02 aprile 2026

CIÒ CHE MI SFIORA

 

 

Non fotografo ciò che vedo, ma ciò che mi tocca. 

A volte è un’ombra, altre volte un rumore, un odore, 

un pensiero che arriva senza bussare. 

Sono sensazioni minime, quasi impercettibili, 

ma abbastanza forti da attraversarmi. 

  

Prefazione

Ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati, ma attraversati. Spazi che non trattengono il passato, ma custodiscono ciò che ancora vibra, come un respiro che non si è arreso alla polvere.

n questi ambienti feriti ho imparato a non cercare storie, ma presenze. A volte un volto che si lascia intravedere dietro un velo lacerato, a volte un corpo che si offre alla luce come un gesto di fiducia. Altre volte solo un’ombra, un movimento minimo, un’apparizione che dura il tempo di un battito. 

Ho capito che la presenza non è un fatto, ma un movimento: un entrare e uscire, un trattenersi e un rivelarsi, un dialogo silenzioso tra ciò che resta e ciò che ritorna.

Questa storia è un attraversamento. Un tentativo di ascoltare ciò che non parla, di vedere ciò che non si mostra, di riconoscere ciò che continua a vivere anche quando tutto sembra finito.

Alla fine, in uno di questi corridoi, ho incontrato anche me stesso. Non come protagonista, ma come passante.

CIÒ CHE MI SFIORA nasce da qui: dal bisogno di esserci senza rumore.

 

 

«Di questa presenza mi arriva solo un frammento: un occhio che attraversa un velo ferito. Non so se vuole mostrarsi o se sta cercando un riparo. Forse è entrambe le cose. Resto fermo, in ascolto, come se quel piccolo varco fosse un invito a rallentare, a non pretendere tutto. C’è una delicatezza in questo apparire incompleto, una timidezza che mi disarma. È una presenza che non chiede di essere vista, ma che esiste comunque, ostinatamente, nel suo piccolo spazio di luce.»


«Io sono dentro, lui è fuori. Tra noi c’è un vetro, un confine sottile che separa due silenzi. Non so se sta guardando me o se sta guardando qualcosa che io non vedo. La sua immobilità pesa, come se contenesse una domanda che non riesco a decifrare. È una presenza che non entra, che non invade, ma che insiste. E in quella distanza sento qualcosa di familiare: la paura di avvicinarsi, la tentazione di restare sul margine.»


«Qui la presenza non si nasconde più. Si lascia attraversare dalla luce, come se il luogo stesso l’avesse chiamata. Il corpo è piccolo rispetto allo spazio, eppure lo riempie. Non c’è posa, non c’è volontà di essere guardata: c’è solo un’esistenza semplice, fragile, necessaria. È un’apparizione che non pretende nulla, ma che trasforma tutto. E io resto a osservare come la luce costruisce un nuovo ordine, un nuovo centro.»


«Due presenze si guardano senza toccarsi: una fissata per sempre, l’altra viva, vibrante, in movimento. È come assistere a un dialogo segreto tra ciò che è stato e ciò che è ancora possibile. La fotografia è un ricordo che non cambia più; il corpo nella porta è un respiro che continua a mutare. Io resto fuori, testimone di un incontro che non mi appartiene, ma che mi riguarda. È un passaggio di energia, un ponte tra due tempi che si sfiorano senza sovrapporsi.»


«Qui il corpo diventa un gesto. Non c’è teatralità, non c’è esibizione: solo un atto di ascolto. Le bottiglie brillano come un altare improvvisato, un accumulo di vite passate, di mani che hanno toccato, di storie che non conosco. Lei si inginocchia non per pregare, ma per essere presente. È un momento di quiete, quasi sacro, in cui il luogo sembra accogliere il corpo come un ospite atteso. E io, dietro la macchina, sento di disturbare appena, come se stessi entrando in un rito che non ho il diritto di interrompere.»

«Due presenze, due modi di esistere. Una si apre, l’altra si trattiene. Una accoglie la luce, l’altra la filtra. Una è corpo, l’altra è eco. Mi riconosco in entrambe: nel desiderio di emergere e nella paura di farlo. È come guardare due parti di me che non si parlano mai, ma che convivono nello stesso spazio. E il luogo, con le sue ferite e le sue aperture, diventa il teatro perfetto per questa tensione.»


«Davanti a me c’è un guardiano. Non parla, non si muove, ma occupa lo spazio come un ricordo antico. La sua presenza è pesante,  immobile, inevitabile. La figura nella luce sembra sfidarlo, o forse salutarlo, come se riconoscesse in quel volto qualcosa di familiare. Io resto nel mezzo, sospeso tra due mondi: quello della materia che non cambia e quello del corpo che continua a cercare. È un incontro tra archetipi, tra ciò che resta e ciò che passa.» 

 

«C’è un momento in cui tutto smette di essere lieve. Qualcosa
irrompe, sfonda la superficie, mi costringe a fermarmi. Non è paura, non
del tutto. È la sensazione di essere attraversato da una forza che
non controllo. Anche questo fa parte del mio intervallo. »

  


«Alla fine del percorso, mi ritrovo. Non al centro, non in posa: lontano, piccolo, quasi un dettaglio. Eppure è la mia presenza che chiude il cerchio. Dopo aver cercato presenze ovunque, scopro che ero dentro ogni immagine. Sono un passante, un testimone, un corpo che attraversa luoghi che non gli appartengono ma che lo trasformano. Venezia, con la sua luce e la sua acqua, mi accoglie come un ritorno alla vita dopo il silenzio delle rovine. E capisco che la presenza non è qualcosa che cerco negli altri, ma qualcosa che riconosco in me stesso.»

 

Quando si attraversano luoghi che non ci appartengono, si finisce sempre per lasciare qualcosa dietro di sé. Un passo, un pensiero, un frammento di attenzione. E allo stesso tempo si porta via qualcosa che non si era venuti a cercare.

In questo viaggio ho incontrato presenze che non parlano, ma che sanno farsi sentire. Corpi che emergono dalla luce, ombre che sfiorano i muri, gesti che sembrano sospesi da anni. Ogni spazio mi ha restituito un modo diverso di esistere, un modo diverso di stare al mondo.

Alla fine, senza accorgermene, mi sono ritrovato anch’io dentro questo movimento. Non come figura centrale, non come voce che guida, ma come parte del paesaggio. Un passante tra altri passanti, un corpo tra altri corpi, una presenza tra le presenze.

È questo che porto con me: la consapevolezza che la presenza non è mai un atto di forza, ma un equilibrio fragile tra ciò che offriamo e ciò che accogliamo. Tra il restare e l’andare. Tra il vedere e il lasciarsi vedere.

Esco da questi luoghi con una gratitudine silenziosa. Per ciò che ho trovato, per ciò che non ho capito, e per tutto ciò che continuerà a esistere anche senza di me.

Il viaggio si chiude qui, ma la presenza — quella — continua.


Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati

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