28 aprile 2019

VENETO 2011

VENETO 2011 


foto di Sergio Sartori   AFI  BFI








Vicenza 2012

VICENZA 2012

Sergio Sartori AFI BFI 



























Il decadimento fa parte dell'essere.

 Tutto decade, crolla, si disfa. 

                                                                                       Roberto Peragalli             


25 aprile 2019

I Sussurri del Passato


Un Viaggio nel Silenzio della Clinica Abbandonata di Santa Rosa 


La visita all'ex Clinica Santa Rosa non è stata un semplice tour, ma un'immersione in un tempo sospeso. Sin dai primi passi all'interno, si percepisce che il silenzio non è assenza di rumore, ma una presenza densa, carica di storie non raccontate. Le pareti scrostate e le stanze vuote sembrano trattenere l'eco di voci lontane, di dolore e di speranza, di vita e di attesa.

La sensazione dominante è una strana forma di riverenza. Ogni oggetto lasciato indietro, un termosifone arrugginito, una panca di legno, una vecchia barella, sembra raccontare un frammento di vita quotidiana interrotta bruscamente. C'è un'atmosfera di malinconica bellezza nel modo in cui la polvere copre tutto, come un velo che protegge i segreti del luogo.

Non ero solo in questo viaggio; ero con due amici. La loro presenza ha aggiunto una dimensione importante all'esperienza. Camminare per quei corridoi deserti insieme ci ha unito in una sensazione di scoperta e rispetto. Ci scambiavamo sguardi intesi, condividendo lo stupore e un pizzico di inquietudine senza bisogno di molte parole. La condivisione ha amplificato le emozioni, rendendo la visita un'esperienza non solo visiva, ma profondamente emotiva.

C'è un contrasto potente tra l'interno cupo e la bellezza dei paesaggi che si intravedono dalle finestre. Questo dualismo tra il decadimento interno e l'immutabilità della natura circostante è forse uno degli aspetti più toccanti. Ti fa riflettere sulla transitorietà delle opere umane e sulla forza della natura che si riappropria dei suoi spazi.

Descrivere questa visita significa parlare di un viaggio nella storia e nell'oblio, un'esperienza che ti lascia con più domande che risposte, e con la consapevolezza che anche i luoghi abbandonati hanno ancora molto da dire, se si è disposti ad ascoltare.

 

Mi sono fermato un momento qui, nella cappella. 

Dalla balaustra, guardando le panche vuote allineate, il silenzio era quasi assordante. 

È come se il tempo si fosse fermato a metà di una preghiera, tra le pareti di pietra e il pavimento coperto di detriti.



Camminare per questo corridoio è stato strano. 
La rampa a sinistra e le imponenti colonne a destra evocano un senso di ordine e funzione ormai perduti. 
Le porte a vetri in fondo, con i loro intricati disegni, sembrano le guardiane di un passato che cerca di non svanire del tutto.


Non ero solo. 
Qui, con i miei amici, seduti su queste vecchie sedie di metallo, guardavamo fuori dalla finestra. C'è qualcosa di confortante nel condividere questa esperienza. 
Le montagne e gli alberi, visibili attraverso il vetro, sembrano una finestra su un mondo eterno, in netto contrasto con l'ombra della stanza.


Questo grande salone con le sue colonne maestose mi ha tolto il fiato. 
È cupo, sì, ma pieno di grandezza. 
La luce dall'esterno, appena visibile attraverso le finestre ad arco, riflettono sul pavimento lucido, creando un'atmosfera sospesa tra il sogno e la realtà.

Mi sono avvicinato a queste porte a vetri. 

La loro bellezza è rimasta quasi intatta, a differenza delle pareti che si sgretolano intorno. 

Sono un promemoria dell'eleganza che una volta esisteva qui. 

Guardandole, ti rendi conto che, nonostante il decadimento, c'è ancora una dignità testarda in questo luogo.

 

Una visita che lascia un segno sottile e profondo: non solo per gli scatti catturati dall'obiettivo, ma per quel senso di rispetto e meraviglia condiviso nel silenzio. 

Un grazie di cuore a Giorgio e Andrea per aver camminato al mio fianco in questo viaggio nell'ombra.     

 (Pergine Valsugana 2015)

23 aprile 2019

Take nothing but pictures, leave nothing but fotoprints



Sono passato da questa ex colonia montana 15 anni fa. 

Fuori ci sono le Dolomiti, cartoline monumentali, ma a me interessava l'interno: un edificio silenzioso, abbandonato, dove grandi vetrate polverose lasciano entrare una luce fredda e il legno scuro assorbe ogni suono. 

L’interno è vuoto, ordinato eppure stanco, come se il tempo avesse deciso di fermarsi lì. 

Nessun dramma, nessuna rovina romantica: solo una geometria di oggetti che hanno perso il loro uso quotidiano.

Percorro un corridoio inclinato che sembra una galleria d'arte involontaria. 

Le finestrelle quadrate sulla parete incorniciano i soliti abeti fuori, ripetuti come in un catalogo. 

A terra non c'è polvere da abbandono secolare, sembra piuttosto che qualcuno sia uscito cinque minuti fa a prendere le sigarette e si sia dimenticato di tornare. 


In un angolo trova spazio la cappella. 

L’altare è lì, di un minimalistico moderno che farebbe la sua figura in un archivio di architettura anni Sessanta. 


Poco più in là, ammucchiate a terra in una nicchia di cemento, ci sono delle tavolette con bassorilievi religiosi. 

Una via crucis smontata e riposta sul pavimento come piastrelle di scorta in un magazzino. 

Le ombre si allungano tra i pilastri e i banchi, custodendo tracce invisibili di chi è passato. 

Nella zona dormitori, l'ordine diventa quasi comico: decine di armadi modulari di legno scuro scansionano lo spazio, e accanto ci sono pile perfette di materassi a molle accatastati. 

Sembra un magazzino IKEA dopo un'evacuazione improvvisa. 

In questo luogo nessuno parla, ma tutto ricorda. 

O forse non ricorda niente e siamo solo noi a metterci la nostalgia. 

Entro in punta di piedi, consapevole di essere solo un ospite in una scenografia temporanea.

Scatto qualche foto, non per possedere o per fare il nostalgico, ma per ascoltare questo strano allineamento tra la solennità delle montagne e la prosaicità del cemento.

Poi me ne vado, lasciando intatto il silenzio, portando con me solo immagini. 

E la sensazione che, dopotutto, le cose sopravvivano benissimo anche senza di noi.

 

(Borca di Cadore 2011)