14 gennaio 2026

La fabbrica dei sogni - 2012

 



L’ingresso al numero 66 era ancora in piedi, ostinato come un dente che rifiuta di cadere. La reception si intravedeva oltre la porta opaca, a sinistra muri interminabili, colonizzati dalla spontanea. La fabbrica non era stata conquistata dalla natura: si era arresa lentamente, lasciandosi andare.












Davanti all’edificio, come un guardiano dimenticato, stava un vecchio tram, fermo su due tronconi di rotaia che non portavano più da nessuna parte. Il metallo era ossidato, ma all’interno qualcuno aveva avuto un’idea gentile: un grande un tavolo centrale. Era diventata una sala riunioni, come se le decisioni più importanti continuassero a essere prese lì, in silenzio, tra i fantasmi dei pendolari e dei dirigenti.









Negli uffici, le tapparelle veneziane non erano mai state sollevate del tutto. La luce filtrava a lame sottili, disegnando geometrie. Muovendosi, il sole trasformava ogni stanza in un esperimento ottico: ombre che si allungavano, si spezzavano, si ricomponevano. Sembrava che la fabbrica avesse lavorato più con la luce che con il rumore.

E allora veniva il dubbio, insistente.

Non c’erano macchinari pesanti, né tracce di fuliggine. Nessun odore di olio o di fumo. Solo cavi sottili, supporti metallici, vetri, lenti incrinate dimenticate nei cassetti. Forse lì non si costruivano oggetti, ma visioni.
Forse producevano sistemi di illuminazione, strumenti ottici, segnali per i tram, per le strade, per guidare il movimento e lo sguardo. O forse qualcosa di ancora più astratto: il modo in cui le persone aspettano, osservano, decidono.

La fabbrica al numero 66 non fabbricava solo cose, fabbricava direzioni.

E ora, abbandonata, continuava a farlo — ma solo per chi sapeva fermarsi a guardare.

 













Dalla zona degli uffici si accedeva ai reparti di produzione. Le porte erano alte, pensate per il passaggio di carichi ingombranti, e una volta oltrepassate lo spazio si apriva all’improvviso, come un respiro trattenuto per anni. Lunghi capannoni vuoti, interminabili, sorretti da carpenterie azzurre che il tempo aveva scolorito solo in parte, lasciando intravedere la cura con cui erano state verniciate.





La luce entrava dall’alto, dai lucernari del tetto, e lateralmente, da grandi porte scorrevoli mai completamente chiuse. Cadeva a pozze irregolari sul pavimento, accarezzando le travi, creando riflessi metallici e ombre lunghe come binari invisibili. Ogni passo risuonava, amplificato dal vuoto, come se il capannone fosse diventato una cassa di risonanza per la memoria.

























In un angolo, quasi fuori posto, una sedia da ufficio rossa. Era girata verso il muro, come se qualcuno si fosse alzato di colpo, lasciandola lì, in punizione o in ascolto. Il colore rosso, rispetto al resto, sembrava un errore temporale, un frammento di presenza umana rimasto intrappolato.




Più avanti, una grande stanza si distingueva dalle altre. Nel pavimento erano incassate due bilance industriali, silenziose. Intorno, segni circolari e tracce più scure raccontavano il loro utilizzo: lì venivano spinti cesti con ruote, colmi di pezzi in lavorazione, forse componenti delicati, forse elementi da assemblare con precisione assoluta. Il peso non era solo una misura tecnica, ma una soglia da rispettare, un equilibrio da mantenere.




Alla fine del reparto, contro una parete lunga e spoglia, una fila di lavandini. Smaltati, con rubinetti che non gocciolavano più. Era il confine tra il lavoro e il resto del mondo: lì si lavavano mani annerite, si lasciavano scorrere via residui di polvere, metallo, fatica.




Accanto, una scala saliva verso l’alto. Non era monumentale, ma decisa, funzionale. Portava altrove: forse a un piano di controllo, forse a un laboratorio, forse semplicemente a un punto da cui osservare tutto dall’alto, come facevano quelli che dovevano capire se la fabbrica stava funzionando… o se stava per fermarsi.

E mentre si saliva, diventava sempre più chiaro che quel luogo non aveva mai prodotto solo pezzi.
Aveva prodotto ordine nel caospeso nel vuotoluce nella struttura.





In cima alla scala non c’era una porta, ma una finestra quadrata, incassata nel muro come un quadro volutamente lasciato lì. Avvicinandosi, il rumore dei passi si spegneva del tutto. Da quella apertura si vedeva il tetto del capannone centrale, una distesa regolare di lamiere arruginite, oltre il bordo del tetto, lo sguardo scivolava più lontano, fino a un  paesaggio collinare  morbido, pazienti, punteggiate di alberi. Erano sempre state lì, anche quando la fabbrica lavorava a pieno ritmo, ma allora nessuno aveva tempo di guardarle davvero. Ora invece sembravano avvicinarsi, come se il mondo esterno stesse lentamente reclamando ciò che gli era stato sottratto.

La finestra incorniciava tutto con una precisione quasi progettuale: fabbrica e natura, linea retta e curva, peso e leggerezza. Era forse da lì che qualcuno controllava la luce, i volumi, il ritmo della produzione. O forse era solo un promemoria silenzioso: anche in un luogo costruito per misurare, pesare, organizzare, esisteva sempre qualcosa che non poteva essere contenuto.

Guardando fuori, diventava finalmente chiaro.
Quella fabbrica produceva componenti per il movimento — parti destinate a tram, infrastrutture, sistemi che collegavano luoghi e persone. Ma soprattutto produceva passaggi: tra dentro e fuori, tra lavoro e attesa, tra l’uomo e il paesaggio che lo circondava.

Ora la produzione era cessata.
Ma la finestra continuava a fare il suo lavoro: mettere in relazione ciò che restava.





 

Proseguendo oltre, lo spazio si restringeva. Dopo l’ampiezza dei capannoni, il reparto verniciatura appariva quasi raccolto, trattenuto, come se lì dentro il gesto dovesse diventare più preciso. Alle pareti resistevano ancora i cartelli dei responsabili, con nomi sbiaditi e ruoli ben definiti: verniciatura, controllo, sicurezza. Segni di una gerarchia silenziosa, necessaria a governare anche il colore.













Le cabine di verniciatura a polvere erano trasparenti, strutture leggere di vetro e metallo. Sembravano acquari industriali, progettati per contenere non solo la polvere colorata, ma l’attenzione stessa dell’operatore. Dentro, lo spazio era minimo, calibrato al millimetro. Non c’era margine per grandi superfici: tutto suggeriva che lì si trattassero pezzi piccoli, maneggiabili con una sola mano, forse allineati su supporti sottili, appesi, fatti ruotare lentamente.

Anche il pavimento raccontava quella scala ridotta: meno segni di trascinamento, più impronte leggere, movimenti brevi e ripetuti. Il colore, ora spento, doveva essere stato fondamentale: strati sottili, uniformi, pensati non per decorare, ma per proteggere, per rendere durevole ciò che sarebbe poi stato montato altrove.

In quel reparto la fabbrica sembrava cambiare linguaggio.
Non più peso, non più volume, ma precisione, ripetizione, cura. Ogni pezzo doveva uscire identico all’altro, pronto a scomparire in un insieme più grande.

Ed era lì che l’idea si faceva più chiara: quella fabbrica produceva componenti tecnici, parti invisibili ma essenziali, destinate a sistemi più complessi — forse meccanismi di controllo, snodi, supporti, elementi che permettevano al movimento di essere fluido, sicuro, affidabile.

Ora le cabine erano vuote.
Ma il loro vetro continuava a riflettere la luce, come se aspettasse ancora il passaggio di una mano, di un gesto preciso, di un colore pronto a fissarsi per sempre.









Ed ecco la sorpresa, quella che rimetteva insieme ogni indizio sparso.

In quella fabbrica non si costruivano grandi macchine, né infrastrutture reali.
Si producevano modelli di trenini elettrici.

L’ultimo capannone era diverso dagli altri. Più silenzioso, più intimo. Sul pavimento piccole rotaie, posate direttamente a terra, brevi tratti di binario che non avevano bisogno di andare lontano per dire tutto

Sulle finestre, appoggiati con una cura quasi affettuosa, c’erano i pezzi dei trenini. Solo la parte superiore: carrozzerie leggere, tetti, fiancate con finestrini minuscoli. Sembravano gusci, corpi in attesa di un’anima. Il motore e le ruote, però, non erano mai stati montati. Forse non ce n’era stato il tempo. Forse la produzione si era fermata proprio lì, un attimo prima che tutto potesse muoversi.















Ed era questo il vero peccato.

Perché quella fabbrica aveva lavorato a lungo per riprodurre il movimento, per ridurlo di scala, per renderlo maneggiabile, controllabile, quasi domestico. Aveva trasformato il mondo reale — tram, rotaie, viaggi — in qualcosa da osservare da vicino, da far scorrere su un tavolo, da immaginare infinito anche in pochi metri.

Ora restavano solo forme senza corsa, binari senza corrente, modelli sospesi tra il progetto e il gioco.
La fabbrica che produceva sogni in miniatura si era fermata prima di vederli partire.

Peccato, sì.
Ma forse, in quel silenzio, quei trenini continuavano a fare ciò per cui erano nati:
far viaggiare chi li guarda, anche senza muoversi mai. 🚂


Sergio sartori afi bfi


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