05 febbraio 2026

La soffitta: l'anima segreta delle cose

 




La soffitta: l'anima segreta delle cose

Di giorno, la soffitta non fa paura. È un regno di luce stanca e legno vecchio che respira sotto il calore del tetto. Non ci sono spettri, solo il silenzio denso di chi ha lavorato tanto e ora riposa. Una ragazza è salita fin quassù, non per paura, ma perché la soffitta ha un modo tutto suo di chiamare chi sa ascoltare: un invito fatto di polvere sospesa nel sole.



Appena entrata, lo sguardo cade sulla corda appesa al muro imbiancato a calce. Non oscilla più per mani invisibili, ma resta lì, ferma e dignitosa. Un tempo sollevava pesi, legava fatiche; oggi sembra solo contare i minuti che passano, un nodo dopo l'altro. Poco distante, le pareti mostrano i loro anni come rughe profonde. 




Ci sono i i sostegni in legno, simili a rami secchi appoggiati al muro: servivano a sorreggere i cappelli di paglia appena intrecciati, lasciandoli respirare prima di scendere a valle. Ora sono braccia vuote che attendono ancora un carico che non arriverà.



Proseguendo, il pavimento di cotto e assi scricchiola sotto i passi, un suono secco e sincero. Lungo il corridoio, le porte si allineano come stanze di una memoria ordinata. Una è socchiusa, e da lì non filtra il buio, ma una luce bianca, accecante, che illumina le grandi casse di legno. Erano le custodi delle trecce di paglia, l’oro povero di questa casa. Ora sono vuote, ma profumano ancora di secco e di estate. In una parete, la cassaforte murata osserva tutto con il suo volto di ferro e bulloni. Non vibra di minacce, ma di segreti ben custoditi. Chi l’ha chiusa l’ultima volta ha portato via la chiave, ma ha lasciato dentro la curiosità di chi passa. 




Accanto a lei, piccoli oggetti dimenticati punteggiano il cammino:  il vetro di un vecchio lume  opacizzato dal tempo…

una brocca di ceramica bianca che riposa vicino a una ringhiera scura… 

e strani coperchi decorati abbandonati sulle assi, 

come gusci di tartarughe che hanno perso la strada.



C'è una nobiltà silenziosa in questa sedia stanca. La sua seduta non trattiene più il corpo, ma solo il ricordo di chi, con dita agili, intrecciava steli d'oro tra queste mura. Ormai sventrata, si lascia andare con grazia, spargendo fili di memorie sul pavimento di cotto, come se volesse finalmente radicare i suoi racconti nel suolo della soffitta.


Lo sgabello appare quasi come una piccola scultura geometrica, solida nonostante la polvere che lo ricopre.

Quattro gambe sottili e un intreccio di vimini che ha sfidato gli anni. Non serve più a sorreggere nessuno, eppure sta lì, orgoglioso della sua forma perfetta. La luce ne accarezza le trame sfilacciate, rivelando la bellezza di ciò che è diventato 'inutile' per il mondo, ma essenziale per l'anima di questa soffitta. È un piccolo altare alla pazienza, un invito a fermarsi, anche se solo per un pensiero.


 E si guardano, senza dirsi nulla. La sedia, ferma accanto alla finestra, cerca ancora un raggio di sole per scaldarsi il legno vecchio. Lo sgabello, più piccolo e timido, resta nell'ombra a fare la guardia ai passi perduti. Sono i compagni di un'attesa infinita, custodi di una stanza dove il tempo ha smesso di correre, accontentandosi di camminare piano tra la polvere.

 


Proprio al centro di una macchia di sole, giace un cappello di paglia solitario. È sgualcito, abbandonato sul pavimento rugoso, come se qualcuno lo avesse posato solo un momento fa per andarsi a riposare. È lui il vero poeta di questo luogo: un oggetto semplice che racconta di mani agili e pomeriggi infiniti.

La ragazza si ferma a guardarlo. La soffitta non vuole spaventarla; vuole solo essere testimone. Non servono grida o luci fioche nella notte. Basta la luce del mattino per capire che quassù nulla è andato perduto: ogni crepa, ogni ragnatela e ogni granello di polvere è un verso di una poesia scritta dal tempo.

La soffitta sospira, soddisfatta. Ha appena raccontato la sua storia a chi ha avuto la pazienza di restare.


Sergio Sartori afi bfi














04 febbraio 2026

L’Opificio. Dove il fango diventava arte.

 


L’Opificio. Dove il fango diventava arte. 


Capitolo I

Se la casa era il custode dei segreti, l’opificio era il motore dei sogni. Varcare la sua soglia non significa solo entrare in una fabbrica dismessa, ma penetrare nel ventre di una bestia che un tempo ruggiva, trasformando la polvere della terra in pura bellezza. Qui, il silenzio ha un sapore metallico e il tempo profuma di terra cruda.



L’esterno dell’opificio non è solo un perimetro di muri scrostati; è un confine tra due mondi. Qui in questo luogo, un tempo pulsante di fatiche e orari serrati dove il ritmo era scandito dai turni, oggi regna una calma spettrale, interrotta solo dal fruscio delle erbacce che spaccano il cemento.



Il lungo corridoio di cemento tra i capannoni sembra ancora attendere il passaggio dei carri carichi di argilla. Le facciate, segnate dal tempo e dalle intemperie, si guardano l'un l'altra come vecchi operai stanchi. La luce del sole taglia lo spazio con precisione chirurgica, illuminando una desolazione che ha un fascino quasi sacro. Non è solo un vuoto, è un'attesa sospesa.


Incastonato nella muratura sbiadita, un piccolo orologio circolare osserva il cortile. Le sue lancette sono immobili, cristallizzate in un istante preciso di anni fa. È il simbolo finale dell'abbandono: in questo luogo, il tempo non serve più. La natura ha iniziato a colonizzare anche il quadrante, con piccoli ciuffi d'erba che spuntano come a voler nascondere le ore che non passano mai.



Sullo sfondo, la ciminiera e le torri in cotto si stagliano contro il cielo. Sono le sentinelle di questa dinastia industriale. La loro verticalità sfida il crollo circostante, ricordandoci la potenza di quello che fu. Tra i porticati bui e i tetti sfondati, si intravedono le scaffalature in legno, un tempo piene di manufatti ad asciugare, ora ridotte a scheletri che sorreggono solo ombra.

Tutto intorno, il verde avanza. Gli alberi si sporgono oltre i muri, le piante rampicanti abbracciano le colonne di mattoni e l'edera invade i laboratori. È un passaggio di consegne: la terra, che per decenni è stata prelevata, impastata e cotta per diventare arte, ora torna a riprendersi il luogo dove veniva trasformata.


Capitolo II


Oltre le porte sbarrate dai rovi, il tempo ha smesso di scorrere, ma non di raccontare. Entrare negli uffici è come irrompere in un lunedì mattina di decenni fa, dove il lavoro si è interrotto a metà di un respiro.





Il piccolo sportello in legno della cassa rimane lì, incastonato nel muro bianco mangiato dalle ragnatele. È una finestra su un’epoca di scambi verbali, di buste paga consegnate a mano e di conti fatti a penna. Dietro l'inferriata lavorata, però, non c’è più nessuno a dare resto. Solo il vuoto e, curiosamente, il profilo di una statuina di ceramica che sembra mettersi in fila, in attesa di un valore che il mercato non può più dare.



Sulle pareti scrostate dal salnitro, le mappe ingiallite dell’Italia e le foto dei fondatori vegliano su una distesa di fango diventato forma. Ci sono centinaia di stampi, basi di lampade, vasi bianchi che attendono ancora il tocco del decoratore. È un esercito di terracotta rimasto orfano, schierato sul pavimento come se cercasse rifugio contro l'umidità che divora l'intonaco.




In una stanza adiacente, il lavoro sembra essere fuggito dalla porta sul retro.



I rocchetti di filo e le scatole di minuterie metalliche riposano sugli scaffali grigi, pronti per una rifinitura che non avverrà mai.



Le dime di cuoio e cartone, appese a un listello di legno, sembrano strumenti di tortura o di magia, sagome precise che un tempo guidavano la mano dell'artigiano per creare curve perfette.


I rotoli di tessuto, accumulati su un vecchio tavolo da taglio, ricordano che qui ogni pezzo veniva coccolato, imballato e spedito nel mondo.

Ogni oggetto — dal pezzo di ceramica rotto in un cassetto semiaperto alla porta "Uffici" incatenata — urla una verità silenziosa: la bellezza è fragile, ma la sua ombra è immortale.

"Non sono solo scarti di produzione. Sono promesse non mantenute che, nel buio di queste stanze, conservano ancora la dignità del capolavoro."


Capitolo III

Lasciando gli uffici, ci si addentra in un corridoio stretto e lungo, dove la luce filtra stanca dalle finestre. È qui che l’identità dell’opificio si svela come un libro di storia. Questo passaggio era il cordone ombelicale dell'azienda: da una parte la mente che progettava, dall'altra il braccio che creava.






Appesa o dimenticata in qualche angolo, spunta la memoria della ghetta. All'inizio del XX secolo, l'opificio non modellava solo argilla, ma vestiva i passi della storia. Queste protezioni, prodotte per l'esercito o per il lavoro duro, raccontano di un tempo in cui la priorità era la resistenza. Il cuoio rigido e le fibbie arrugginite sono i testimoni di una produzione pre-bellica, quando il fuoco serviva non a cuocere smalti, ma a temprare oggetti fatti per durare nel fango delle trincee.





Proseguendo, l'aria sembra farsi più leggera, quasi a voler richiamare la delicatezza dei decenni successivi. Tra le assi di legno degli scaffali spuntano ancora le trecce di paglia, l'eredità degli anni '20 e '30. È incredibile ritrovare questi resti: fibre naturali che un tempo venivano sapientemente intrecciate dalle mani delle donne del luogo per dare vita ai famosi cappelli di paglia. Quelle che vediamo sono le rimanenze di una dinastia che sapeva ascoltare il mercato, trasformando l'umile stelo di grano in un accessorio di lusso esportato ovunque.


I marchi di fabbrica dell'epoca sembrano sigilli di garanzia su un passato glorioso. Vedere quei loghi, con la loro grafica Déco, ci ricorda che questo era un centro di eccellenza dove il "Made in Italy" stava muovendo i suoi primi, eleganti passi.

Il corridoio termina dove l'odore di paglia e cuoio lascia il posto a quello più pungente della polvere di gesso e terra bagnata. È qui che l'opificio ha compiuto la sua ultima trasformazione, diventando il tempio della ceramica che abbiamo visto. Ma camminando su queste piastrelle, si ha la sensazione che gli strati di polvere nascondano, come in uno scavo archeologico, tutte le vite precedenti di questa fabbrica.

"Ghette per i soldati, cappelli per le signore, ceramiche per le case nobili: queste mura non hanno solo prodotto oggetti, hanno vestito e arredato i sogni di un intero secolo."


Capitolo IV 

Superato il corridoio dei ricordi, si entra in un regno di bianco abbacinante e grigio polvere. È qui che avveniva il miracolo della moltiplicazione: la terra, resa liquida e ribattezzata "barbottina", veniva versata nei grembi di gesso per assumere un'identità.


Le scaffalature erano piene di di stampi in gesso, accatastati come i volumi di una biblioteca muta. Ogni stampo è un negativo, un vuoto che attende di essere riempito. Ricordando le loro forme esterne, grezze e pesanti, è difficile immaginare la delicatezza dei vasi e delle statuine che ne uscivano. Sono i "custodi della perfezione": il gesso, assetato, beveva l'acqua dell'argilla liquida, lasciando che un sottile strato di terra si solidificasse contro le sue pareti interne.

I lunghi banchi da lavoro, segnati da decenni di colature e gocce ormai pietrificate, raccontano di gesti precisi e ripetuti. Immaginiamo gli artigiani curvi su questi tavoli, l'attenzione nel versare il liquido denso, l'attesa del tempo di presa, e poi quel momento magico e delicatissimo: lo smodelaggio. Aprire lo stampo e vedere, per la prima volta, la creatura ancora umida, tenera come pelle, ma già definita.



In un angolo, su assi di legno che flettono sotto il peso del tempo, riposano i pezzi rimasti allo stadio di "crudo". Sono grigi, fragili, pronti a tornare polvere al minimo tocco. Non hanno mai conosciuto il bacio del fuoco né lo splendore dello smalto. Sono i testimoni di un'interruzione improvvisa: una produzione che si è fermata un attimo prima di diventare eterna, restando per sempre sospesa tra il fango e l'arte.




"In queste stanze non si lavorava solo la materia, si governava l'attesa. Ogni pezzo che oggi vediamo finito nella casa padronale è passato di qui, nudo e vulnerabile, tra queste pareti di gesso che ne hanno forgiato il destino."

 

 

Capitolo V

C'è un odore diverso in questa stanza: un profumo minerale, asciutto, che pizzica leggermente le narici. È qui che venivano custoditi i segreti cromatici della dinastia. Sulle mensole pesanti, tra sacchetti di carta, riposa la polvere magica che il fuoco avrebbe trasformato in smalto brillante.

Vedere i pigmenti in polvere è come osservare l'arcobaleno prima che venga dipinto. Blu cobalto, ossido di rame, giallo antimonio, terre di Siena: ogni sachetto contiene una promessa di bellezza. 

Queste polveri, oggi coperte da una crosta di sporco, erano il tesoro più prezioso dell'opificio. Bastava un grammo in più o in meno per cambiare il destino di un vaso, per trasformare un errore in un capolavoro.




Qui l'artigiano diventava alchimista. Mescolare i colori non era solo un lavoro, era un rito fatto di ricette tramandate sottovoce, scritte su taccuini unti di grasso e pigmento. Ogni macchia di colore sul pavimento o sui muri è un'impronta digitale del passato, un segno di una creatività che non conosceva sosta.



Molti contenitori sono ancora sigillati, come capsule del tempo che proteggono un colore che non vedrà mai la luce di un forno. Altri sono rovesciati, e la polvere colorata si è mescolata al grigio della polvere comune. È il momento più malinconico: vedere il colore, l'elemento che dà vita e gioia alla ceramica, ridotto a un residuo dimenticato in un magazzino buio.




"In questo luogo, la bellezza non era ancora forma, ma solo potenziale. Era un sogno di azzurro e di oro racchiuso in un barattolo di latta, in attesa di un pennello che non tornerà più."


Capitolo VI



Qui l'aria profuma ancora di resine e di oli, i medium necessari per stendere le polveri minerali. In questo locale, la luce era fondamentale: ampie vetrate che dovevano permettere ai decoratori di distinguere ogni minima sfumatura di smalto, che spesso da crudo appare ingannevolmente opaco e grigio, rivelando il suo vero volto solo dopo il passaggio nel fuoco.





In questo locale avveniva la "vestizione". Il pezzo di ceramica, dopo la prima cottura (il biscotto), arrivava qui poroso e pallido. Veniva immerso nello smalto o dipinto a mano con una pazienza certosina. È incredibile pensare che ogni fiore, ogni fregio dorato che abbiamo ammirato sui vasi nel salotto della casa, sia nato proprio su questi banchi, tra queste pareti dove ora il silenzio è così denso da sembrare solido.



"Era l'ultimo sguardo prima della prova del fuoco. Qui si decideva se un pezzo sarebbe diventato un tesoro da esposizione o se sarebbe finito nel cumulo dei cocci nel cortile."



Capitolo VII 

Se i laboratori erano il fragore e la creazione, il magazzino era il tempio del silenzio compiuto. Qui, l’odore di terra e fiamme lasciava il posto a quello della paglia pulita e delle casse di legno. Le stanze e le pareti,, hanno visto passare generazioni di bellezze pronte a partire, oggetti che oggi ornano case in città lontane, ma che qui hanno vissuto la loro ultima notte "a casa".



Le lunghe stanze e i pavimenti di legno che gemono sotto il peso, ospitano ancora file di vasi, piatti e sculture. Ogni pezzo era stato controllato, lucidato, benedetto dalla riuscita del fuoco. 



Immaginiamo i compratori dell'epoca, i mercanti  i signori della città, camminare tra questi corridoi, scegliendo con lo sguardo il pezzo che avrebbe dato lustro ai loro salotti. 


Oggi, restano solo pochi esemplari dimenticati, pezzi che per un graffio o per un capriccio del destino non sono mai partiti, diventando i guardiani eterni di questo magazzino.


È un luogo di partenze mancate e di arrivi mai avvenuti. 


La polvere qui non copre solo il pavimento, ma anche le speranze di un'economia che sembrava infinita e che invece si è cristallizzata in un fermo immagine di malinconica bellezza.


Lasciamo il ventre della fabbrica. Abbiamo visto il ferro, il fango, il fuoco e infine l'attesa. Il gigante ora riposa, abbiamo visto il suo orologio fermo e i suoi colori in polvere. Ma la storia non è ancora finita. Per capire davvero chi erano le persone dietro queste opere, dobbiamo tornare indietro, nel luogo dove i sogni venivano custoditi prima ancora di essere forgiati.


"Prossima fermata, la soffitta della casa padronale. Qui il tempo non si è solo fermato, si è stratificato. Siete pronti a scoprire con me l'ultimo respiro di questo viaggio?"

Sergio Sartori afi bfi