La soffitta: l'anima segreta delle cose
Di giorno, la soffitta non fa paura. È un regno
di luce stanca e legno vecchio che respira sotto il calore del tetto. Non ci
sono spettri, solo il silenzio denso di chi ha lavorato tanto e ora riposa. Una
ragazza è salita fin quassù, non per paura, ma perché la soffitta ha un modo
tutto suo di chiamare chi sa ascoltare: un invito fatto di polvere sospesa nel
sole.
Appena entrata, lo sguardo cade sulla corda
appesa al muro imbiancato a calce. Non oscilla più per mani invisibili, ma
resta lì, ferma e dignitosa. Un tempo sollevava pesi, legava fatiche; oggi
sembra solo contare i minuti che passano, un nodo dopo l'altro. Poco distante,
le pareti mostrano i loro anni come rughe profonde.
Ci sono i i sostegni in legno, simili a rami
secchi appoggiati al muro: servivano a sorreggere i cappelli di paglia appena
intrecciati, lasciandoli respirare prima di scendere a valle. Ora sono braccia
vuote che attendono ancora un carico che non arriverà.
Proseguendo, il pavimento di cotto e assi
scricchiola sotto i passi, un suono secco e sincero. Lungo il corridoio, le
porte si allineano come stanze di una memoria ordinata. Una è socchiusa, e da
lì non filtra il buio, ma una luce bianca, accecante, che illumina le grandi
casse di legno. Erano le custodi delle trecce di paglia, l’oro povero di questa
casa. Ora sono vuote, ma profumano ancora di secco e di estate. In una parete,
la cassaforte murata osserva tutto con il suo volto di ferro e bulloni. Non
vibra di minacce, ma di segreti ben custoditi. Chi l’ha chiusa l’ultima volta
ha portato via la chiave, ma ha lasciato dentro la curiosità di chi passa.
Accanto a lei, piccoli oggetti dimenticati
punteggiano il cammino: il vetro di un
vecchio lume opacizzato dal tempo…
una brocca di ceramica bianca che riposa vicino a
una ringhiera scura…
e strani coperchi decorati abbandonati sulle assi,
come gusci di tartarughe che hanno perso la strada.
C'è una nobiltà silenziosa in questa sedia
stanca. La sua seduta non trattiene più il corpo, ma solo il ricordo di chi,
con dita agili, intrecciava steli d'oro tra queste mura. Ormai sventrata, si
lascia andare con grazia, spargendo fili di memorie sul pavimento di cotto,
come se volesse finalmente radicare i suoi racconti nel suolo della
soffitta.
Lo sgabello appare quasi come una piccola
scultura geometrica, solida nonostante la polvere che lo ricopre.
Quattro gambe sottili e un intreccio di
vimini che ha sfidato gli anni. Non serve più a sorreggere nessuno, eppure sta
lì, orgoglioso della sua forma perfetta. La luce ne accarezza le trame
sfilacciate, rivelando la bellezza di ciò che è diventato 'inutile' per il
mondo, ma essenziale per l'anima di questa soffitta. È un piccolo altare alla
pazienza, un invito a fermarsi, anche se solo per un pensiero.
E si
guardano, senza dirsi nulla. La sedia, ferma accanto alla finestra, cerca
ancora un raggio di sole per scaldarsi il legno vecchio. Lo sgabello, più
piccolo e timido, resta nell'ombra a fare la guardia ai passi perduti. Sono i
compagni di un'attesa infinita, custodi di una stanza dove il tempo ha smesso
di correre, accontentandosi di camminare piano tra la polvere.
Proprio al centro di una macchia di sole, giace
un cappello di paglia solitario. È sgualcito, abbandonato sul pavimento rugoso,
come se qualcuno lo avesse posato solo un momento fa per andarsi a riposare. È
lui il vero poeta di questo luogo: un oggetto semplice che racconta di mani
agili e pomeriggi infiniti.
La ragazza si ferma a guardarlo. La soffitta non
vuole spaventarla; vuole solo essere testimone. Non servono grida o luci fioche
nella notte. Basta la luce del mattino per capire che quassù nulla è andato
perduto: ogni crepa, ogni ragnatela e ogni granello di polvere è un verso di
una poesia scritta dal tempo.
La soffitta sospira, soddisfatta. Ha appena
raccontato la sua storia a chi ha avuto la pazienza di restare.
Sergio Sartori afi bfi
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