04 giugno 2026

“Soglie Ovunque”

 

 

Dice che non c’è più un territorio preciso: ora il confine è mobile, ti segue, ti precede, ti attraversa.

Cammino e mi accorgo che le soglie non stanno più ferme. Non sono più un affare della Valsugana, né di un luogo che posso indicare con un dito. Si sono sciolte, disperse, hanno preso il vizio di comparire dove meno me l’aspetto: sull’orlo di un marciapiede, nel riflesso di una vetrina, nel silenzio di un parcheggio vuoto.

Io non faccio altro che seguirle. A volte le anticipo, altre mi sorprendono alle spalle. Ogni volta che le attraverso, qualcosa cambia: la luce, il passo, il modo in cui guardo il mondo. Questa pagina nasce per raccogliere quei passaggi, quei piccoli spostamenti dell’anima che succedono mentre il corpo continua a camminare.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.



La casa non è casa: è una figura mentale. Il muro è un piano di memoria, la croce un punto di intersezione, le finestre chiuse una sottrazione. Guardo la facciata come si guarda un’equazione incompleta: ogni elemento è un segno, la soglia non conduce: definisce. È il limite in cui la materia smette di essere superficie e diventa pensiero.  Recoaro 2026

Il muro respira piano. La casa non parla, ascolta. Tutto è sospeso tra forma e assenza. Il bianco e nero non divide, lo spazio si fa pensiero, la materia diventa eco. Ogni finestra chiusa è una pausa.   Io guardo e non interpreto. Resto fermo, come la casa. La soglia non apre né chiude, è solo il silenzio che separa il mondo dal suo riflesso.  (Recoaro 2026)


La scala apre un oltre, e io ci casco ogni volta: non porta da nessuna parte, ma il mio sguardo ci sale come se sapesse già la strada. È incredibile come una facciata che ha visto più stagioni di me riesca ancora a fingere un futuro dietro l’angolo. E io, naturalmente, ci credo.    Alano di Piave 2026


Guardo la facciata come un pensiero: il muro è una superficie che ragiona, le finestre sono pause, le ombre argomenti. La scala non sale: collega il visibile all’immaginato. Il bianco e nero è metodo, non estetica: riduce, ordina, lascia solo la struttura. La soglia diventa teorema, l’oltre esiste solo perché lo penso.    
Alano di Piave 2026


Mi fermo davanti al vetro e riconosco tutto.

Il legno scuro, le sedie consumate, i salami appesi come promesse.

È una scena che non imita il passato: lo contiene.

Sento ancora il rumore dei coltelli, il profumo del pane caldo,

la voce dei noni che riempiva la stanza più del fuoco.

Il maiale di terracotta mi guarda con la stessa malinconia di chi sa.

Non è un oggetto, è un testimone.

Io resto fuori, ma non del tutto.

Questa soglia mi appartiene, è il punto in cui la memoria diventa materia, e la materia, lentamente, torna pensiero.

Recoaro 2026


Il vetro è una soglia che non separa, ma trattiene.

Dentro, la cucina dei noni non è più luogo: è idea.

Gli oggetti non servono, esistono.

Il legno, il rame, il mattone, forme che pensano la loro immobilità.

Il maiale di terracotta è un guardiano silenzioso,

una presenza che non appartiene né al passato né al presente.

Tutto è fermo, ma tutto vibra.

La luce non illumina, sospende.

Io resto davanti, come chi osserva un pensiero che si è fatto materia.

Recoaro non è più paese, ma condizione dello sguardo.

La soglia è il punto in cui la memoria diventa geometria.

Recoaro 2026


Mi sono fermato qui, davanti a questa panchina che nessuno occupa. Sopra, una finestra chiusa e una targa che ricorda qualcuno. In mezzo, un tunnel che promette luce.

Non ho attraversato. Ho preferito restare sulla soglia, dove il giallo urla e il silenzio risponde.

A volte non serve andare oltre. Basta riconoscere che c’è un oltre.

Alano di Piave 2026


Ho spento i colori per sentire meglio il vuoto.

È diventato più forte.

Una panchina che non trattiene calore, un muro che non trattiene storie, un tunnel che non trattiene me.

Sono passato oltre senza entrare. A volte l’unica cosa onesta che posso fare è testimoniare un’assenza.

Alano di Piave 2026


Guardo dentro e tutto si fa leggero. Gli oggetti non raccontano: galleggiano.

La capra bianca, il quadro, le forme appese, sono presenze che sembrano pensieri.

Il vetro trattiene il silenzio, lo spazio resta immobile, come in attesa di un gesto che non arriva.

Resta solo una soglia che respira piano. (Recoaro 2026)


La soglia è una linea. Dentro, le forme si riducono a punti, superfici, pesi minimi.

 La capra, il tavolo, il quadro: presenze che sembrano pensieri.

La luce delimita, non racconta. Il resto è struttura, quasi un’idea che si tiene in piedi da sola.

Solo a guardarla meglio si intuisce che questo spazio non esiste in un unico gesto: sono tre frammenti ricomposti, tre respiri che diventano uno. Ma la tecnica resta sul fondo, quello che conta è la mente che li unisce.

Recoaro svanisce. Resta una soglia che pensa in bianco e nero. (Recoaro 2026)



Guardo attraverso la vetrina: lo spazio si apre in piani sottili, quasi d’aria.

La luce scivola sulle superfici, senza mai fermarsi.

In fondo a destra, appena percettibile, una persona curva su un gesto lento,

sta facendo le unghie a qualcuno che non si vede.

Un frammento reale dentro un luogo che sembra pensiero.

Il resto è sospensione: il fuori e il dentro che si sfiorano senza mai coincidere.

(2026 Feltre)



La vetrina è un piano di frattura. La luce incide, non illumina. Ogni oggetto è una forma che resiste al tempo.

Il neon Time to Relax è un paradosso: una frase che vibra nel vuoto, un segno che interrompe la quiete del pensiero.

In fondo, la figura che fa le unghie è un punto di convergenza, un gesto minimo che tiene insieme la geometria e l’umano.

Il resto è struttura: linee, superfici, assenze. La soglia non accoglie, definisce.

(Feltre 2026)



Un varco che divide due luminosità. Un corridoio che non appartiene a nessuno dei due lati.

Dentro, le persone diventano forme. Entrano come linee, si affiancano per un tratto, poi si separano, ognuna verso la propria direzione.

Non si conoscono. Non si cercano. Eppure, per un istante, condividono lo stesso spazio sospeso, lo stesso ritmo lento della luce.

La soglia non li unisce e non li divide: li attraversa.

Il resto è movimento che si dissolve.    (2026 Feltre)



Il varco è una linea che divide e unisce. Da un lato, la forma chiusa, il tempo che si ripete. Dall’altro, la luce che apre, il tempo che scorre.

Le persone attraversano come segni mobili, non portano nomi, solo direzioni. Per un istante condividono la stessa geometria, poi si disperdono, ognuna verso il proprio significato.

La soglia non è un luogo, è un simbolo: il punto in cui il mondo si piega per ricordarti che ogni passaggio è un atto di creazione.  (2026 Feltre)

Mi fermo davanti alla casa e per un attimo ho la sensazione che non sia davvero lì. La facciata vibra, come se stesse emergendo da un’altra dimensione, lenta, precisa, inevitabile. I frammenti di marmo sembrano galleggiare sulla parete, sospesi in un movimento che non appartiene alla pietra. Dentro, i pesci stilizzati nuotano in un mare che non esiste, eppure lo sento: un mare di luce, di memoria, di qualcosa che continua a tornare.

Li guardo, e il muro si apre. Non davvero, ma abbastanza perché io percepisca un varco, una fenditura sottile che lascia filtrare un’altra versione del mondo. È come se quei pesci fossero messaggeri di un tempo che non scorre, di un’origine che non si è mai chiusa.

Mi avvicino. La casa respira, e il respiro mi attraversa. Sento che Tancredi non è un ricordo: è un’eco che continua a dipingere, non sulla tela, ma sulla materia stessa del luogo. Ogni frammento è un colpo di pennello che non si vede, un gesto che rimane sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere.

Resto fermo, e la luce cambia. I pesci sembrano muoversi, appena, come se stessero indicando una direzione che non so seguire. Capisco che la casa non è un punto d’origine: è un portale. Un luogo dove il reale si assottiglia e lascia intravedere un’altra trama, più profonda, più vasta, più viva.

E mentre me ne vado, ho l’impressione che la casa continui a guardarmi. Come se aspettasse il prossimo passaggio, la prossima soglia, la prossima immagine da ricomporre. (2026 Feltre)


Mi fermo. La casa è un muro. Il muro è luce e ombra.

I frammenti: marmo, incisioni, pesci. Nient’altro.

Mi avvicino. La superficie si apre di un millimetro. Una soglia, forse.

Resto. La luce cambia. Il segno rimane.

Poi vado. La casa resta. I pesci continuano a guardare.

Tancredi Parmeggiani (1927–1964) è stato uno dei pittori italiani più originali del dopoguerra. Formatosi a Venezia, vicino a Vedova e allo Spazialismo, sviluppa presto un linguaggio personale: un informale lirico, fatto di segni, punti di colore, vibrazioni luminose.

Negli anni Cinquanta lavora nello studio di Peggy Guggenheim, che lo sostiene e lo porta sulla scena internazionale. Espone in Italia, Europa e Stati Uniti, diventando una figura chiave dell’astrazione poetica.

La sua pittura è breve ma intensissima: un gesto che diventa luce, un movimento che diventa spazio. Muore a 37 anni, lasciando un’opera che ancora oggi appare come un respiro sospeso.

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A volte sento che le soglie non sono luoghi, ma lievi spostamenti dell’essere. Non le attraverso: mi attraversano loro, come un cambio impercettibile dell’aria che però inclina il mondo di un grado. Resto fermo un attimo, e qualcosa si apre, sottile, quasi invisibile.

Cammino in questo bilico, tra ciò che vedo e ciò che sfuma. Le soglie arrivano così: un respiro che si allunga, un dettaglio che si stacca, un richiamo che non ha voce. Forse il senso è restare in questo passaggio continuo, senza pretendere un arrivo.

Ogni soglia lascia una traccia minima: un’ombra che si muove, un rumore che cambia, un bordo che si illumina. Sono appunti sparsi, frammenti che raccolgo senza pensarci troppo.

E alla fine, è da questi frammenti che ricompongo l'immagine. Non per inventare, ma per rivelare ciò che altrimenti resterebbe disperso: la soglia che c’era, ma non si lasciava vedere.

Torno qui quando una nuova fenditura si manifesta. Il resto accade altrove, mentre il passo continua.

Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


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