Prefazione
Ci sono parti della fabbrica che non appartengono
più a nessuno. Non alla NIGI, non al tempo, non alla memoria. Sono diventate
terra di nessuno, e proprio per questo sono diventate terra di tutti.
I ladri di rame sono passati da qui come una
tempesta silenziosa: hanno aperto quadri elettrici, strappato fili, tirato giù
canaline, lasciando dietro di sé un groviglio di vene recise. Non è vandalismo:
è sopravvivenza. È un’economia parallela che si muove quando tutto il resto si
ferma.
Poi ci sono gli altri, quelli che non portano
via: restano. Dormono dove possono, si scaldano come possono, abitano
questi spazi come fossero un rifugio temporaneo, una casa che non è casa ma è
meglio di niente.
Questo capitolo è per loro: per chi ha preso, per
chi ha vissuto, per chi ha lasciato tracce che non si cancellano.
La porta è aperta, ma non invita. È un passaggio che qualcuno ha usato per entrare in fretta, per cercare ciò che vale ancora qualcosa. La natura cresce ovunque, come se volesse chiudere la scena, ma il rosso della porta resta lì, come un segnale d’allarme che arriva troppo tardi.
Qui dentro il pavimento è un mare di fili. Cavi tirati, strappati, trascinati via. Sembra quasi un campo dopo la battaglia: non ci sono corpi, ma ci sono le vene. E le vene sono state aperte tutte.
Uno dei cuori della fabbrica era qui. Non un cuore romantico, ma un cuore tecnico, fatto di relè, contattori, numeri, scatti. Ora è un torace aperto, svuotato di tutto ciò che poteva valere. Resta solo la struttura, come uno scheletro.
I ladri non hanno rotto per distruggere: hanno rotto per arrivare. Dietro quei vetri c’erano tubi, cavi, metalli. Ora c’è solo un pavimento che scricchiola sotto i passi, e un odore di umido che non se ne va.
Questo è il risultato finale. Un groviglio di colori, plastica, rame, tutto mescolato come un nido abbandonato. È strano pensarlo, ma anche questo è un gesto umano: raccogliere, selezionare, portare via. Un lavoro sporco, ma pur sempre un lavoro.
Dopo i ladri di rame, la fabbrica sembra svuotata, come se avesse perso il suo sangue. Ma non è davvero vuota. Tra queste stanze, tra questi fili, tra questi vetri, ci sono persone che non rubano: vivono.
Hanno lasciato segni più piccoli, più fragili,
più umani. Una coperta, una sedia spostata, un oggetto riutilizzato. Non sono
ladri: sono abitanti temporanei, corpi che cercano un posto dove stare, anche
solo per una notte.
Entro piano, quasi in punta di piedi. Non voglio disturbare, anche se qui non c’è più nessuno. La stanza è piccola, scrostata, ma c’è un ordine che non mi aspettavo: il letto rifatto alla meglio, la coperta piegata, la sedia messa al suo posto, le bottiglie allineate come fossero un gesto di rispetto.
Qualcuno ha vissuto o vive qui. Non per molto, forse. Ma abbastanza da provare a chiamarlo casa.
Il tavolo è un mondo. Candele consumate, giornali, scatole, bottiglie, piccoli oggetti che raccontano una quotidianità fragile. Non c’è spreco, non c’è caos: c’è solo ciò che serve per passare la notte, per scaldarsi, per sentirsi meno soli.
È strano come un tavolo possa raccontare più di
una stanza intera.
Li guardo e penso alle mani che li hanno indossati. Mani che hanno lavorato, raccolto, spostato, riparato. Mani che forse hanno rubato rame, o forse hanno solo cercato di sopravvivere.
Sono guanti consumati, piegati, segnati. Come se
avessero assorbito la fatica di chi li ha usati.
Gli stivali sono lì, abbandonati a metà tra dentro e fuori. Uno è rattoppato con del nastro, l’altro è rigido, sporco, segnato dall’acqua e dal tempo. Sono stivali che hanno camminato nel fango, che hanno attraversato stanze allagate, che hanno portato qualcuno da un luogo all’altro senza chiedere niente.
Ora riposano, come se non servissero più.
Una giacca pesante, buttata a terra. Polvere, residui bianchi, un pezzo di stoffa azzurra sopra. È un abito senza corpo, un guscio vuoto che racconta una presenza passata.
Mi colpisce sempre quando un indumento sembra
ancora trattenere il calore di chi lo ha indossato.
Un maglione morbido, quasi intimo. Abbandonato sul pavimento come se qualcuno l’avesse tolto in fretta, o come se non fosse più servito.
La lana trattiene la polvere, ma trattiene anche
una storia che non posso conoscere.
Quattro pezzi di biancheria, sporchi, consumati. È la parte più fragile, la più personale, la più esposta. Non c’è niente di più umano di un indumento così vicino al corpo. E vederlo a terra, in un luogo come questo, fa capire quanto sia sottile il confine tra vita e sopravvivenza.
Questa è la foto che fa più male. Scarpe piccole, leggere, colorate. Scarpe che non appartengono a un ladro, né a un operaio, né a un vagabondo.
Appartengono a un bambino. E un bambino qui
dentro non dovrebbe esserci mai.
Sono tracce che non giudico, ma che non riesco a
ignorare.
I ladri di rame hanno lasciato ferite tecniche,
gli abitanti clandestini hanno lasciato ferite umane. La fabbrica, in questo
atto, non è più un luogo industriale: è un rifugio, una miniera, un dormitorio,
un riparo di fortuna.
È diventata ciò che resta quando tutto il resto è
finito.
E mentre cammino tra questi oggetti, tra questi
indumenti, tra questi segni, mi rendo conto che la NIGI non è solo abbandonata:
è abitata da storie che non conosco, da vite che si sono intrecciate con
la sua fine.
Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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