04 gennaio 2026

Valle San Floriano - 2026

 


“Valle San Floriano: tra pietre, torrenti e sogni”

Arrivo a Valle San Floriano con la macchina fotografica al collo. La strada stretta accompagna i miei primi passi, fiancheggiata da muri in pietra e filari ordinati. Il silenzio è rotto solo dal vento leggero e dal lontano abbaiare di qualche cane. Le colline chiudono la valle come un abbraccio, e ogni curva regala una nuova inquadratura: un dettaglio di luce sulle pietre, un’ombra che danza sui muri.





Attraverso le zone rurali: orti curati, piccoli vigneti, attrezzi appoggiati con naturalezza ai fienili. Nella prima contrada abitata, le case si stringono; le finestre aperte raccontano una quotidianità semplice. Scatto cercando dettagli, ombre, segni del tempo: ogni fotografia è un tentativo di catturare la vita invisibile che aleggia tra le mura.

Le vecchie case disabitate parlano di assenze. Finestre cieche e porte consumate dal tempo trattengono silenzi di anni. I muri portano crepe, muschio, intonaci che cadono a pezzi: ogni segno è una traccia di vite passate. memoria e continuità.






Le nuove abitazioni, invece, parlano al presente: muri colorati, finestre aperte, superfici curate. Il contrasto tra passato e presente è netto, ma la valle li accoglie entrambi. 





Poi appare il vecchio deposito militare in legno, residuo della guerra 1915-18. Le assi scurite, deformate dall’umidità, portano i segni di un tempo duro: chiodi arrugginiti, aperture irregolari, funzionali e chiuse. A differenza delle case disabitate, che conservano un’idea di intimità, il deposito è silenzioso e anonimo, una cicatrice del passato ormai integrata nel paesaggio.


Arrivando nel centro del paese, la passeggiata si ferma davanti alla vecchia pizzeria “I Rusteghi”, chiusa da molti anni. L’edificio ha un’aria sospesa: finestre cieche, grate che trattengono uno spazio che un tempo era pieno di voci e odori. La facciata mostra i segni dell’attesa, l’intonaco segnato, i colori ormai smorzati dal tempo.



Eppure, proprio lì, incastonata nel muro come parte stessa della casa, c’è la statua di San Floriano. Non è isolata su un piedistallo, ma integrata nell’architettura quotidiana, quasi a vegliare silenziosamente sull’edificio e sulla strada davanti. Il santo sembra osservare il passaggio delle stagioni e delle persone, immobile mentre tutto intorno cambia o si spegne.

Il contrasto è forte: sotto lo sguardo protettivo di San Floriano, un luogo di ritrovo è diventato memoria. La pizzeria chiusa non parla di rovina, ma di tempo che si è fermato; la statua, invece, suggerisce continuità, una presenza che resta anche quando le luci si spengono. In questo punto del paese, sacro e quotidiano si fondono, e la fotografia diventa un gesto naturale per trattenere ciò che non vive più, ma nemmeno se n’è andato del tutto.


Il Torrente Valletta, un tempo luogo di lavoro e vita, oggi è avvolto dalla vegetazione. Sotto il manto verde pulsa ancora un cuore vivo. E fu allora che il torrente decise di raccontare una storia a un vecchio pollaio lì vicino.
«Ero qui quando le galline razzolavano libere», disse. «E sono ancora qui, a custodire i ricordi di quel tempo».
Il pollaio, incuriosito, chiese: «E cosa hai visto in tutti questi anni?»
Il torrente sembrò sorridere: «Ho visto bambini giocare, contadini lavorare, stagioni susseguirsi e il tempo scorrere. Ora sono felice di essere diventato un rifugio per la natura». Così, il Torrente Valletta e il vecchio pollaio rimasero lì, fianco a fianco, a condividere storie e silenzi, in armonia con la natura. 




Poco più in là, una vecchia roulotte e una barca osservano la scena con entusiasmo. Pensionati in vacanza permanente, aspettano con infinita pazienza… e con un entusiasmo decisamente fuori luogo.

«Siamo prontissimi!», si ripetono. «Basta che il laghetto si dia una mossa a nascere, così inauguriamo il campeggio a cinque stelle (autoproclamate)!»

La roulotte, scricchiolando fiera, sospira: «Io servirò colazioni continentali: biscotti, caffè e vista mozzafiato sul… nulla». E la barca, leggermente inclinata ma determinata, risponde: «Io porterò gli ospiti a pescare pesci immaginari e a fare romantici giri panoramici sul laghetto… che per ora esiste solo nei nostri sogni».



E così la roulotte e la barca restano lì, ad aspettare il laghetto che non c’è, pianificando inaugurazioni, tagli di nastro e recensioni entusiaste. E se il laghetto non arrivasse mai? Pazienza. Con tutta quest’acqua nei discorsi, prima o poi qualcosa dovrà pur riempirsi. 



Nel frattempo, le balle di fieno sembrano sorridere, fiere di essere diventate arredi di design rurale, e il campo con la lavanda appena piantata completa il quadro, come in una tela perfettamente incorniciata.






Più avanti, un ponte e una casa contadina restaurata offrono un quadretto di pace. Sulla parete, una Madonna con Bambino veglia sulla strada e sul torrente, mentre il rumore dell’acqua si mescola al canto degli uccelli.




E poi, immancabile, comparve lei: la Panda. Probabilmente parcheggiata lì per aiutare a trasportare la legna da ardere, pronta a sacrificare le ruote nel fango del bosco senza fare troppe domande. Un’eroina silenziosa, come solo le Panda sanno essere.

Proseguendo verso Ponte Campana, il torrente accompagna il cammino fino a un ponticello di legno dove, passando sotto, si unisce al Longhella. È il momento in cui tutto converge: acqua, legno, pietre, profumi e sogni ambiziosi. Forse è l’inizio di un nuovo capitolo, o forse no. Ma in quel piccolo mondo fatto di acqua, legno, profumi e sogni un po’ troppo ambiziosi, le storie non avevano alcuna intenzione di smettere di scorrere.



E poi c’era lui, il Longhella. Un nuovo protagonista che entrava in scena senza presentazioni, come fanno i personaggi importanti. Un torrente che custodiva segreti, racconti e avventure ancora tutte da scoprire.

 Sergio Sartori afi bfi 



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