29 marzo 2026

IL MIO DIARIO TRA MURI E APERTURE: UN VIAGGIO DI SETTE PASSI.

 


Prefazione:

Benvenuti nelle pagine visive di un viaggio personale, un diario non scritto ma impresso in sette atti che trasformano la costrizione della materia in un'apertura verso l'altrove. In queste sette immagini, ho cercato di tracciare un sentiero dalla rigidità della pietra alla fluidità del sogno.

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Tutto è iniziato qui, chiusa in questa parete grezza. 

Speravo che le pietre antiche potessero proteggermi, ma erano solo un peso più grande da portare.

La disperazione ha cercato l'oscurità più profonda, incontrando una pistola. 

Un confine estremo dove il silenzio si è fatto assordante.

È stato il momento del bivio. 

Sopra, una figura vestita che mi osserva; davanti, una porta luminosa che mi chiama. 

Ho dovuto scegliere quale sentiero intraprendere. 

Ho attraversato interni bui con finestre aperte su una natura viva, calzando stivali e incontrando un piccolo amico silenzioso. 

È stato l'inizio della rinascita.

Ho dovuto affrontare me stessa allo specchio, svelandomi vulnerabile e forte allo stesso tempo, incorniciata in oro antico, accettando la mia dualità. 

Il passato e il futuro si sono incontrati.

In un magazzino vuoto, un uomo fuma in silenzio, un'ombra del mio passato. 

Ho deciso di non aprire la tenda rossa e di non varcare la soglia.. 

È stato l'addio. 

Infine, ho varcato l'ultima porta su un bosco onirico e nebbioso, per indossare i tacchi e camminare. 

Ho lasciato la memoria della roccia per l'apertura del domani.

Questo è il mio altrove.

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati







28 marzo 2026

Quando la Danza Accade (e la Fotografia la cattura)

 


A volte, i momenti migliori sono quelli che non puoi pianificare. Devi solo essere pronto a coglierli. Questa è la storia di uno di quei momenti, avvenuto non in un grande teatro, ma tra le pietre antiche del Castello Inferiore di Marostica.

La quiete prima del movimento

Era una giornata afosa, di quelle che l'estate veneta sa regalare. Stavamo concludendo un lungo e faticoso shooting fotografico in costumi veneziani del '500. Abiti sontuosi, pesantissimi, che sotto il sole del pomeriggio sembravano prosciugare ogni energia. La stanchezza era palpabile sui volti di tutti, soprattutto su quelli di Laura e Diletta, le mie modelle, impeccabili per ore dentro strati di broccato. Sentivo che la creatività si stava spegnendo, lasciando spazio solo al desiderio di finire.


La scintilla

Poi, un'idea. Forse più un'intuizione. "Ragazze, togliamo tutto. Indossiamo i costumi da ballo della Partita a Scacchi di Marostica". Erano leggeri, quasi impalpabili in confronto. Appena indossati, accadde la magia. Questo primo scatto racconta l'istante esatto della liberazione. Non è un passo di danza, è un'esplosione. L'attimo in cui il peso, la fatica e le pose studiate hanno lasciato il posto a un bisogno puro e irrefrenabile di leggerezza. Quel salto ha rotto il silenzio e ha dato il via a tutto il resto.








Un dialogo senza parole

L'entusiasmo fu contagioso. Liberate, Laura e Diletta iniziarono a muoversi nello spazio del loggiato come se non ci fosse nessun altro. Prima ognuna per sé, esplorando la nuova libertà. Poi, i loro movimenti cominciarono a intrecciarsi. Una corsa diventava l'invito per una piroetta, uno sguardo diventava il via per un movimento speculare. Non erano danzatrici, ma in quel momento stavano creando una coreografia spontanea, un dialogo silenzioso fatto di energia e intesa. Le pietre secolari del castello, testimoni silenziose di chissà quante storie, erano diventate il palcoscenico perfetto per questa danza inaspettata.







L'eco della gioia

E alla fine, esaurita quell'energia quasi febbrile, ciò che è rimasto è stato questo: la gioia pura. La danza si è sciolta in risate, in sguardi complici e scherzosi. Non c'era più una performance per l'obiettivo, ma solo due ragazze felici, che si godevano l'eco di quel momento magico. Questi ultimi scatti, per me, sono i più preziosi. Raccontano la fine della storia, il ritorno a una complicità intima e divertita. Sono la prova che la vera essenza di quella giornata non era la danza in sé, ma la felicità che l'aveva scatenata.







Riguardando queste immagini a distanza di tempo, capisco che la fotografia non serve solo a fermare la bellezza, ma a catturare la vita. Quel giorno, ho capito che la Danza non è un'arte per pochi, ma un linguaggio universale che vive dentro chiunque abbia un'emozione da liberare. A volte, basta solo togliere un costume pesante.                                      

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


19 marzo 2026

L'Occhio Silenzioso: Fotografia Oltre il Linguaggio


La macchina fotografica è uno strumento prelinguistico. A un certo punto, ho capito una cosa semplice: la fotocamera non parla una lingua. Non appartiene all'inglese, al francese, allo spagnolo o a qualsiasi altro sistema di parole inventato dagli esseri umani per organizzare il significato. La fotografia opera in un ambito ancora più antico, risiede nello spazio precedente al linguaggio.

È per questo che questo mezzo mi è sempre sembrato così naturale, entrando nella mia vita prima ancora che capissi cosa stesse facendo. La fotocamera non mi ha mai chiesto di spiegare il mondo; mi stava chiedendo di notarlo.

Un ragazzo di Marostica inizia a camminare con una macchina fotografica. All'inizio gli sembra semplice, quasi casuale, un modo di muoversi nel mondo prestando attenzione. Passano gli anni. La mente viaggia più lontano di quanto avesse mai immaginato. Le città si svelano, i paesi appaiono, la luce e i volti cambiano. Le strade portano ritmi di vita diversi.


"Tra la rigorosa geometria della barriera e la delicata fioritura che sfida il cemento, la città rivela le sue dualità. Un frammento di vita che, nel contrasto cromatico, racconta la resilienza e la sorpresa della natura che si fa strada, un attimo di pausa in un flusso costante." (2026 Campese)

"Sotto il portico, un quadretto di vita urbana si svela. L'arco antico incornicia un bar dal nome familiare, mentre figure umane e piccoli compagni a quattro zampe animano la pavimentazione ciottolata. Ogni espressione, ogni dettaglio – dalla sacca della spesa alla macchina fotografica a tracolla – è una traccia del quotidiano, un frammento di storia che l'occhio urbano coglie con curiosità, rivelando il vissuto discreto di questi luoghi." (2026 San Nazario/Valbrenta)

"Minimalismo urbano: una facciata discreta con il suo davanzale fiorito, una grondaia che traccia una linea verticale e un'auto arancione che spunta con timidezza. L'occhio si posa sui dettagli, sulla luce che modella le superfici e sulle texture, scoprendo piccole storie silenziose in un angolo di città, un dialogo inatteso tra l'abitato e il transito." (2026 San Nazario/Valbrenta)


"Un vero 'murale del tempo': questa facciata, con i suoi strati di intonaco scrostato e le macchie che il tempo ha dipinto, racconta una storia silenziosa. Le linee diagonali del tetto e il contrasto tra il bianco più recente e i mattoni antichi creano una texture ricca, un'architettura che si fa tela, dove ogni segno è traccia del vissuto e della resilienza di un luogo." (2026 Riese Pio X)


"Qui, tra l'imponenza delle montagne e la voce costante del fiume, un edificio racconta le sue ere. La facciata, un affresco naturale di intonaci scrostati e persiane rosse sbiadite, è una testimonianza tangibile del tempo che passa. Le ampie scale in pietra invitano all'esplorazione, a salire verso un passato ancora presente, mentre la strada e l'acqua in movimento suggeriscono un dialogo infinito tra l'immobilità della storia e il flusso della vita." (2026 Solagna)


"Una scala per fuggire dal mondo, costruita nel solo luogo dove nessuno può salire: il riflesso." (2026 Solagna)


"Un'insegna sbiadita, 'Osteria Da Manega', sussurra storie di convivialità e vite passate. La facciata, con le sue tonalità neutre interrotte dalle persiane e dalla porta di un caldo color terra, è un minimalismo che parla di presenze e assenze. Ogni dettaglio, dalla piastrella numerata al tappetino d'ingresso, è una traccia del vissuto che l'occhio attento coglie, dipingendo un ritratto discreto di un luogo che conserva la sua anima." (2026 Solagna)

"In un'antica corte, dove le mura logore celano secoli di storie e l'arco in mattoni suggerisce passaggi segreti, un'Ape Piaggio gialla si erge come un simbolo vivente. Carica di oggetti e di chissà quali racconti, essa testimonia il perpetuo movimento e la semplicità operosa di un vissuto che persiste. Un frammento di vita urbana dove il tempo sembra essersi fermato, eppure la curiosità dell'occhio percepisce ogni dettaglio come un battito, un'eco delle generazioni che hanno animato questo luogo." (2026 Solagna)


"Sotto una lapide che sussurra date antiche, la facciata di un edificio diviene un palinsesto urbano, dove l'occhio legge storie di mestieri dimenticati e speranze racchiuse. Insegne al neon sbiadite come 'Blanchin' e 'Mace World' rievocano un passato commerciale, mentre la vetrina vuota e la porta dall'azzurro sverniciato invitano a immaginare il brulicare della vita di un tempo. Ogni gradino consunto, ogni traccia di umidità, ogni infisso blindato è un segno tangibile del vissuto, un richiamo alla memoria che il paesaggio urbano offre a chi sa notare." (2026 Solagna)

"In un'apertura circolare nella parete bianca, l'occhio scopre un piccolo scrigno di delicatezza: un annaffiatoio in zinco, custode di lavanda profumata e di un fiore magenta. Un'oasi inattesa, dove la natura si fa strada anche nell'architettura più essenziale. Questo dettaglio minimalista, così semplice eppure carico di vita, è una testimonianza di come la curiosità dello sguardo possa cogliere l'incanto in ogni angolo del paesaggio urbano." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La facciata di questo 'Atelier' è un invito a sognare, un'esplosione di cuori e decorazioni che contrasta con la sobrietà del garage adiacente. Sotto la scritta 'Chi sogna arriva prima di chi pensa', l'occhio si sofferma sul colore vivace della tenda e della porta, sulle piante che si arrampicano e sui riflessi che mescolano l'interno con l'esterno. È un frammento di esplorazione urbana dove la fantasia e il vissuto si incontrano, un piccolo universo che si svela nella geometria delle superfici e nella ricchezza dei particolari." (2026 Piazzola sul Brenta)


"Attraverso la patina del vetro, il mondo esterno si fonde con l'interno in un balletto di riflessi e realtà. Stelle diafane e cappelli natalizi rossi e blu, forse gnomi o figure festive, emergono da un'atmosfera ovattata, quasi onirica. Sullo sfondo, un cartello 'MERCATINO DI NATALE' si specchia al contrario, mentre l'architettura esterna si dissolve in un fantasma. È un'esplorazione urbana che trascende la superficie, dove l'occhio, con fulminea percezione, cattura un particolare che è al contempo presente, riflesso e memoria di un tempo che è stato o che verrà." (2026 Piazzola sul Brenta)


"La realtà si piega e si riflette sulla superficie trasparente, dove il cielo si fonde con il cemento e l'architettura esterna si deforma in un'onda eterea. Un semplice vetro diviene un portale per una visione distorta ma affascinante dell'urbano, invitando l'occhio a esplorare le geometrie create dal riflesso. È un momento di sospensione visiva, dove la curiosità cattura la magia del reale che si trasforma, rivelando un paesaggio inatteso nella quotidianità." (2026 Piazzola sul Brenta)

"Sullo sfondo di un lunotto impolverato, le figure stilizzate di una famiglia – Vittorio, Valentina, Liliana e la cagnolina Meggy – raccontano una storia universale. Questo piccolo, intimo dettaglio urbano è una traccia del vissuto, un'espressione di appartenenza e identità che l'occhio cattura con curiosità. Non è solo un adesivo, ma un frammento di vita che, con la sua spontaneità, aggiunge un tocco di colore al quotidiano anonimato della città." (2026 Conco/Lusiana)


"La parete di un edificio si trasforma in una tela astratta, dipinta da linee, ombre e colori inattesi. Il filo teso con le mollette, alcune colorate, altre di legno, proietta le loro sagome danzanti sull'intonaco consumato, quasi fossero un alfabeto sconosciuto. La striscia d'ombra verticale taglia la scena con decisione, creando un contrasto potente. Un dettaglio urbano che, nella sua semplicità, rivela un'arte quotidiana e le tracce di un vissuto invisibile, dove il tempo si manifesta in graffi e crepe, e la luce scolpisce la narrazione." (2026 Conco/Lusiana)

"Tra le fessure del muro di cinta del cimitero, la vita si aggrappa e risplende con un verde tenace. Un'epigrafe sullo sfondo ci ricorda le storie passate, mentre la natura continua il suo ciclo immutabile." (2026 Campese)

"L'arte ha il potere di rendere vivo anche un muro di cemento, dando voce ai silenzi della città." (2026 Schio)

...si voltò per un istante, cercando con lo sguardo la strada da cui era venuta, ma il portico di ritorno era sbarrato da un vetro silenzioso e invalicabile: una barriera invisibile che separava il presente da un passato ormai sigillato. Non si poteva tornare indietro, nemmeno volendo. (Schio 2026)

 

"La fotografia documenta. E nel mio sguardo non c'era nulla, se non pura curiosità per l'esplorazione urbana; ero solo io, con la velocità della mente e dell'occhio che si fondono nel catturare un particolare, un dettaglio che racconta, un frammento di storia. L'atto diventa una meditazione senza fine, un'eco visiva di ogni istante vissuto, un invito a continuare a guardare, a sentire, a essere.


Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati



14 marzo 2026

Nel Laboratorio dei Ricordi: Un Viaggio attraverso la Memoria

 


Questa frase di Marcel Proust, profonda e risuonante, è stata la scintilla che ha acceso il mio viaggio:

 “Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.”

 Partendo da qui, ho iniziato a esplorare i sentieri tortuosi della mia mente, guidato da alcune immagini che mi hanno parlato direttamente.


Quest'immagine mi ha catapultato in un ricordo lontano, quasi un'antica superstizione o un gioco dimenticato. Quella piccola streghetta su un corrimano, con la sua aria tra il malinconico e il magico, mi ha fatto pensare a come certi piccoli oggetti della memoria possano contenere incantesimi e storie sopite, attese solo di essere riscoperte. È stato il mio primo passo in questo laboratorio, dove le cose più inaspettate possono rivelarsi talismaniche.


Poi sono piombato in questo disordine sconcertante, una scena che mi ha mostrato il lato più crudo del "laboratorio chimico" della memoria. Tappi, siringhe, contenitori... era come osservare i resti di un esperimento fallito, il terreno fertile dove i "veleni pericolosi" della mente prendono forma. Questo ricordo mi ha sbattuto in faccia la realtà delle tracce che certe esperienze lasciano, non sempre piacevoli, spesso inquietanti.



Questo passaggio mi ha portato in un luogo sospeso, una stanza dove la luce faticava a entrare completamente. Quei frammenti appesi al muro, quasi a formare una bacheca di un'esistenza passata, mi hanno fatto riflettere sui dettagli che restano, sui pezzi di un puzzle che non sempre riusciamo a ricomporre. La memoria è anche questo: un limbo, un luogo di accettazione dove non tutto è chiaro, ma tutto ha un suo posto, appeso tra luce e ombra.


Dopo quel tuffo nel caos, questa scena mi ha offerto un sospiro di sollievo, una vera e propria "droga calmante". Vedere quelle due figure sedute di schiena, in contemplazione di una natura serena fuori da una finestra spoglia, mi ha ricordato quanto sia importante trovare la pace, anche solo in un momento di pausa o in una connessione silenziosa. È stato il momento in cui la memoria ha smesso di urlare e ha iniziato a sussurrare promesse di serenità.

E così, eccomi qui, a fotografare questa che sembra proprio una 'camera obitorio'. Non era la fine della storia che mi aspettavo di catturare, ma, onestamente, quella che si è rivelata necessaria. Con quel tavolo così centrale e quei candelabri, l'obiettivo ha immortalato un punto di non ritorno, dove i 'veleni' e i 'calmanti' della memoria si incontrano per un ultimo, crudo faccia a faccia. È proprio qui che ho compreso, attraverso l'obiettivo, che la memoria non è solo un semplice archivio, ma anche un posto dove si accetta profondamente ogni cosa, persino il più difficile, per poter davvero andare avanti.                                  

      

                "Ogni ombra ha avuto la sua luce, e io, sono pronto a ricominciare."

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati