Non so esattamente quando ho iniziato a tornare in luoghi che non mi appartenevano più. Forse è successo il giorno in cui ho capito che certi silenzi non si ascoltano: si attraversano. Ricordo il caldo, prima di tutto. Un caldo che non aveva stagione, che non veniva dal cielo ma dai muri stessi, come se gli edifici respirassero ancora, lenti, ostinati. La vegetazione non cresceva: tratteneva. Sembrava custodire qualcosa che non voleva lasciare andare.
La prima volta che entrai nella chiesa del
manicomio, non cercavo niente. Stavo solo camminando, come faccio quando non so
dove mettere i pensieri. Il pavimento era coperto di polvere e luce, e il
rosone lasciava cadere un’ombra che sembrava un orologio rotto. Fu lì che vidi
il libro da messa, aperto come se qualcuno l’avesse lasciato cadere un attimo
prima. Dentro, il negativo del granchio.
Non lo capii subito. Lo presi in mano e il punto
bianco al centro mi guardò come un occhio che non voleva giudicare. Era un
difetto, forse. O forse no. Sembrava un luogo dove il nero non aveva voluto
posarsi, un rifiuto, una piccola ribellione della luce.
Da quel momento, ogni stanza che attraversavo
sembrava parlare la stessa lingua. I letti arrugginiti, le celle con il
lavandino, le sedie coperte dalla pianta che si era seduta ad aspettare, le
scritte sui muri che non chiedevano perdono. Ogni oggetto era un indizio, un
frammento di una storia che non avevo vissuto ma che, in qualche modo, mi stava
scegliendo.
E poi c’era lui. Il ragazzo che disegnava
granchi. Non l’ho mai incontrato, ma l’ho visto ovunque: nei fogli sparsi, nei
segni incisi con l’unghia, nel modo in cui certe porte sembravano chiudersi più
forte, come per trattenerne il ricordo. La suora che suonava l’organo, invece,
l’ho immaginata. La vedo ancora spingere sui pedali per coprire il tremore del
coro, come se il suono potesse tenere insieme ciò che la vita aveva lasciato
andare.
Quando ho trovato il graduale aperto sul Dies
Irae, con l’ostia incollata sopra il punto bianco, ho capito che non stavo
più fotografando un luogo. Stavo fotografando una ferita. Una ferita che non si
era mai chiusa.
Questo racconto nasce da lì: dal bisogno di
seguire quella traccia, quel passo laterale, quel piccolo assoluto che resiste
al tempo. Non è un’indagine, non è un reportage. È un ritorno. Un modo per
camminare dentro un ricordo che non è mio, ma che mi ha riconosciuto.
E se decidi di entrare anche tu, fallo piano. Non
per rispetto, per ascolto. Perché qui, dove il nero non prende, tutto ciò che
resta è vivo.
“il racconto”
Cammino dove il nero si ferma. La navata è un
respiro trattenuto, un luogo che non vuole essere disturbato. La luce entra
dall’alto come un pensiero che non sa dove posarsi. Il rosone proietta un’ombra
che sembra un orologio rotto.
Fuori, il sentiero si apre in più direzioni. Il
parco è vasto, disseminato di edifici come isole: alcuni bassi, altri stretti,
altri ancora nascosti dietro la vegetazione che trattiene il caldo invece di
disperderlo. Ogni struttura sembra avere un proprio respiro.
Il primo edificio è lungo, con finestre alte e
muri scrostati che mostrano strati di vernice come pagine sovrapposte. Dentro,
il corridoio sembra non finire mai. Ogni porta è un respiro trattenuto. Ogni
stanza un frammento.
In una stanza trovo un letto arrugginito, piegato
come un animale ferito. In un’altra, un lavandino minuscolo, incastrato in una
cella che sembra fatta per contenere un pensiero più che una persona.
Più avanti, un'altra stanza. Sul letto, un libro aperto. La polvere lo ha trasformato in un oggetto sacro, anche se non lo è. Sembra che qualcuno l’abbia lasciato lì un attimo prima.
In un altro edificio, una poltrona per infermi
con un manifesto. La poltrona guarda il manifesto come si guarda un ricordo che
non torna.
Le scritte sui muri sono ovunque. Non urlano. Non
chiedono perdono. Sono lì da così tanto tempo che sembrano parte dell’intonaco,
come vene sotto pelle.
Poi c’è la scala. Sale, ma non porta in alto:
porta altrove. Ogni gradino è un suono secco, come se ricordasse ogni passo che
l’ha attraversato.
In uno degli edifici centrali trovo pellicole e lastre.
Sono disposte come reliquie, come se qualcuno avesse voluto conservarle con
cura. Sul pavimento, una pellicola srotolata: un nastro di memoria che nessuno
ha riavvolto.
E in mezzo a tutto questo, ovunque, c’è lui. Il
ragazzo che disegnava granchi. Non l’ho mai incontrato, ma è in ogni edificio,
in ogni stanza, in ogni traccia. I suoi fogli sono briciole. I suoi segni
incisi con l’unghia sono sulle porte, sui tavoli, sui muri. Il punto bianco al
centro dei suoi disegni è sempre lo stesso: un rifiuto del nero, un piccolo
assoluto che resiste.
Una notte, il ragazzo scese nel laboratorio
fotografico — uno degli edifici più lontani, quello con le finestre coperte da
assi. La luce rossa non illuminava: sospendeva. L’acqua tremava nella bacinella
come se ricordasse qualcosa. Il granchio emerse piano, come un pensiero che non
vuole essere detto. Il punto bianco era intatto, un piccolo assoluto che
nessuna ombra poteva toccare.
La suora lo vide. Non parlò. Portò il negativo
nella chiesa, l’unico edificio che sembrava ancora trattenere un senso di
ordine, aprì il graduale sul Dies Irae e posò un’ostia sopra il punto
bianco. Un gesto che era barriera e preghiera insieme.
Poi venne il silenzio. Quello vero. Quello che
non si muove più.
Il ragazzo non rispose all’appello. La suora lasciò il velo su una sedia. Gli edifici rimasero soli.
Il parco intero si
chiuse come un occhio che non vuole più vedere.
Molto tempo dopo, quando i cancelli si aprirono
per restauri e tetti nuovi, trovarono il libro. Trovarono il granchio. Il
bianco era ancora lì, intatto. Il nero intorno aveva ceduto, come cedono le
cose che hanno visto troppo.
Qualcuno lo staccò. Qualcuno lo mise in una
busta. Qualcuno lo fotografò.
Ora gira. Di mano in mano, di schermo in schermo.
E ogni volta che qualcuno lo guarda, il mondo si inclina. Il passo diventa
laterale. Il respiro si fa più lento.
Perché c’è un punto, piccolo, duro, segreto dove
il giudizio non prende. Dove nessuno ti pesa. Dove nessuno ti conta. Dove si
cammina come i granchi: non per fuggire, ma per attraversare il mondo da
un’altra direzione.
“ dove il
passo si ferma, ma non finisce”
Quando esco, il caldo è lo stesso di quando sono
entrato, ma non mi pesa più. È come se il luogo avesse deciso di restituirmi il
respiro che mi aveva trattenuto. Mi volto un’ultima volta verso la chiesa: non
sembra più un edificio, sembra un pensiero che continua anche senza di me.
Il sentiero è lo stesso, ma non lo riconosco. La
vegetazione si richiude piano, come se volesse cancellare le mie orme. Le
finestre, viste da fuori, non sembrano più finestre: sono occhi che hanno
smesso di guardare e ora ricordano.
Cammino lento, senza fretta. Ogni passo è un
ritorno, ma non verso casa: verso qualcosa che non so nominare. Il negativo del
granchio è ancora nella mia tasca. Lo sento rigido, fragile, vivo. Il punto
bianco sembra pulsare, come se avesse un ritmo suo, indipendente dal mio.
Mi fermo sotto un albero. La luce filtra tra le
foglie e per un attimo ho l’impressione che tutto ciò che ho visto là dentro
non sia finito, ma si sia semplicemente spostato. Che continui a muoversi, a
respirare, a cercare un modo per non scomparire.
Forse è questo che fanno i luoghi quando li
lasci: non ti seguono, ma ti restano addosso. Si infilano nelle tasche, nei
pensieri, nelle fotografie che non hai ancora scattato.
Riprendo a camminare. Il mondo fuori è lo stesso,
ma io no. E mentre il sentiero si allontana dalla chiesa, capisco che non sto
davvero uscendo: sto solo cambiando direzione.
Un passo di lato. Sempre quello. Il passo dei
granchi. Il passo di chi ha visto un punto dove il nero non prende e non può
più ignorarlo.
E so che tornerò. Non per cercare qualcosa, per
ascoltare ciò che non ho ancora sentito. Perché certi luoghi non finiscono
quando li lasci: finiscono quando smetti di ricordarli. E io, questo, non
voglio dimenticarlo.
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