19 aprile 2026

I fotografi secondo me: guida semiseria a una specie in continua evoluzione

 


Ci sono fotografi che hanno un genere preciso: ritratti, paesaggi, reportage, viaggi, architettura. Li riconosci subito: hanno un’estetica definita, un portfolio coerente, un’identità chiara. E poi ci sono quelli come me, che quando provano a darsi un’etichetta finiscono per aprire un’altra parentesi.

Non è che io faccia “tutti i generi”. È che i generi, ogni tanto, mi saltano addosso. Sto lavorando e divento professionista. Sto camminando e divento viaggiatore. Sto aspettando un caffè e divento documentarista. Sto guardando un albero e… beh, lì succedono cose.

Questo progetto nasce così: come un piccolo catalogo ironico dei fotografi che potrei essere. Non perché io lo sia davvero — nessuno si sveglia dicendo “oggi sarò un artista concettuale” — ma perché ogni fotografia, volente o nolente, ti mette addosso un ruolo. E allora ho deciso di prenderli tutti questi ruoli, e giocarci un po’. Con leggerezza, con affetto, con un pizzico di auto‑presa‑in‑giro.

Non aspettatevi una classificazione scientifica. È più un autoritratto sfaccettato, un mosaico di possibilità, un modo per dire che la fotografia cambia pelle ogni volta che cambia il modo in cui la guardi. E che, alla fine, siamo tutti un po’ più globali di quanto vorremmo ammettere.

Se proprio devo riassumere: questo è un viaggio dentro i fotografi che potremmo essere, e dentro quelli che siamo stati senza accorgercene.

Benvenuti — accomodatevi, scegliete pure il fotografo che vi assomiglia di più. Io, nel dubbio, li ho provati quasi tutti.

Quelli che lo fanno per lavoro

Li riconosco subito: hanno la borsa piena, la schiena distrutta e la pazienza di un monaco tibetano. Sono i fotografi che devono consegnare, non “ispirarsi”. Mentre io magari sto lì a contemplare la poesia di un muro scrostato, loro stanno già pensando a: deadline, cliente, fattura, backup del backup del backup.

Li rispetto molto. Io, al loro posto, avrei già cambiato mestiere e aperto un chiosco di granite.

“Il fotografo professionista nel suo habitat naturale: strutture metalliche, vento, e un cliente che vuole tutto ‘più luminoso’.”

“Quando il cliente dice: ‘Vorrei qualcosa di sobrio’, e tu sorridi… fuori.”

Quelli che fotografano per passione

Ci sono giorni in cui sei il fotografo per passione. Esci per comprare il pane e torni con ventisette foto di un gatto che non conosci. Ti fermi in mezzo alla strada perché “la luce qui è pazzesca”, mentre gli altri ti guardano come se avessi un problema alla macchina. E tu sorridi, perché sai che quel marciapiede, in quel momento, vale più di mille tramonti.

Non ha bisogno di un motivo: gli basta la luce giusta, o anche quella sbagliata. È felice, instancabile, curioso. E soprattutto: non si vergogna mai di dire “questa foto non serve a niente, ma mi piace”.

“Non avevo nessuna intenzione di fotografare un gatto oggi… e invece eccoci qui.”

“Gli altri vedono un marciapiede. Lui vede un capolavoro potenziale.”

“A volte li invidio: hanno ancora quella freschezza che ti fa dire “wow” davanti a un tombino”

Quelli che vogliono fare arte

Qui la faccenda si fa seria. Sono quelli che parlano di “progetto”, “serie”, “narrazione”, “assenza”, “memoria”, “tempo”… E sì, lo ammetto: spesso ci finisco dentro anch’io.

Sono quelli che non scattano: costruiscono. Che non cercano il bello: cercano il senso. Che passano mezz’ora a guardare una parete perché “c’è qualcosa che vibra”.

Siamo un po’ complicati, lo so. Ma almeno non ci annoiamo mai.

“Il fotografo‑artista: vede dune poetiche anche in un deposito di materiali edili.”

“Il fotografo‑artista: ama le statue senza testa perché ‘lasciano spazio all’interpretazione’.”

“Gli altri vedono un ramo. Lui vede l’inverno che pensa.”

 

Quelli di viaggio

Ogni scatto è un “io qui ci sono stato, e guarda che bello”. E spesso è davvero bello.

Li riconosci perché hanno sempre lo zaino pronto e la batteria scarica. Per loro la macchina fotografica è un passaporto, un alibi, un pretesto per perdersi. Fotografano tutto: montagne, mercati, tramonti, cibo, persone, cani, nuvole, sassi.

Io li guardo con affetto: sono i collezionisti di emozioni. E ogni tanto mi ricordano che il mondo è più grande del mio solito muro scrostato.

“Quando ti perdi… e la foto migliore della giornata ti trova da sola.”

“Il fotografo di viaggio: parte per vedere il mondo e finisce in una chiesetta che non era nemmeno sulla mappa.”

 Quelli che documentano

Sono i coraggiosi. Quelli che entrano nella realtà senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Raccontano ciò che accade, anche quando non è comodo, anche quando non è bello. È sempre in mezzo, sempre pronto, sempre con un occhio nel mirino.

Io li ascolto in silenzio: hanno un senso del dovere che ammiro profondamente. E una capacità di stare nel mondo che io, a volte, non ho.

“Il documentarista: fotografa la vita reale. Anche quando la vita reale è solo gente che aspetta un caffè.”

“Fotografare chi fotografa: il meta‑reportage che nessuno ha chiesto ma tutti apprezzano.”

“Il documentarista: segue il suono, trova la storia, scatta la foto. E poi si chiede perché ha le mani congelate.”

 Quelli che sperimentano

Sono gli scienziati della fotografia. Quelli che parlano di chimica come se fosse poesia, e di poesia come se fosse un bug di Lightroom. Provano tutto: pellicole improbabili, esposizioni assurde, tecniche antiche, processi inventati.

È il testimone. Quello che entra nella realtà senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Racconta ciò che accade, anche quando non è comodo, anche quando non è bello. Quando parla, ascolto. Quando mostra le sue foto, sto zitto.

“Perché scattare normale, quando puoi scattare in infrarosso panoramico nel ’94?”

“False color e Polaroid: perché la realtà, da sola, non era abbastanza strana.”

Quelli che esplorano (urbex)

Ah, questi li capisco bene. Sono gli amanti dei luoghi dimenticati, dei silenzi, delle superfici consumate. Entrano negli spazi abbandonati come archeologi del presente. Trovano la bellezza dove gli altri vedono pericolo. Sono quelli che ascoltano i muri, la polvere, le storie che nessuno racconta più.

Li senti dire cose tipo: “Guarda questa crepa, sembra parlare”. E io annuisco, perché sì, parla davvero.

“Se c’è un cartello di divieto, è sicuramente il posto giusto.”

“La giacca è lì da vent’anni. Io da venti secondi e già mi sento a casa.”

“Il fotografo urbex: va a cercare la bellezza nei posti dove nessuno la cerca più.”

“Il fotografo urbex: vede un edificio crollato e pensa ‘che meraviglia’. Qui c’era una storia. Ora c’è un’altra storia.”

Quelli che si guardano dentro

Sono i meditativi, i contemplativi, i rallentatori professionisti. Per loro la fotografia è un modo per respirare meglio. Ogni immagine è un autoritratto mascherato. È quello che fotografa e ciò che sta tra lui e il mondo. Riflessi, veli, distanze, sovrapposizioni. Non scatta per mostrare: scatta per capire.

A volte mi ci ritrovo: quando fotografo, spesso sto parlando con me stesso.

“Il fotografo introspettivo: scatta una foto e poi passa mezz’ora a chiedersi chi stia guardando chi.”

“Il fotografo introspettivo: mette un velo davanti alla realtà per capire meglio se stesso.”

Il fotografo che incontra presenze

È un fotografo che non cerca soggetti: li ritrova. Cammina tra gli alberi come chi attraversa un luogo familiare, e a un certo punto si ferma, guarda una corteccia, e pensa: “Ti ricordavo diverso.”

Non è fantasia, non è allucinazione: è memoria che riaffiora in forme nuove. È il passato che si traveste da tronco, da nodo, da crepa.

Gli altri vedono solo legno. Lui vede qualcuno che ha già incontrato — forse anni fa, forse in un’altra vita, forse in un sogno.

È un fotografo che non scatta per documentare, ma per salutare.

“Incontrare qualcuno che conoscevi nel bosco: a volte la memoria ha radici più profonde degli alberi.”


E alla fine, chi siamo?

Dipende dal giorno. A volte artisti, a volte esploratori, a volte introspettivi, a volte semplicemente persone che escono con la macchina fotografica perché hanno bisogno di respirare.

La verità è che nessuno di noi è una sola cosa. Siamo un miscuglio di intenzioni, ossessioni, entusiasmi e dubbi.

E forse è proprio questo il bello: ogni volta che portiamo l’occhio al mirino, scegliamo chi vogliamo essere.


                                  Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati



17 aprile 2026

Tra luce e pelle, abitare l'ombra

 

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presentazione

Queste 23 fotografie non sono nate per mostrare un corpo, ma per misurare uno spazio.

Le ho scattate in luoghi abbandonati intorno a casa, dove la pietra tiene ancora la forma e l'erba ha già cominciato a riprendersela. Colonne, soglie, stanze vuote, finestre che tagliano la luce come lame. In bianconero, perché il colore distrae e qui contano solo materia, ombra e pelle.

 Il nudo non è provocazione. È il modo che ho trovato per far entrare una presenza viva dentro l'assenza. Il corpo appare quasi sempre senza veli, e quando resta un jeans slacciato o una camicia aperta è solo traccia del quotidiano, non un nascondimento. Tolti i segni della moda, resta la misura umana contro il tempo che sbriciola i muri. La modella non posa, abita. Si appoggia, si inginocchia, attraversa, resta sulla soglia. A volte guarda, più spesso offre il corpo alla luce e lascia che sia la luce a scolpire.

 "Tra luce e pelle, abitare l'ombra" è il filo che tiene insieme le immagini. La luce arriva sempre di taglio, dura, e disegna. La pelle risponde. L'ombra non è vuoto, è la casa che scegliamo per un istante.

 Ho deciso di pubblicarle una al giorno. Ventitré giorni per attraversare una rovina senza fretta, come si fa quando si entra in un luogo che non ci appartiene e, per un attimo, lo si abita.


Giorno 3 "Andare verso la luce senza uscire dall'ombra."

 2° giorno  "Appoggiarsi al tempo che non cade."

   1° giorno "Abitare il confine è già una scelta."


08 aprile 2026

Atto X - NIGI: I ladri di rame e gli abitanti clandestini

 


Prefazione 

Ci sono parti della fabbrica che non appartengono più a nessuno. Non alla NIGI, non al tempo, non alla memoria. Sono diventate terra di nessuno, e proprio per questo sono diventate terra di tutti.

I ladri di rame sono passati da qui come una tempesta silenziosa: hanno aperto quadri elettrici, strappato fili, tirato giù canaline, lasciando dietro di sé un groviglio di vene recise. Non è vandalismo: è sopravvivenza. È un’economia parallela che si muove quando tutto il resto si ferma.

Poi ci sono gli altri, quelli che non portano via: restano. Dormono dove possono, si scaldano come possono, abitano questi spazi come fossero un rifugio temporaneo, una casa che non è casa ma è meglio di niente.

Questo capitolo è per loro: per chi ha preso, per chi ha vissuto, per chi ha lasciato tracce che non si cancellano.



La porta è aperta, ma non invita. È un passaggio che qualcuno ha usato per entrare in fretta, per cercare ciò che vale ancora qualcosa. La natura cresce ovunque, come se volesse chiudere la scena, ma il rosso della porta resta lì, come un segnale d’allarme che arriva troppo tardi.


Qui dentro il pavimento è un mare di fili. Cavi tirati, strappati, trascinati via. Sembra quasi un campo dopo la battaglia: non ci sono corpi, ma ci sono le vene. E le vene sono state aperte tutte.


Uno dei cuori della fabbrica era qui. Non un cuore romantico, ma un cuore tecnico, fatto di relè, contattori, numeri, scatti. Ora è un torace aperto, svuotato di tutto ciò che poteva valere. Resta solo la struttura, come uno scheletro.


I ladri non hanno rotto per distruggere: hanno rotto per arrivare. Dietro quei vetri c’erano tubi, cavi, metalli. Ora c’è solo un pavimento che scricchiola sotto i passi, e un odore di umido che non se ne va.


Questo è il risultato finale. Un groviglio di colori, plastica, rame, tutto mescolato come un nido abbandonato. È strano pensarlo, ma anche questo è un gesto umano: raccogliere, selezionare, portare via. Un lavoro sporco, ma pur sempre un lavoro.

Dopo i ladri di rame, la fabbrica sembra svuotata, come se avesse perso il suo sangue. Ma non è davvero vuota. Tra queste stanze, tra questi fili, tra questi vetri, ci sono persone che non rubano: vivono.

Hanno lasciato segni più piccoli, più fragili, più umani. Una coperta, una sedia spostata, un oggetto riutilizzato. Non sono ladri: sono abitanti temporanei, corpi che cercano un posto dove stare, anche solo per una notte.


Entro piano, quasi in punta di piedi. Non voglio disturbare, anche se qui non c’è più nessuno. La stanza è piccola, scrostata, ma c’è un ordine che non mi aspettavo: il letto rifatto alla meglio, la coperta piegata, la sedia messa al suo posto, le bottiglie allineate come fossero un gesto di rispetto.

Qualcuno ha vissuto o vive qui. Non per molto, forse. Ma abbastanza da provare a chiamarlo casa.


Il tavolo è un mondo. Candele consumate, giornali, scatole, bottiglie, piccoli oggetti che raccontano una quotidianità fragile. Non c’è spreco, non c’è caos: c’è solo ciò che serve per passare la notte, per scaldarsi, per sentirsi meno soli.

È strano come un tavolo possa raccontare più di una stanza intera.


Li guardo e penso alle mani che li hanno indossati. Mani che hanno lavorato, raccolto, spostato, riparato. Mani che forse hanno rubato rame, o forse hanno solo cercato di sopravvivere.

Sono guanti consumati, piegati, segnati. Come se avessero assorbito la fatica di chi li ha usati.


Gli stivali sono lì, abbandonati a metà tra dentro e fuori. Uno è rattoppato con del nastro, l’altro è rigido, sporco, segnato dall’acqua e dal tempo. Sono stivali che hanno camminato nel fango, che hanno attraversato stanze allagate, che hanno portato qualcuno da un luogo all’altro senza chiedere niente.

Ora riposano, come se non servissero più.


Una giacca pesante, buttata a terra. Polvere, residui bianchi, un pezzo di stoffa azzurra sopra. È un abito senza corpo, un guscio vuoto che racconta una presenza passata.

Mi colpisce sempre quando un indumento sembra ancora trattenere il calore di chi lo ha indossato.


Un maglione morbido, quasi intimo. Abbandonato sul pavimento come se qualcuno l’avesse tolto in fretta, o come se non fosse più servito.

La lana trattiene la polvere, ma trattiene anche una storia che non posso conoscere.


Quattro pezzi di biancheria, sporchi, consumati. È la parte più fragile, la più personale, la più esposta. Non c’è niente di più umano di un indumento così vicino al corpo. E vederlo a terra, in un luogo come questo, fa capire quanto sia sottile il confine tra vita e sopravvivenza.


Questa è la foto che fa più male. Scarpe piccole, leggere, colorate. Scarpe che non appartengono a un ladro, né a un operaio, né a un vagabondo.

Appartengono a un bambino. E un bambino qui dentro non dovrebbe esserci mai.

Sono tracce che non giudico, ma che non riesco a ignorare.


I ladri di rame hanno lasciato ferite tecniche, gli abitanti clandestini hanno lasciato ferite umane. La fabbrica, in questo atto, non è più un luogo industriale: è un rifugio, una miniera, un dormitorio, un riparo di fortuna.

È diventata ciò che resta quando tutto il resto è finito.

E mentre cammino tra questi oggetti, tra questi indumenti, tra questi segni, mi rendo conto che la NIGI non è solo abbandonata: è abitata da storie che non conosco, da vite che si sono intrecciate con la sua fine.


                Questo post fa parte della serie ''NIGI''

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Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


Atto IX - NIGI: Icone di carta.

 


Presentazione

La NIGI non produceva solo abbigliamento: produceva immaginario. Corpi perfetti, pose studiate, tessuti che promettevano eleganza, desiderio, identità. Questi poster erano il volto pubblico della fabbrica, la sua voce patinata, la sua promessa al mondo.

Ora sono rimasti soli. Appesi a pareti che si sfaldano, piegati dal tempo, graffiati dall’umidità, dimenticati come attori dopo l’ultimo spettacolo. Eppure resistono: guardano ancora, posano ancora, parlano ancora.

In questo capitolo non entriamo nella fabbrica: entriamo nel suo immaginario ferito.


Valentino — la pelle che si scopre. Un corpo perfetto in un luogo imperfetto. La moda continua a posare anche quando il mondo intorno crolla.

Valentino Body — il viola del desiderio. Una luce artificiale, un gesto sospeso. Il lusso diventa un’eco in una stanza che non lo riconosce più.

Valentino — il gesto avvolto. Un corpo che si piega, si avvolge, si lascia prendere dal tessuto. C’è un movimento lento, controllato, quasi una danza interrotta. La fabbrica lo osserva come un ricordo estraneo, una promessa di eleganza rimasta appesa a una parete che non la merita più.

NIGI — il poster a terra. La moda cade, si sporca, si macchia. Eppure continua a raccontare un’intimità che resiste.

NIGI — le due figure. Due corpi in posa, identici e diversi. La simmetria del desiderio, appesa a una parete che si sfalda.

NIGI — il manifesto strappato. Il tempo ha mangiato i bordi, ma non il nome. La fabbrica sopravvive nelle sue firme.


 Un dettaglio, un frammento, un gesto. La NIGI parlava anche così: per superfici.


KRIZIA underwear. Moda e sicurezza, poster e estintore. Un contrasto che oggi sembra una poesia involontaria.




I bozzetti. 
La parte più fragile: il pensiero. Corpi disegnati, appunti di stile, sogni appuntati al muro. La creatività è l’ultima cosa a morire.


Le icone di carta sono le ultime testimoni della NIGI. Non parlano del lavoro, ma del desiderio. Non raccontano la produzione, ma l’immaginario che la sosteneva.

Ora che abbiamo attraversato anche questo strato — il più fragile, il più umano, il più esposto — possiamo finalmente avvicinarci alla materia.

Perché sotto la carta, sotto le immagini, sotto i corpi immaginati, ci sono le ferite.

Il prossimo capitolo ci porta lì: Atto X — Ferite di rame.


              Questo post fa parte della serie ''NIGI''

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Atto III - NIGI: Le stanze intermedie

 


Presentazione

Ci sono stanze che non appartengono né al dentro né al fuori. Sono luoghi di passaggio, corridoi laterali, uffici che non hanno più un ruolo, spazi che non servono più a niente ma continuano a trattenere qualcosa. Dopo il ventre della NIGI, queste stanze sembrano quasi un respiro trattenuto: non raccontano la produzione, non raccontano l’amministrazione, ma tutto quello che stava in mezzo.

Qui la fabbrica non è più corpo, non è più memoria tecnica: è un insieme di situazioni, di piccoli mondi che si sono spenti senza fare rumore. Vetri rotti, telefoni muti, macchine isolate, pareti che cedono. Ogni stanza è un frammento, un indizio, un gesto lasciato a metà.

Questo capitolo è un attraversamento lento, quasi distratto, come quando si cammina in una casa vuota e si aprono porte senza sapere cosa ci sarà dietro.


L’ufficio che non ricorda più il suo nome. Entro e la prima cosa che sento è il silenzio.            Un silenzio che non è pace, ma sospensione. I vetri rotti sul pavimento sembrano ghiaccio, le pareti non trattengono più niente, le sedie sono rimaste dove le ha lasciate l’ultimo gesto umano.  Questa stanza non è più un ufficio. È un luogo che ha dimenticato la sua funzione e ora vive solo di luce che entra a pezzi.


Il telefono fuori posto. Il telefono è lì, fuori contesto, fuori tempo. Un oggetto che un tempo serviva a chiamare, a collegare, a decidere. Ora è solo un corpo estraneo su un mattone umido, un residuo di voce che non arriverà più. Sembra quasi che stia aspettando qualcuno che non tornerà.


La sala macchine dietro il vetro. Mi fermo davanti al vetro rotto. Non è una ferita: è un varco. Da qui vedo la macchina che un tempo faceva qualcosa di preciso, qualcosa che aveva un senso, una funzione, un ritmo. Ora è solo un animale addormentato dietro una gabbia di vetri spezzati. La natura entra da una porta sul fondo, come se volesse reclamare ciò che resta. E io resto qui, a guardare un passato che non conosco ma che sento.

Il cuore tecnico. Questa macchina è un cuore che non batte più. La guardo e mi sembra quasi di sentire il rumore che faceva, il calore che emanava, la vibrazione che riempiva la stanza. Ora è solo metallo fermo, un corpo che ha perso la sua funzione ma non la sua presenza. Le valvole, i tubi, i manometri: tutto è ancora lì, come se aspettasse un ordine che non arriverà.




Il grande spazio che respira piano. Qui il silenzio è diverso. Non è quello teso degli uffici, né quello tecnico delle macchine. È un silenzio largo, che si appoggia sulle piastrelle rotte, che scivola lungo i vetri opachi, che si infila tra le travi del soffitto come polvere leggera. La luce entra dall’alto, filtrata, stanca. Sembra quasi chiedere permesso. Questo spazio non serve più a nulla, e proprio per questo sembra più vero.


La macchina al centro. In mezzo alla stanza, come un altare, c’è questa macchina che non lavora più. Non so cosa facesse, non so a cosa servisse, ma so che era importante. Lo capisco dal modo in cui occupa lo spazio, dal modo in cui i tubi salgono verso il soffitto come vene che cercano ancora un battito. Ora è solo un corpo fermo, ma continua a trattenere un’energia che non si è del tutto spenta.

La stanza della cappa. Qui dentro il tempo ha smesso di muoversi. La cappa pende dal soffitto come un ricordo pesante, il boiler sul lato sembra un organo che non serve più a nessun corpo. Le piastrelle bianche, sporche, mancanti, sono come denti caduti da una bocca che non parla più. È una stanza che un tempo aveva un ruolo preciso, un gesto ripetuto, una funzione chiara. Ora è solo un guscio vuoto, un luogo che non sa più cosa deve essere.

La parete che respira muffa. Questa parete è viva. Non nel senso buono: respira acqua, muffa, umidità, come se stesse assorbendo tutto ciò che la fabbrica ha lasciato andare. Le finestre rotte in alto lasciano entrare una luce malata, il pavimento bagnato conserva impronte che non sono più passi, ma tracce di un tempo che si scioglie.

È la stanza più fragile di tutte, quella che non ha più difese.

Le stanze intermedie sono quelle che parlano più piano. Non hanno la forza del ventre industriale, né l’immaginario patinato dei poster. Sono luoghi sospesi, spazi che non servono più a nulla ma continuano a trattenere tutto.

Qui la fabbrica non produce, non ricorda, non sogna: si lascia andare. E proprio in questo lasciarsi andare si apre la porta al capitolo successivo.

Perché oltre queste stanze, oltre i vetri rotti, oltre le macchine ferme, ci sono le immagini. Le icone. I corpi immaginati. La fabbrica che raccontava se stessa attraverso la carta.

Il prossimo capitolo è il più delicato, il più rivelatore, il più intimo: Qui la fabbrica non produce, non ricorda, non sogna: si lascia andare. E proprio in questo lasciarsi andare si apre la porta al capitolo successivo.

Perché oltre queste stanze, oltre i vetri rotti, oltre le macchine ferme, ci sono le immagini. Le icone. I corpi immaginati. La fabbrica che raccontava se stessa attraverso la carta.

Il prossimo capitolo è il più delicato, il più rivelatore, il più intimo: Atto IX  - Icone di carta.



 Questo post fa parte della serie ''NIGI''

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