Prefazione
Esiste un istante, esatto e sottile, in cui l’occhio smette di registrare
la materia e inizia a decifrare il sogno. Ho chiamato questo lavoro
"Soglie" perché ogni immagine è un confine: un varco aperto tra ciò
che resta del mondo — mattoni, polvere, cemento — e ciò che l’immaginazione vi
proietta dentro. Attraverso queste dodici tappe, ho cercato il punto di rottura
della realtà. Ho cercato guardiani, fantasmi, muse e bestie che abitano lo
spazio tra il "qui" e l' "altrove". Questo non è un diario
di luoghi, ma un diario di passaggi. Ogni porta è un invito a perdere
l'equilibrio.
Il primo varco: L’Apparizione
Questa
soffitta, un tempo silenzioso mausoleo di mattoni e travi secolari, è il mio
punto di partenza per questo nuovo viaggio. Riconosco ogni ruga dell'intonaco
grezzo, il peso delle vecchie macerie nell'angolo e la solitudine di quella
bottiglia di vino solitaria nella nicchia a sinistra, un frammento di vita
ordinaria. Ma lo sguardo si ferma inevitabilmente sulla soglia centrale.
Non
è più solo un'apertura verso un'altra stanza. È il confine. La luce che filtra
dall'altra parte disegna un mondo diverso, un mondo che, nel momento esatto del
mio scatto, ha partorito un'apparizione. Una donna eterea, avvolta in un
vestito verde che si dissolve in movimento e luce, sta oltrepassando il limite.
Non è una persona reale, non in senso fisico; è un'idea, un sogno sfocato e
vibrante catturato a mezz'aria. Il mosso della sua figura, l'effetto
"fantasma", non è un difetto, ma l'essenza stessa della sua natura
immateriale.
Questa
immagine è l'istante in cui la realtà solida e statica della soffitta si
scontra con l'impasto fluido e luminoso dell'immaginazione. È la prima Soglia,
il primo confine varcato. Il mio viaggio inizia qui, nel punto d'incontro tra
ciò che è e ciò che potrebbe essere, dove una figura di pura luce danza tra
mattoni e ombre.
Un lupo mannaro siede sulla soglia di pietra. È il confine tra la civiltà e l'istinto primordiale che ci osserva dall'oscurità.
Il secondo varco: Il Guardiano
Questa
soglia, incastonata tra mura intonacate che portano i segni di secoli, è
un'interfaccia tra il familiare e l'istinto primordiale. Ho inquadrato questa
scena in un'antica dimora, dove i muri sono diventati pergamene su cui il tempo
ha inciso graffi e fantasmi di affreschi sbiaditi. La porta è una cornice di
pietra grezza, che si erge su due solidi gradini. Oltre, si apre un labirinto
di corridoi e stanze immersi nell'oscurità, un interno labirintico e
misterioso.
Seduto
al centro, proprio sulla soglia, c'è il custode di questo passaggio: il
"lupo manaro". Non è solo un uomo mascherato; è l'essenza del
selvaggio che indossa un gilet e una camicia bianca, un'immagine potente di
civiltà che cede il passo all'istinto. La sua maschera da lupo è un ponte verso
l'infinito primordiale. È seduto di traverso, con una calma tesa, in attesa.
Il
pavimento di pietra è antico, consumato dai passi, e un fascio di luce ambrata,
calda e diffusa, si riflette sulle sue superfici, creando un contrasto netto
con l'oscurità fredda dell'interno. La figura è bagnata da questa luce, sospesa
tra la realtà solida del passato e l'immaginazione fluida che si annida
nell'ombra. Questa è la soglia tra la nostra civiltà umana e il selvaggio
interiore, un confine che il mannaro presidia, un guardiano silenzioso che ci
invita a interrogarci su ciò che siamo veramente.
Il terzo varco: l'ascesa e l'abisso.
Saliamo
le scale, come avevamo detto. Ed eccoci qua, a un punto fermo. Inquadro questa
scena che è un bivio, un'intersezione di percorsi.
A destra, la scala di legno scuro sale, con i
suoi gradini di massiccio noce che si fanno strada verso un piano superiore
invisibile. È una soglia fisica e cinetica, un invito a procedere. E mentre
l'architettura si sviluppa verso l'alto, la luce proietta un motivo grafico e
rigoroso sul muro color crema. Sono ombre verticali, come le sbarre di una
prigione immaginaria o le linee geometriche di uno spartito musicale, create da
un'inquadratura di finestre a sbarre che non vediamo. Questa griglia d'ombra è una
soglia visiva, un filtro tra la luce cruda e la superficie del muro.
Ma
la vera scoperta è a sinistra. Oltre un varco squadrato e robusto, con una
cornice di cemento crudo che taglia l'intonaco, si apre un buio profondo e
impenetrabile. Non è solo una stanza scura; è un pozzo d'ombra che sembra
inghiottire ogni luce. E lì, rannicchiata alla base di questo abisso, quasi
invisibile se non per l'inquadratura che la isola, c'è una figura solitaria.
Una donna, nuda e raggomitolata su se stessa, con le ginocchia al petto e la
testa tra le mani. È piccola, compressa, vulnerabile, a un passo dalla luce ma
immersa nel suo buio più totale.
Questa
immagine è la soglia tra l'ascendere esteriore (le scale) e la profondità
interiore (il buio e la figura). Il mio sguardo si sofferma su quel punto di
contatto tra la luce strutturale e l'oscurità esistenziale. La donna non sta
entrando o uscendo; lei è in quel varco, sospesa, a presidiare il
confine tra la propria vulnerabilità e il mondo costruito. È una soglia tra il
visibile dell'architettura e l'invisibile dell'anima.
Il quarto varco: l'antica cella della torre.
Questo spazio,
angusto e spoglio, è un teatro claustrofobico dove il passato e l'isolamento si
scontrano. Il pavimento di vecchi mattoni a lisca di pesce e il soffitto a
travi scure incorniciano un vuoto quasi tangibile. I muri bianchi, segnati dal
tempo, sembrano assorbire il suono.
A sinistra,
l'inquadratura sosta sulla finestra sbarrata, una soglia di luce e
confinamento. La grata metallica taglia il mondo esterno in frammenti
geometrici, mentre lo scuro di legno aperto, con le sue cerniere arrugginite,
dipinge un'ombra drammatica e angolare sul muro, quasi un'entità scura che
cerca di varcare la luce. È un confine tra la libertà intravista e la
reclusione imposta.
Ma
l'attenzione viene rapita dall'altra apertura a destra. Un varco basso e
grezzo, incassato nel muro con un architrave di cemento crudo. Questa è la vera
soglia dell'abisso. L'interno è un'oscurità assoluta, impenetrabile, un buio
profondo e denso. E proprio lì, rannicchiata a terra come un animale braccato,
o un segreto dimenticato, c'è una donna.
È in
ginocchio, a carponi, con lo sguardo fisso e teso rivolto verso di noi. Il suo
volto, pallido, emerge come un fantasma dalla tenebra, mentre il resto del
corpo è quasi inghiottito. Questa immagine è la soglia tra la reclusione
visibile e quella dell'anima. La donna non è né dentro né fuori; lei è
il confine tra la pallida e cruda realtà di quella cella e l'immaginazione di
ciò che si nasconde oltre, nell'oscurità più recondita dell'essere. È l'ultimo
avamposto prima del nulla.
Qui il concetto di "Soglia" si moltiplica, offrendomi un trittico di destini possibili. Mi trovo davanti a una parete bianca, segnata dal tempo e dall'umidità, che si apre su tre varchi identici nella forma, ma radicalmente diversi nella sostanza. Il pavimento sotto i miei piedi è un tappeto di macerie, mattoni frantumati e polvere: è il residuo della realtà che si sgretola.
A sinistra, la
prima soglia mi mostra il desiderio. Una donna è di spalle, affacciata a una
finestra luminosa. È una silhouette che guarda verso un "fuori" che
noi non possiamo vedere, prigioniera di una stanza scura ma attratta dalla
luce. È la soglia della nostalgia, della speranza che guarda oltre le mura.
Al centro, la
realtà cruda. Oltre questo varco non ci sono visioni, solo l'abbandono. Una
finestra verde, chiusa, in una stanza devastata dal crollo. È la soglia del
tempo che distrugge, il confine con la decadenza materiale che non lascia
spazio al sogno.
A destra,
l'immaginazione pura. Qui la soglia si apre su una scala di pietra dove una
figura femminile, nuda e fiera sui suoi tacchi alti, sembra quasi un'opera
d'arte classica che prende vita. È la musa, l'eros, l'apparizione che sfida la
polvere del luogo. È la soglia dell'estetica che si eleva sopra le macerie.
Sono davanti a un bivio a tre vie. Ogni porta è un invito, ogni soglia è una scelta tra il ricordo, la realtà e il sogno. In questo scatto ho voluto fissare l'istante in cui la mente decide quale confine varcare per sfuggire al grigio del presente.
Una dama ci sorride tra manichini di plastica. La soglia ironica tra la vita organica e la messinscena teatrale.
Ho inquadrato questo nuovo varco, questa volta un'apertura a battenti, in un ambiente che trasuda storia e abbandono. I muri sono un mosaico di strati di pittura scrostata e ombre profonde. Al centro, in piedi esattamente sulla soglia, c'è una donna. Una dama, fiera nel suo abito d'epoca riccamente decorato, color beige e oro, con un sorriso sereno rivolto direttamente a me, a noi. Non è un'apparizione sfocata come la prima, ma una presenza vivida e tangibile.
Ma guardate
oltre. Attraverso l'apertura, in una stanza leggermente più luminosa ma
confinata, ci sono tre manichini maschili. Sono calvi, muscolosi, vestiti solo
con calzamaglia e stivaletti, in totale contrasto con la sontuosità del vestito
della dama. Sono tre guardiani silenziosi, tre "corteggiatori" inerti
che sembrano pendere dalle sue labbra, ma sono fatti di plastica e polistirolo.
Questa è la
soglia tra la vita organica e la messinscena teatrale. Tra il desiderio vivido
(il sorriso della dama) e la fissità inanimata (i manichini). Ho voluto fissare
questo contrasto stridente: l'abito antico e i manichini. La donna viva e i
corpi inerti. La dama sta tra due mondi, tra l'oscurità del passato e lo
strano, vuoto teatro delle marionette del presente. In questo scatto, la soglia
diventa un palcoscenico per un'ironia silenziosa, un invito a interrogarci su
cosa sia reale e cosa sia solo rappresentazione.
Settimo varco: L'Uscita dal Tempo.
A sinistra,
all'interno di una nicchia di luce, vedo un soldato in armatura, di
spalle. È una guardia del passato, immobile, che presidia ancora un confine
ormai invisibile. È il rimasuglio di un'epoca di spade e pietre, sospeso in un
eterno presente.
Ma lo sguardo
viene trascinato verso il centro, dove la soglia si apre sulla vita. Oltre la
penombra del portico, appare Venezia. Riconosco le sue calli strette, i muri
alti e quella lama di luce solare che taglia il selciato, riflettendosi sulle
vetrine. C'è l'insegna di un ristorante, ci sono passanti ignari che
camminano verso il futuro, immersi nella quotidianità.
Questa è la
soglia tra la Storia e la Vita. Il mio scatto cattura l'istante in cui il
silenzio immobile del castello incontra il rumore sommesso della città d'acqua.
Sono uscito da un incubo o da un sogno di pietra per ritrovarmi nella realtà
vibrante di Venezia, eppure, attraverso questa cornice, i due mondi coesistono.
La soglia qui non divide solo spazi, ma secoli: da una parte l'armatura che non
si muove, dall'altra l'uomo moderno che cammina verso il sole.
In questo scatto, la soglia si fa geometrica e asettica, tipica di un'architettura moderna che cerca di contenere il caos. Mi trovo davanti a un'apertura squadrata, incorniciata da pareti di un giallo tenue. In alto, il cartello verde dell'uscita di sicurezza indica una via di fuga, un paradosso visivo per un viaggio che invece vuole spingersi sempre più a fondo.
Attraverso
questo primo varco, lo sguardo incontra una parete di pietra grigia, solida e
fredda, che sembra sbarrare la strada. Ma al suo centro si apre una seconda
soglia, stretta e verticale: quella che un tempo era la cabina di un ascensore.
Ora, però, non serve più a spostarsi tra i piani, ma tra gli stati d'animo. È
stata trasformata in un bar.
Oltre
il vetro, in quel rettangolo di luce calda e ambrata, vedo sagome di persone,
schiene chinate sul bancone, bottiglie allineate. È un microcosmo di socialità
ordinaria incastonato in una struttura di pietra immobile. A destra, una scala
inondata di luce bianca suggerisce un'altra direzione, un'ascesa verso il
vuoto, mentre il bar ci trattiene nel calore della terra.
Questa
è la soglia dell'adattamento. Ho voluto catturare come l'immaginazione possa
riutilizzare gli spazi della funzione (l'ascensore) per trasformarli in spazi
dell'emozione (il bar). È il confine tra il movimento meccanico che si è
fermato e la vita conviviale che continua a scorrere, protetta da una corazza
di roccia.
Una finestra che guarda sul Teatro Olimpico. Lo scarto improvviso tra l'abbandono di una stanza e l'eternità dell'arte.
Nono varco: La finestra sull'Olimpo
Un balzo
spazio-temporale che mi toglie il respiro. Sono in una stanza spoglia, quasi
brutale nella sua semplicità: muri bianchi segnati da impronte e polvere, una
piantina rampicante che cade dall'alto.
La finestra,
una soglia rettangolare tagliata nel muro, si apre incredibilmente sulla scena
del Teatro Olimpico di Vicenza. Non è una vista, è un'invasione di bellezza
classica in un ambiente di abbandono. La prospettiva lignea dello Scamozzi, con
le sue vie di Tebe, irrompe nel silenzio della stanza con i suoi azzurri
profondi e le luci calde delle edicole.
E proprio lì,
al centro della scena, sospesa sulla soglia tra il muro crudo e il capolavoro
palladiano, c'è una ballerina. Una figura scura, potente, colta in un gesto atletico e aggraziato. Le sue braccia sono tese, sembra quasi voler sorreggere
l'intera struttura o, forse, sta cercando di saltare fuori dalla finzione
scenica per entrare nella mia realtà.
Questa è la
soglia definitiva tra l'abbandono e l'arte, tra il rampicante sul muro e la
perfezione architettonica dell'uomo. Ho voluto fissare questo paradosso: un
buco in un muro che non guarda sulla strada, ma sull'eternità del genio umano.
La ballerina è il tramite, il corpo vivo che abita il confine tra il cemento e
l'illusione teatrale.
Il ritorno all'abbandono. Un corpo nudo e reale a sinistra, un fantasma urbano a destra. La dicotomia tra carne e ricordo.
Decimo varco: L’Eco del Desiderio
Sono tornato dove tutto sembra sgretolarsi. In questa stanza, il tempo non ha solo lasciato segni, ha creato voragini. Il pavimento a scacchi, un tempo elegante, è ora un tappeto di polvere e detriti, e le pareti portano i segni di una vita che ha traslocato altrove, lasciando solo l'ombra di se stessa. Ma le soglie, ancora una volta, non sono vuote.
A sinistra,
una porta si apre su un'esplosione di luce accecante. Lì, sulla soglia della
rovina, una donna è ritratta di schiena, nuda, indossando solo degli stivali
alti. È una figura di una bellezza dirompente che sfida il grigiore
circostante. Guarda verso l'esterno, verso un giardino incolto o forse solo
verso la libertà della luce. È la soglia della vulnerabilità che si fa forza,
della carne viva contro la pietra morta.
A destra, la
seconda soglia ci riporta in un'altra dimensione. Attraverso l'infisso di una
porta scrostata, non vedo più la stanza adiacente, ma una visione urbana quasi
onirica. Appare la facciata di un palazzo veneziano e, sovrapposta ad essa come
un fantasma, la figura di un uomo. È un'immagine trasparente, un'eco di
mascolinità e presenza urbana che sembra svanire nel momento stesso in cui
cerco di metterla a fuoco.
Questa è la soglia della dicotomia: da una parte la realtà materica e sensuale della donna nel vuoto, dall'altra l'astrazione quasi spettrale dell'uomo nella città. Ho voluto raccontare il ritorno all'abbandono come un luogo dove l'immaginazione non si spegne, ma anzi, popola i varchi di sogni contrastanti, tra la concretezza di un corpo e l'evanescenza di un ricordo lontano.
Tutti i protagonisti si schierano sotto una grande capriata. Una polifonia di sguardi che riassume il senso del viaggio.
Undicesimo varco: Il Coro delle Identità
Siamo quasi alla fine, e la struttura stessa dello spazio sembra voler riassumere il viaggio. Mi trovo sotto una grande capriata di legno, un'architettura che ricorda una cattedrale laica o un vecchio fienile nobilitato dalla luce. Sopra di me, una vetrata triangolare frammenta il bosco esterno, trasformando gli alberi in un mosaico di verde e grigio.
Ma la vera soglia è qui, ad altezza d'uomo. Una lunga serie di varchi rettangolari, come un confessionale moderno o una galleria di specchi dell'anima, mette in scena i protagonisti di questo percorso.
I volti
e i corpi: In ogni riquadro, una soglia diversa. Vedo sguardi intensi, pelle
nuda che sfida il freddo della struttura, espressioni che oscillano tra la
sfida e la malinconia. Sono le presenze che hanno popolato i varchi precedenti,
ora riunite in un unico fronte.
La
finzione: Accanto agli attori in carne ed ossa, tornano le figure inorganiche.
Busti che sembrano provenire da mondi lontani, maschere e simulacri che
ricordano come, su ogni soglia, la realtà sia sempre mescolata alla
messinscena.
Questa non è una singola porta, è una polifonia di soglie. Ho voluto catturare questo momento di pausa collettiva, dove l'immaginazione e la realtà si schierano fianco a fianco prima dell'ultimo passo. Non c'è gerarchia: il corpo vivo e la statua hanno lo stesso peso visivo, perché entrambi sono abitanti del confine. Siamo noi, con il nostro sguardo, a decidere chi di loro ci aprirà il prossimo varco.
Le celle mortuarie del Lido. Il confine estremo dove l'immaginazione pop esplode sopra la morte e un occhio ci fissa dall'eternità.
Il dodicesimo varco: L’Ultimo Sigillo
Tutto finisce dove la vita sembrava essersi fermata definitivamente. In quelle celle fredde, dove il tempo dovrebbe tacere, ho trovato l'ultima soglia: quella della memoria che non si arrende. "Soglie" è stato un viaggio necessario per capire che non siamo mai confinati tra quattro mura, ma siamo noi stessi il varco attraverso cui il mondo diventa visione. Se la realtà è una prigione di mattoni, l'immaginazione è la porta sempre aperta.
Il viaggio si conclude qui, davanti a una soglia che non è più una porta, ma una chiusura ermetica, quasi clinica. In alto, uno sportello è spalancato. Al suo interno non c'è il freddo del ghiaccio, ma il calore saturo e psichedelico dell'immaginazione più sfrenata. È un microcosmo pop, un collage di luci al neon, poster di Andy Warhol, riflessi metallici e colori acidi. È come se tutta la fantasia accumulata nei passi precedenti fosse stata compressa e conservata in questo piccolo vano, un'esplosione di vita artificiale che sfida il bianco vuoto circostante.
In basso, lo sportello rimane chiuso, ma non del tutto muto. Attraverso la piccola feritoia rettangolare, una spia sul mondo interiore, mi fissano due occhi. È uno sguardo intenso, femminile, carico di un segreto che non può essere rivelato. È l'ultimo guardiano, la coscienza che osserva il fotografo e lo spettatore, ricordandoci che, anche quando le porte sono sbarrate, c'è sempre una vita che pulsa oltre il confine.
Questa è la soglia della memoria e dell'archiviazione. Ho voluto chiudere il lavoro con l'idea che la realtà e l'immaginazione, alla fine, vengano riposte nello stesso armadio. La dodicesima foto è il sigillo: un occhio che guarda fuori e una stanza piena di sogni che brilla dentro. Il viaggio attraverso le "Soglie" termina nel momento esatto in cui realizziamo che l'unico vero confine è lo sguardo che portiamo su di esse.
Ho chiuso il diario, ma lo sguardo resta oltre.
Racconto e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti
i diritti riservati
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