Il Collezionista di Ombre
Non so quando
ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È
lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città
respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i
lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in
quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.
Mi fermo
spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle
altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.
Ieri ne
ho fissata una per molto tempo. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una di qualcuno nascoto oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento
rapido, un’ombra che è passata velocemente fuori della mia vista .
Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una
tenda che non c’era.
È stato un
istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito la sua presenza.
O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso
manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che
recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.
Ora proverò a salire su quella terazza abbandonata. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi qualcuno c'è.
Il Disegnatore di Vuoti
Mi sono fermato davanti a quella
finestra perché il riflesso del mondo esterno sembrava lottare per non farsi
inghiottire da ciò che accadeva dentro. Il vetro, diviso in piccoli riquadri
come una prigione geometrica, distorceva la realtà.
Lì, in uno di quegli spazi nascosti che la gente attraversa senza degnare di uno sguardo, c'era
lui.
Non so chi fosse. Un architetto di
sogni infranti, un cartografo di città invisibili, o forse solo un uomo che
cercava di dare un ordine al caos. Era chino su un tavolo, circondato da fogli
bianchi che sotto quella luce spettrale sembravano sudari. La sua era una vita nascosta nel senso più puro: dedicata a un compito che nessuno avrebbe
mai applaudito, consumata in una stanza che odorava di carta vecchia e polvere
di matita.
Mentre lo osservavo, un pensiero mi
ha attraversato come un brivido: io vedevo lui, ma lui vedeva solo il suo
riflesso sul vetro o il cortile? Per lui, io ero una di quelle ombre fugaci che passano fuori dalla vista, un fantasma senza nome che
spiava la sua fatica.
Nonostante i suoi strumenti, i suoi disegni e
la sua concentrazione, il silenzio che trapelava da quel vetro era assordante.
Era il ritratto della solitudine urbana: due anime separate da pochi millimetri
di vetro e da un'infinità di segreti.
Poi, ha fatto un movimento brusco. Ha girato la testa verso la finestra, e per un secondo ho temuto che i nostri occhi si incontrassero. Mi sono ritratto nell'ombra del muro, tornando a essere nient'altro che un sussurro nella terazza.
Entrare lì dentro è stato come
scivolare attraverso una fessura nel tempo. Fuori, la città continuava a
correre, ignara delle vacuità nascoste che si aprono appena
oltre un muro di cemento. Dentro, il rumore del traffico è diventato un ronzio
lontano, sostituito dal silenzio denso di quel laboratorio.
Oltre il Vetro
Sapevo di non doverlo fare, ma il
richiamo di quella vita nascosta era troppo forte. Sono
scivolato dentro senza fare rumore, un’ombra tra le ombre.
L'aria sapeva di grafite, polvere e
caffè freddo. Lo spazio era vasto, molto più grande di quanto la finestra
lasciasse intendere; un reticolo di tavoli da disegno che sembravano altari
dedicati a una precisione ormai dimenticata. Lampade a braccio si piegavano
come colli di gru sopra progetti abbandonati, mappe di luoghi che forse non
verranno mai costruiti.
Ho visto di nuovo quell'uomo. Dalla
mia nuova prospettiva, di nascosto dietro una colonna, non era più solo una
sagoma. Era il fulcro di quel vuoto. Sedeva di spalle, la maglia scura con un
numero bianco — un "2" che sembrava la sua unica identità in quel
labirinto. Attorno a lui, le pareti erano popolate da visioni: grandi quadri
classici che osservavano dall'alto la sua fatica moderna. Figure mitologiche e
scene antiche che rendevano la sua solitudine ancora più solenne, quasi sacra.
Mi sono reso conto che quella non
era solo una stanza, era uno degli spazi nascoti dove la
vacuità prende forma. Ogni tavolo vuoto era una promessa non mantenuta, ogni
luce spenta una finestra buia rivolta verso l'interno dell'anima.
Mentra osservavo, ho sentito il peso del mio essere un intruso. Ero io, adesso, l'ombra
che passava fugacemente fuori della sua vista. Sarei potuto andare
lì, toccargli una spalla, chiedergli cosa stesse cercando in quei fogli. Ma la
regola di queste vite è il silenzio. Se avessi parlato, l'incanto si sarebbe
spezzato e la città sarebbe tornata a essere solo un ammasso di pietre.
Sono uscito così come ero entrato:
invisibile, portandomi dietro il freddo di quel marmo e l'immagine di
quell'uomo-numero, prigioniero volontario di una bellezza che nessuno fuori
poteva sospettare.
Il cortile mi ha accolto con un
odore di terra bagnata e intonaco vecchio. È uno di quegli angoli che le mappe
ignorano, una vacuità nascosta tra le pareti scrostate che
sembrano scorticarsi come pelle secca al sole.
Mi sono fermato davanti a un
piccolo altare di pietre e vasi dimenticati. Due piante grasse, resistenti e
caparbie, lottano contro l'abbandono proprio accanto a un tubo di scarico che
taglia il muro come una cicatrice verticale. C’è una dignità silenziosa in
queste cose che nessuno guarda: pietre squadrate appoggiate su assi di legno
marcio, fili elettrici che corrono come vene scoperte sull’intonaco malato.
Ho guardato un’ultima volta verso
le finestre del laboratorio. Da qui, l’uomo con il numero
sulla schiena è tornato a essere solo un riflesso lontano, una vita nascosta incorniciata da una griglia di ferro nero.
In questo cortile ho capito che la
città non è fatta solo di chi la abita, ma di ciò che sopravvive al loro
passaggio. Siamo noi le ombre che passanofugacemente fuori dalla vista,
mentre queste pietre, questi vasi e queste vecchie targhette restano qui, a testimoniare il vuoto che ci
lasciamo alle spalle.
Sono uscito dal portone senza voltarmi. Ora so che ogni volta che vedrò una finestra spenta, non penserò al buio, ma a quello che nasconde: un uomo che disegna, un quadro antico che veglia e una pianta che respira, ostinata, in un cortile che nessuno conosce.
Frammenti di Esistenza
Mi sono chinato su quel vetro
trasparente che rifletteva il grigio del cielo. Era integro, eppure sembrava
ferito, gettato lì come se qualcuno avesse smesso di brindare all'improvviso,
richiamato altrove da una di quelle vite nascoste che popolano
i piani alti.
Accanto al bicchiere, i resti delle
sigarette erano come piccoli segni di punteggiatura su una pagina bianca di
pietra. Qualcuno era rimasto lì a lungo, al freddo di quel cortile, forse
fissando le stesse finestre che avevo osservato io,
aspettando un segnale o semplicemente lasciando che il tempo passasse.
C’è una strana malinconia nel
selciato: è il luogo dove precipitano i segreti della città. Tutto ciò che cade
dalle finestre, tutto ciò che viene scartato, finisce qui, in questavacuità fatta
di polvere e mozziconi. Quel calice era come un invito non raccolto, il
rimasuglio di una conversazione finita troppo presto o mai iniziata.
Ho lasciato il bicchiere lì dov'era. In quel microcosmo di pietre, era diventato parte dell'architettura del cortile, consapevole che la città continuerà a nascondere le sue ombre, lasciandoci solo piccoli frammenti di vetro per indovinare dove siano passate.
Uscire dal cortile è stato come
riemergere da un’immersione in apnea. Pochi passi, e il silenzio granuloso di
quel mondo di pietre è stato travolto dal brusio delcorso principale.
Qui, la città indossa la sua maschera più elegante. Non ci sono più tubi di scarico a vista o calici abbandonati tra i ciottoli, ma facciate che pretendono ammirazione.
La Maschera di Pietra
Mi sono ritrovato davanti a un
palazzo nobile, dove le finestre non sono più semplici varchi, ma archi gotici
finemente lavorati, sorretti da colonnine che sembrano stanche di reggere il
peso della storia. Sulle vetrate, i loghi di una banca ripetuti con precisione
geometrica dichiarano che, in questo spazio nascosto dietro il
marmo, il valore delle cose è misurato in cifre e non in sogni.
È strano come il corso principale
cerchi di nascondere la sua vacuità sotto fregi e decorazioni.
Le vetrate riflettono il mondo esterno — i profili dei palazzi di fronte, il
cielo che vira al grigio — rendendo quasi impossibile vedere cosa accada
realmente all'interno. Le vite che si muovono dietro questi archi sono ancora
più distanti di quell'uomo nel laboratorio. Sono ombre protette dal
prestigio, vite nascoste dietro schermi di vetro
antiproiettile e simboli di potere.
Mentre camminavo sul marciapiede
lucido, ho incrociato decine di persone. Ognuna di loro passava fugacemente fuori dalla mia vista, come se il corso fosse un tapis roulant che
trasporta sagome senza nome. In questo fiume di gente, siamo tutti finestre
buie per gli altri.
Mi sono fermato un istante, voltandomi indietro. Da una parte, il cortile con il suo calice solitario; dall'altra, questa facciata imponente che non lascia trapelare nulla. La città è questo: un continuo gioco di specchi dove l'unica verità è nel riflesso che decidiamo di osservare.
Ho infilato le mani in tasca e mi sono lasciato trasportare dalla corrente. In fondo, siamo solo ombre che cercano un muro su cui proiettarsi prima che cali la notte definitiva.
Saracinesche e Spettri di Vetro
Proseguendo lungo il corso,
l'eleganza dei palazzi storici sbatte contro la fredda realtà del ferro. Le
saracinesche calate sono le palpebre chiuse di una città che non ha ancora
voglia di guardarti in faccia. Sono barriere fatte di linee orizzontali e forellini
minuscoli, una trama metallica che nasconde altre vacuità.
Mi sono fermato davanti a una di
queste. Attraverso la maglia forata, si intravedevano le sagome dei manichini,
prigionieri immobili in attesa che qualcuno dia loro un ruolo per la giornata.
Sembravano spettri eleganti in un acquario di polvere. Sopra di loro, un
graffito tracciato in fretta — uno scarabocchio nero che sfida l'ordine
perfetto del vetro — era l'unica traccia di una vita nascosta che
era passata di lì nella notte, quando le strade appartengono a chi non ha un
posto dove andare.
C’è un silenzio diverso davanti a un negozio chiuso. È il silenzio dell’attesa. Quelle vetrine ora protette dal metallo, non lasciano passare neanche le ombre fugaci. Tutto è sospeso.
In quel momento ho capito che la
mia ricerca era finita. Ho attraversato la città degli spazi nascosti, ho
spiato vite silenziose dietro vetri quadrettati, ho calpestato segreti sul
selciato e ho ammirato la superbia delle facciate di marmo. Ma è qui, davanti a
questa saracinesca scarabocchiata, che la città mi ha dato la sua risposta
definitiva: siamo tutti in attesa di essere visti, eppure passiamo la vita a
nasconderci dietro griglie, muri e riflessi.
Mi sono allontanato mentre i primi
rumori dei furgoni delle consegne rompevano l'incanto. Le ombre stavano
scomparendo, inghiottite dalla luce cruda del mattino. La città stava per
riaprire, pronta a diventare di nuovo un luogo di persone, e non più di spettri.
Sergio Sartori afi bfi
"La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale."
(Ispirato a Italo Calvino)
ollezionista di Ombre
Non so quando
ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È
lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città
respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i
lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in
quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.
Mi fermo
spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle
altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.
Ieri sera ne
ho fissata una per ore. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una vita
nascosta oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento
rapido, un’ombra che è passata fugacemente fuori dalla mia vista.
Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una
tenda che non c’era.
È stato un
istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito tutta la sua solitudine.
O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso
manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che
recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.
Domani tornerò
lì. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi bui mi
sento meno invisibile. Se anche io sono un'ombra che passa fugace, allora,
almeno per un istante, esisto.