02 aprile 2026

SOGLIE: Confini tra la realtà e l’immaginazione

 

Prefazione

Esiste un istante, esatto e sottile, in cui l’occhio smette di registrare la materia e inizia a decifrare il sogno. Ho chiamato questo lavoro "Soglie" perché ogni immagine è un confine: un varco aperto tra ciò che resta del mondo — mattoni, polvere, cemento — e ciò che l’immaginazione vi proietta dentro. Attraverso queste dodici tappe, ho cercato il punto di rottura della realtà. Ho cercato guardiani, fantasmi, muse e bestie che abitano lo spazio tra il "qui" e l' "altrove". Questo non è un diario di luoghi, ma un diario di passaggi. Ogni porta è un invito a perdere l'equilibrio.

 Il viaggio inizia in una soffitta dove la luce partorisce una figura eterea. È il primo varco: la materia solida che si dissolve nel movimento.

 

Il primo varco: L’Apparizione

Questa soffitta, un tempo silenzioso mausoleo di mattoni e travi secolari, è il mio punto di partenza per questo nuovo viaggio. Riconosco ogni ruga dell'intonaco grezzo, il peso delle vecchie macerie nell'angolo e la solitudine di quella bottiglia di vino solitaria nella nicchia a sinistra, un frammento di vita ordinaria. Ma lo sguardo si ferma inevitabilmente sulla soglia centrale.

Non è più solo un'apertura verso un'altra stanza. È il confine. La luce che filtra dall'altra parte disegna un mondo diverso, un mondo che, nel momento esatto del mio scatto, ha partorito un'apparizione. Una donna eterea, avvolta in un vestito verde che si dissolve in movimento e luce, sta oltrepassando il limite. Non è una persona reale, non in senso fisico; è un'idea, un sogno sfocato e vibrante catturato a mezz'aria. Il mosso della sua figura, l'effetto "fantasma", non è un difetto, ma l'essenza stessa della sua natura immateriale.

Questa immagine è l'istante in cui la realtà solida e statica della soffitta si scontra con l'impasto fluido e luminoso dell'immaginazione. È la prima Soglia, il primo confine varcato. Il mio viaggio inizia qui, nel punto d'incontro tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, dove una figura di pura luce danza tra mattoni e ombre.

Un lupo mannaro siede sulla soglia di pietra. È il confine tra la civiltà e l'istinto primordiale che ci osserva dall'oscurità.


 
Il secondo varco: Il Guardiano

Questa soglia, incastonata tra mura intonacate che portano i segni di secoli, è un'interfaccia tra il familiare e l'istinto primordiale. Ho inquadrato questa scena in un'antica dimora, dove i muri sono diventati pergamene su cui il tempo ha inciso graffi e fantasmi di affreschi sbiaditi. La porta è una cornice di pietra grezza, che si erge su due solidi gradini. Oltre, si apre un labirinto di corridoi e stanze immersi nell'oscurità, un interno labirintico e misterioso.

Seduto al centro, proprio sulla soglia, c'è il custode di questo passaggio: il "lupo manaro". Non è solo un uomo mascherato; è l'essenza del selvaggio che indossa un gilet e una camicia bianca, un'immagine potente di civiltà che cede il passo all'istinto. La sua maschera da lupo è un ponte verso l'infinito primordiale. È seduto di traverso, con una calma tesa, in attesa.

Il pavimento di pietra è antico, consumato dai passi, e un fascio di luce ambrata, calda e diffusa, si riflette sulle sue superfici, creando un contrasto netto con l'oscurità fredda dell'interno. La figura è bagnata da questa luce, sospesa tra la realtà solida del passato e l'immaginazione fluida che si annida nell'ombra. Questa è la soglia tra la nostra civiltà umana e il selvaggio interiore, un confine che il mannaro presidia, un guardiano silenzioso che ci invita a interrogarci su ciò che siamo veramente.

 Una scala che sale verso la luce e un antro buio dove la vulnerabilità umana si rannicchia.   La soglia tra l'agire e il sentire.


Il terzo varco: l'ascesa e l'abisso.

Saliamo le scale, come avevamo detto. Ed eccoci qua, a un punto fermo. Inquadro questa scena che è un bivio, un'intersezione di percorsi.

 A destra, la scala di legno scuro sale, con i suoi gradini di massiccio noce che si fanno strada verso un piano superiore invisibile. È una soglia fisica e cinetica, un invito a procedere. E mentre l'architettura si sviluppa verso l'alto, la luce proietta un motivo grafico e rigoroso sul muro color crema. Sono ombre verticali, come le sbarre di una prigione immaginaria o le linee geometriche di uno spartito musicale, create da un'inquadratura di finestre a sbarre che non vediamo. Questa griglia d'ombra è una soglia visiva, un filtro tra la luce cruda e la superficie del muro.

Ma la vera scoperta è a sinistra. Oltre un varco squadrato e robusto, con una cornice di cemento crudo che taglia l'intonaco, si apre un buio profondo e impenetrabile. Non è solo una stanza scura; è un pozzo d'ombra che sembra inghiottire ogni luce. E lì, rannicchiata alla base di questo abisso, quasi invisibile se non per l'inquadratura che la isola, c'è una figura solitaria. Una donna, nuda e raggomitolata su se stessa, con le ginocchia al petto e la testa tra le mani. È piccola, compressa, vulnerabile, a un passo dalla luce ma immersa nel suo buio più totale.

Questa immagine è la soglia tra l'ascendere esteriore (le scale) e la profondità interiore (il buio e la figura). Il mio sguardo si sofferma su quel punto di contatto tra la luce strutturale e l'oscurità esistenziale. La donna non sta entrando o uscendo; lei è in quel varco, sospesa, a presidiare il confine tra la propria vulnerabilità e il mondo costruito. È una soglia tra il visibile dell'architettura e l'invisibile dell'anima.

     Un animale braccato nell'oscurità di un varco basso.                                                           Il confine tra la reclusione fisica e quella dell'anima.


     Il quarto varco: l'antica cella della torre.

Questo spazio, angusto e spoglio, è un teatro claustrofobico dove il passato e l'isolamento si scontrano. Il pavimento di vecchi mattoni a lisca di pesce e il soffitto a travi scure incorniciano un vuoto quasi tangibile. I muri bianchi, segnati dal tempo, sembrano assorbire il suono.

A sinistra, l'inquadratura sosta sulla finestra sbarrata, una soglia di luce e confinamento. La grata metallica taglia il mondo esterno in frammenti geometrici, mentre lo scuro di legno aperto, con le sue cerniere arrugginite, dipinge un'ombra drammatica e angolare sul muro, quasi un'entità scura che cerca di varcare la luce. È un confine tra la libertà intravista e la reclusione imposta.

Ma l'attenzione viene rapita dall'altra apertura a destra. Un varco basso e grezzo, incassato nel muro con un architrave di cemento crudo. Questa è la vera soglia dell'abisso. L'interno è un'oscurità assoluta, impenetrabile, un buio profondo e denso. E proprio lì, rannicchiata a terra come un animale braccato, o un segreto dimenticato, c'è una donna.

È in ginocchio, a carponi, con lo sguardo fisso e teso rivolto verso di noi. Il suo volto, pallido, emerge come un fantasma dalla tenebra, mentre il resto del corpo è quasi inghiottito. Questa immagine è la soglia tra la reclusione visibile e quella dell'anima. La donna non è né dentro né fuori; lei è il confine tra la pallida e cruda realtà di quella cella e l'immaginazione di ciò che si nasconde oltre, nell'oscurità più recondita dell'essere. È l'ultimo avamposto prima del nulla.

 Tre porte, tre destini. La nostalgia, la decadenza e l'estetica.  Quale soglia sceglieremo di varcare?

 

  Il quinto varco: La Trinità delle Scelte

Qui il concetto di "Soglia" si moltiplica, offrendomi un trittico di destini possibili. Mi trovo davanti a una parete bianca, segnata dal tempo e dall'umidità, che si apre su tre varchi identici nella forma, ma radicalmente diversi nella sostanza. Il pavimento sotto i miei piedi è un tappeto di macerie, mattoni frantumati e polvere: è il residuo della realtà che si sgretola.

A sinistra, la prima soglia mi mostra il desiderio. Una donna è di spalle, affacciata a una finestra luminosa. È una silhouette che guarda verso un "fuori" che noi non possiamo vedere, prigioniera di una stanza scura ma attratta dalla luce. È la soglia della nostalgia, della speranza che guarda oltre le mura.

Al centro, la realtà cruda. Oltre questo varco non ci sono visioni, solo l'abbandono. Una finestra verde, chiusa, in una stanza devastata dal crollo. È la soglia del tempo che distrugge, il confine con la decadenza materiale che non lascia spazio al sogno.

A destra, l'immaginazione pura. Qui la soglia si apre su una scala di pietra dove una figura femminile, nuda e fiera sui suoi tacchi alti, sembra quasi un'opera d'arte classica che prende vita. È la musa, l'eros, l'apparizione che sfida la polvere del luogo. È la soglia dell'estetica che si eleva sopra le macerie.

Sono davanti a un bivio a tre vie. Ogni porta è un invito, ogni soglia è una scelta tra il ricordo, la realtà e il sogno. In questo scatto ho voluto fissare l'istante in cui la mente decide quale confine varcare per sfuggire al grigio del presente.

    

Una dama ci sorride tra manichini di plastica. La soglia ironica tra la vita organica e la messinscena teatrale.

               


     Sesto varco: La Corte Inerte:

Ho inquadrato questo nuovo varco, questa volta un'apertura a battenti, in un ambiente che trasuda storia e abbandono. I muri sono un mosaico di strati di pittura scrostata e ombre profonde. Al centro, in piedi esattamente sulla soglia, c'è una donna. Una dama, fiera nel suo abito d'epoca riccamente decorato, color beige e oro, con un sorriso sereno rivolto direttamente a me, a noi. Non è un'apparizione sfocata come la prima, ma una presenza vivida e tangibile.

Ma guardate oltre. Attraverso l'apertura, in una stanza leggermente più luminosa ma confinata, ci sono tre manichini maschili. Sono calvi, muscolosi, vestiti solo con calzamaglia e stivaletti, in totale contrasto con la sontuosità del vestito della dama. Sono tre guardiani silenziosi, tre "corteggiatori" inerti che sembrano pendere dalle sue labbra, ma sono fatti di plastica e polistirolo.

Questa è la soglia tra la vita organica e la messinscena teatrale. Tra il desiderio vivido (il sorriso della dama) e la fissità inanimata (i manichini). Ho voluto fissare questo contrasto stridente: l'abito antico e i manichini. La donna viva e i corpi inerti. La dama sta tra due mondi, tra l'oscurità del passato e lo strano, vuoto teatro delle marionette del presente. In questo scatto, la soglia diventa un palcoscenico per un'ironia silenziosa, un invito a interrogarci su cosa sia reale e cosa sia solo rappresentazione.

 

     Un soldato medievale presidia un varco che si apre sulla Venezia moderna.                             Il confine dove i secoli si toccano.

Settimo varco: L'Uscita dal Tempo.

Lascio alle spalle l'oscurità del castello e, d'improvviso, mi trovo davanti a un'apertura che scardina ogni logica temporale. Inquadro questa grande soglia di cemento e mattoni sbrecciati, una cornice grezza che funge da portale tra due mondi.

A sinistra, all'interno di una nicchia di luce, vedo un soldato in armatura, di spalle. È una guardia del passato, immobile, che presidia ancora un confine ormai invisibile. È il rimasuglio di un'epoca di spade e pietre, sospeso in un eterno presente.

Ma lo sguardo viene trascinato verso il centro, dove la soglia si apre sulla vita. Oltre la penombra del portico, appare Venezia. Riconosco le sue calli strette, i muri alti e quella lama di luce solare che taglia il selciato, riflettendosi sulle vetrine. C'è l'insegna di un ristorante, ci sono passanti ignari che camminano verso il futuro, immersi nella quotidianità.

Questa è la soglia tra la Storia e la Vita. Il mio scatto cattura l'istante in cui il silenzio immobile del castello incontra il rumore sommesso della città d'acqua. Sono uscito da un incubo o da un sogno di pietra per ritrovarmi nella realtà vibrante di Venezia, eppure, attraverso questa cornice, i due mondi coesistono. La soglia qui non divide solo spazi, ma secoli: da una parte l'armatura che non si muove, dall'altra l'uomo moderno che cammina verso il sole.

 

 Un vecchio ascensore che diventa un bar. La soglia dell'adattamento, dove la funzione meccanica cede il passo alla convivialità.


Ottavo varco: Il non luogo

In questo scatto, la soglia si fa geometrica e asettica, tipica di un'architettura moderna che cerca di contenere il caos. Mi trovo davanti a un'apertura squadrata, incorniciata da pareti di un giallo tenue. In alto, il cartello verde dell'uscita di sicurezza indica una via di fuga, un paradosso visivo per un viaggio che invece vuole spingersi sempre più a fondo.

Attraverso questo primo varco, lo sguardo incontra una parete di pietra grigia, solida e fredda, che sembra sbarrare la strada. Ma al suo centro si apre una seconda soglia, stretta e verticale: quella che un tempo era la cabina di un ascensore. Ora, però, non serve più a spostarsi tra i piani, ma tra gli stati d'animo. È stata trasformata in un bar.

Oltre il vetro, in quel rettangolo di luce calda e ambrata, vedo sagome di persone, schiene chinate sul bancone, bottiglie allineate. È un microcosmo di socialità ordinaria incastonato in una struttura di pietra immobile. A destra, una scala inondata di luce bianca suggerisce un'altra direzione, un'ascesa verso il vuoto, mentre il bar ci trattiene nel calore della terra.

Questa è la soglia dell'adattamento. Ho voluto catturare come l'immaginazione possa riutilizzare gli spazi della funzione (l'ascensore) per trasformarli in spazi dell'emozione (il bar). È il confine tra il movimento meccanico che si è fermato e la vita conviviale che continua a scorrere, protetta da una corazza di roccia.


Una finestra che guarda sul Teatro Olimpico. Lo scarto improvviso tra l'abbandono di una stanza e l'eternità dell'arte.


Nono varco: La finestra sull'Olimpo

Un balzo spazio-temporale che mi toglie il respiro. Sono in una stanza spoglia, quasi brutale nella sua semplicità: muri bianchi segnati da impronte e polvere, una piantina rampicante che cade dall'alto. 

La finestra, una soglia rettangolare tagliata nel muro, si apre incredibilmente sulla scena del Teatro Olimpico di Vicenza. Non è una vista, è un'invasione di bellezza classica in un ambiente di abbandono. La prospettiva lignea dello Scamozzi, con le sue vie di Tebe, irrompe nel silenzio della stanza con i suoi azzurri profondi e le luci calde delle edicole.

E proprio lì, al centro della scena, sospesa sulla soglia tra il muro crudo e il capolavoro palladiano, c'è una ballerina. Una figura scura, potente, colta in un gesto atletico e aggraziato. Le sue braccia sono tese, sembra quasi voler sorreggere l'intera struttura o, forse, sta cercando di saltare fuori dalla finzione scenica per entrare nella mia realtà.

Questa è la soglia definitiva tra l'abbandono e l'arte, tra il rampicante sul muro e la perfezione architettonica dell'uomo. Ho voluto fissare questo paradosso: un buco in un muro che non guarda sulla strada, ma sull'eternità del genio umano. La ballerina è il tramite, il corpo vivo che abita il confine tra il cemento e l'illusione teatrale.


Il ritorno all'abbandono. Un corpo nudo e reale a sinistra, un fantasma urbano a destra. La dicotomia tra carne e ricordo. 


     Decimo varco: L’Eco del Desiderio 

Sono tornato dove tutto sembra sgretolarsi. In questa stanza, il tempo non ha solo lasciato segni, ha creato voragini. Il pavimento a scacchi, un tempo elegante, è ora un tappeto di polvere e detriti, e le pareti portano i segni di una vita che ha traslocato altrove, lasciando solo l'ombra di se stessa. Ma le soglie, ancora una volta, non sono vuote.

A sinistra, una porta si apre su un'esplosione di luce accecante. Lì, sulla soglia della rovina, una donna è ritratta di schiena, nuda, indossando solo degli stivali alti. È una figura di una bellezza dirompente che sfida il grigiore circostante. Guarda verso l'esterno, verso un giardino incolto o forse solo verso la libertà della luce. È la soglia della vulnerabilità che si fa forza, della carne viva contro la pietra morta.

A destra, la seconda soglia ci riporta in un'altra dimensione. Attraverso l'infisso di una porta scrostata, non vedo più la stanza adiacente, ma una visione urbana quasi onirica. Appare la facciata di un palazzo veneziano e, sovrapposta ad essa come un fantasma, la figura di un uomo. È un'immagine trasparente, un'eco di mascolinità e presenza urbana che sembra svanire nel momento stesso in cui cerco di metterla a fuoco.  

Questa è la soglia della dicotomia: da una parte la realtà materica e sensuale della donna nel vuoto, dall'altra l'astrazione quasi spettrale dell'uomo nella città. Ho voluto raccontare il ritorno all'abbandono come un luogo dove l'immaginazione non si spegne, ma anzi, popola i varchi di sogni contrastanti, tra la concretezza di un corpo e l'evanescenza di un ricordo lontano.

 

Tutti i protagonisti si schierano sotto una grande capriata. Una polifonia di sguardi che riassume il senso del viaggio.


Undicesimo varco: Il Coro delle Identità

Siamo quasi alla fine, e la struttura stessa dello spazio sembra voler riassumere il viaggio. Mi trovo sotto una grande capriata di legno, un'architettura che ricorda una cattedrale laica o un vecchio fienile nobilitato dalla luce. Sopra di me, una vetrata triangolare frammenta il bosco esterno, trasformando gli alberi in un mosaico di verde e grigio.

Ma la vera soglia è qui, ad altezza d'uomo. Una lunga serie di varchi rettangolari, come un confessionale moderno o una galleria di specchi dell'anima, mette in scena i protagonisti di questo percorso.

I volti e i corpi: In ogni riquadro, una soglia diversa. Vedo sguardi intensi, pelle nuda che sfida il freddo della struttura, espressioni che oscillano tra la sfida e la malinconia. Sono le presenze che hanno popolato i varchi precedenti, ora riunite in un unico fronte.

La finzione: Accanto agli attori in carne ed ossa, tornano le figure inorganiche. Busti che sembrano provenire da mondi lontani, maschere e simulacri che ricordano come, su ogni soglia, la realtà sia sempre mescolata alla messinscena.

Questa non è una singola porta, è una polifonia di soglie. Ho voluto catturare questo momento di pausa collettiva, dove l'immaginazione e la realtà si schierano fianco a fianco prima dell'ultimo passo. Non c'è gerarchia: il corpo vivo e la statua hanno lo stesso peso visivo, perché entrambi sono abitanti del confine. Siamo noi, con il nostro sguardo, a decidere chi di loro ci aprirà il prossimo varco.

  

Le celle mortuarie del Lido. Il confine estremo dove l'immaginazione pop esplode sopra la morte e un occhio ci fissa dall'eternità. 


Il dodicesimo varco: L’Ultimo Sigillo

Tutto finisce dove la vita sembrava essersi fermata definitivamente. In quelle celle fredde, dove il tempo dovrebbe tacere, ho trovato l'ultima soglia: quella della memoria che non si arrende. "Soglie" è stato un viaggio necessario per capire che non siamo mai confinati tra quattro mura, ma siamo noi stessi il varco attraverso cui il mondo diventa visione. Se la realtà è una prigione di mattoni, l'immaginazione è la porta sempre aperta.                     

Il viaggio si conclude qui, davanti a una soglia che non è più una porta, ma una chiusura ermetica, quasi clinica. In alto, uno sportello è spalancato. Al suo interno non c'è il freddo del ghiaccio, ma il calore saturo e psichedelico dell'immaginazione più sfrenata. È un microcosmo pop, un collage di luci al neon, poster di Andy Warhol, riflessi metallici e colori acidi. È come se tutta la fantasia accumulata nei passi precedenti fosse stata compressa e conservata in questo piccolo vano, un'esplosione di vita artificiale che sfida il bianco vuoto circostante.

In basso, lo sportello rimane chiuso, ma non del tutto muto. Attraverso la piccola feritoia rettangolare, una spia sul mondo interiore, mi fissano due occhi. È uno sguardo intenso, femminile, carico di un segreto che non può essere rivelato. È l'ultimo guardiano, la coscienza che osserva il fotografo e lo spettatore, ricordandoci che, anche quando le porte sono sbarrate, c'è sempre una vita che pulsa oltre il confine.

Questa è la soglia della memoria e dell'archiviazione. Ho voluto chiudere il lavoro con l'idea che la realtà e l'immaginazione, alla fine, vengano riposte nello stesso armadio. La dodicesima foto è il sigillo: un occhio che guarda fuori e una stanza piena di sogni che brilla dentro. Il viaggio attraverso le "Soglie" termina nel momento esatto in cui realizziamo che l'unico vero confine è lo sguardo che portiamo su di esse.

 

Ho chiuso il diario, ma lo sguardo resta oltre.

   

Racconto e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati

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