24 maggio 2026

“Gente che Succede”

 

A volte, quando esco a fotografare, non cerco davvero le persone. Sono loro che arrivano, come deviazioni leggere, come parentesi che si aprono e si richiudono dentro il mio campo visivo. Mi basta fermarmi un secondo sul bordo del marciapiede, lasciare che il luogo faccia il suo piccolo rumore, un portone che si chiude, un passo che risuona sotto un portico, una voce che rimbalza tra due muri, e aspettare quel gesto minimo: una mano che sistema un cappotto, uno sguardo che sfiora il mio, un passo esitante prima di attraversare una via o la piazza.

È in quei dettagli che capisco che non sto fotografando la strada, ma il modo in cui questi luoghi attraversano chi li vive. E ogni volto, ogni schiena, ogni ombra che passa diventa una storia che non conosco, ma che per un istante mi riguarda.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.

**********


Lui sta lì come il custode non ufficiale del marciapiede, tra il Superenalotto e un cartello scritto di fretta. La mostra è “a sinistra”, ma il vero quadro è questo: giacca mimetica, bicchiere, sole che lo inchioda alla scena. Scatto, e penso che l’arte urbana non si espone: si siede dove vuole. (2025 Valstagna)


Lo vedo seduto, immobile come un pensiero che non trova uscita. Davanti la mostra di pittura, dietro il Superenalotto: due modi diversi di sperare. Scatto, e mi chiedo cosa stia rimuginando, forse il colore giusto per la fortuna. (2025 Valstagna)


Lei attraversa il fotogramma come una notifica che non puoi ignorare. Loro due restano lì, uno mastica, l’altro controlla il mondo come fosse un’abitudine. Scatto, perché certe scene non aspettano: ti succedono addosso. (2026 Feltre)


La guarda passare come se dovesse leggerle il codice a barre. L’altro continua a masticare, indifferente al controllo qualità del mattino. Scatto: certe strade non giudicano, scansionano. (2026 Feltre)


Passa in bici con la busta, mentre sulla vetrina il barbiere continua a lavorare. Lui pedala, loro restano: un movimento solo, dentro un quadro che non smette mai di accadere. Scatto, e per un attimo mi sembra che il paese sia fatto così: persone reali che passano, e persone dipinte che non se ne vanno. (Fonzaso 2026)


Lui scorre, loro restano: un gesto reale che attraversa un’immagine che non finisce mai.

Scatto, e il paese sembra trattenere il fiato, come se il tempo qui, preferisse riflettersi invece che andare avanti.

(2026 Fonzaso)


Stamattina ho visto una mano aprire una portiera con la sicurezza che io non ho nemmeno quando apro il frigo. Le unghie rosse brillavano come se sapessero già di essere fotografate. Ho scattato al volo: certe eleganze non aspettano. Succedono. E se non le prendi, ti salutano con un click mancato. (2013 Marostica)



Una mano sfiora la portiera come si sfiora un confine. Non c’è colore, solo il tempo che decide di fermarsi un secondo prima del movimento. Scatto: il resto è già passato, anche se nessuno se n’è accorto. (2013 Marostica)


Li guardo qui, in stazione a Primolano, fermi ad aspettare un treno che non passerà. La voce metallica dice che arriverà un bus tra dieci minuti, ma loro sembrano più pazienti del destino. Io scatto e penso che certe attese non le interrompe nemmeno un annuncio. (2026 Primolano)


Primolano, seduti davanti a un binario che oggi è solo una linea nera nel vuoto. Il treno è stato soppresso, la voce metallica promette un bus tra dieci minuti, ma loro non si muovono: sembrano più fedeli del servizio stesso. Scatto, e penso che certe attese, in bianconero, diventano quasi una scelta di stile. (2026 Primolano)


Non c'è posa, c'è solo il quotidiano che passa. Una giacca bianca nel sole di mezzogiorno,        un guinzaglio teso dietro al fiuto di un piccolo cane, un piccione che attraversa senza fretta.    L'ombra lunga taglia i sanpietrini, e per un attimo il vicolo tiene insieme tre direzioni diverse.

 La street non è cercata. Succede. (2026 BorgoValsugana)


Il bianco della giacca, il grigio dei sanpietrini, il nero dell'ombra che taglia il vicolo.
Niente colori a distrarre, solo tre traiettorie: una donna, un cane, un piccione.
Succede lo stesso, ma sembra di sempre. (2026 Borgo Valsugana)


Al mercatino c’è di tutto: vestiti, sedie, specchi e riflessi che non si vendono. Lei aspetta, rossa come un semaforo che non cambia mai, mentre nello specchio appare un signore che sembra chiedersi dove sia finito. Scatto, e penso che in città non serve cercare la verità, basta uno specchio e un po’ di ironia per trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto. (2016 Marostica)


In bianco e nero il mercatino sembra ancora più sincero: niente colori, solo verità appoggiate ai muri. Lei aspetta, rossa nella memoria anche se qui il rosso non esiste, mentre lo specchio cattura un passante qualunque, uno di quei volti che il mercato inghiotte e risputa senza farci caso. Scatto, e penso che ogni mercatino ha il suo teatro: lei è la protagonista, il resto sono comparse che non sanno di esserlo. 
(2016 Marostica)


Le vedo sedute, una parla, l’altra si prepara come se dovesse entrare in scena. Io mi fermo, fingo di guardare altrove, ma in realtà sto già componendo. Scatto: il bar diventa teatro, la giacca un sipario, la telefonata un monologo. In fondo, la vita è piena di attrici che non sanno di esserlo.  (2026 Borgo Valsugana)


In bianco e nero tutto si fa più netto: la pausa, il gesto, la luce sul viso. Lei al telefono detta il ritmo, l’altra sorride come se sapesse che la sto fotografando. Scatto, e mi viene da pensare che il bar è il vero palcoscenico del paese, dove ogni giorno si recita la stessa commedia, ma con battute sempre nuove.
(2026 Borgo Valsugana)


La vedo seduta, sguardo dritto, muro bianco e quella parola che sembra un titolo di canzone. “SORRY”. Scatto, e penso che non c’è niente da scusarsi: è tutto perfetto così, un punk educato che non ha bisogno di urlare. La giacca parla più di mille slogan, e io mi limito a registrare il suo modo di stare, come se fosse una pausa tra due rivoluzioni. (Marostica 2024)


In bianco e nero il “SORRY” diventa quasi una confessione. Lei guarda dritto, come se sapesse che la fotografia non perdona. Scatto, e il muro diventa palco, la luce un riflettore. A volte penso che il punk non sia morto: si è solo messo a sedere per riflettere. (Marostica 2024)


Sto camminando e questo muro mi guarda come se sapesse già che lo fotograferò. Poi arriva lei, perfetta: passo deciso, telefono all’orecchio, completamente ignara di essere diventata la mia composizione del giorno. Scatto al volo, prima che il borgo si accorga che sto rubando un altro pezzo della sua routine. A volte penso che questi muri mi conoscano meglio delle persone che ci passano davanti.  Fonzaso 2026


In bianco e nero questo muro sembra ancora più arrogante: sta lì, dritto, convinto di essere lui il protagonista. Poi arriva lei, telefono all’orecchio, totalmente ignara di essere finita dentro la mia trappola visiva. Scatto senza pensarci troppo: il borgo non fa scenate, ma so che ogni volta che fotografo qualcuno qui, un muro da qualche parte si sente superiore. Fonzaso 2026










*******************

Rimango un attimo fermo, come se il borgo trattenesse il fiato prima di lasciarmi andare. Le persone passano leggere, si perdono dietro un angolo, si dissolvono tra due muri che conoscono più storie di quante io possa immaginare. Io raccolgo solo ciò che resta sospeso: un gesto che non si ripeterà, un’ombra che cambia direzione, un frammento di qualcuno che per un istante mi attraversa.

Continuo a tornare qui, perché questi luoghi non sono mai gli stessi, e ogni giorno chiedono un altro sguardo. Questa pagina rimane aperta così: come una finestra socchiusa sul movimento quieto del mondo.


Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati

7 commenti:

  1. Un momento puede convertirse en algo lleno de sensaciones, experiencias y felicidad. Eso es lo que a veces nos brinda la fotografía, la visión de una realidad que nos impulsa a eternizarla, a contar con ella y en ella, una historia de algo que está sucediendo delante de nosotros y que por determinadas cuestiones, que tienen que ver con nuestra propia historia, nos ha cautivado la mirada y la atención. Efectivamente siempre hay diferencia entre la versión en color y la de blanco y negro. Para mi el blanco y negro refuerza la escena y la hace un tanto más dramática. Eso me gusta.
    Abrazo

    RispondiElimina
  2. What stayed with me here is the feeling that you are not chasing photographs but allowing them to reveal themselves when the world briefly forgets to hide. The way you describe color and black and white feels less technical and more philosophical. I just shared a new post too and your words made this sunday feel slower in the best possible way happy sunday.

    RispondiElimina
  3. Super bravo come sempre. Ciao franca.

    RispondiElimina
  4. wowwwww!! ogni foto può essere molto di più📷

    RispondiElimina
  5. La foto cattura un momento e lo blocca, quel momento che manco te ne accorgi di aver vissuto..

    RispondiElimina