27 febbraio 2026

Il mio incontro con l'Anguana - L'eco dell'acqua tra le mura di pietra (1° parte)

 


"Credi ancora nelle leggende?"

Seguendo il sussurro dell'acqua, sono arrivato davanti a un antico portico, quasi nascosto dalla vegetazione selvaggia. Lì, appoggiata a una colonna di pietra che recava ancora i segni del tempo, l'ho vista per la prima volta. All'inizio sembrava solo una ragazza normale, con indosso dei jeans ciancicati e un paio di scarpe eleganti. Tuttavia, c'era qualcosa di strano nella sua posa: le mani giunte in alto sopra la testa, quasi a formare una guglia, e una gamba piegata con grazia.

Senza una parola, ha iniziato a muoversi. È stato un movimento lento e fluido, come lo scorrere del fiume lì vicino. Ha iniziato a denudarsi, non con gesti sbrigativi, ma con una posa deliberatezza che sembrava quasi un rituale. La sua espressione era seria e concentrata, mentre si sfilava lentamente il top, rivelando la parte superiore del corpo, ancora appoggiata alla colonna protettiva.





In quel momento, l'ho capito. Non era una ragazza normale. C'era un'aria di mistero che la circondava, una connessione palpabile con la natura selvaggia e le rovine centenarie. 

Ho afferrato la mia macchina fotografica, sapendo di dover catturare quell'istante fugace. Il mio incontro con l'Anguana era appena cominciato.



Senza proferire parola, ha sciolto la sua posa contro la colonna e mi ha rivolto un cenno rapido, un invito silenzioso a varcare la soglia della vecchia casa. L'ho seguita nel ventre dell'edificio, dove l'aria sapeva di polvere antica e terra bagnata. All'interno, l'Anguana ha preso possesso dello spazio con una naturalezza disarmante. 

Non era più una ragazza incontrata per caso, ma la vera padrona di quelle rovine.  Si muoveva cercando i pochi fasci di luce che filtravano dalle finestre rotte. In un angolo della stanza, accanto a una vecchia grata arrugginita, è rimasta immobile: la sua pelle chiara creava un contrasto violento con l'oscurità assoluta che la circondava.




Ogni suo gesto era fluido, privo di esitazione. Si metteva in posa non per l'obiettivo, ma per il luogo stesso, diventando una statua di carne tra le macerie. 

In quegli istanti, il tempo sembrava essersi fermato. La casa non era più un guscio vuoto, ma un palcoscenico dove il mito prendeva forma attraverso la mia lente. Sembrava che la sua presenza restituisse vita alle pareti scrostate e ai pavimenti coperti di detriti.


A un certo punto, quasi volesse tornare a respirare l'aria del fiume, l'Anguana è uscita su un piccolo terrazzino sospeso nel vuoto. Le ho fatto cenno di restare lì, immobile, al centro del vano porta, e sono sceso rapidamente per inquadrarla dal basso. 

Da quella prospettiva, la sua figura sembrava dominare l'intera struttura. Con le braccia spalancate e lo sguardo rivolto verso l'alto, pareva invocare una forza antica, fondendosi completamente con il grigio della pietra scrostata e il verde delle foglie rampicanti. 

Mentre mi muovevo tra le fronde sottostanti, la vedevo apparire e scomparire tra i rami. A volte era solo un profilo biondo che spuntava da una finestra rotta, una presenza silenziosa che osservava il bosco circostante con una calma soprannaturale.





Sul quel balcone di ferro arrugginito, l'Anguana si muoveva con una grazia che non apparteneva a quel luogo di decadenza. Era come se la casa stessa stesse riprendendo vita attraverso la sua pelle, un ultimo sussulto di bellezza prima di tornare polvere.

Catturare quegli istanti dal basso mi ha permesso di trasformare il servizio fotografico in una vera visione mitologica: lei non era più solo una modella, ma lo spirito del luogo che si mostrava per l'ultima volta prima di svanire tra le ombre del sottobosco.


Dopo aver dominato la pietra, la creatura ha sentito il richiamo della sua vera casa. Con la stessa lentezza rituale con cui si era svelata, è scesa verso la riva del fiume. L'ho osservata mentre si immergeva parzialmente nel flusso, rannicchiandosi tra i sassi bagnati come se stesse riprendendo contatto con la sua stessa anima.

Chinandosi sull'acqua corrente, ha iniziato a bagnarsi le mani, portando la freschezza del torrente al viso. In quel gesto semplice c'era tutta la sacralità di un'antica divinità silvana.


 Si è poi alzata in piedi, nuda e fiera tra i flutti, con la boscaglia veneta a farle da corona. La sua pelle brillava sotto il sole che filtrava tra i rami, rendendola un tutt'uno con i riflessi dell'acqua e l'argento delle foglie.

Infine, si è avvicinata alla vegetazione più fitta, dove l'ombra degli alberi si fa profonda. Mi ha rivolto un ultimo sguardo, un'ombra di malinconia o forse di sfida. E così, con la stessa naturalezza con cui era apparsa tra le mura scrostate della casa, è scivolata tra le fronde e... scomparve.

Sono rimasto solo sulla sponda, con il rumore costante del fiume nelle orecchie e il peso della macchina fotografica tra le mani. Se non fosse per questi scatti impressi sulla pellicola, potrei quasi credere che la foresta mi abbia giocato un brutto scherzo. Ma l'eco del suo silenzio rimarrà tra quelle pietre per sempre.

Sergio Sartori afi bfi


"Dicono che le Anguane non siano mai andate via dai nostri fiumi, che aspettino solo che qualcuno torni a guardare le rovine con occhi diversi. E voi, avete mai sentito un'ombra guardarvi dal limitare del bosco?"

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Oltre lo scatto: Chi è l'Anguana?

Per chi non conosce le leggende delle nostre terre, l’Anguana è la creatura più emblematica del folclore alpino e prealpino veneto. Metà ninfa e metà demone, abita le sponde dei fiumi, le grotte e i mulini abbandonati. Spesso descritta come una donna bellissima dai capelli lunghissimi e biondi, nasconde però un segreto: i suoi piedi sono spesso caprini o d'anatra, motivo per cui ama nascondersi nell'acqua o dietro i muretti di pietra. Sono guardiane delle acque e maestre dell’arte della lana e del lavaggio. Possono essere benevole, insegnando agli uomini a fare il formaggio, o pericolose se provocate o spiate durante i loro rituali notturni. Rappresenta la natura selvaggia che non si lascia addomesticare.

Note Tecniche 

Location: Casa rurale abbandonata, zona Pedemontana Veneta.

Pellicola: Bianconero ad alto contrasto per enfatizzare la grana della pietra e Infrarosso per la luminosità della pelle.

Fotocamere: Hasselblad 6X6 e Hasselblad XPan

Luce: Esclusivamente naturale, sfruttando i forti controluce delle aperture originali della struttura.








26 febbraio 2026

L'Invisibile nel Già Visto

 


"La magia di tornare dove crediamo di aver già guardato."

Capita spesso, dopo un paio di uscite fotografiche nello stesso luogo, di sentirsi un po’ svuotati. È una sensazione familiare, soprattutto quando quel posto lo abbiamo esplorato più volte con la macchina fotografica al collo. Alla seconda, alla terza visita, l’entusiasmo iniziale sembra affievolirsi. Subentra l’idea di aver “consumato” quel luogo, di aver già detto tutto, di non avere più nulla da aggiungere.

Cammino, lo osservo da ogni angolazione, cerco nuove prospettive. Ma la scintilla non si accende. Quella che un tempo mi appariva come una fonte inesauribile di ispirazione ora sembra muta, quasi vuota. E così, un po’ disorientato, chiudo il capitolo e mi dirigo altrove, sperando che un altro scenario riesca a catturare di nuovo la mia attenzione.

Poi, dopo aver vagato tra altri paesaggi, il pensiero ritorna lì. A quel luogo che credevo esaurito. Forse merita un’altra possibilità. Così ci torno, questa volta senza aspettative, senza l’urgenza di dover trovare qualcosa a tutti i costi.

Ed è proprio allora che accade qualcosa di sorprendente: il posto è lo stesso, ma il mio sguardo è cambiato. Non inseguo più ciò che mi aveva colpito all’inizio. Inizio invece a notare quello che prima avevo ignorato: forme più piccole, dettagli marginali, frammenti silenziosi che non chiedevano attenzione ma la meritavano.

Capisco che non è il luogo a trasformarsi, ma il nostro modo di guardare. È lo sguardo che si ricalibra, che matura, che impara a sottrarre invece che aggiungere. E da questa nuova consapevolezza nascono idee diverse: più intime, più essenziali, quasi minimaliste.

Le fotografie che seguono, scattate in Valbrenta, raccontano proprio questo percorso. All’inizio ero attratto dall’architettura dei primi del ’900, dalle finestre chiuse delle case abbandonate, dai muri scoloriti dal tempo ma ancora carichi di dignità. Ho lavorato su quegli elementi finché ho sentito di averli esplorati fino in fondo.

Mesi dopo sono tornato, convinto di non trovare nulla di nuovo. Mi sbagliavo. Sono emersi dettagli che avevo trascurato, linee e superfici che mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto. Il luogo era di nuovo affascinante, ma in modo diverso.

Non contava più l’edificio, la storia o il contesto. Contavano le forme, i colori, le texture racchiuse nel mirino. E, soprattutto, contava il mio sguardo: finalmente libero di vedere davvero.




"Le porte di Valbrenta: custodi di storie silenziose, un tempo passaggio, ogni rifesso di un passato che ancora respira tra le pietre e il muschio"





"Dettagli che tornano a parlare: questo murale è una finestra sul passato, un invito a cogliere la richezza delle narazioni locali."




"Non cercavo più il quadro generale, ma la frammentazione. Le ombre danzanti e le superfici vibranti mi hanno guidato verso un linguaggio più astratto."



"Anche i luoghi più familiari rivelano dettagli inaspettati quando lo sguardo si posa senza fretta. Una panchina in attesa, un muro che ha visto passare innumerevoli storie."



"Non solita architettura maestosa, ma quotidianità che si fa poesia. Un vecchio negozio, un invito a immaginare vite e mestieri passati. La Valbrenta non è solo paesaggio naturale, ma anche angoli dimenticati, dove l'occhio attento coglie la bellezza del gia visto."



"Dal generale al particolare: le texture dei muri, le crepe che diventano disegni, i colori che il tempo ha dipinto. Una scoperta minimalista in ogni frammento."



"Non l'edificio nella sua interezza, ma le sue superfici, i suoi strati, i segni di una vita lunga e silenziosa. L'arte di sottrarre per trovare il vero significato. Dettagli marginali che ora catturano l'attenzione: le irregolarità di un intonaco, la base di un muro. Piccole geometrie e motivi che si rivelano sotto una nuova luce."



"Anche il più semplice degli ingressi, quello di un'osteria che porta il peso degli anni, può rivelare una storia: un benvenuto discreto che ci invita a guardare oltre la facciata. Sotto l'insegna sbiadita 'Osteria Da Manega', la ricerca di nuovi dettagli ci porta a esplorare mondi che prima non vedevamo, anche in un luogo così familiare."




"Due panchine, due storie. Una seduta accogliente, l'altra più riservata: due luoghi di sosta che, nel silenzio, raccontano di incontri e solitudini, di attese e di partenze. Non solo punti di osservazione per il paesaggio, ma loro stesse soggetti che parlano. Le panchine gemelle, ora vissute, ora in disparte, suggeriscono un ritmo lento, un invito alla contemplazione."



"Le finestre, occhi luminosi che si accendono al crepuscolo, rivelano la vita intima che pulsa all'interno. Non è il luogo a cambiare, ma il nostro modo di guardare e di percepire le storie che racchiude."



"E poi, la sorpresa più grande: tra le pietre ordinarie, piccoli tesori. Dettagli che prima ignoravo, frammenti silenziosi che chiedono solo di essere notati, come queste coccinelle portafortuna. Quando lo sguardo si ricalibra, anche i sassi diventano un palco per la creatività, dove la natura e l'arte si incontrano in armonia."


In questo ritorno non ho cercato la grandezza del panorama, ma la verità del frammento. 
Ho imparato che un luogo non si esaurisce mai se siamo disposti a cambiare il ritmo del nostro respiro e la messa a fuoco del cuore. 
La Valbrenta, con le sue pietre e le sue ombre, mi ha insegnato l'arte dell'attesa: la bellezza non scappa, aspetta solo che diventiamo capaci di vederla. 
Perché fotografare, in fondo, non è altro che dare un nome nuovo a ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi.
Sergio Sartori afi bfi



20 febbraio 2026

L'Astronave del Sabato Sera: Ultima fermata al "Ciao Ciao"

 


C’è stato un tempo in cui, per viaggiare tra le stelle, non serviva la NASA. Bastava imboccare una statale nella nebbia, seguire il richiamo dei neon e parcheggiare davanti a due enormi cupole di cemento che sembravano appena atterrate da un’altra galassia.

Era il Ciao Ciao. Non una semplice discoteca, ma un avamposto del divertimento che oggi vive solo nel rullino graffiato della memoria e in queste ultime, spettrali immagini scattate poco prima che le ruspe ne cancellassero definitivamente la sagoma dall'orizzonte.

Varcare la soglia del Ciao Ciao significava abbandonare la provincia per entrare in un sogno psichedelico. L’interno era un labirinto di contrasti: Un cielo di drappeggi rosa e rossi che si stringevano verso il centro come l’iride di un occhio gigante. Affreschi che richiamavano architetture classiche e archi rinascimentali, quasi a voler nobilitare i balli sfrenati della generazione "Eighty". Un giardino sintetico di velluto blu e petali colorati dove sono nati amori durati una canzone o una vita intera.

Nelle foto dell'abbandono, il Ciao Ciao appare come un relitto ripescato dagli abissi del tempo. Le poltroncine da ufficio blu, rimaste sole in stanze dalle pareti rosso sangue, sembrano aspettare direttori che non daranno più ordini. I corridoi, un tempo vibranti di bassi, sono diventati tele per graffiti improvvisati ("Sirio", "Maico"), piccoli segni di passaggio in un luogo che stava perdendo la sua anima.

All'esterno, la pedana a scacchi sotto la tettoia a cono ricorda le estati calde, i cocktail annacquati e le risate che si perdevano tra gli alberi del giardino. Oggi, al posto dei tacchi che battevano il tempo, ci sono solo foglie secche e intonaco che si scrosta come pelle morta.

Vedere queste immagini fa un certo effetto. È la cronaca di un’estetica che non esiste più: quel mix di lusso artigianale, colori primari e voglia di stupire a tutti i costi.

Il Ciao Ciao è stato abbattuto. L'astronave è ripartita, lasciando dietro di sé solo un piazzale vuoto e qualche scatto fotografico che sa di polvere e nostalgia. Ma chiunque abbia ballato sotto quella cupola, chiudendo gli occhi, può ancora sentire il riverbero di un "Ciao Ciao" gridato nel buio della notte.

Quando un luogo come il Ciao Ciao viene demolito, non se ne vanno solo mattoni e cemento. Se ne va un punto di riferimento geografico dell’anima. Per chi viveva in zona, "l'astronave" era un segnale: "Sei quasi arrivato", "Ci vediamo lì".

 L'abbattimento del Ciao Ciao segna la fine della socialità pre-digitale. Al posto dell'astronave visionaria, oggi sorge un cinema multisala: un cubo di cemento senza anima. Abbiamo scambiato l'eccesso creativo e identitario di un luogo magico con la funzionalità asettica di un contenitore standardizzato. Il Ciao Ciao è ripartito per sempre, lasciandoci a terra in un mondo più ordinato, ma decisamente meno magico.


Eccola che emerge dal grigio della provincia. Non sembrava un edificio, ma un oggetto non identificato atterrato nel mezzo del nulla. Due cupole bianche che per anni hanno funzionato come un faro: quando le vedevi stagliarsi contro il cielo, sapevi che la notte stava per iniziare sul serio.




La chiamavano architettura futurista, ma a guardarla oggi sembra un relitto protettivo. Sotto questo grande cono si cercava il fresco o si scambiavano le prime parole lontano dal volume assordante della pista interna. 




Oggi restano solo foglie secche e una pavimentazione a scacchi che sembra una scacchiera su cui la natura sta vincendo la sua partita.




Entrando e alzando lo sguardo, l'astronave rivelava il suo cuore pulsante. Non un soffitto, ma un enorme occhio di stoffa rosa e rossa che si stringeva verso l'alto. Era un design 'uterino', studiato per avvolgere, proteggere e far sentire chiunque al centro di un universo privato, lontano anni luce dalla realtà esterna.




Un tempo qui non si riusciva a camminare per la folla. Oggi, i divanetti blu con i loro fiori arancioni sono spettatori muti di un silenzio assordante. Sullo sfondo, gli affreschi che simulano archi classici creano un cortocircuito temporale: un tempio greco dentro un'astronave anni '80. Un caos visivo che allora, chiamavamo casa.




Il rosso sangue delle pareti e una sedia solitaria che guarda verso l'oscurità. Questo corridoio sembra un set cinematografico abbandonato a metà riprese. È qui che l'adrenalina della pista si trasformava in attesa, in chiacchiere sussurrate, o nel cammino verso l'uscita quando le luci si accendevano e il sogno finiva.






Un portale verso il passato. Attraverso questo arco si intravedeva la complessità tecnica del Ciao Ciao: tralicci, luci e strutture metalliche che un tempo reggevano lo spettacolo. 




Sulla sinistra, la parete è diventata un diario di bordo moderno: i graffiti 'Eighty' e 'Hot Box' sono le ultime grida di un’identità che non voleva essere dimenticata.

 



Il blu elettrico e il rosa creano ancora oggi un contrasto violento, quasi accecante. È una prospettiva che mette i brividi: immaginiamo migliaia di persone muoversi a ritmo, mentre ora l'unico movimento è quello della polvere che danza in un raggio di luce che filtra dal soffitto squarciato.


L’intonaco si scrosta come pelle che ha preso troppo sole. Questa cornice, oggi vuota, sembra uno specchio che hanno smesso di riflettere. Cosa c’era appeso? Una foto di un ospite famoso? Il menu dei cocktail? Ora resta solo il contrasto tra il giallo sole e il rosso cupo, i colori di un tramonto che dura da anni.


La foto sembra ritrarre l'area di un bar o una reception. C'è un contrasto cromatico molto forte che colpisce immediatamente l'occhio, il rivestimento a scacchi alla base del bancone, con piastrelle rosa e bianche, rimanda a un’estetica anni '60 o '70, quasi da "American Diner" o vecchia gelateria italiana. Il grande vetro sopra il bancone è sporco o appannato, impedendo di vedere chiaramente cosa ci sia dietro. Questo crea un senso di mistero: era una cucina? Un ufficio?



Questa invece è dominata dal vuoto e dalla luce, la sedia isolata è l'elemento focale. Una sedia di legno con seduta in paglia, tipica delle case rurali o delle vecchie trattorie, lasciata sola in mezzo a un corridoio spoglio. Sembra quasi che qualcuno l'abbia posizionata lì per osservare l'ingresso. Le pareti scure e prive di decorazioni, interrotte solo da piccoli ganci o applique spoglie, accentuano la sensazione di un non-luogo. In fondo al corridoio, la luce naturale è così forte da cancellare i dettagli dell'esterno. Rappresenta la "via d'uscita", ma il contrasto con l'oscurità dell'interno rende il passaggio quasi spettrale.


La stanza è inondata di luce grazie alle ampie vetrate che offrono una vista su quello che sembra un il parcheggio. Vediamo un mix caotico di stili. Ci sono poltroncine modulari con fantasie anni '80/'90 (alcune floreali, altre geometriche coloratissime) accatastate sotto la finestra. La presenza di un paralume a terra e di scatole di cartone suggerisce un trasloco mai terminato o l'uso della stanza come deposito temporaneo.


Questa foto è scattata da dietro un bancone in marmo o granito, probabilmente una zona passavivande che collega la cucina al salone visto prima. Sullo sfondo si nota un piano cottura con forno, sovrastato da piastrelle dal design orizzontale tipico dell'edilizia residenziale italiana di qualche decennio fa.


Questa è forse l'immagine più forte del set. L'atmosfera qui torna a essere cupa e carica di domande. Una grande cassaforte a muro è aperta e vuota, un classico simbolo di un luogo che è stato depredato" o svuotato prima della chiusura definitiva. Una struttura di un letto è appoggiata a terra in modo precario, quasi smontata a metà. Le pareti mostrano evidenti tracce di umidità e scrostamenti alla base. Il vetro della porta finestra è rotto o mancante in alcuni punti della grata, e oltre si vede un altro edificio grigio e spoglio, uscendo dalla porta siamo sulla terrazza fra le due cupole.


Sulle pareti bianche e sul soffitto di quello che sembra un corridoio o un disimpegno, campeggia una gigantesca macchia scura, densa e schizzata. La dinamica degli schizzi suggerisce una proiezione violenta dal basso verso l'alto o un'esplosione di materiale liquido. Sebbene l'istinto possa far pensare a scenari sinistri, in contesti di abbandono simili è molto probabile che si tratti di vernice, catrame o olio combustibile, magari usati da vandali per "imbrattare" lo spazio in modo scenografico, o il risultato dello scoppio di qualche tubatura o contenitore rimasto sotto pressione. La pulizia geometrica delle cornici delle porte e il bianco delle pareti rendono questo "caos nero" ancora più inquietante e definitivo.

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"Varcare questa soglia è stato come assistere al passaggio di testimone tra due epoche: dalle vestigia del Ciao Ciao, con il suo fascino d'altri tempi, alla struttura imponente del multisala nato sulle sue ceneri. Tra stanze depredate e il silenzio delle grandi sale ormai spente, il mio viaggio si conclude tra le macerie di un'identità perduta e il presagio dell'abbattimento finale, segnato da quella macchia nera che resta come l'ultimo, violento grido di un luogo che non esiste più."

Sergio Sartori afi bfi