Prefazione
Ombre è un viaggio
attraverso luoghi che non parlano più, ma che continuano a trattenere voci,
gesti, memorie. Sono spazi abbandonati, feriti, dimenticati, eppure ancora
capaci di riflettere ciò che siamo quando nessuno ci guarda. In queste otto
immagini, l’ombra non è solo assenza di luce: è presenza, traccia, eco. È ciò
che resta quando il tempo passa, quando le persone se ne vanno, quando le
storie si spezzano.
Corpi che attraversano soglie, specchi che non
restituiscono più un volto intero, corridoi che osservano, scarpe che
raccontano passi interrotti, ritratti che sopravvivono al loro proprietario,
dediche d’amore che resistono al cemento. Ogni fotografia è un frammento di ciò
che non vediamo più, ma che continua a vivere nelle crepe, nei muri scrostati,
nei silenzi.
Ombre è un percorso
dentro l’invisibile. Un modo per ascoltare ciò che non ha più voce. Un invito a
guardare dove la luce non arriva, perché è lì che spesso si nasconde la verità
più fragile. Con Ombre ho voluto attraversare questi spazi sospesi,
lasciando che fossero loro a raccontarmi ciò che resta quando la vita li
abbandona.
L’abbandono qui non è silenzio: è un’eco. Le pareti, divorate dal tempo, sono diventate un archivio di voci che non vogliono sparire. Il colore dei graffiti sembra un ultimo tentativo di trattenere vita in un luogo che l’ha già dimenticata. E poi, al centro, come un varco, la figura umana: un corpo che si staglia nella luce esterna, quasi un’ombra che ha deciso di uscire dal proprio guscio. Il gesto dinamico, quasi danzato, contrasta con l’immobilità del rudere. È un passaggio, un attraversamento, un “prima e dopo” congelato in un istante.
Un ripostiglio trasformato in confessionale è già un paradosso: un luogo nato per contenere oggetti diventa improvvisamente un luogo che dovrebbe contenere segreti. La porta bianca, consumata dal tempo, sembra quasi non voler più custodire nulla. E poi, sopra il varco, quelle mani che spuntano come un’apparizione contemporanea: non pregano, non chiedono assoluzione. Scattano un selfie. È un gesto che rompe la sacralità, che introduce ironia, che svela la nostra epoca. In questa scena sospesa, Ombre riflette su ciò che confessiamo e su ciò che invece fotografiamo.
Nella stanza di un vecchio ospedale, un gatto osserva silenzioso mentre uno specchio rotto restituisce solo un autoritratto frammentato. È un luogo che non cura più, ma che continua a ferire. Questa immagine parla dell’ombra come identità frammentata: il luogo è un corpo ferito, lo specchio è un volto spezzato, il gatto è l’unica presenza integra. È un dialogo tra ciò che resta e ciò che non può più tornare.
Il lungo corridoio sembra un luogo di passaggio, ma qui il passaggio è bloccato da una folla silenziosa: figure che ricordano Madonne, santi, icone di un sacro che non appartiene più a nessuno. Sono statue che non pregano, non guardano, non proteggono: semplicemente stanno, come reliquie dimenticate. Tra loro, una sola ha un volto vero, umano, quasi inquietante nella sua presenza. È come se la realtà avesse deciso di infiltrarsi tra le copie, rompendo l’illusione. E in fondo, l’occhio: immenso, vigile, quasi giudicante. Non è un dettaglio: è un portale. È l’ombra che ci guarda mentre cerchiamo di guardarla.
Un vecchio manicomio è un luogo che porta addosso un peso: storie non raccontate, vite sospese, silenzi che fanno rumore. In questa stanza, le scarpe abbandonate sono come un coro muto: diverse, consumate, dimenticate. Oggetti che parlano di persone che non ci sono più, di passi interrotti, di identità lasciate indietro.
Il vetro colpito — forse da sassi, forse da
rabbia — è un gesto che rimane impresso come una ferita. Una crepa che non si
può aggiustare, un segno di violenza o di disperazione.
E poi, in mezzo a tutto questo, una figura
luminosa: una ragazza avvolta nella luce, quasi fuori dal tempo. Il suo
atteggiamento sbarazzino, leggero, è un contrasto che spiazza. È come se la
vita avesse deciso di riaffacciarsi in un luogo che non la merita più, o come
se fosse un’apparizione, un fantasma gentile che non ha paura di mostrarsi.
Il soggetto è di nuovo lì, scalzo, in bilico tra
due mondi: quello interno, pieno di graffiti, rabbia, parole urlate
(“vergognati!”), e quello esterno che non vediamo ma che intuiamo. La porta
diventa una cornice, un varco che non è mai neutro. Il corpo, fermo ma non
rigido, sembra pronto a muoversi, come se stesse decidendo se entrare o uscire,
se affrontare o fuggire.
Questa immagine parla dell’ombra come ritorno
necessario: tornare nei luoghi che ci hanno segnato, rivedere ciò che ci ha
ferito, affrontare ciò che abbiamo lasciato in sospeso. Il soggetto è un’ombra
che torna a guardare le proprie ombre.
Un ritratto lasciato a terra è sempre una storia interrotta. Chi era? Perché è qui? Chi l’ha portato e chi l’ha dimenticato? La cornice, elegante ma fuori posto, sembra quasi chiedere di essere raccolta, mentre il muro arrugginito e le foglie secche raccontano un tempo che non ha pietà.
Questa immagine parla dell’ombra come memoria che
non trova più casa. Il ritratto è ciò che resta quando la persona non c’è più.
Il luogo abbandonato è ciò che resta quando la storia finisce. Le piante sono
ciò che resta quando tutto ricomincia.
Una donna in abito nero percorre un passaggio di cemento, essenziale, quasi monastico. Non vediamo il suo volto: vediamo solo la direzione del suo corpo, che avanza verso un luogo preciso — la tomba di Carlo Scarpa, maestro dell’ombra, della luce, della materia.
Sulla parete, una portina di mobile trasformata
in reliquiario poetico: una dedica d’amore scritta a mano, intima, fragile,
quasi un sussurro lasciato aperto al mondo. Accanto, una rosa rampicante che
cresce nonostante il cemento, nonostante l’austerità dello spazio. È
un’immagine che parla di amore, memoria, architettura e pellegrinaggio.
Alla fine di questo percorso, mi accorgo che le
ombre non sono mai state solo nei luoghi che ho fotografato. Erano anche dentro
di me: nei ricordi, nelle attese, nelle domande che non ho mai smesso di farmi.
Ogni immagine è stata un modo per avvicinarmi a qualcosa che non si lascia
afferrare del tutto, ma che continua a chiamare.
Ho attraversato corridoi, stanze, rovine,
silenzi. Ho incontrato presenze vive e presenze che sopravvivono solo come
tracce. Ho guardato ciò che resta quando tutto sembra perduto, e ho scoperto
che anche nell’abbandono c’è una forma di resistenza, una bellezza che non
chiede di essere capita, solo ascoltata.
OMBRE non è un
viaggio concluso. È un passaggio, un varco, un modo per ricordarmi che la luce
non esiste senza ciò che la interrompe. E che spesso, proprio nelle zone più
incerte, nasce la verità più fragile e più autentica.
Chiudo questo lavoro sapendo che ogni ombra che
ho incontrato continuerà a camminare con me. E forse, in qualche modo, anche
con chi guarderà queste immagini.
Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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