un rifugio dove mito e realtà potevano toccarsi.






Insieme iniziarono un gioco silenzioso davanti ad uno specchio. Non cercavano la propria immagine, ma un modo per riconoscersi l’una nell’altra. L’Anguana, ancora nuda e fiera come nel bosco, osservava la compagna muoversi con l’eleganza di chi è sempre appartenuto a quelle mura.

L’Anguana aveva trovato uno specchio non solo di vetro, ma di carne e ossa, capace di riflettere la sua transizione verso una vita normale, senza spegnere la scintilla primordiale che l’aveva resa immortale ai miei occhi.




Nel silenzio cominciarono a comunicare. L’Anguana comprese che la villa non era una prigione, ma un archivio di esistenze. Non fu sottomissione: fu passaggio di segreti.

L’amica mora non era lì per caso. Era la custode del silenzio, l’ultima di una stirpe che aveva giurato di proteggere il confine tra umano e leggenda. Mentre l’Anguana imparava la seta, l’amica rivelava, in ogni gesto, un passato radicato nelle ombre della terra veneta.

Secoli prima, la sua famiglia aveva stretto un patto con le creature del fiume per garantire fertilità alle terre e protezione dalle piene. Lei era la voce, colei che traduceva i sussurri del vento tra i salici per le orecchie dei contadini.

Il mistero nel suo sguardo nasceva da una perdita. Si diceva che avesse rinunciato alla propria voce per salvare un segreto che l’Anguana stessa aveva dimenticato. Per questo parlava con gli occhi e con la lenta danza delle mani.


Davanti allo specchio offuscato, guidò le mani dell’Anguana verso il proprio volto: freddo contro caldo. In quell’istante, l’Anguana sentì il peso dei secoli trascorsi nell’attesa. Non era un incontro fortuito, ma un appuntamento.


Se l’Anguana era il fiume che irrompe nella stanza, l’amica mora era l’argine che lo accoglieva, sacrificando la propria libertà per dare forma al suo fluire.

Un sorriso appena accennato, e per un attimo gli occhi scuri brillarono della stessa luce acquatica. Erano due metà della stessa storia: una scritta nel fango, l’altra nell’inchiostro.




L’Anguana si avvicinò alla vetrata, attratta dal sole contro il vetro. Il suo corpo, vibrante della forza del fiume, si faceva quasi trasparente sotto i raggi. L’amica la raggiunse: due sagome, chiara e scura, contro l’abbaglio del giardino. Posarono le mani sul vetro fresco come a sfiorare le foglie oltre la soglia.



Tornarono allo specchio dalla cornice dorata, carico di secoli di sguardi. Il gioco si fece più intimo. Si disposero su un vecchio mobile di legno scuro, intrecciando le figure. L’Anguana cercava nel vetro il proprio volto, ma trovava quello dell’amica.

Non c’erano più segreti. L’amica la guidava a osservare la propria bellezza non come forza da temere, ma come forma da abitare. Lì l’Anguana comprese di poter essere entrambe le cose: il fiume che scorre e la donna che resta.


Abbandonarono le pose scultoree per cercare il contatto con le superfici morbide della villa. L’Anguana si stese su un tappeto persiano: la lana ruvida sotto la schiena le dava un radicamento diverso dal fango, più stabile.


La villa smise di essere edificio e divenne nido.

Non c’era bisogno di parole. La luce che moriva sulle loro pelli raccontava ciò che restava da dire: che il mito può riposare, e che la bellezza, a volte, è solo il silenzio di un pomeriggio che finisce.

Non erano più preda e cacciatrice, né riflesso e realtà. Erano parte dell’arredamento senziente di quella dimora, un segreto custodito tra il legno intagliato e il battito lento del tempo, che lì sembrava essersi fermato.

La villa restava in attesa, come se sapesse che quel riposo era soltanto una tregua.

Fuori, il giardino sussurrava messaggi che solo l’Anguana avrebbe potuto decifrare. Ma per quella notte scelse di non ascoltare.

Il mito si addormentò nel velluto, lasciando il futuro come un’ombra oltre la porta chiusa.

 Sergio Sartori afi bfi


27 febbraio 2026

Il mio incontro con l'Anguana - L'eco dell'acqua tra le mura di pietra (1° parte)

 


"Credi ancora nelle leggende?"

Seguendo il sussurro dell'acqua, sono arrivato davanti a un antico portico, quasi nascosto dalla vegetazione selvaggia. Lì, appoggiata a una colonna di pietra che recava ancora i segni del tempo, l'ho vista per la prima volta. All'inizio sembrava solo una ragazza normale, con indosso dei jeans ciancicati e un paio di scarpe eleganti. Tuttavia, c'era qualcosa di strano nella sua posa: le mani giunte in alto sopra la testa, quasi a formare una guglia, e una gamba piegata con grazia.

Senza una parola, ha iniziato a muoversi. È stato un movimento lento e fluido, come lo scorrere del fiume lì vicino. Ha iniziato a denudarsi, non con gesti sbrigativi, ma con una posa deliberatezza che sembrava quasi un rituale. La sua espressione era seria e concentrata, mentre si sfilava lentamente il top, rivelando la parte superiore del corpo, ancora appoggiata alla colonna protettiva.





In quel momento, l'ho capito. Non era una ragazza normale. C'era un'aria di mistero che la circondava, una connessione palpabile con la natura selvaggia e le rovine centenarie. 

Ho afferrato la mia macchina fotografica, sapendo di dover catturare quell'istante fugace. Il mio incontro con l'Anguana era appena cominciato.



Senza proferire parola, ha sciolto la sua posa contro la colonna e mi ha rivolto un cenno rapido, un invito silenzioso a varcare la soglia della vecchia casa. L'ho seguita nel ventre dell'edificio, dove l'aria sapeva di polvere antica e terra bagnata. All'interno, l'Anguana ha preso possesso dello spazio con una naturalezza disarmante. 

Non era più una ragazza incontrata per caso, ma la vera padrona di quelle rovine.  Si muoveva cercando i pochi fasci di luce che filtravano dalle finestre rotte. In un angolo della stanza, accanto a una vecchia grata arrugginita, è rimasta immobile: la sua pelle chiara creava un contrasto violento con l'oscurità assoluta che la circondava.




Ogni suo gesto era fluido, privo di esitazione. Si metteva in posa non per l'obiettivo, ma per il luogo stesso, diventando una statua di carne tra le macerie. 

In quegli istanti, il tempo sembrava essersi fermato. La casa non era più un guscio vuoto, ma un palcoscenico dove il mito prendeva forma attraverso la mia lente. Sembrava che la sua presenza restituisse vita alle pareti scrostate e ai pavimenti coperti di detriti.


A un certo punto, quasi volesse tornare a respirare l'aria del fiume, l'Anguana è uscita su un piccolo terrazzino sospeso nel vuoto. Le ho fatto cenno di restare lì, immobile, al centro del vano porta, e sono sceso rapidamente per inquadrarla dal basso. 

Da quella prospettiva, la sua figura sembrava dominare l'intera struttura. Con le braccia spalancate e lo sguardo rivolto verso l'alto, pareva invocare una forza antica, fondendosi completamente con il grigio della pietra scrostata e il verde delle foglie rampicanti. 

Mentre mi muovevo tra le fronde sottostanti, la vedevo apparire e scomparire tra i rami. A volte era solo un profilo biondo che spuntava da una finestra rotta, una presenza silenziosa che osservava il bosco circostante con una calma soprannaturale.





Sul quel balcone di ferro arrugginito, l'Anguana si muoveva con una grazia che non apparteneva a quel luogo di decadenza. Era come se la casa stessa stesse riprendendo vita attraverso la sua pelle, un ultimo sussulto di bellezza prima di tornare polvere.

Catturare quegli istanti dal basso mi ha permesso di trasformare il servizio fotografico in una vera visione mitologica: lei non era più solo una modella, ma lo spirito del luogo che si mostrava per l'ultima volta prima di svanire tra le ombre del sottobosco.


Dopo aver dominato la pietra, la creatura ha sentito il richiamo della sua vera casa. Con la stessa lentezza rituale con cui si era svelata, è scesa verso la riva del fiume. L'ho osservata mentre si immergeva parzialmente nel flusso, rannicchiandosi tra i sassi bagnati come se stesse riprendendo contatto con la sua stessa anima.

Chinandosi sull'acqua corrente, ha iniziato a bagnarsi le mani, portando la freschezza del torrente al viso. In quel gesto semplice c'era tutta la sacralità di un'antica divinità silvana.


 Si è poi alzata in piedi, nuda e fiera tra i flutti, con la boscaglia veneta a farle da corona. La sua pelle brillava sotto il sole che filtrava tra i rami, rendendola un tutt'uno con i riflessi dell'acqua e l'argento delle foglie.

Infine, si è avvicinata alla vegetazione più fitta, dove l'ombra degli alberi si fa profonda. Mi ha rivolto un ultimo sguardo, un'ombra di malinconia o forse di sfida. E così, con la stessa naturalezza con cui era apparsa tra le mura scrostate della casa, è scivolata tra le fronde e... scomparve.

Sono rimasto solo sulla sponda, con il rumore costante del fiume nelle orecchie e il peso della macchina fotografica tra le mani. Se non fosse per questi scatti impressi sulla pellicola, potrei quasi credere che la foresta mi abbia giocato un brutto scherzo. Ma l'eco del suo silenzio rimarrà tra quelle pietre per sempre.

Sergio Sartori afi bfi


"Dicono che le Anguane non siano mai andate via dai nostri fiumi, che aspettino solo che qualcuno torni a guardare le rovine con occhi diversi. E voi, avete mai sentito un'ombra guardarvi dal limitare del bosco?"

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Oltre lo scatto: Chi è l'Anguana?

Per chi non conosce le leggende delle nostre terre, l’Anguana è la creatura più emblematica del folclore alpino e prealpino veneto. Metà ninfa e metà demone, abita le sponde dei fiumi, le grotte e i mulini abbandonati. Spesso descritta come una donna bellissima dai capelli lunghissimi e biondi, nasconde però un segreto: i suoi piedi sono spesso caprini o d'anatra, motivo per cui ama nascondersi nell'acqua o dietro i muretti di pietra. Sono guardiane delle acque e maestre dell’arte della lana e del lavaggio. Possono essere benevole, insegnando agli uomini a fare il formaggio, o pericolose se provocate o spiate durante i loro rituali notturni. Rappresenta la natura selvaggia che non si lascia addomesticare.

Note Tecniche 

Location: Casa rurale abbandonata, zona Pedemontana Veneta.

Pellicola: Bianconero ad alto contrasto per enfatizzare la grana della pietra e Infrarosso per la luminosità della pelle.

Fotocamere: Hasselblad 6X6 e Hasselblad XPan

Luce: Esclusivamente naturale, sfruttando i forti controluce delle aperture originali della struttura.