Ci sono fotografi che hanno un genere preciso:
ritratti, paesaggi, reportage, viaggi, architettura. Li riconosci subito: hanno
un’estetica definita, un portfolio coerente, un’identità chiara. E poi ci sono
quelli come me, che quando provano a darsi un’etichetta finiscono per aprire
un’altra parentesi.
Non è che io faccia “tutti i generi”. È che i
generi, ogni tanto, mi saltano addosso. Sto lavorando e divento professionista.
Sto camminando e divento viaggiatore. Sto aspettando un caffè e divento
documentarista. Sto guardando un albero e… beh, lì succedono cose.
Questo progetto nasce così: come un piccolo
catalogo ironico dei fotografi che potrei essere. Non perché io lo sia davvero
— nessuno si sveglia dicendo “oggi sarò un artista concettuale” — ma perché
ogni fotografia, volente o nolente, ti mette addosso un ruolo. E allora ho
deciso di prenderli tutti questi ruoli, e giocarci un po’. Con leggerezza, con
affetto, con un pizzico di auto‑presa‑in‑giro.
Non aspettatevi una classificazione scientifica.
È più un autoritratto sfaccettato, un mosaico di possibilità, un modo per dire
che la fotografia cambia pelle ogni volta che cambia il modo in cui la guardi.
E che, alla fine, siamo tutti un po’ più globali di quanto vorremmo ammettere.
Se proprio devo riassumere: questo è un viaggio
dentro i fotografi che potremmo essere, e dentro quelli che siamo stati senza
accorgercene.
Benvenuti — accomodatevi, scegliete pure il
fotografo che vi assomiglia di più. Io, nel dubbio, li ho provati quasi tutti.
Quelli che lo
fanno per lavoro
Li riconosco subito: hanno la borsa piena, la
schiena distrutta e la pazienza di un monaco tibetano. Sono i fotografi che
devono consegnare, non “ispirarsi”. Mentre io magari sto lì a
contemplare la poesia di un muro scrostato, loro stanno già pensando a: deadline,
cliente, fattura, backup del backup del backup.
Li rispetto molto. Io, al loro posto, avrei già
cambiato mestiere e aperto un chiosco di granite.
“Il fotografo professionista nel suo habitat naturale:
strutture metalliche, vento, e un cliente che vuole tutto ‘più luminoso’.”
“Quando il cliente dice: ‘Vorrei qualcosa di sobrio’, e tu
sorridi… fuori.”
Quelli che
fotografano per passione
Ci sono giorni in cui sei il fotografo per
passione. Esci per comprare il pane e torni con ventisette foto di un gatto
che non conosci. Ti fermi in mezzo alla strada perché “la luce qui è pazzesca”,
mentre gli altri ti guardano come se avessi un problema alla macchina. E tu
sorridi, perché sai che quel marciapiede, in quel momento, vale più di mille
tramonti.
Non ha bisogno di un motivo: gli basta la luce
giusta, o anche quella sbagliata. È felice, instancabile, curioso. E
soprattutto: non si vergogna mai di dire “questa foto non serve a niente, ma mi
piace”.
“Non avevo nessuna intenzione di fotografare un gatto oggi…
e invece eccoci qui.”
“Gli altri vedono un marciapiede. Lui vede un capolavoro
potenziale.”
“A volte li invidio: hanno ancora quella
freschezza che ti fa dire “wow” davanti a un tombino”
Quelli che
vogliono fare arte
Qui la faccenda si fa seria. Sono quelli che
parlano di “progetto”, “serie”, “narrazione”, “assenza”, “memoria”, “tempo”… E
sì, lo ammetto: spesso ci finisco dentro anch’io.
Sono quelli che non scattano: costruiscono.
Che non cercano il bello: cercano il senso. Che passano mezz’ora a guardare una
parete perché “c’è qualcosa che vibra”.
Siamo un po’ complicati, lo so. Ma almeno non ci
annoiamo mai.
“Il fotografo‑artista: vede dune poetiche anche in un
deposito di materiali edili.”
“Il fotografo‑artista: ama le statue senza testa perché ‘lasciano spazio all’interpretazione’.”
“Gli altri vedono un ramo. Lui vede l’inverno che pensa.”
Quelli di
viaggio
Ogni scatto è un “io qui ci sono stato, e guarda
che bello”. E spesso è davvero bello.
Li riconosci perché hanno sempre lo zaino pronto
e la batteria scarica. Per loro la macchina fotografica è un passaporto, un
alibi, un pretesto per perdersi. Fotografano tutto: montagne, mercati,
tramonti, cibo, persone, cani, nuvole, sassi.
Io li guardo con affetto: sono i collezionisti di
emozioni. E ogni tanto mi ricordano che il mondo è più grande del mio solito
muro scrostato.
“Quando ti perdi… e la foto migliore della
giornata ti trova da sola.”
“Il fotografo di viaggio: parte per vedere il mondo e
finisce in una chiesetta che non era nemmeno sulla mappa.”
Quelli che documentano
Sono i coraggiosi. Quelli che entrano nella
realtà senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Raccontano ciò che accade,
anche quando non è comodo, anche quando non è bello. È sempre in mezzo, sempre
pronto, sempre con un occhio nel mirino.
Io li ascolto in silenzio: hanno un senso del
dovere che ammiro profondamente. E una capacità di stare nel mondo che io, a
volte, non ho.
“Il documentarista: fotografa la vita
reale. Anche quando la vita reale è solo gente che aspetta un caffè.”
“Fotografare
chi fotografa: il meta‑reportage che nessuno ha chiesto ma tutti apprezzano.”
“Il documentarista: segue il suono,
trova la storia, scatta la foto. E poi si chiede perché ha le mani congelate.”
Quelli che sperimentano
Sono gli scienziati della fotografia. Quelli che
parlano di chimica come se fosse poesia, e di poesia come se fosse un bug di
Lightroom. Provano tutto: pellicole improbabili, esposizioni assurde, tecniche
antiche, processi inventati.
È il testimone. Quello che entra nella realtà
senza filtri, senza trucchi, senza scuse. Racconta ciò che accade, anche quando
non è comodo, anche quando non è bello. Quando parla, ascolto. Quando mostra le
sue foto, sto zitto.
“Perché
scattare normale, quando puoi scattare in infrarosso panoramico nel ’94?”
“False color e Polaroid: perché la realtà, da
sola, non era abbastanza strana.”
Quelli che
esplorano (urbex)
Ah, questi li capisco bene. Sono gli amanti dei
luoghi dimenticati, dei silenzi, delle superfici consumate. Entrano negli spazi
abbandonati come archeologi del presente. Trovano la bellezza dove gli altri
vedono pericolo. Sono quelli che ascoltano i muri, la polvere, le storie che
nessuno racconta più.
Li senti dire cose tipo: “Guarda questa crepa,
sembra parlare”. E io annuisco, perché sì, parla davvero.
“Se c’è un
cartello di divieto, è sicuramente il posto giusto.”
“La giacca è
lì da vent’anni. Io da venti secondi e già mi sento a casa.”
“Il fotografo urbex: va a cercare la
bellezza nei posti dove nessuno la cerca più.”
“Il fotografo urbex: vede un edificio
crollato e pensa ‘che meraviglia’. Qui c’era una storia. Ora c’è un’altra
storia.”
Quelli che si
guardano dentro
Sono i meditativi, i contemplativi, i
rallentatori professionisti. Per loro la fotografia è un modo per respirare
meglio. Ogni immagine è un autoritratto mascherato. È quello che fotografa e ciò
che sta tra lui e il mondo. Riflessi, veli, distanze, sovrapposizioni. Non
scatta per mostrare: scatta per capire.
A volte mi ci ritrovo: quando fotografo, spesso
sto parlando con me stesso.
“Il fotografo introspettivo: scatta una
foto e poi passa mezz’ora a chiedersi chi stia guardando chi.”
“Il fotografo introspettivo: mette un
velo davanti alla realtà per capire meglio se stesso.”
Il fotografo
che incontra presenze
È un fotografo che non cerca soggetti: li
ritrova. Cammina tra gli alberi come chi attraversa un luogo familiare, e a un
certo punto si ferma, guarda una corteccia, e pensa: “Ti ricordavo diverso.”
Non è fantasia, non è allucinazione: è memoria
che riaffiora in forme nuove. È il passato che si traveste da tronco, da nodo,
da crepa.
Gli altri vedono solo legno. Lui vede qualcuno
che ha già incontrato — forse anni fa, forse in un’altra vita, forse in un
sogno.
È un fotografo che non scatta per documentare, ma
per salutare.
“Incontrare qualcuno che conoscevi nel bosco: a
volte la memoria ha radici più profonde degli alberi.”
E alla fine, chi siamo?
Dipende dal giorno. A volte artisti, a volte
esploratori, a volte introspettivi, a volte semplicemente persone che escono
con la macchina fotografica perché hanno bisogno di respirare.
La verità è che nessuno di noi è una sola cosa.
Siamo un miscuglio di intenzioni, ossessioni, entusiasmi e dubbi.
E forse è proprio questo il bello: ogni volta che
portiamo l’occhio al mirino, scegliamo chi vogliamo essere.
Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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