23 marzo 2026

Barenthal: Altopiano dei 7 Comuni

 

Prefazione: Perché

Questo lavoro fotografico non è un omaggio alla gloria, né una celebrazione dell'eroismo. È un atto di accusa. È una domanda, urlata nel silenzio di un cimitero militare: perché?

Perché luoghi come Barenthal esistono?

Non dovrebbero. Nessun prato dovrebbe essere arato per seppellire ragazzi di vent'anni. Nessuna pietra dovrebbe portare inciso un nome, un'età e una data di morte come unico riassunto di un'intera esistenza. Questi luoghi, sparsi come cicatrici sulla pelle del mondo, non sono monumenti alla vittoria. Sono la prova tangibile del nostro più grande fallimento come esseri umani: l'incapacità di risolvere i nostri conflitti se non attraverso la distruzione reciproca.

Ogni lapide a Barenthal, come in innumerevoli altri cimiteri di guerra, è un universo perduto. Un amore mai sbocciato, un figlio mai cresciuto, un talento mai espresso. Una vita. Moltiplicata per centinaia, per migliaia, per milioni, fino a diventare un numero che perde di significato.

Con queste immagini ho cercato di ridare voce al loro silenzio. Ho usato la luce spettrale dell'infrarosso per trasformare un paesaggio di memoria in un monito per il presente. Per mostrare una realtà trasfigurata, quasi aliena, perché aliena e contro natura è l'idea stessa della guerra.

Questo non è un racconto sulla Prima Guerra Mondiale. È un racconto contro tutte le guerre. Contro quelle che si combattono oggi con droni e tecnologia, e contro quelle che si combatteranno domani con armi che ancora non immaginiamo. Perché il risultato, alla fine, è sempre lo stesso: un campo di croci e un silenzio assordante.

Spero che chi guarda queste foto non veda solo la bellezza desolata di un luogo, ma senta il peso di ciò che rappresenta. E si unisca a quella domanda, la più importante di tutte.

Perché?

Preface: Why

This photographic work is not a tribute to glory, nor a celebration of heroism. It is an indictment. It is a question, screamed into the silence of a military cemetery: why?

Why do places like Barenthal exist?

They shouldn't. No meadow should be tilled to bury twenty-year-old boys. No stone should bear a name, an age, and a date of death as the sole summary of an entire existence. These places, scattered like scars on the skin of the world, are not monuments to victory. They are the tangible proof of our greatest failure as human beings: the inability to resolve our conflicts through anything but mutual destruction.

Every headstone in Barenthal, as in countless other war cemeteries, is a lost universe. A love that never blossomed, a child never raised, a talent never expressed. A life. Multiplied by hundreds, by thousands, by millions, until it becomes a meaningless number.

With these images, I have tried to give a voice to their silence. I used the spectral light of infrared to transform a landscape of memory into a warning for the present. To show a reality that is transfigured, almost alien, because the very idea of war is alien and unnatural.

This is not a story about the First World War. It is a story against all wars. Against those fought today with drones and technology, and against those that will be fought tomorrow with weapons we cannot yet imagine. Because the result, in the end, is always the same: a field of crosses and a deafening silence.

I hope that those who look at these photos see not only the desolate beauty of a place but feel the weight of what it represents. And join in asking that most important question of all.

Why?

 1) La Soglia

Il mio viaggio verso Barenthal è un'immersione in una luce diversa. Mi muovo attraverso boschi che hanno dimenticato il verde, dove gli abeti non sono alberi ma spettri bianchi, carichi di una neve che non si scioglie. L'aria stessa sembra vibrare di una frequenza silenziosa, preparando il mio animo a ciò che sto per incontrare.

E poi, eccolo. Lo vedo apparire. Un muro di pietra scura che si staglia contro il bianco accecante dell'erba e il nero profondo della foresta. Non lo percepisco come un muro ostile; è un abbraccio severo, un confine che non serve a dividere ma a custodire. Le sue pietre, consumate dal tempo e macchiate di muschio, raccontano di inverni rigidi e di estati silenziose.

Da fuori, il mio sguardo corre oltre il muretto e intravedo il primo indizio: file ordinate di lapidi, la cui sommità emerge come le spalle di un esercito in attesa. Sono una promessa di ordine nel caos della memoria, un primo, sussurrato racconto di vite interrotte. E al centro, la Croce del Sacrificio si erge non come un simbolo di vittoria, ma come un fulcro attorno al quale ruota tutto il peso di questo luogo.

Infine, arrivo al cancello. Un semplice manufatto di ferro battuto, scuro e onesto. Nelle mie foto, a volte l'ho ritratto chiuso, un punto fermo che mi costringe a rimanere un osservatore esterno. Altre volte, l'ho lasciato socchiuso. Per me, quel piccolo spiraglio non è solo un passaggio fisico. È un invito che rivolgo a me stesso e a chi guarda: un invito a varcare la soglia, a passare dal mondo dei vivi al regno dei morti che parlano attraverso il silenzio. È il momento in cui trattengo il respiro, prima di entrare in questo spazio sacro con la mia macchina fotografica.

 1) The Threshold

My journey to Barenthal is an immersion into a different light. I move through woods that have forgotten their green, where the firs are not trees but white specters, heavy with a snow that never melts. The very air seems to vibrate with a silent frequency, preparing my soul for what I am about to encounter.

And then, there it is. I see it appear. A wall of dark stone that stands out against the blinding white of the grass and the deep black of the forest. I do not perceive it as a hostile wall; it is a stern embrace, a boundary not meant to divide, but to protect. Its stones, worn by time and stained with moss, tell of harsh winters and silent summers.

From the outside, my gaze travels over the low wall and catches the first clue: orderly rows of headstones, their tops emerging like the shoulders of an army in waiting. They are a promise of order in the chaos of memory, a first, whispered story of interrupted lives. And at the center, the Cross of Sacrifice stands not as a symbol of victory, but as a fulcrum around which the entire weight of this place revolves.

Finally, I arrive at the gate. A simple artifact of wrought iron, dark and honest. In my photos, I have sometimes depicted it closed, a hard stop that forces me to remain an outside observer. Other times, I have left it ajar. For me, that small opening is not just a physical passage. It is an invitation I extend to myself and to the viewer: an invitation to cross the threshold, to pass from the world of the living who watch, to the realm of the dead who speak through silence. It is the moment I hold my breath, before stepping into this sacred space with my camera.





2) L'Esercito Silenzioso

Una volta varcata la soglia, il mondo esterno svanisce. Il rumore dei miei passi sulla ghiaia è l'unico suono, un'intrusione quasi irrispettosa in una quiete assoluta. Davanti a me, le lapidi si schierano in un silenzio perfetto, disciplinato. Non sono semplici pietre, ma un esercito immobile, disposto su un prato che il mio obiettivo a infrarossi ha trasformato in un campo di luce spettrale, quasi fosse neve perenne.

Il mio sguardo cerca un centro, un punto d'appoggio in questa distesa di uniformità, e lo trova nella Croce del Sacrificio. È massiccia, un perno di pietra che assorbe il dolore di questo luogo e lo restituisce in forma di pace severa. Le lapidi più vicine le fanno da guardia d'onore.

Ma è un dettaglio quasi nascosto a catturare la mia attenzione, un piccolo segreto incastonato nel muro. Una porticina di metallo con una croce in rilievo e la scritta "Cemetery Register". È un invito a un'interazione più intima. Mi avvicino, la apro. Dentro, il libro dei visitatori. Un filo che lega il presente al passato, le firme di chi è venuto qui a ricordare si aggiungono ai nomi di chi non può più firmare. Chiudo l'obiettivo su questo piccolo santuario di metallo e carta: è il cuore pulsante del cimitero, il punto in cui la memoria dei vivi incontra quella dei morti.

Torno a guardare le file. La luce del pomeriggio si allunga, e ogni lapide proietta un'ombra netta e scura sul prato bianco. Non sono più solo pietre, ma meridiane che segnano un tempo immobile. L'ombra è l'eco scuro del soldato che non c'è più, un'impronta persistente lasciata sulla terra. Con la mia macchina fotografica, non mi sento un turista. Mi sento un ascoltatore. E questo esercito silenzioso, attraverso le mie lenti, inizia a raccontare la sua storia.

2) The Silent Army

Once I cross the threshold, the outside world vanishes. The sound of my footsteps on the gravel is the only sound, an almost disrespectful intrusion into an absolute stillness. Before me, the headstones are arrayed in a perfect, disciplined silence. They are not mere stones, but a motionless army, arranged on a lawn that my infrared lens has transformed into a field of spectral light, as if it were perennial snow.

My gaze searches for a center, a foothold in this expanse of uniformity, and finds it in the Cross of Sacrifice. It is massive, a stone pivot that absorbs the pain of this place and returns it in the form of a stern peace. The nearest headstones serve as its guard of honor.

But it is an almost hidden detail that captures my attention, a small secret set into the wall. A small metal door with a cross in relief and the words "Cemetery Register." It is an invitation to a more intimate interaction. I approach, I open it. Inside, the visitor's book. A thread that connects the present to the past, the signatures of those who came here to remember are added to the names of those who can no longer sign. I close my lens on this small sanctuary of metal and paper: it is the beating heart of the cemetery, the point where the memory of the living meets that of the dead.

I turn back to look at the rows. The afternoon light lengthens, and each headstone casts a sharp, dark shadow on the white lawn. They are no longer just stones, but sundials marking a motionless time. The shadow is the dark echo of the soldier who is no longer there, a persistent footprint left on the earth. With my camera, I do not feel like a tourist. I feel like a listener. And this silent army, through my lens, begins to tell its story.






 3) I Nomi Incisi sulla Luce

Lasciato alle spalle lo sguardo d'insieme, mi inginocchio. È un gesto quasi istintivo. Per leggere, per vedere davvero, devo abbassarmi al livello dell'erba bianca, quasi luminosa. È solo da qui, da vicino, che l'esercito silenzioso si spoglia del suo anonimato e ogni pietra inizia a parlare con una propria voce.

Il mio obiettivo stringe sui dettagli. Le scritte, prima indecifrabili, ora diventano nomi e cognomi, gradi militari, reggimenti dal suono esotico e lontano. Non sono più semplici lapidi, ma l'ultima pagina di un diario.

Private Sydney Kay, Gordon Highlanders, 12th July 1918. Accanto al suo nome, un numero: 21.

Ventun anni. Una vita intera compressa in un numero inciso sulla pietra.

Mi sposto. Il mio occhio fotografico ne cerca altri.

Private G.F. Coomber, Royal Sussex Regiment, 28th October 1918, Age 21.

Accanto a lui, quasi a fargli compagnia: L. Cpl T. Cox, Oxford & Bucks Light Inf., 28th October 1918, Age 22.

Morti nello stesso giorno, a un passo dalla fine della guerra. Due ragazzi. Chissà se si conoscevano, se hanno scambiato un'ultima parola in questa terra straniera.

Poi i Gunners, gli artiglieri. J.E. Joyce, Age 21. G. Howells, Age 26. Royal Garrison Artillery. Uomini dello stesso corpo, caduti a pochi giorni di distanza.

Ogni scatto è un pugno nello stomaco. L'astrazione della guerra, fatta di mappe e strategie, qui si dissolve di fronte a queste biografie brutalmente abbreviate. Con la mia macchina fotografica, non sto solo catturando immagini. Sto leggendo epitaffi. Sto ridando per un istante un nome e un'età a ombre che altrimenti resterebbero mute, e la luce spettrale dell'infrarosso sembra quasi un tentativo di strappare questi ragazzi dall'oblio, anche solo per un momento.

3) The Names Engraved on Light

Leaving the wide view behind, I kneel. It's an almost instinctive gesture. To read, to truly see, I must lower myself to the level of the white, almost luminous grass. It is only from here, up close, that the silent army sheds its anonymity and each stone begins to speak with its own voice.

My lens closes in on the details. The inscriptions, previously indecipherable, now become names and surnames, military ranks, regiments with exotic and distant sounds. They are no longer simple headstones, but the last page of a diary.

Private Sydney Kay, Gordon Highlanders, 12th July 1918. Next to his name, a number: 21.

Twenty-one years old. An entire life compressed into a number engraved on stone.

I move. My photographic eye searches for others.

Private G.F. Coomber, Royal Sussex Regiment, 28th October 1918, Age 21.

Next to him, as if keeping him company: L. Cpl T. Cox, Oxford & Bucks Light Inf., 28th October 1918, Age 22.

Died on the same day, a step away from the war's end. Two boys. Who knows if they knew each other, if they exchanged a final word in this foreign land.

Then the Gunners, the artillerymen. J.E. Joyce, Age 21. G. Howells, Age 26. Royal Garrison Artillery. Men from the same corps, fallen just days apart.

Every shot is a punch to the gut. The abstraction of war, made of maps and strategies, dissolves here before these brutally shortened biographies. With my camera, I am not just capturing images. I am reading epitaphs. I am giving back, for an instant, a name and an age to shadows that would otherwise remain silent, and the spectral light of infrared seems almost an attempt to snatch these boys from oblivion, if only for a moment.



4) Tra Due Numeri

Il sole si abbassa sull'altopiano e le ombre delle lapidi si allungano a dismisura, quasi a volermi trattenere. Ho camminato tra di loro, ho letto i loro nomi, ho immaginato le loro vite interrotte. Ora, è il momento di andare.

Mi volto lentamente, dando le spalle a quell'esercito che riposa in piedi. Ogni passo verso l'uscita è pesante. È come riemergere da un'apnea in un oceano di silenzio. Il prato bianco e gli alberi spettrali mi accompagnano, quasi a scortarmi verso il confine del loro mondo.

Ed eccomi di nuovo qui, davanti al cancello, ma questa volta dall'interno. Lo guardo e vedo la storia intera, un prologo e un epilogo, incisa nella pietra. Sui due pilastri che lo sorreggono, due date: 1914 e 1918. L'inizio e la fine. Tutto il dolore, tutto il sacrificio, tutto ciò che questo luogo rappresenta è racchiuso tra questi due numeri.

Un'anta è socchiusa, un invito a tornare nel mondo di fuori. Prima di attraversarlo, mi fermo per un ultimo sguardo indietro. Le file di pietre sono di nuovo una schiera compatta, le singole storie sono tornate a essere un unico, potente coro muto. Il loro monito, ora, è inciso anche dentro di me.

Supero la soglia. Non chiudo il cancello, lo lascio così com'è. Non c'è un "dopo" definitivo per un luogo come questo. Esco, ma non li abbandono. So che tornerò. Perché certi luoghi non li visiti una sola volta. Continuano a chiamarti.

4) Between Two Numbers

The sun lowers on the plateau, and the shadows of the headstones stretch endlessly, as if trying to hold me back. I have walked among them, I have read their names, I have imagined their interrupted lives. Now, it is time to go.

I turn slowly, my back to the army that rests on its feet. Every step toward the exit is heavy. It's like re-emerging after holding my breath in an ocean of silence. The white lawn and the spectral trees accompany me, as if escorting me to the border of their world.

And here I am again, in front of the gate, but this time from the inside. I look at it and I see the entire story, a prologue and an epilogue, engraved in stone. On the two pillars that support it, two dates: 1914 and 1918. The beginning and the end. All the pain, all the sacrifice, everything this place represents is enclosed between these two numbers.

One side of the gate is ajar, an invitation to return to the world outside. Before passing through, I stop for one last look back. The rows of stones are once again a compact formation, the individual stories have returned to being a single, powerful, mute choir. Their warning is now engraved within me as well.

I cross the threshold. I do not close the gate, I leave it as it is. There is no definitive "after" for a place like this. I leave, but I do not abandon them. I know I will be back. Because you don't just visit certain places once. They keep calling you back.

Barenthal Military Cemetery Commonwealth

GPS Co-ordinates: http://maps.google.co.uk/maps?q=45.84116,11.52329

 Nota del Fotografo: La Scelta della Luce

Molti potrebbero chiedersi il perché di queste immagini, perché questa luce, perché questa assenza di colore. La risposta è nel messaggio che volevo trasmettere.

Il Bianco e Nero: Ho scelto di eliminare il colore perché il colore è vita, è distrazione. Un cielo azzurro, il verde brillante dell'erba... avrebbero reso questo luogo quasi sereno, pittoresco. Ma Barenthal non è un giardino. È una cicatrice. Il bianco e nero spoglia la scena di ogni elemento superfluo, la riduce alla sua essenza: la forma, la pietra, la luce e l'ombra. È il linguaggio della memoria, del tempo che si è fermato.

L'Infrarosso: Questa è stata la scelta cruciale. La fotografia a infrarossi cattura una luce che l'occhio umano non può vedere. E io volevo vedere l'invisibile. Volevo catturare non solo ciò che c'è, ma anche ciò che si percepisce: l'energia sospesa, la presenza spettrale di quelle giovani vite.

Nell'infrarosso, la clorofilla delle piante e delle foglie riflette la luce in modo quasi accecante. L'erba e gli alberi diventano bianchi, eterei, come se fossero ammantati di brina o di cenere. Questa non è la natura viva e rigogliosa del nostro mondo. È un paesaggio trasfigurato, ultraterreno. È la Natura stessa che si veste a lutto, che diventa un monumento vivente.

L'infrarosso, quindi, non è un trucco tecnico. È uno strumento per rendere visibile l'emozione. Per trasformare un cimitero in un paesaggio dell'anima e dare, spero, un monito più forte contro l'orrore insensato di ogni guerra.

Photographer's Note: The Choice of Light

Many might wonder about the reason for these images, for this light, for this absence of color. The answer lies in the message I wanted to convey.

Black and White: I chose to eliminate color because color is life, it is a distraction. A blue sky, the bright green of the grass... they would have made this place seem almost serene, picturesque. But Barenthal is not a garden. It is a scar. Black and white strips the scene of every superfluous element, reducing it to its essence: form, stone, light, and shadow. It is the language of memory, of time that has stood still.

Infrared: This was the crucial choice. Infrared photography captures a light that the human eye cannot see. And I wanted to see the invisible. I wanted to capture not just what is there, but also what is felt: the suspended energy, the spectral presence of those young lives. In infrared, the chlorophyll in plants and leaves reflects light in an almost blinding way. The grass and trees become white, ethereal, as if cloaked in frost or ash. This is not the living, thriving nature of our world. It is a transfigured, otherworldly landscape. It is Nature itself, dressed in mourning, becoming a living monument. Infrared, therefore, is not a technical trick. It is a tool to make emotion visible. To transform a cemetery into a landscape of the soul and to offer, I hope, a stronger warning against the senseless horror of all war.


22 marzo 2026

Geometrie Infrante

 

 Geometrie Infrante

Non era rimasto molto, solo lo scheletro di una vecchia serra ai margini del bosco. Il tempo l'aveva spogliata di quasi tutto, ma non dei suoi vetri. Quelli erano ancora lì, a modo loro. Erano diventati una tela, una mappa di storie spezzate.

Ogni impatto aveva lasciato un sole di fratture, una ragnatela fragile che catturava la luce in modo inaspettato. Un sasso lanciato, una grandinata violenta, il ramo caduto durante un temporale: ogni colpo era inciso lì, un ricordo congelato. Da questo incontro silenzioso tra la fragilità del vetro e la pazienza della natura nasce il progetto Geometrie Infrante: non solo la cronaca di un abbandono, ma un'esplorazione estetica della frattura, un'indagine sulla bellezza che può nascere da un atto di rottura.

Il progetto sceglie come soggetto proprio questa superficie ferita. Attraverso l'obiettivo, la lastra dimenticata smette di essere una semplice barriera per diventare una tela. Le linee casuali delle crepe si organizzano in mappe complesse, la luce intrappolata tra le schegge disegna costellazioni. È una ricerca minimalista che trova nell'imperfezione una nuova, sorprendente armonia.

Guardando attraverso quelle finestre ferite, il mondo sembrava diverso. La natura non si era arresa. Anzi, sembrava giocare con quelle rovine. I fiori selvatici, con i loro petali leggeri, si spingevano contro le crepe, sbirciando attraverso i buchi. I loro steli disegnavano nuove linee curve tra le rette spezzate del vetro. Il cielo era di un blu ancora più intenso, incorniciato dalle schegge, e i fiori sembravano piccole stelle catturate in una galassia di cristallo.

"Geometrie infrante" è dunque la storia di un confine che si dissolve. Una riflessione su come ogni fine sia, in realtà, un punto di partenza. È la prova che anche nelle rotture, nelle cose abbandonate, può nascere una bellezza nuova e inaspettata. Perché la natura si riprende il suo spazio, non distruggendo, ma abbracciando le ferite e trasformandole in arte, fino a farle diventare casa.

 





È l'inizio della storia, il momento in cui la barriera non è ancora crollata, ma ha già smesso di essere invisibile.

 Qui il vetro è un velo. Sfoca il bosco fino a trasformarlo in un ricordo, in un acquerello di macchie e luce. Non è ancora rotto, ma è stanco, appannato dal respiro del tempo. È una finestra che non mostra più il mondo com'è, ma come potrebbe essere sognato. Poi, compaiono le prime ferite: lame di luce che tagliano la scena, ma non la distruggono ancora. Sono le prime rughe sul volto della serra. E la natura, da fuori, si avvicina. I fiori piumosi e leggeri non sono ancora entrati, ma si appoggiano al vetro, curiosi. Guardano dentro, e noi, con loro, guardiamo il cielo diventare di un blu quasi liquido.

 Questo è il dialogo silenzioso prima dell'incontro vero e proprio. È la tensione di qualcosa che sta per accadere. Il vetro modifica, incornicia e a volte inganna, ma la sua integrità è ormai compromessa.






Ed ecco l'impatto. Il momento della rottura, il suono che si congela in una forma visibile.

 Prima un colpo, poi due, poi una costellazione di ferite. Ogni punto d'impatto è un sole che esplode in silenzio, una stella di ghiaccio che irradia schegge di luce. Le crepe si rincorrono, si sovrappongono, disegnando mappe fragili e complesse. Il vetro non è più una barriera, ma un diario di eventi violenti, ogni stella un ricordo inciso a forza. Il bosco, al di là, ora si guarda attraverso questa griglia di fratture. Non è più un paesaggio unico, ma un mosaico di frammenti. Ogni scheggia cattura un pezzo di realtà diverso: un ramo, una macchia di cielo, un'ombra.

 E poi, in un centro perfetto di una di queste esplosioni, la vita si riaffaccia. Il fiore piumoso non è più solo riflesso, si appoggia delicatamente sul punto della rottura, quasi a consolare la ferita. È il primo vero contatto. La natura non sta più solo a guardare, sta toccando la cicatrice.





Qui il vetro cessa di essere una finestra e diventa qualcos'altro.

 La barriera, ormai, ha ceduto. Le crepe si sono moltiplicate fino a diventare una rete fittissima, un pizzo di cristallo che avvolge tutto. Non si distinguono più i singoli colpi, ma solo il risultato finale: un'unica, complessa cicatrice che ha trasformato la superficie liscia in una trama ruvida, quasi organica. La luce non filtra più, ma rimane intrappolata in questo labirinto di fratture. Poi, l'apertura. Il punto di rottura si è trasformato in un buco, un occhio scuro e spalancato sul mondo. Non è più una crepa attraverso cui sbirciare, ma un passaggio. È un invito esplicito alla natura, che ora può entrare, attraversare, far passare l'aria, i semi, la vita. Il confine tra dentro e fuori è stato finalmente cancellato.

 E alla fine, il vetro si arrende. Diventa pura astrazione, una mappa di linee impazzite su uno sfondo scuro, quasi un'opera d'arte creata dal caso e dal tempo. Ha perso la sua funzione, ma ha trovato una nuova, inaspettata bellezza. Ora non è più una rovina, ma la tela su cui la natura, finalmente, potrà dipingere la sua vittoria, intrecciando i suoi steli in queste geometrie spezzate e riempiendo il vuoto lasciato dal vetro. La storia della ferita si conclude, e inizia quella della rinascita.                                                                                      


"Perché la natura non ripara le ferite. Le abita, fino a farle diventare casa."

 Sergio Sartori afi bfi

19 marzo 2026

L'Occhio Silenzioso: Fotografia Oltre il Linguaggio


La macchina fotografica è uno strumento prelinguistico. A un certo punto, ho capito una cosa semplice: la fotocamera non parla una lingua. Non appartiene all'inglese, al francese, allo spagnolo o a qualsiasi altro sistema di parole inventato dagli esseri umani per organizzare il significato. La fotografia opera in un ambito ancora più antico, risiede nello spazio precedente al linguaggio.

È per questo che questo mezzo mi è sempre sembrato così naturale, entrando nella mia vita prima ancora che capissi cosa stesse facendo. La fotocamera non mi ha mai chiesto di spiegare il mondo; mi stava chiedendo di notarlo.

Un ragazzo di Marostica inizia a camminare con una macchina fotografica. All'inizio gli sembra semplice, quasi casuale, un modo di muoversi nel mondo prestando attenzione. Passano gli anni. La mente viaggia più lontano di quanto avesse mai immaginato. Le città si svelano, i paesi appaiono, la luce e i volti cambiano. Le strade portano ritmi di vita diversi.


"Tra la rigorosa geometria della barriera e la delicata fioritura che sfida il cemento, la città rivela le sue dualità. Un frammento di vita che, nel contrasto cromatico, racconta la resilienza e la sorpresa della natura che si fa strada, un attimo di pausa in un flusso costante." (2026 Campese)

"Sotto il portico, un quadretto di vita urbana si svela. L'arco antico incornicia un bar dal nome familiare, mentre figure umane e piccoli compagni a quattro zampe animano la pavimentazione ciottolata. Ogni espressione, ogni dettaglio – dalla sacca della spesa alla macchina fotografica a tracolla – è una traccia del quotidiano, un frammento di storia che l'occhio urbano coglie con curiosità, rivelando il vissuto discreto di questi luoghi." (2026 San Nazario/Valbrenta)

"Minimalismo urbano: una facciata discreta con il suo davanzale fiorito, una grondaia che traccia una linea verticale e un'auto arancione che spunta con timidezza. L'occhio si posa sui dettagli, sulla luce che modella le superfici e sulle texture, scoprendo piccole storie silenziose in un angolo di città, un dialogo inatteso tra l'abitato e il transito." (2026 San Nazario/Valbrenta)


"Un vero 'murale del tempo': questa facciata, con i suoi strati di intonaco scrostato e le macchie che il tempo ha dipinto, racconta una storia silenziosa. Le linee diagonali del tetto e il contrasto tra il bianco più recente e i mattoni antichi creano una texture ricca, un'architettura che si fa tela, dove ogni segno è traccia del vissuto e della resilienza di un luogo." (2026 Riese Pio X)


"Qui, tra l'imponenza delle montagne e la voce costante del fiume, un edificio racconta le sue ere. La facciata, un affresco naturale di intonaci scrostati e persiane rosse sbiadite, è una testimonianza tangibile del tempo che passa. Le ampie scale in pietra invitano all'esplorazione, a salire verso un passato ancora presente, mentre la strada e l'acqua in movimento suggeriscono un dialogo infinito tra l'immobilità della storia e il flusso della vita." (2026 Solagna)


"Una scala per fuggire dal mondo, costruita nel solo luogo dove nessuno può salire: il riflesso." (2026 Solagna)


"Un'insegna sbiadita, 'Osteria Da Manega', sussurra storie di convivialità e vite passate. La facciata, con le sue tonalità neutre interrotte dalle persiane e dalla porta di un caldo color terra, è un minimalismo che parla di presenze e assenze. Ogni dettaglio, dalla piastrella numerata al tappetino d'ingresso, è una traccia del vissuto che l'occhio attento coglie, dipingendo un ritratto discreto di un luogo che conserva la sua anima." (2026 Solagna)

"In un'antica corte, dove le mura logore celano secoli di storie e l'arco in mattoni suggerisce passaggi segreti, un'Ape Piaggio gialla si erge come un simbolo vivente. Carica di oggetti e di chissà quali racconti, essa testimonia il perpetuo movimento e la semplicità operosa di un vissuto che persiste. Un frammento di vita urbana dove il tempo sembra essersi fermato, eppure la curiosità dell'occhio percepisce ogni dettaglio come un battito, un'eco delle generazioni che hanno animato questo luogo." (2026 Solagna)


"Sotto una lapide che sussurra date antiche, la facciata di un edificio diviene un palinsesto urbano, dove l'occhio legge storie di mestieri dimenticati e speranze racchiuse. Insegne al neon sbiadite come 'Blanchin' e 'Mace World' rievocano un passato commerciale, mentre la vetrina vuota e la porta dall'azzurro sverniciato invitano a immaginare il brulicare della vita di un tempo. Ogni gradino consunto, ogni traccia di umidità, ogni infisso blindato è un segno tangibile del vissuto, un richiamo alla memoria che il paesaggio urbano offre a chi sa notare." (2026 Solagna)

"In un'apertura circolare nella parete bianca, l'occhio scopre un piccolo scrigno di delicatezza: un annaffiatoio in zinco, custode di lavanda profumata e di un fiore magenta. Un'oasi inattesa, dove la natura si fa strada anche nell'architettura più essenziale. Questo dettaglio minimalista, così semplice eppure carico di vita, è una testimonianza di come la curiosità dello sguardo possa cogliere l'incanto in ogni angolo del paesaggio urbano." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La facciata di questo 'Atelier' è un invito a sognare, un'esplosione di cuori e decorazioni che contrasta con la sobrietà del garage adiacente. Sotto la scritta 'Chi sogna arriva prima di chi pensa', l'occhio si sofferma sul colore vivace della tenda e della porta, sulle piante che si arrampicano e sui riflessi che mescolano l'interno con l'esterno. È un frammento di esplorazione urbana dove la fantasia e il vissuto si incontrano, un piccolo universo che si svela nella geometria delle superfici e nella ricchezza dei particolari." (2026 Piazzola sul Brenta)


"Attraverso la patina del vetro, il mondo esterno si fonde con l'interno in un balletto di riflessi e realtà. Stelle diafane e cappelli natalizi rossi e blu, forse gnomi o figure festive, emergono da un'atmosfera ovattata, quasi onirica. Sullo sfondo, un cartello 'MERCATINO DI NATALE' si specchia al contrario, mentre l'architettura esterna si dissolve in un fantasma. È un'esplorazione urbana che trascende la superficie, dove l'occhio, con fulminea percezione, cattura un particolare che è al contempo presente, riflesso e memoria di un tempo che è stato o che verrà." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La realtà si piega e si riflette sulla superficie trasparente, dove il cielo si fonde con il cemento e l'architettura esterna si deforma in un'onda eterea. Un semplice vetro diviene un portale per una visione distorta ma affascinante dell'urbano, invitando l'occhio a esplorare le geometrie create dal riflesso. È un momento di sospensione visiva, dove la curiosità cattura la magia del reale che si trasforma, rivelando un paesaggio inatteso nella quotidianità." (2026 Piazzola sul Brenta)

"Sullo sfondo di un lunotto impolverato, le figure stilizzate di una famiglia – Vittorio, Valentina, Liliana e la cagnolina Meggy – raccontano una storia universale. Questo piccolo, intimo dettaglio urbano è una traccia del vissuto, un'espressione di appartenenza e identità che l'occhio cattura con curiosità. Non è solo un adesivo, ma un frammento di vita che, con la sua spontaneità, aggiunge un tocco di colore al quotidiano anonimato della città." (2026 Conco/Lusiana)


"La parete di un edificio si trasforma in una tela astratta, dipinta da linee, ombre e colori inattesi. Il filo teso con le mollette, alcune colorate, altre di legno, proietta le loro sagome danzanti sull'intonaco consumato, quasi fossero un alfabeto sconosciuto. La striscia d'ombra verticale taglia la scena con decisione, creando un contrasto potente. Un dettaglio urbano che, nella sua semplicità, rivela un'arte quotidiana e le tracce di un vissuto invisibile, dove il tempo si manifesta in graffi e crepe, e la luce scolpisce la narrazione." (2026 Conco/Lusiana)

"Tra le fessure del muro di cinta del cimitero, la vita si aggrappa e risplende con un verde tenace. Un'epigrafe sullo sfondo ci ricorda le storie passate, mentre la natura continua il suo ciclo immutabile." (2026 Campese)

"L'arte ha il potere di rendere vivo anche un muro di cemento, dando voce ai silenzi della città." (2026 Schio)

...si voltò per un istante, cercando con lo sguardo la strada da cui era venuta, ma il portico di ritorno era sbarrato da un vetro silenzioso e invalicabile: una barriera invisibile che separava il presente da un passato ormai sigillato. Non si poteva tornare indietro, nemmeno volendo. (Schio 2026)

 

"La fotografia documenta. E nel mio sguardo non c'era nulla, se non pura curiosità per l'esplorazione urbana; ero solo io, con la velocità della mente e dell'occhio che si fondono nel catturare un particolare, un dettaglio che racconta, un frammento di storia. L'atto diventa una meditazione senza fine, un'eco visiva di ogni istante vissuto, un invito a continuare a guardare, a sentire, a essere.


Sergio Sartori afi bfi"


14 marzo 2026

Nel Laboratorio dei Ricordi: Un Viaggio attraverso la Memoria

 


Questa frase di Marcel Proust, profonda e risuonante, è stata la scintilla che ha acceso il mio viaggio:

 “Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

 Partendo da qui, ho iniziato a esplorare i sentieri tortuosi della mia mente, guidato da alcune immagini che mi hanno parlato direttamente.


Quest'immagine mi ha catapultato in un ricordo lontano, quasi un'antica superstizione o un gioco dimenticato. Quella piccola streghetta su un corrimano, con la sua aria tra il malinconico e il magico, mi ha fatto pensare a come certi piccoli oggetti della memoria possano contenere incantesimi e storie sopite, attese solo di essere riscoperte. È stato il mio primo passo in questo laboratorio, dove le cose più inaspettate possono rivelarsi talismaniche.


Poi sono piombato in questo disordine sconcertante, una scena che mi ha mostrato il lato più crudo del "laboratorio chimico" della memoria. Tappi, siringhe, contenitori... era come osservare i resti di un esperimento fallito, il terreno fertile dove i "veleni pericolosi" della mente prendono forma. Questo ricordo mi ha sbattuto in faccia la realtà delle tracce che certe esperienze lasciano, non sempre piacevoli, spesso inquietanti.



Questo passaggio mi ha portato in un luogo sospeso, una stanza dove la luce faticava a entrare completamente. Quei frammenti appesi al muro, quasi a formare una bacheca di un'esistenza passata, mi hanno fatto riflettere sui dettagli che restano, sui pezzi di un puzzle che non sempre riusciamo a ricomporre. La memoria è anche questo: un limbo, un luogo di accettazione dove non tutto è chiaro, ma tutto ha un suo posto, appeso tra luce e ombra.


Dopo quel tuffo nel caos, questa scena mi ha offerto un sospiro di sollievo, una vera e propria "droga calmante". Vedere quelle due figure sedute di schiena, in contemplazione di una natura serena fuori da una finestra spoglia, mi ha ricordato quanto sia importante trovare la pace, anche solo in un momento di pausa o in una connessione silenziosa. È stato il momento in cui la memoria ha smesso di urlare e ha iniziato a sussurrare promesse di serenità.

E così, eccomi qui, a fotografare questa che sembra proprio una 'camera obitorio'. Non era la fine della storia che mi aspettavo di catturare, ma, onestamente, quella che si è rivelata necessaria. Con quel tavolo così centrale e quei candelabri, l'obiettivo ha immortalato un punto di non ritorno, dove i 'veleni' e i 'calmanti' della memoria si incontrano per un ultimo, crudo faccia a faccia. È proprio qui che ho compreso, attraverso l'obiettivo, che la memoria non è solo un semplice archivio, ma anche un posto dove si accetta profondamente ogni cosa, persino il più difficile, per poter davvero andare avanti.                                  

      

                "Ogni ombra ha avuto la sua luce, e io, sono pronto a ricominciare."

Sergio Sartori afi bfi

01 marzo 2026

L’Anguana - Il Patto del Silenzio (2° parte)



 

L’Anguana non apparteneva più soltanto al fiume. Aveva portato con sé il freddo dell’acqua e il silenzio delle pietre dentro le stanze affrescate di una vecchia villa veneta. Tra pavimenti in terrazzo veneziano e specchi offuscati dal tempo, la sua natura selvatica cominciava a mutare, adattandosi a una quotidianità nuova, quasi incredibile.



Non era sola in quel labirinto di stanze. Lì incontrò l’amica mora, figura d’ombra e velluto, opposta alla sua luminosità eterea.




Tra sorrisi accennati e pose che ricordavano le statue dei giardini, tessevano un legame fatto di sguardi. La villa non era più un guscio vuoto, ma un rifugio dove mito e realtà potevano toccarsi.






Insieme iniziarono un gioco silenzioso davanti ad uno specchio. Non cercavano la propria immagine, ma un modo per riconoscersi l’una nell’altra. L’Anguana, ancora nuda e fiera come nel bosco, osservava la compagna muoversi con l’eleganza di chi è sempre appartenuto a quelle mura.

L’Anguana aveva trovato uno specchio non solo di vetro, ma di carne e ossa, capace di riflettere la sua transizione verso una vita normale, senza spegnere la scintilla primordiale che l’aveva resa immortale ai miei occhi.




Nel silenzio cominciarono a comunicare. L’Anguana comprese che la villa non era una prigione, ma un archivio di esistenze. Non fu sottomissione: fu passaggio di segreti.

L’amica mora non era lì per caso. Era la custode del silenzio, l’ultima di una stirpe che aveva giurato di proteggere il confine tra umano e leggenda. Mentre l’Anguana imparava la seta, l’amica rivelava, in ogni gesto, un passato radicato nelle ombre della terra veneta.

Secoli prima, la sua famiglia aveva stretto un patto con le creature del fiume per garantire fertilità alle terre e protezione dalle piene. Lei era la voce, colei che traduceva i sussurri del vento tra i salici per le orecchie dei contadini.

Il mistero nel suo sguardo nasceva da una perdita. Si diceva che avesse rinunciato alla propria voce per salvare un segreto che l’Anguana stessa aveva dimenticato. Per questo parlava con gli occhi e con la lenta danza delle mani.


Davanti allo specchio offuscato, guidò le mani dell’Anguana verso il proprio volto: freddo contro caldo. In quell’istante, l’Anguana sentì il peso dei secoli trascorsi nell’attesa. Non era un incontro fortuito, ma un appuntamento.


Se l’Anguana era il fiume che irrompe nella stanza, l’amica mora era l’argine che lo accoglieva, sacrificando la propria libertà per dare forma al suo fluire.

Un sorriso appena accennato, e per un attimo gli occhi scuri brillarono della stessa luce acquatica. Erano due metà della stessa storia: una scritta nel fango, l’altra nell’inchiostro.




L’Anguana si avvicinò alla vetrata, attratta dal sole contro il vetro. Il suo corpo, vibrante della forza del fiume, si faceva quasi trasparente sotto i raggi. L’amica la raggiunse: due sagome, chiara e scura, contro l’abbaglio del giardino. Posarono le mani sul vetro fresco come a sfiorare le foglie oltre la soglia.



Tornarono allo specchio dalla cornice dorata, carico di secoli di sguardi. Il gioco si fece più intimo. Si disposero su un vecchio mobile di legno scuro, intrecciando le figure. L’Anguana cercava nel vetro il proprio volto, ma trovava quello dell’amica.

Non c’erano più segreti. L’amica la guidava a osservare la propria bellezza non come forza da temere, ma come forma da abitare. Lì l’Anguana comprese di poter essere entrambe le cose: il fiume che scorre e la donna che resta.


Abbandonarono le pose scultoree per cercare il contatto con le superfici morbide della villa. L’Anguana si stese su un tappeto persiano: la lana ruvida sotto la schiena le dava un radicamento diverso dal fango, più stabile.


La villa smise di essere edificio e divenne nido.

Non c’era bisogno di parole. La luce che moriva sulle loro pelli raccontava ciò che restava da dire: che il mito può riposare, e che la bellezza, a volte, è solo il silenzio di un pomeriggio che finisce.

Non erano più preda e cacciatrice, né riflesso e realtà. Erano parte dell’arredamento senziente di quella dimora, un segreto custodito tra il legno intagliato e il battito lento del tempo, che lì sembrava essersi fermato.

La villa restava in attesa, come se sapesse che quel riposo era soltanto una tregua.

Fuori, il giardino sussurrava messaggi che solo l’Anguana avrebbe potuto decifrare. Ma per quella notte scelse di non ascoltare.

Il mito si addormentò nel velluto, lasciando il futuro come un’ombra oltre la porta chiusa.

 Sergio Sartori afi bfi