02 gennaio 2026

Le Laite 2026

 


"Io sono rimasto"


Quando molti se ne sono andati, io sono rimasto.

Alcuni oggetti sono rimasti dove sono stati lasciati: non raccontano disordine, ma una fine lenta, senza strappi.

La pizzeria ha chiuso in silenzio, le porte non si aprono più, ma non sono state dimenticate.

Qui vivono ancora poche famiglie, anziane, camminano piano, conoscono ogni pietra, tengono aperte alcune finestre, abbastanza per dire che il luogo non è morto, e solo in attesa.

Mi chiamo “Le Laite.” e questo è il mio silenzio.

Adesso tutto taceva. Ma il luogo non era morto: stava solo trattenendo il respiro, ogni oggetto, anche nel suo abbandono, conservava una traccia di chi era stato lì prima. Come se bastasse una sera d’estate, una luce accesa per sbaglio, una voce che chiama da lontano, per rimettere in moto il passato—anche solo per un istante.

Varcare quella soglia non significa più entrare in un luogo di festa, ma fare un salto in un tempo sospeso. La porta di legno, scurita dagli anni e dall'umidità, sembra sigillata non solo da una serratura, ma dalla memoria stessa. Il vetro superiore, un tempo trasparente e luminoso, ora funge da specchio per la foresta circostante, come se l'edificio stesse cercando di mimetizzarsi con la natura per sparire del tutto.





Sulla vetrina della pizzeria abbandonata, i riflessi si mescolano alle trasparenze come ricordi confusi qualche ombra che passa, le sedie sui tavoli, un quasi autoritratto, e dentro solo il vuoto che aspetta di essere dimenticato





Davanti all’uscita di servizio della pizzeria, la poltrona era diventata un guardiano. Non di un ingresso, ma di un’assenza. Ogni tanto credeva di sentire il profumo della pizza, ma era solo il ricordo che faceva scherzi. Rimaneva lì, fedele a una porta che non portava più da nessuna parte.




Il campo di bocce, per esempio, è ormai ufficialmente un sito archeologico. Le bocce non rotolano più: meditano. L’erba cresce libera, felice, e ogni tanto sembra quasi voler partecipare al gioco, tanto ormai nessuno protesta. Se un giorno arrivasse un giocatore, probabilmente dovrebbe chiedere il permesso alle piante.









Ho ascoltato risate attorno a un bigliardino stanco, il rumore secco di una pallina che correva senza sapere perché. Ora il silenzio occupa ogni angolo, e le stecche non chiedono più di muoversi. Anche i giochi, a un certo punto, imparano a tacere.




C’era una volta un luogo così vivo che perfino gli oggetti avevano una vita sociale. Oggi invece si ritrovano tutti lì, più o meno nello stesso punto, a chiedersi dove sia finita la gente e, soprattutto, chi abbia spento tutto senza avvisare.

E così, tra ruggine, muffa e mobili stanchi, questo posto non è davvero morto. È semplicemente entrato in modalità riposo. Una specie di pausa lunga, lunghissima… con tanto di arredamento incluso.

Più in là, il vecchio divano e la piantana sembrano essersi arresi. Ora tutto è consumato, fragile, come se il luogo stesso avesse deciso di lasciarsi andare insieme a chi lo abitava.





Accanto, il materasso ammuffito sembrava un segreto troppo grande per essere nascosto. Non era nato per stare lì. Aveva conosciuto notti vere, sogni brevi, risvegli rumorosi. Ora assorbiva solo l’umidità e il silenzio, come se stesse lentamente imparando a dimenticare.




Queste foto non mostrano solo oggetti dimenticati, ma l’assenza di chi li ha lasciati. Raccontano un luogo che ha vissuto, che è stato importante per qualcuno, e che ora sopravvive solo nella memoria, lentamente, in silenzio.




Un tempo, in quel luogo, il tempo non aveva fretta.

Tutte queste foto, messe insieme, non parlano di abbandono ma di memoria. Raccontano di risate forti, di partite infinite, di pause stanche e di tempi migliori, sì… ma senza malinconia eccessiva. Perché in fondo, anche così, tra ruggine, muffa e polvere, quel luogo continua a vivere. Solo con un po’ meno energia e molta più ironia










Una panchina solitaria sospesa tra le nuvole, come se galleggiasse in un sogno, solo silenzio e leggerezza. La panchina sembra invitare a sedersi, a fermarsi per un attimo fuori dal mondo, tra cielo e infinito.



Se ascolti bene, nel silenzio, mi senti ancora respirare. Io non sono un rudere.  Sono una pausa lunga. Sono ciò che resta quando l’uso finisce ma il senso no. Mi chiamano Le Laite, ma potrei chiamarmi in qualunque modo. Sono un villaggio che ha parlato abbastanza.                                                                                      

sergio sartori afi bfi









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