C’è stato un tempo in cui, per viaggiare tra le
stelle, non serviva la NASA. Bastava imboccare una statale nella nebbia,
seguire il richiamo dei neon e parcheggiare davanti a due enormi cupole di
cemento che sembravano appena atterrate da un’altra galassia.
Era il Ciao Ciao. Non una semplice
discoteca, ma un avamposto del divertimento che oggi vive solo nel rullino
graffiato della memoria e in queste ultime, spettrali immagini scattate poco
prima che le ruspe ne cancellassero definitivamente la sagoma dall'orizzonte.
Varcare la soglia del Ciao Ciao significava
abbandonare la provincia per entrare in un sogno psichedelico. L’interno era un
labirinto di contrasti: Un cielo di drappeggi rosa e rossi che si stringevano
verso il centro come l’iride di un occhio gigante. Affreschi che richiamavano
architetture classiche e archi rinascimentali, quasi a voler nobilitare i balli
sfrenati della generazione "Eighty". Un giardino sintetico di velluto
blu e petali colorati dove sono nati amori durati una canzone o una vita
intera.
Nelle foto dell'abbandono, il Ciao Ciao appare
come un relitto ripescato dagli abissi del tempo. Le poltroncine da ufficio
blu, rimaste sole in stanze dalle pareti rosso sangue, sembrano aspettare
direttori che non daranno più ordini. I corridoi, un tempo vibranti di bassi,
sono diventati tele per graffiti improvvisati ("Sirio",
"Maico"), piccoli segni di passaggio in un luogo che stava perdendo
la sua anima.
All'esterno, la pedana a scacchi sotto la tettoia
a cono ricorda le estati calde, i cocktail annacquati e le risate che si
perdevano tra gli alberi del giardino. Oggi, al posto dei tacchi che battevano
il tempo, ci sono solo foglie secche e intonaco che si scrosta come pelle
morta.
Vedere queste immagini fa un certo effetto. È la
cronaca di un’estetica che non esiste più: quel mix di lusso artigianale,
colori primari e voglia di stupire a tutti i costi.
Il Ciao Ciao è stato abbattuto. L'astronave è
ripartita, lasciando dietro di sé solo un piazzale vuoto e qualche scatto
fotografico che sa di polvere e nostalgia. Ma chiunque abbia ballato sotto
quella cupola, chiudendo gli occhi, può ancora sentire il riverbero di un
"Ciao Ciao" gridato nel buio della notte.
Quando un luogo come il Ciao Ciao viene demolito,
non se ne vanno solo mattoni e cemento. Se ne va un punto di riferimento
geografico dell’anima. Per chi viveva in zona, "l'astronave" era un
segnale: "Sei quasi arrivato", "Ci vediamo lì".
Eccola che emerge dal grigio della provincia. Non
sembrava un edificio, ma un oggetto non identificato atterrato nel mezzo del
nulla. Due cupole bianche che per anni hanno funzionato come un faro: quando le
vedevi stagliarsi contro il cielo, sapevi che la notte stava per iniziare sul
serio.
La chiamavano architettura futurista, ma a guardarla oggi sembra un relitto protettivo. Sotto questo grande cono si cercava il fresco o si scambiavano le prime parole lontano dal volume assordante della pista interna.
Oggi restano solo foglie secche e una
pavimentazione a scacchi che sembra una scacchiera su cui la natura sta
vincendo la sua partita.
Entrando e alzando lo sguardo, l'astronave rivelava il suo
cuore pulsante. Non un soffitto, ma un enorme occhio di stoffa rosa e rossa che
si stringeva verso l'alto. Era un design 'uterino', studiato per avvolgere,
proteggere e far sentire chiunque al centro di un universo privato, lontano
anni luce dalla realtà esterna.
Un tempo qui non si riusciva a camminare per la
folla. Oggi, i divanetti blu con i loro fiori arancioni sono spettatori muti di
un silenzio assordante. Sullo sfondo, gli affreschi che simulano archi classici
creano un cortocircuito temporale: un tempio greco dentro un'astronave anni
'80. Un caos visivo che allora, chiamavamo casa.
Il rosso sangue delle pareti e una sedia
solitaria che guarda verso l'oscurità. Questo corridoio sembra un set
cinematografico abbandonato a metà riprese. È qui che l'adrenalina della pista
si trasformava in attesa, in chiacchiere sussurrate, o nel cammino verso
l'uscita quando le luci si accendevano e il sogno finiva.
Sulla sinistra, la parete è diventata un diario
di bordo moderno: i graffiti 'Eighty' e 'Hot Box' sono le ultime grida di
un’identità che non voleva essere dimenticata.
Il blu elettrico e il rosa creano ancora oggi un contrasto violento, quasi accecante. È una
prospettiva che mette i brividi: immaginiamo migliaia di persone muoversi a
ritmo, mentre ora l'unico movimento è quello della polvere che danza in un
raggio di luce che filtra dal soffitto squarciato.
L’intonaco si scrosta come pelle che ha preso
troppo sole. Questa cornice, oggi vuota, sembra uno specchio che hanno
smesso di riflettere. Cosa c’era appeso? Una foto di un ospite famoso? Il menu
dei cocktail? Ora resta solo il contrasto tra il giallo sole e il rosso cupo, i
colori di un tramonto che dura da anni.
La foto sembra ritrarre l'area di un bar o
una reception. C'è un contrasto cromatico molto forte che colpisce
immediatamente l'occhio, il rivestimento a scacchi alla base del bancone, con
piastrelle rosa e bianche, rimanda a un’estetica anni '60 o '70, quasi da
"American Diner" o vecchia gelateria italiana. Il grande vetro sopra
il bancone è sporco o appannato, impedendo di vedere chiaramente cosa ci sia
dietro. Questo crea un senso di mistero: era una cucina? Un ufficio?
Questa invece è dominata dal vuoto e dalla
luce, la sedia isolata è l'elemento focale. Una sedia di legno con seduta in
paglia, tipica delle case rurali o delle vecchie trattorie, lasciata sola in
mezzo a un corridoio spoglio. Sembra quasi che qualcuno l'abbia posizionata lì
per osservare l'ingresso. Le pareti scure e prive di decorazioni, interrotte
solo da piccoli ganci o applique spoglie, accentuano la sensazione di un
non-luogo. In fondo al corridoio, la luce naturale è così forte da cancellare i
dettagli dell'esterno. Rappresenta la "via d'uscita", ma il contrasto
con l'oscurità dell'interno rende il passaggio quasi spettrale.
La stanza è inondata di luce grazie alle
ampie vetrate che offrono una vista su quello che sembra un il parcheggio. Vediamo
un mix caotico di stili. Ci sono poltroncine modulari con fantasie anni '80/'90
(alcune floreali, altre geometriche coloratissime) accatastate sotto la
finestra. La presenza di un paralume a terra e di scatole di cartone suggerisce
un trasloco mai terminato o l'uso della stanza come deposito temporaneo.
Questa foto è scattata da dietro un bancone in
marmo o granito, probabilmente una zona passavivande che collega la cucina al
salone visto prima. Sullo sfondo si nota un piano cottura con forno, sovrastato
da piastrelle dal design orizzontale tipico dell'edilizia residenziale italiana
di qualche decennio fa.
Questa è forse l'immagine più forte del set.
L'atmosfera qui torna a essere cupa e carica di domande. Una grande cassaforte
a muro è aperta e vuota, un classico simbolo di un luogo che è stato
depredato" o svuotato prima della chiusura definitiva. Una struttura di un
letto è appoggiata a terra in modo precario, quasi smontata a metà. Le pareti
mostrano evidenti tracce di umidità e scrostamenti alla base. Il vetro della
porta finestra è rotto o mancante in alcuni punti della grata, e oltre si vede
un altro edificio grigio e spoglio, uscendo dalla porta siamo sulla terrazza fra le due cupole.
Sulle pareti bianche e sul soffitto di quello che
sembra un corridoio o un disimpegno, campeggia una gigantesca macchia scura,
densa e schizzata. La dinamica degli schizzi suggerisce una proiezione violenta
dal basso verso l'alto o un'esplosione di materiale liquido. Sebbene l'istinto
possa far pensare a scenari sinistri, in contesti di abbandono simili è molto
probabile che si tratti di vernice, catrame o olio combustibile, magari usati
da vandali per "imbrattare" lo spazio in modo scenografico, o il
risultato dello scoppio di qualche tubatura o contenitore rimasto sotto
pressione. La pulizia geometrica delle cornici delle porte e il bianco delle
pareti rendono questo "caos nero" ancora più inquietante e
definitivo.
.............................................................................................................
"Varcare questa soglia è stato
come assistere al passaggio di testimone tra due epoche: dalle vestigia del Ciao
Ciao, con il suo fascino d'altri tempi, alla struttura imponente del
multisala nato sulle sue ceneri. Tra stanze depredate e il silenzio delle
grandi sale ormai spente, il mio viaggio si conclude tra le macerie di
un'identità perduta e il presagio dell'abbattimento finale, segnato da quella
macchia nera che resta come l'ultimo, violento grido di un luogo che non esiste
più."
Sergio Sartori afi bfi
Nessun commento:
Posta un commento