Presentazione
Ci sono stanze che non appartengono né al dentro
né al fuori. Sono luoghi di passaggio, corridoi laterali, uffici che non hanno
più un ruolo, spazi che non servono più a niente ma continuano a trattenere
qualcosa. Dopo il ventre della NIGI, queste stanze sembrano quasi un respiro
trattenuto: non raccontano la produzione, non raccontano l’amministrazione, ma
tutto quello che stava in mezzo.
Qui la fabbrica non è più corpo, non è più
memoria tecnica: è un insieme di situazioni, di piccoli mondi che si
sono spenti senza fare rumore. Vetri rotti, telefoni muti, macchine isolate,
pareti che cedono. Ogni stanza è un frammento, un indizio, un gesto lasciato a
metà.
Questo capitolo è un attraversamento lento, quasi
distratto, come quando si cammina in una casa vuota e si aprono porte senza
sapere cosa ci sarà dietro.
L’ufficio che non ricorda più il suo nome. Entro e la prima cosa che sento è il silenzio. Un silenzio che non è pace, ma sospensione. I vetri rotti sul pavimento sembrano ghiaccio, le pareti non trattengono più niente, le sedie sono rimaste dove le ha lasciate l’ultimo gesto umano. Questa stanza non è più un ufficio. È un luogo che ha dimenticato la sua funzione e ora vive solo di luce che entra a pezzi.
Il telefono fuori posto. Il telefono è lì, fuori contesto, fuori tempo. Un oggetto che un tempo serviva a chiamare, a collegare, a decidere. Ora è solo un corpo estraneo su un mattone umido, un residuo di voce che non arriverà più. Sembra quasi che stia aspettando qualcuno che non tornerà.
La sala macchine dietro il vetro. Mi fermo davanti al vetro rotto. Non è una ferita: è un varco. Da qui vedo la macchina che un tempo faceva qualcosa di preciso, qualcosa che aveva un senso, una funzione, un ritmo. Ora è solo un animale addormentato dietro una gabbia di vetri spezzati. La natura entra da una porta sul fondo, come se volesse reclamare ciò che resta. E io resto qui, a guardare un passato che non conosco ma che sento.
Il cuore tecnico. Questa macchina è un cuore che non batte più. La guardo e mi sembra quasi di sentire il rumore che faceva, il calore che emanava, la vibrazione che riempiva la stanza. Ora è solo metallo fermo, un corpo che ha perso la sua funzione ma non la sua presenza. Le valvole, i tubi, i manometri: tutto è ancora lì, come se aspettasse un ordine che non arriverà.
Il grande
spazio che respira piano. Qui il silenzio è diverso. Non è quello teso
degli uffici, né quello tecnico delle macchine. È un silenzio largo, che si
appoggia sulle piastrelle rotte, che scivola lungo i vetri opachi, che si
infila tra le travi del soffitto come polvere leggera. La luce entra dall’alto, filtrata, stanca. Sembra
quasi chiedere permesso. Questo spazio non serve più a nulla, e proprio
per questo sembra più vero.
La macchina al centro. In mezzo alla stanza, come un altare, c’è questa macchina che non lavora più. Non so cosa facesse, non so a cosa servisse, ma so che era importante. Lo capisco dal modo in cui occupa lo spazio, dal modo in cui i tubi salgono verso il soffitto come vene che cercano ancora un battito. Ora è solo un corpo fermo, ma continua a trattenere un’energia che non si è del tutto spenta.
La stanza della cappa. Qui dentro il tempo ha smesso di muoversi. La cappa pende dal soffitto come un ricordo pesante, il boiler sul lato sembra un organo che non serve più a nessun corpo. Le piastrelle bianche, sporche, mancanti, sono come denti caduti da una bocca che non parla più. È una stanza che un tempo aveva un ruolo preciso, un gesto ripetuto, una funzione chiara. Ora è solo un guscio vuoto, un luogo che non sa più cosa deve essere.
La parete che respira muffa. Questa parete è viva. Non nel senso buono: respira acqua, muffa, umidità, come se stesse assorbendo tutto ciò che la fabbrica ha lasciato andare. Le finestre rotte in alto lasciano entrare una luce malata, il pavimento bagnato conserva impronte che non sono più passi, ma tracce di un tempo che si scioglie.
È la stanza più fragile di tutte, quella che non
ha più difese.
Le stanze intermedie sono quelle che parlano più piano. Non hanno la forza del ventre industriale, né l’immaginario patinato dei poster. Sono luoghi sospesi, spazi che non servono più a nulla ma continuano a trattenere tutto.
Qui la fabbrica non produce, non ricorda, non
sogna: si lascia andare. E proprio in questo lasciarsi andare si apre la
porta al capitolo successivo.
Perché oltre queste stanze, oltre i vetri rotti,
oltre le macchine ferme, ci sono le immagini. Le icone. I corpi immaginati. La
fabbrica che raccontava se stessa attraverso la carta.
Il prossimo capitolo è il più delicato, il più
rivelatore, il più intimo:
Perché oltre queste stanze, oltre i vetri rotti,
oltre le macchine ferme, ci sono le immagini. Le icone. I corpi immaginati. La
fabbrica che raccontava se stessa attraverso la carta.
Il prossimo capitolo è il più delicato, il più
rivelatore, il più intimo: Atto IX - Icone di carta.
Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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