26 febbraio 2026

L'Invisibile nel Già Visto

 


"La magia di tornare dove crediamo di aver già guardato."

Capita spesso, dopo un paio di uscite fotografiche nello stesso luogo, di sentirsi un po’ svuotati. È una sensazione familiare, soprattutto quando quel posto lo abbiamo esplorato più volte con la macchina fotografica al collo. Alla seconda, alla terza visita, l’entusiasmo iniziale sembra affievolirsi. Subentra l’idea di aver “consumato” quel luogo, di aver già detto tutto, di non avere più nulla da aggiungere.

Cammino, lo osservo da ogni angolazione, cerco nuove prospettive. Ma la scintilla non si accende. Quella che un tempo mi appariva come una fonte inesauribile di ispirazione ora sembra muta, quasi vuota. E così, un po’ disorientato, chiudo il capitolo e mi dirigo altrove, sperando che un altro scenario riesca a catturare di nuovo la mia attenzione.

Poi, dopo aver vagato tra altri paesaggi, il pensiero ritorna lì. A quel luogo che credevo esaurito. Forse merita un’altra possibilità. Così ci torno, questa volta senza aspettative, senza l’urgenza di dover trovare qualcosa a tutti i costi.

Ed è proprio allora che accade qualcosa di sorprendente: il posto è lo stesso, ma il mio sguardo è cambiato. Non inseguo più ciò che mi aveva colpito all’inizio. Inizio invece a notare quello che prima avevo ignorato: forme più piccole, dettagli marginali, frammenti silenziosi che non chiedevano attenzione ma la meritavano.

Capisco che non è il luogo a trasformarsi, ma il nostro modo di guardare. È lo sguardo che si ricalibra, che matura, che impara a sottrarre invece che aggiungere. E da questa nuova consapevolezza nascono idee diverse: più intime, più essenziali, quasi minimaliste.

Le fotografie che seguono, scattate in Valbrenta, raccontano proprio questo percorso. All’inizio ero attratto dall’architettura dei primi del ’900, dalle finestre chiuse delle case abbandonate, dai muri scoloriti dal tempo ma ancora carichi di dignità. Ho lavorato su quegli elementi finché ho sentito di averli esplorati fino in fondo.

Mesi dopo sono tornato, convinto di non trovare nulla di nuovo. Mi sbagliavo. Sono emersi dettagli che avevo trascurato, linee e superfici che mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto. Il luogo era di nuovo affascinante, ma in modo diverso.

Non contava più l’edificio, la storia o il contesto. Contavano le forme, i colori, le texture racchiuse nel mirino. E, soprattutto, contava il mio sguardo: finalmente libero di vedere davvero.



"Le porte di Valbrenta: custodi di storie silenziose, un tempo passaggio, ogni rifesso di un passato che ancora respira tra le pietre e il muschio"



"Dettagli che tornano a parlare: questo murale è una finestra sul passato, un invito a cogliere la richezza delle narazioni locali."




"Non cercavo più il quadro generale, ma la frammentazione. Le ombre danzanti e le superfici vibranti mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto."



"Anche i luoghi più familiari rivelano dettagli inaspettati quando lo sguardo si posa senza fretta. Una panchina in attesa, un muro che ha visto passare innumerevoli storie."



"Non solita architettura maestosa, ma quotidianità che si fa poesia. Un vecchio negozio, un invito a immaginare vite e mestieri passati. La Valbrenta non è solo paesaggio naturale, ma anche angoli dimenticati, dove l'occhio attento coglie la bellezza del gia visto."



"Dal generale al particolare: le texture dei muri, le crepe che diventano disegni, i colori che il tempo ha dipinto. Una scoperta minimalista in ogni frammento."



"Non l'edificio nella sua interezza, ma le sue superfici, i suoi strati, i segni di una vita lunga e silenziosa. L'arte di sottrarre per trovare il vero significato. Dettagli marginali che ora catturano l'attenzione: le irregolarità di un intonaco, la base di un muro. Piccole geometrie e motivi che si rivelano sotto una nuova luce."



"Anche il più semplice degli ingressi, quello di un'osteria che porta il peso degli anni, può rivelare una storia: un benvenuto discreto che ci invita a guardare oltre la facciata. Sotto l'insegna sbiadita 'Osteria Da Manega', la ricerca di nuovi dettagli ci porta a esplorare mondi che prima non vedevamo, anche in un luogo così familiare."




"Due panchine, due storie. Una seduta accogliente, l'altra più riservata: due luoghi di sosta che, nel silenzio, raccontano di incontri e solitudini, di attese e di partenze. Non solo punti di osservazione per il paesaggio, ma loro stesse soggetti che parlano. Le panchine gemelle, ora vissute, ora in disparte, suggeriscono un ritmo lento, un invito alla contemplazione."



"Le finestre, occhi luminosi che si accendono al crepuscolo, rivelano la vita intima che pulsa all'interno. Non è il luogo a cambiare, ma il nostro modo di guardare e di percepire le storie che racchiude."



"E poi, la sorpresa più grande: tra le pietre ordinarie, piccoli tesori. Dettagli che prima ignoravo, frammenti silenziosi che chiedono solo di essere notati, come queste coccinelle portafortuna. Quando lo sguardo si ricalibra, anche i sassi diventano un palco per la creatività, dove la natura e l'arte si incontrano in armonia."


In questo ritorno non ho cercato la grandezza del panorama, ma la verità del frammento. 
Ho imparato che un luogo non si esaurisce mai se siamo disposti a cambiare il ritmo del nostro respiro e la messa a fuoco del cuore. 
La Valbrenta, con le sue pietre e le sue ombre, mi ha insegnato l'arte dell'attesa: la bellezza non scappa, aspetta solo che diventiamo capaci di vederla. 
Perché fotografare, in fondo, non è altro che dare un nome nuovo a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi.
Sergio Sartori afi bfi



Nessun commento:

Posta un commento