20 febbraio 2026

L'Astronave del Sabato Sera: Ultima fermata al "Ciao Ciao"

 


C’è stato un tempo in cui, per viaggiare tra le stelle, non serviva la NASA. Bastava imboccare una statale nella nebbia, seguire il richiamo dei neon e parcheggiare davanti a due enormi cupole di cemento che sembravano appena atterrate da un’altra galassia.

Era il Ciao Ciao. Non una semplice discoteca, ma un avamposto del divertimento che oggi vive solo nel rullino graffiato della memoria e in queste ultime, spettrali immagini scattate poco prima che le ruspe ne cancellassero definitivamente la sagoma dall'orizzonte.

Varcare la soglia del Ciao Ciao significava abbandonare la provincia per entrare in un sogno psichedelico. L’interno era un labirinto di contrasti: Un cielo di drappeggi rosa e rossi che si stringevano verso il centro come l’iride di un occhio gigante. Affreschi che richiamavano architetture classiche e archi rinascimentali, quasi a voler nobilitare i balli sfrenati della generazione "Eighty". Un giardino sintetico di velluto blu e petali colorati dove sono nati amori durati una canzone o una vita intera.

Nelle foto dell'abbandono, il Ciao Ciao appare come un relitto ripescato dagli abissi del tempo. Le poltroncine da ufficio blu, rimaste sole in stanze dalle pareti rosso sangue, sembrano aspettare direttori che non daranno più ordini. I corridoi, un tempo vibranti di bassi, sono diventati tele per graffiti improvvisati ("Sirio", "Maico"), piccoli segni di passaggio in un luogo che stava perdendo la sua anima.

All'esterno, la pedana a scacchi sotto la tettoia a cono ricorda le estati calde, i cocktail annacquati e le risate che si perdevano tra gli alberi del giardino. Oggi, al posto dei tacchi che battevano il tempo, ci sono solo foglie secche e intonaco che si scrosta come pelle morta.

Vedere queste immagini fa un certo effetto. È la cronaca di un’estetica che non esiste più: quel mix di lusso artigianale, colori primari e voglia di stupire a tutti i costi.

Il Ciao Ciao è stato abbattuto. L'astronave è ripartita, lasciando dietro di sé solo un piazzale vuoto e qualche scatto fotografico che sa di polvere e nostalgia. Ma chiunque abbia ballato sotto quella cupola, chiudendo gli occhi, può ancora sentire il riverbero di un "Ciao Ciao" gridato nel buio della notte.

Quando un luogo come il Ciao Ciao viene demolito, non se ne vanno solo mattoni e cemento. Se ne va un punto di riferimento geografico dell’anima. Per chi viveva in zona, "l'astronave" era un segnale: "Sei quasi arrivato", "Ci vediamo lì".

 L'abbattimento del Ciao Ciao segna la fine della socialità pre-digitale. Al posto dell'astronave visionaria, oggi sorge un cinema multisala: un cubo di cemento senza anima. Abbiamo scambiato l'eccesso creativo e identitario di un luogo magico con la funzionalità asettica di un contenitore standardizzato. Il Ciao Ciao è ripartito per sempre, lasciandoci a terra in un mondo più ordinato, ma decisamente meno magico.


Eccola che emerge dal grigio della provincia. Non sembrava un edificio, ma un oggetto non identificato atterrato nel mezzo del nulla. Due cupole bianche che per anni hanno funzionato come un faro: quando le vedevi stagliarsi contro il cielo, sapevi che la notte stava per iniziare sul serio.




La chiamavano architettura futurista, ma a guardarla oggi sembra un relitto protettivo. Sotto questo grande cono si cercava il fresco o si scambiavano le prime parole lontano dal volume assordante della pista interna. 




Oggi restano solo foglie secche e una pavimentazione a scacchi che sembra una scacchiera su cui la natura sta vincendo la sua partita.




Entrando e alzando lo sguardo, l'astronave rivelava il suo cuore pulsante. Non un soffitto, ma un enorme occhio di stoffa rosa e rossa che si stringeva verso l'alto. Era un design 'uterino', studiato per avvolgere, proteggere e far sentire chiunque al centro di un universo privato, lontano anni luce dalla realtà esterna.




Un tempo qui non si riusciva a camminare per la folla. Oggi, i divanetti blu con i loro fiori arancioni sono spettatori muti di un silenzio assordante. Sullo sfondo, gli affreschi che simulano archi classici creano un cortocircuito temporale: un tempio greco dentro un'astronave anni '80. Un caos visivo che allora, chiamavamo casa.




Il rosso sangue delle pareti e una sedia solitaria che guarda verso l'oscurità. Questo corridoio sembra un set cinematografico abbandonato a metà riprese. È qui che l'adrenalina della pista si trasformava in attesa, in chiacchiere sussurrate, o nel cammino verso l'uscita quando le luci si accendevano e il sogno finiva.






Un portale verso il passato. Attraverso questo arco si intravedeva la complessità tecnica del Ciao Ciao: tralicci, luci e strutture metalliche che un tempo reggevano lo spettacolo. 




Sulla sinistra, la parete è diventata un diario di bordo moderno: i graffiti 'Eighty' e 'Hot Box' sono le ultime grida di un’identità che non voleva essere dimenticata.

 



Il blu elettrico e il rosa creano ancora oggi un contrasto violento, quasi accecante. È una prospettiva che mette i brividi: immaginiamo migliaia di persone muoversi a ritmo, mentre ora l'unico movimento è quello della polvere che danza in un raggio di luce che filtra dal soffitto squarciato.


L’intonaco si scrosta come pelle che ha preso troppo sole. Questa cornice, oggi vuota, sembra uno specchio che hanno smesso di riflettere. Cosa c’era appeso? Una foto di un ospite famoso? Il menu dei cocktail? Ora resta solo il contrasto tra il giallo sole e il rosso cupo, i colori di un tramonto che dura da anni.


La foto sembra ritrarre l'area di un bar o una reception. C'è un contrasto cromatico molto forte che colpisce immediatamente l'occhio, il rivestimento a scacchi alla base del bancone, con piastrelle rosa e bianche, rimanda a un’estetica anni '60 o '70, quasi da "American Diner" o vecchia gelateria italiana. Il grande vetro sopra il bancone è sporco o appannato, impedendo di vedere chiaramente cosa ci sia dietro. Questo crea un senso di mistero: era una cucina? Un ufficio?



Questa invece è dominata dal vuoto e dalla luce, la sedia isolata è l'elemento focale. Una sedia di legno con seduta in paglia, tipica delle case rurali o delle vecchie trattorie, lasciata sola in mezzo a un corridoio spoglio. Sembra quasi che qualcuno l'abbia posizionata lì per osservare l'ingresso. Le pareti scure e prive di decorazioni, interrotte solo da piccoli ganci o applique spoglie, accentuano la sensazione di un non-luogo. In fondo al corridoio, la luce naturale è così forte da cancellare i dettagli dell'esterno. Rappresenta la "via d'uscita", ma il contrasto con l'oscurità dell'interno rende il passaggio quasi spettrale.


La stanza è inondata di luce grazie alle ampie vetrate che offrono una vista su quello che sembra un il parcheggio. Vediamo un mix caotico di stili. Ci sono poltroncine modulari con fantasie anni '80/'90 (alcune floreali, altre geometriche coloratissime) accatastate sotto la finestra. La presenza di un paralume a terra e di scatole di cartone suggerisce un trasloco mai terminato o l'uso della stanza come deposito temporaneo.


Questa foto è scattata da dietro un bancone in marmo o granito, probabilmente una zona passavivande che collega la cucina al salone visto prima. Sullo sfondo si nota un piano cottura con forno, sovrastato da piastrelle dal design orizzontale tipico dell'edilizia residenziale italiana di qualche decennio fa.


Questa è forse l'immagine più forte del set. L'atmosfera qui torna a essere cupa e carica di domande. Una grande cassaforte a muro è aperta e vuota, un classico simbolo di un luogo che è stato depredato" o svuotato prima della chiusura definitiva. Una struttura di un letto è appoggiata a terra in modo precario, quasi smontata a metà. Le pareti mostrano evidenti tracce di umidità e scrostamenti alla base. Il vetro della porta finestra è rotto o mancante in alcuni punti della grata, e oltre si vede un altro edificio grigio e spoglio, uscendo dalla porta siamo sulla terrazza fra le due cupole.


Sulle pareti bianche e sul soffitto di quello che sembra un corridoio o un disimpegno, campeggia una gigantesca macchia scura, densa e schizzata. La dinamica degli schizzi suggerisce una proiezione violenta dal basso verso l'alto o un'esplosione di materiale liquido. Sebbene l'istinto possa far pensare a scenari sinistri, in contesti di abbandono simili è molto probabile che si tratti di vernice, catrame o olio combustibile, magari usati da vandali per "imbrattare" lo spazio in modo scenografico, o il risultato dello scoppio di qualche tubatura o contenitore rimasto sotto pressione. La pulizia geometrica delle cornici delle porte e il bianco delle pareti rendono questo "caos nero" ancora più inquietante e definitivo.

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"Varcare questa soglia è stato come assistere al passaggio di testimone tra due epoche: dalle vestigia del Ciao Ciao, con il suo fascino d'altri tempi, alla struttura imponente del multisala nato sulle sue ceneri. Tra stanze depredate e il silenzio delle grandi sale ormai spente, il mio viaggio si conclude tra le macerie di un'identità perduta e il presagio dell'abbattimento finale, segnato da quella macchia nera che resta come l'ultimo, violento grido di un luogo che non esiste più."

Sergio Sartori afi bfi











15 febbraio 2026

La Nave Immobile: Luci e Ombre tra le Dolomiti

 


Ci sono luoghi che non accettano di scomparire, ma restano ancorati al suolo come relitti di un’epoca che viaggiava a un'altra velocità. Ai piedi delle vette pallide, dove l'aria è così sottile da sembrare fragile, sorge una nave immobile fatta di cemento e vetro.

Non solca i mari, eppure ha trasportato migliaia di anime attraverso le tempeste della malattia e dell'attesa. Entrare tra le sue mura oggi significa varcare il confine di un mondo dove il rigore dell'architettura incontra la delicatezza delle vite che ha ospitato. Negli anni '50, questo gigante di pietra non era solo un sanatorio: era un organismo vivente che respirava al ritmo delle stagioni alpine.

In questo viaggio tra i corridoi deserti, cercherò di seguire le tracce di chi ha vissuto tra queste geometrie di luce, dove ogni raggio di sole che tagliava la polvere non era solo un fenomeno fisico, ma l'unico orologio capace di misurare il tempo e la speranza.

Varcare la soglia è come rompere un sigillo. Il primo scatto è sempre un riflesso incondizionato, quasi un modo per dichiarare la mia presenza a quelle pareti. Ma qui, nell’atrio della Nave Immobile, la fretta sparisce. Appoggio lo zaino sul pavimento e lascio che l'occhio si abitui a quella penombra carica di storia.

Non cerco la documentazione asettica, cerco l’anima del rigore. Attraverso il mirino, il sanatorio si rivela per quello che è: un capolavoro di prospettive interrotte.

Regolo i tempi, e chiudo il diaframma. Voglio che ogni granello di polvere in controluce sia nitido, come se fosse un piccolo ospite tornato a trovarci. Mentre il sensore cattura l'immagine, sento il peso del silenzio: un vuoto che non è assenza, ma un’attesa lunghissima. Qui, non sto fotografando un edificio, ma il respiro immobile del tempo.




Immerso tra le montagne, proprio ai piedi delle Dolomiti, il sanatorio non era solo un ospedale, ma una nave immobile fatta di cemento, vetro e rigore. Qui, negli anni '50, il tempo non si misurava in ore, ma in geometrie di luce: le ombre delle finestre che si allungavano sui pavimenti polverosi erano le lancette di un orologio silenzioso che scandiva le speranze di piccoli ospiti.



C’era un confine invisibile nel sanatorio, ed era segnato dal primo gradino di quella scala. Per i bambini, scendere significava allontanarsi dal riverbero rassicurante delle grandi vetrate del piano superiore per addentrarsi in un regno di penombra e sussurri. Il corrimano, freddo al tatto e levigato da migliaia di mani piccole e incerte, scendeva verso il basso con una curva decisa, quasi severa. I gradini non erano fatti per correre; erano fatti per passi lenti, misurati dal fiato corto. In quel punto, la luce non inondava più le stanze, ma si limitava a lambire gli spigoli delle pareti, creando un contrasto netto, quasi tagliente.




Su quel terrazzo, le panchine erano fredde al mattino, coperte da un velo di brina che le infermiere pulivano con gesti rapidi prima che i piccoli ospiti venissero portati fuori. Per i bambini del sanatorio, quella panchina era il ponte di comando di una nave sospesa tra le nuvole. Seduti lì, avvolti in pesanti coperte di lana che pizzicavano la pelle, i piccoli pazienti dovevano restare immobili per ore. Era la "cura del sole". La regola era ferrea: respirare profondamente l'aria gelida delle vette e lasciare che i raggi ultravioletti colpissero i loro volti pallidi.



In questo grande salone, la luce non entrava timidamente: invadeva lo spazio, rivendicando ogni centimetro di quel pavimento che un tempo ospitava file ordinate di lettini in ferro bianco. È una stanza che sembra trattenere il respiro. Se chiudi gli occhi, puoi quasi sentire il coro dei respiri pesanti che di notte riempiva l'aria, interrotto solo dal passo felpato delle infermiere con le loro torce elettriche.



Un segnale di vita tra l'abbandono. La sciarpa gialla, logora e dimenticata, rompe il grigio della polvere. Sullo sfondo, la sedia aspetta in silenzio: un dialogo tra oggetti rimasti indietro.


La prospettiva si stringe. Un corridoio di servizio dove la luce non entra frontalmente, ma filtra dai lati. Il soffitto basso e le linee parallele spingono lo sguardo verso il fondo, nel cuore tecnico della struttura.


Lo spazio si svuota. Pareti scrostate e luce che cade sul pavimento nudo. Resta solo il perimetro di una stanza che ha perso la sua funzione, ma non la sua identità.


Un incrocio di percorsi. Le porte socchiuse invitano lo sguardo verso altri corridoi, mentre un piccolo mobile solitario interrompe la continuità delle pareti. Qui il passaggio non è solo fisico, ma un gioco di varchi che si aprono su stanze invisibili.


Un raggio di luce cruda isola un tavolino medico in metallo, trasformando un oggetto sanitario in una presenza spettrale. La finestra chiusa trattiene il silenzio di una stanza che non riceve più visite.





Il buio domina, ma non è assoluto. Un raggio di luce taglia l'oscurità e rimbalza sulle superfici, creando riflessi che giocano con la rugosità delle pareti. La polvere e il tempo diventano visibili solo dove la luce decide di posarsi.



Un’asta per flebo, nuda e scura, sta piantata in mezzo al vuoto come una sentinella dimenticata. Non ci sono letti, non ci sono pazienti, solo il silenzio di una camera che ha smesso di curare. La luce che entra dalla porta socchiusa non riesce a illuminare tutto, ma crea dei piccoli fori brillanti sulla parete, mentre l'ombra dell'asta taglia il muro in verticale, dividendo lo spazio tra ciò che era e ciò che è rimasto.

 




Ci sono aperture che sembrano voler annullare le pareti. In una di queste, le ante sono spalancate su un muro di vegetazione lussureggiante che preme per entrare, rendendo il confine tra l'ospedale e il bosco quasi invisibile. In un'altra, il vetro incornicia un panorama immerso nella nebbia, dove la sagoma di un balcone vicino svanisce nel bianco, dando una sensazione di sospensione assoluta.


Negli ospedali e nei sanatori di un tempo, monitorare il peso dei pazienti era un'operazione fondamentale per valutare lo stato di salute e l'efficacia delle cure, specialmente per malattie che portavano a un rapido deperimento fisico. Oggi sembra una strana sala d'attesa dove l'unico "paziente" rimasto è l'oggetto che serviva a misurare la fragilità umana.


Qui gli oggetti non servivano a curare direttamente, ma a difendere chi curava: Il grembiule piombato appeso a un supporto di legno, questo pesante indumento serviva a proteggere il busto dei medici dalle radiazioni durante gli esami. Nonostante sia sporco e usurato dal tempo, mantiene ancora la sua forma rigida e austera. Sul pavimento di legno scuro giace un guanto protettivo coordinato. La superficie chiara è segnata da una fitta rete di crepe, segno che la gomma o il materiale protettivo si sta lentamente sgretolando dopo decenni di abbandono. Questi reperti sembrano quasi un'armatura moderna abbandonata dopo una battaglia invisibile contro la malattia.





Eccolo, il "cuore" della sala raggi, il pannello di controllo del macchinario radiologico, un pezzo di ingegneria d'altri tempi che sembra uscito da un vecchio laboratorio scientifico. Il pannello è dominato da manopole robuste e quadranti circolari che servivano a regolare i parametri tecnici, come i kilovolt e i milliampere, fondamentali per calibrare l'intensità della radiazione. Al centro si nota un selettore graduato per i secondi, che permetteva di impostare la durata esatta dello scatto radiografico. La struttura del macchinario appare solida, quasi marmorea, coperta da uno strato di polvere che rende opachi i vetri degli indicatori. Questo macchinario, insieme al grembiule e al guanto che abbiamo visto prima, completa il quadro di una medicina fatta di meccanica e precisione manuale.


Una lastra radiologica è stata appoggiata contro il vetro di una finestra, usata come un negatoscopio naturale. La luce accecante dell'esterno rivela la struttura di un torace, mettendo a nudo l'intimità biologica di un paziente anonimo. Il contrasto è potente; le costole e i polmoni impressi sulla pellicola raccontano la storia clinica del sanatorio. Dietro la lastra, il paesaggio sfocato inondato di luce suggerisce quella guarigione e quell'aria pura che i pazienti cercavano guardando fuori.


L'angolo del convivio

La luce entra radente e taglia lo spazio, isolando gli oggetti sul tavolo come se fossero su un palcoscenico. Il bicchiere di vetro, colto da un raggio di sole, proietta un'ombra allungata e nitida che sembra indicare il vuoto lasciato da chi lo ha usato l'ultima volta. Accanto a una finestra che dà sul blu dell'esterno, restano alcune bottiglie di liquore, tra cui si distingue chiaramente una di "Prugna Zanin". La scena si completa dove la vita quotidiana assume un tono diverso: Un bicchiere di vetro semplice è isolato da un triangolo di luce tagliente su una superficie scura, proiettando un'ombra nitida e quasi spettrale.

 

Una caffettiera moka e una scodella di ceramica bianca riposano su un tavolo di legno segnato dal tempo. La luce, filtrata forse da rami o tapparelle, crea una trama di ombre che avvolge gli oggetti. La moka, ossidata e opaca, sembra non aspettare altro che di essere messa di nuovo sul fuoco, mentre la ciotola vuota raccoglie solo polvere invece che latte. Poco lontano, troviamo un giornale abbandonato: una pagina della Gazzetta Sportiva datata domenica 15 agosto 1993. Il titolo a tutta pagina recita "BAGGIO - La mia estate esagerata", con una foto del Divin Codino in maglia bianconera. È un dettaglio incredibile che fissa il momento esatto in cui la vita ha smesso di scorrere in questo luogo: l'estate di oltre trent'anni fa.



Sono i resti di un'umanità che cercava conforto nel caffè, nelle notizie sportive e in un bicchiere di grappa, prima che il silenzio diventasse l'unico ospite di queste stanze.


Chissà chi li ha dipinti… un paziente per passare il tempo o qualcuno del personale



C’è un ultimo dettaglio che merita un sorriso, quella tabella dei numeri sembra proprio la base per una tombola gigante. Guardandola bene, è chiaro che anche le centinaia di piccoli ganci neri lì accanto facevano parte di questo grande gioco. Con la loro forma bizzarra, sembrano tantissimi punti interrogativi rovesciati che si rincorrono sulla parete, quasi volessero chiederci di estrarre il prossimo numero.



Il passaggio verso il cuore sotterraneo è segnato da due elementi carichi di atmosfera: Per accedere a questi locali, bisogna prima superare un vecchio lucchetto che blocca l'accesso, simbolo di una sicurezza ormai inutile in un luogo dove il tempo ha già scardinato ogni porta. Una volta dentro, la luce di una candela diventa l'unica compagna.



L'ultimo Natale

Nonostante la polvere, mantengono ancora il riflesso metallico queste palline in vetro. La loro presenza suggerisce che qualcuno, forse un infermiere o un custode, abbia voluto portare un briciolo di calore domestico anche nei sotterranei. Vedere un oggetto legato alla gioia e alla famiglia abbandonato in un luogo così spettrale, accanto ai ganci vuoti e ai muri scrostati, rende l'idea della fine di un'epoca


È un'immagine incredibile che ribalta completamente l'energia di quella cantina, in un luogo dove tutto parla di passato, di ruggine e di chiavi perdute, la presenza di un essere vivo e vibrante è uno shock di speranza. Si è posata proprio vicino a quei ganci neri, quasi a voler dimostrare che la natura non ha bisogno di permessi o di numeri per riprendersi i suoi spazi. Mentre il giornale del '93 e le vecchie bottiglie sono oggetti morti, lei è il presente assoluto. È la testimonianza che questo sanatorio, nonostante le finestre rotte e la polvere, respira ancora. Questa piccola creatura, con la sua fragile vitalità, è riuscita a trovare la strada tra il lucchetto dell'ingresso e il buio dei sotterranei per ricordarci che la vita trova sempre un varco.

Ripongo la macchina fotografica nello zaino, ma il suono dell'otturatore sembra continuare a riecheggiare nei corridoi vuoti. Uscendo, mi fermo un istante sulla soglia, dove l’aria gelida della montagna torna a riempire i polmoni. Questa nave immobile non è un cimitero di ricordi, ma un archivio di resistenza. Le sue geometrie di luce continueranno a scivolare sui pavimenti anche quando non ci sarà nessuno a fotografarle, scandendo un tempo che noi, frenetici abitanti del presente, facciamo fatica a comprendere. Ho cercato di catturare l'anima di questo luogo, ma la verità è che il sanatorio ti restituisce sempre qualcosa di diverso: una prospettiva più nitida su cosa significhi aspettare, sperare e, infine, restare. Lascio alle mie spalle il rigore del vetro e del cemento, portando con me la consapevolezza che, tra queste ombre silenziose, la luce trova sempre il modo di disegnare una strada.

"C'è un luogo abbandonato che vi ha trasmesso questa stessa sensazione di tempo sospeso? Raccontatemelo nei commenti."