"Io sono rimasto"
Quando molti se ne sono andati, io sono rimasto.
Alcuni oggetti sono rimasti dove sono stati lasciati: non raccontano
disordine, ma una fine lenta, senza strappi.
La pizzeria ha chiuso in silenzio, le porte non si aprono più, ma non sono
state dimenticate.
Qui vivono ancora poche famiglie, anziane, camminano piano, conoscono ogni
pietra, tengono aperte alcune finestre, abbastanza per dire che il luogo non è
morto, e solo in attesa.
Mi chiamo “Le Laite.” e questo è il mio
silenzio.
Adesso tutto taceva. Ma il luogo non era morto: stava solo trattenendo il
respiro, ogni oggetto, anche nel suo abbandono, conservava una traccia di chi
era stato lì prima. Come se bastasse una sera d’estate, una luce accesa per
sbaglio, una voce che chiama da lontano, per rimettere in moto il passato—anche
solo per un istante.
Varcare quella soglia non significa più entrare in un luogo di festa, ma
fare un salto in un tempo sospeso. La porta di legno, scurita dagli anni e
dall'umidità, sembra sigillata non solo da una serratura, ma dalla memoria
stessa. Il vetro superiore, un tempo trasparente e luminoso, ora funge da
specchio per la foresta circostante, come se l'edificio stesse cercando di
mimetizzarsi con la natura per sparire del tutto.
Sulla vetrina della pizzeria abbandonata, i riflessi si
mescolano alle trasparenze come ricordi confusi qualche ombra che passa, le
sedie sui tavoli, un quasi autoritratto, e dentro solo il vuoto che aspetta di
essere dimenticato
Davanti all’uscita di servizio della pizzeria, la poltrona era diventata un
guardiano. Non di un ingresso, ma di un’assenza. Ogni tanto credeva di sentire
il profumo della pizza, ma era solo il ricordo che faceva scherzi. Rimaneva lì,
fedele a una porta che non portava più da nessuna parte.
Il campo di bocce, per esempio, è ormai ufficialmente un sito archeologico.
Le bocce non rotolano più: meditano. L’erba cresce libera, felice, e ogni tanto
sembra quasi voler partecipare al gioco, tanto ormai nessuno protesta. Se un
giorno arrivasse un giocatore, probabilmente dovrebbe chiedere il permesso alle
piante.
Ho ascoltato risate attorno a un bigliardino stanco, il rumore secco di una
pallina che correva senza sapere perché. Ora il silenzio occupa ogni angolo, e
le stecche non chiedono più di muoversi. Anche i giochi, a un certo punto,
imparano a tacere.
C’era una volta un luogo così vivo che perfino gli oggetti avevano una vita
sociale. Oggi invece si ritrovano tutti lì, più o meno nello stesso punto, a
chiedersi dove sia finita la gente e, soprattutto, chi abbia spento tutto senza
avvisare.
E così, tra ruggine, muffa e mobili stanchi, questo posto non è davvero
morto. È semplicemente entrato in modalità riposo. Una specie di pausa lunga,
lunghissima… con tanto di arredamento incluso.
Più in là, il vecchio divano e la piantana sembrano essersi arresi. Ora
tutto è consumato, fragile, come se il luogo stesso avesse deciso di lasciarsi
andare insieme a chi lo abitava.
Accanto, il materasso ammuffito sembrava un segreto troppo grande per essere
nascosto. Non era nato per stare lì. Aveva conosciuto notti vere, sogni brevi,
risvegli rumorosi. Ora assorbiva solo l’umidità e il silenzio, come se stesse
lentamente imparando a dimenticare.
Queste foto non mostrano solo oggetti dimenticati, ma l’assenza di chi li ha
lasciati. Raccontano un luogo che ha vissuto, che è stato importante per
qualcuno, e che ora sopravvive solo nella memoria, lentamente, in silenzio.
Un tempo, in quel luogo, il tempo non aveva fretta.
Una panchina solitaria sospesa tra le nuvole, come se galleggiasse in un
sogno, solo silenzio e leggerezza. La panchina sembra invitare a sedersi, a
fermarsi per un attimo fuori dal mondo, tra cielo e infinito.
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