Dice che non c’è più un territorio
preciso: ora il confine è mobile, ti segue, ti precede, ti attraversa.
Cammino e mi accorgo che le soglie non stanno più
ferme. Non sono più un affare della Valsugana, né di un luogo che posso
indicare con un dito. Si sono sciolte, disperse, hanno preso il vizio di
comparire dove meno me l’aspetto: sull’orlo di un marciapiede, nel riflesso di
una vetrina, nel silenzio di un parcheggio vuoto.
Io non faccio
altro che seguirle. A volte le anticipo, altre mi sorprendono alle spalle. Ogni
volta che le attraverso, qualcosa cambia: la luce, il passo, il modo in cui
guardo il mondo. Questa pagina nasce per raccogliere quei passaggi, quei
piccoli spostamenti dell’anima che succedono mentre il corpo continua a
camminare.
Perché pubblico sempre colore e bianconero
Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.
Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.
Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.
E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.
Mi fermo davanti alla casa e per un attimo ho la sensazione che non sia
davvero lì. La facciata vibra, come se stesse emergendo da un’altra dimensione,
lenta, precisa, inevitabile. I frammenti di marmo sembrano galleggiare sulla
parete, sospesi in un movimento che non appartiene alla pietra. Dentro, i pesci
stilizzati nuotano in un mare che non esiste, eppure lo sento: un mare di luce,
di memoria, di qualcosa che continua a tornare.
Li guardo, e il muro si apre. Non davvero
— ma abbastanza perché io percepisca un varco, una fenditura sottile che lascia
filtrare un’altra versione del mondo. È come se quei pesci fossero messaggeri
di un tempo che non scorre, di un’origine che non si è mai chiusa.
Mi avvicino. La casa respira, e il
respiro mi attraversa. Sento che Tancredi non è un ricordo: è un’eco che
continua a dipingere, non sulla tela, ma sulla materia stessa del luogo. Ogni
frammento è un colpo di pennello che non si vede, un gesto che rimane sospeso
tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere.
Resto fermo, e la luce cambia. I pesci
sembrano muoversi, appena, come se stessero indicando una direzione che non so
seguire. Capisco che la casa non è un punto d’origine: è un portale. Un luogo
dove il reale si assottiglia e lascia intravedere un’altra trama, più profonda,
più vasta, più viva.
E mentre me ne vado, ho l’impressione che
la casa continui a guardarmi. Come se aspettasse il prossimo passaggio, la
prossima soglia, la prossima immagine da ricomporre. (2026 Feltre)
Mi fermo. La casa è un muro. Il muro è luce e ombra.
I frammenti: marmo, incisioni, pesci.
Nient’altro.
Mi avvicino. La superficie si apre di un
millimetro. Una soglia, forse.
Resto. La luce cambia. Il segno rimane.
Poi vado. La casa resta. I pesci
continuano a guardare.
Tancredi Parmeggiani (1927–1964) è stato uno dei pittori italiani più
originali del dopoguerra. Formatosi a Venezia, vicino a Vedova e allo
Spazialismo, sviluppa presto un linguaggio personale: un informale lirico, fatto di segni, punti
di colore, vibrazioni luminose.
Negli anni Cinquanta lavora nello studio
di Peggy Guggenheim, che lo sostiene e lo porta sulla scena internazionale.
Espone in Italia, Europa e Stati Uniti, diventando una figura chiave
dell’astrazione poetica.
La sua pittura è breve ma intensissima:
un gesto che diventa luce, un movimento che diventa spazio. Muore a 37 anni,
lasciando un’opera che ancora oggi appare come un respiro sospeso.
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A volte sento che le soglie non sono luoghi, ma lievi spostamenti
dell’essere. Non le attraverso: mi attraversano loro, come un cambio
impercettibile dell’aria che però inclina il mondo di un grado. Resto fermo un
attimo, e qualcosa si apre, sottile, quasi invisibile.
Cammino in questo bilico, tra ciò che vedo e ciò che sfuma. Le soglie
arrivano così: un respiro che si allunga, un dettaglio che si stacca, un
richiamo che non ha voce. Forse il senso è restare in questo passaggio
continuo, senza pretendere un arrivo.
Ogni soglia lascia una traccia minima: un’ombra che si muove, un rumore che
cambia, un bordo che si illumina. Sono appunti sparsi, frammenti che raccolgo
senza pensarci troppo.
E alla fine, è da questi frammenti che ricompongo l’immagine.
Non per inventare, ma per rivelare ciò che altrimenti resterebbe disperso: la
soglia che c’era, ma non si lasciava vedere.
Torno qui quando una nuova fenditura si manifesta. Il resto accade altrove,
mentre il passo continua.
Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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