Dice che non c’è più un territorio
preciso: ora il confine è mobile, ti segue, ti precede, ti attraversa.
Cammino e mi accorgo che le soglie non stanno più
ferme. Non sono più un affare della Valsugana, né di un luogo che posso
indicare con un dito. Si sono sciolte, disperse, hanno preso il vizio di
comparire dove meno me l’aspetto: sull’orlo di un marciapiede, nel riflesso di
una vetrina, nel silenzio di un parcheggio vuoto.
Io non faccio
altro che seguirle. A volte le anticipo, altre mi sorprendono alle spalle. Ogni
volta che le attraverso, qualcosa cambia: la luce, il passo, il modo in cui
guardo il mondo. Questa pagina nasce per raccogliere quei passaggi, quei
piccoli spostamenti dell’anima che succedono mentre il corpo continua a
camminare.
Perché pubblico sempre colore e bianconero
Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.
Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.
Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.
E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.
Due porte frontali, due laterali. Un campo che non sa dove comincia, né dove finisce. È come se qualcuno avesse deciso di moltiplicare la possibilità del gol, e cancellare il senso del gioco.
Le strutture bianche, piegate, sembrano pensieri che non trovano direzione.
La pietra osserva, paziente, come chi ha già visto troppe regole cambiare. Il
prato cresce, indifferente, vincendo per abbandono.
Io la guardo e mi viene da sorridere: forse è la versione rurale del
concettualismo, una partita che si gioca solo nella mente, dove ogni porta è
un’idea e nessuna è un obiettivo.
Quando tutto diventa soglia, non resta che attraversare il pensiero. (Arsie
2026 – photo P. Frigo)
Il campo non esiste più, resta solo la struttura. Il bianco e nero cancella il gioco e lascia la logica: ferro, pietra, erba.
Le porte sembrano pensieri piegati, idee che hanno perso la direzione ma non
la forma. La luce taglia il muro come una regola dimenticata.
Io la guardo e sento che tutto è già accaduto: la partita, la vittoria,
l’abbandono. Ora resta solo l’architettura del gesto.
La fotografia diventa un esercizio di equilibrio: tra ciò che serve e ciò
che resiste, tra il vuoto e la memoria.
(Arsie 2026 - photo P. Frigo)
La scena è semplice: gradini, cemento, una porta da calcio piazzata dove non serve.
Io la guardo e penso che sia la versione più sincera del gioco: togli la funzione, resta la struttura.
Togli il campo, resta l’idea.
La porta fuori è un gesto secco, quasi una dichiarazione: qui non si segna, qui si osserva.
Tutto il resto, ringhiera, erba, montagna, è solo contesto che non pretende nulla.
La fotografia diventa un taglio netto: il limite spostato, la regola disinnescata, la soglia ridotta a pura geometria.
E io, ci vedo questo: a volte il fuori è più interessante del dentro. (Arsie 2026)
La porta da calcio, fuori dal campo, diventa un segno. Un rettangolo sospeso, senza funzione, senza partita.
I gradini salgono, ma non conducono a un gesto. Il paesaggio resta immobile: cemento, ringhiera, montagna. Tutto ridotto a linee, a silenzi.
La guardo così: una soglia che non apre, un gioco che non accade, un pensiero che resta in aria.
La porta fuori è solo questo: una forma che attende. (Arsie 2026)
Una casa del Cinquecento che si lascia guardare come un pensiero stratificato.
Tre visioni, tre tempi: la porta con l’insegna Fernet Branca, il cortile che
respira ancora vita domestica, la finestra vista da dentro, come se la soglia
si osservasse da entrambi i lati della coscienza. Il marchio del secolo scorso,
appeso su legno antico, è una citazione involontaria: la modernità che si è
dimenticata di togliere il cappello entrando nella storia. Il cortile, con le
arcate e i panni stesi, è la parte che resiste, la quotidianità che non ha
bisogno di essere restaurata. La finestra, vista dall’interno, è la memoria che
si piega su se stessa: il dentro che guarda il fuori e si riconosce.
Io la fotografo come si fotografa un pensiero che ha più epoche che
risposte. La soglia non è un passaggio, ma un dialogo tra tempi: il Cinquecento
che ospita il Novecento, il Novecento che si riflette nel presente, e il
presente che si chiede se tutto questo sia ancora casa o già museo.
Lamon diventa così un punto di contatto tra ironia e storia, tra la
pubblicità che sopravvive e la pietra che non dimentica. Una soglia che non
apre, interpreta. (Lamon 2026)
Tre visioni, una sola geometria. La porta con l’insegna Fernet Branca è un segno inciso nel tempo, il cortile un piano di simmetrie imperfette, la finestra un occhio che guarda se stesso.
Il bianco e nero cancella la storia e lascia solo la struttura: linee,
ombre, proporzioni. La casa diventa idea, la soglia, pensiero.
Tutto è ridotto all’essenziale: la luce come misura, la pietra come memoria,
il silenzio come architettura. (Lamon
2026)
Il carro funebre Maserati parcheggiato accanto alla chiesa è una scena che non ha bisogno di spiegazioni: è già una barzelletta teologica.
Nessun funerale, nessuna processione, nessun dramma.
Solo un bolide da ultimo viaggio che sembra dire: anche l’aldilà ha diritto al comfort.
La parete bianca della chiesa fa da sfondo come se stesse cercando di dissociarsi:
«Io non c’entro, lui è arrivato da solo».
La macchina, invece, posa.
Ha quell’atteggiamento da showroom: lucida, perfetta, pronta a venderti un upgrade spirituale.
Io penso: la macchina del prete.
E la scena diventa subito un editoriale sulla modernità:
la fede parcheggiata in modalità premium,
la morte che fa brand,
la liturgia che si concede un vezzo da concessionaria.
La fotografia, qui, non è ironica: è chirurgica.
Mostra la realtà mentre si incarta da sola.
Un carro funebre di lusso senza funerale è la versione automobilistica del “mi sono vestito troppo elegante per l’occasione”.
E io scatto, perché certe contraddizioni non vanno spiegate:
vanno archiviate come prove che il mondo, ogni tanto, si diverte a essere assurdo.
(Arsie 2026)
Un carro funebre Maserati, parcheggiato accanto alla chiesa, senza funerali in corso.
L’immagine è già una battuta, ma anche un piccolo cortocircuito visivo: lusso e morte, sacro e design, potenza e immobilità.
La parete bianca diventa un fondale teatrale, neutro e ironico.
La macchina, lucida e perfetta, sembra in attesa di un miracolo amministrativo.
Non c’è pathos, solo una geometria assurda: la porta piccola, la carrozzeria lunga, il cielo che osserva senza intervenire.
Io penso: la macchina del prete.
Un pensiero che funziona come un titolo di mostra.
Perché in fondo la fotografia è questo, un atto di interpretazione istantanea,
una frase che nasce prima dell’immagine e poi la giustifica.
La Maserati non porta via nessuno, ma accompagna l’idea di fine con eleganza.
È la soglia tra il rito e il marketing, tra la fede e la carrozzeria.
E io la fotografo come si fotografa un paradosso:
con rispetto, ma senza pietà.
(Arsie 2026)
La casa non è casa: è una figura mentale. Il muro è un piano di memoria, la croce un punto di intersezione, le finestre chiuse una sottrazione. Guardo la facciata come si guarda un’equazione incompleta: ogni elemento è un segno, la soglia non conduce: definisce. È il limite in cui la materia smette di essere superficie e diventa pensiero. Recoaro 2026
Il muro respira piano. La casa non parla, ascolta. Tutto è sospeso tra forma e assenza. Il bianco e nero non divide, lo spazio si fa pensiero, la materia diventa eco. Ogni finestra chiusa è una pausa. Io guardo e non interpreto. Resto fermo, come la casa. La soglia non apre né chiude, è solo il silenzio che separa il mondo dal suo riflesso. (Recoaro 2026)
La scala apre un oltre, e io ci casco ogni volta: non porta da nessuna parte, ma il mio sguardo ci sale come se sapesse già la strada. È incredibile come una facciata che ha visto più stagioni di me riesca ancora a fingere un futuro dietro l’angolo. E io, naturalmente, ci credo. Alano di Piave 2026
Guardo la facciata come un pensiero: il muro è una superficie che ragiona, le finestre sono pause, le ombre argomenti. La scala non sale: collega il visibile all’immaginato. Il bianco e nero è metodo, non estetica: riduce, ordina, lascia solo la struttura. La soglia diventa teorema, l’oltre esiste solo perché lo penso. Alano di Piave 2026
Mi fermo davanti al vetro e riconosco tutto.
Il
legno scuro, le sedie consumate, i salami appesi come promesse.
È una
scena che non imita il passato: lo contiene.
Sento
ancora il rumore dei coltelli, il profumo del pane caldo,
la
voce dei noni che riempiva la stanza più del fuoco.
Il
maiale di terracotta mi guarda con la stessa malinconia di chi sa.
Non è
un oggetto, è un testimone.
Io
resto fuori, ma non del tutto.
Questa
soglia mi appartiene, è il punto in cui la memoria diventa materia, e la
materia, lentamente, torna pensiero.
Recoaro
2026
Il vetro è una soglia che non separa, ma trattiene.
Dentro,
la cucina dei noni non è più luogo: è idea.
Gli
oggetti non servono, esistono.
Il
legno, il rame, il mattone, forme che pensano la loro immobilità.
Il
maiale di terracotta è un guardiano silenzioso,
una
presenza che non appartiene né al passato né al presente.
Tutto
è fermo, ma tutto vibra.
La
luce non illumina, sospende.
Io
resto davanti, come chi osserva un pensiero che si è fatto materia.
Recoaro
non è più paese, ma condizione dello sguardo.
La
soglia è il punto in cui la memoria diventa geometria.
Recoaro
2026
Mi sono fermato qui, davanti a questa panchina che nessuno occupa. Sopra, una finestra chiusa e una targa che ricorda qualcuno. In mezzo, un tunnel che promette luce.
Non ho attraversato. Ho preferito restare sulla soglia, dove il giallo urla
e il silenzio risponde.
A volte non serve andare oltre. Basta riconoscere che c’è un oltre.
Alano di Piave 2026
Ho spento i colori per sentire meglio il vuoto.
È diventato più forte.
Una panchina che non trattiene calore, un muro che non trattiene storie, un
tunnel che non trattiene me.
Sono passato oltre senza entrare. A volte l’unica cosa onesta che posso fare
è testimoniare un’assenza.
Alano di Piave 2026
Guardo dentro e tutto si fa leggero. Gli oggetti non raccontano: galleggiano.
La capra bianca, il quadro, le forme appese, sono presenze che sembrano
pensieri.
Il vetro trattiene il silenzio, lo spazio
resta immobile, come in attesa di un gesto che non arriva.
Resta solo una soglia che respira piano.
(Recoaro 2026)
La soglia è una linea. Dentro, le forme si riducono a punti, superfici, pesi minimi.
La capra, il tavolo, il quadro:
presenze che sembrano pensieri.
La luce delimita, non racconta. Il resto
è struttura, quasi un’idea che si tiene in piedi da sola.
Solo a guardarla meglio si intuisce che questo spazio non esiste in un unico gesto: sono tre frammenti ricomposti, tre respiri che diventano uno. Ma la tecnica resta sul fondo, quello che conta è la mente che li unisce.
Recoaro svanisce. Resta una soglia che pensa in bianco e nero. (Recoaro 2026)
La luce scivola sulle superfici, senza mai fermarsi.
In fondo a destra, appena percettibile, una persona curva su un gesto lento,
sta facendo le unghie a qualcuno che non si vede.
Un frammento reale dentro un luogo che sembra pensiero.
Il resto è sospensione: il fuori e il dentro che si sfiorano senza mai
coincidere.
(2026 Feltre)
Il neon Time to Relax è un paradosso: una frase che vibra nel
vuoto, un segno che interrompe la quiete del pensiero.
In fondo, la figura che fa le unghie è un punto di convergenza, un gesto
minimo che tiene insieme la geometria e l’umano.
Il resto è struttura: linee, superfici, assenze. La soglia non accoglie, definisce.
(Feltre 2026)
Dentro, le persone diventano forme. Entrano come linee, si affiancano per un
tratto, poi si separano, ognuna verso la propria direzione.
Non si conoscono. Non si cercano. Eppure, per un istante, condividono lo
stesso spazio sospeso, lo stesso ritmo lento della luce.
La soglia non li unisce e non li divide: li attraversa.
Il resto è movimento che si dissolve. (2026 Feltre)
Le persone attraversano come segni mobili, non portano nomi, solo direzioni.
Per un istante condividono la stessa geometria, poi si disperdono, ognuna verso
il proprio significato.
La soglia non è un luogo, è un simbolo: il punto in cui il mondo si piega
per ricordarti che ogni passaggio è un atto di creazione. (2026 Feltre)
Mi fermo davanti alla casa e per un attimo ho la sensazione che non sia
davvero lì. La facciata vibra, come se stesse emergendo da un’altra dimensione,
lenta, precisa, inevitabile. I frammenti di marmo sembrano galleggiare sulla
parete, sospesi in un movimento che non appartiene alla pietra. Dentro, i pesci
stilizzati nuotano in un mare che non esiste, eppure lo sento: un mare di luce,
di memoria, di qualcosa che continua a tornare.
Li guardo, e il muro si apre. Non davvero, ma abbastanza perché io percepisca un varco, una fenditura sottile che lascia
filtrare un’altra versione del mondo. È come se quei pesci fossero messaggeri
di un tempo che non scorre, di un’origine che non si è mai chiusa.
Mi avvicino. La casa respira, e il
respiro mi attraversa. Sento che Tancredi non è un ricordo: è un’eco che
continua a dipingere, non sulla tela, ma sulla materia stessa del luogo. Ogni
frammento è un colpo di pennello che non si vede, un gesto che rimane sospeso
tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere.
Resto fermo, e la luce cambia. I pesci
sembrano muoversi, appena, come se stessero indicando una direzione che non so
seguire. Capisco che la casa non è un punto d’origine: è un portale. Un luogo
dove il reale si assottiglia e lascia intravedere un’altra trama, più profonda,
più vasta, più viva.
E mentre me ne vado, ho l’impressione che
la casa continui a guardarmi. Come se aspettasse il prossimo passaggio, la
prossima soglia, la prossima immagine da ricomporre. (2026 Feltre)
Mi fermo. La casa è un muro. Il muro è luce e ombra.
I frammenti: marmo, incisioni, pesci.
Nient’altro.
Mi avvicino. La superficie si apre di un
millimetro. Una soglia, forse.
Resto. La luce cambia. Il segno rimane.
Poi vado. La casa resta. I pesci
continuano a guardare.
Tancredi Parmeggiani (1927–1964) è stato uno dei pittori italiani più
originali del dopoguerra. Formatosi a Venezia, vicino a Vedova e allo
Spazialismo, sviluppa presto un linguaggio personale: un informale lirico, fatto di segni, punti
di colore, vibrazioni luminose.
Negli anni Cinquanta lavora nello studio
di Peggy Guggenheim, che lo sostiene e lo porta sulla scena internazionale.
Espone in Italia, Europa e Stati Uniti, diventando una figura chiave
dell’astrazione poetica.
La sua pittura è breve ma intensissima:
un gesto che diventa luce, un movimento che diventa spazio. Muore a 37 anni,
lasciando un’opera che ancora oggi appare come un respiro sospeso.
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A volte sento che le soglie non sono luoghi, ma lievi spostamenti
dell’essere. Non le attraverso: mi attraversano loro, come un cambio
impercettibile dell’aria che però inclina il mondo di un grado. Resto fermo un
attimo, e qualcosa si apre, sottile, quasi invisibile.
Cammino in questo bilico, tra ciò che vedo e ciò che sfuma. Le soglie
arrivano così: un respiro che si allunga, un dettaglio che si stacca, un
richiamo che non ha voce. Forse il senso è restare in questo passaggio
continuo, senza pretendere un arrivo.
Ogni soglia lascia una traccia minima: un’ombra che si muove, un rumore che
cambia, un bordo che si illumina. Sono appunti sparsi, frammenti che raccolgo
senza pensarci troppo.
E alla fine, è da questi frammenti che ricompongo l'immagine.
Non per inventare, ma per rivelare ciò che altrimenti resterebbe disperso: la
soglia che c’era, ma non si lasciava vedere.
Torno qui quando una nuova fenditura si manifesta. Il resto accade altrove,
mentre il passo continua.
Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
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