L’Anguana non apparteneva più soltanto al fiume.
Aveva portato con sé il freddo dell’acqua e il silenzio delle pietre dentro le
stanze affrescate di una vecchia villa veneta. Tra pavimenti in terrazzo
veneziano e specchi offuscati dal tempo, la sua natura selvatica cominciava a
mutare, adattandosi a una quotidianità nuova, quasi incredibile.
Non era sola in quel labirinto di stanze. Lì
incontrò l’amica mora, figura d’ombra e velluto, opposta alla sua luminosità
eterea.
Tra sorrisi accennati e pose che ricordavano le
statue dei giardini, tessevano un legame fatto di sguardi. La villa non era più
un guscio vuoto, ma un rifugio dove mito e realtà potevano toccarsi.
Insieme iniziarono un gioco silenzioso davanti ad
uno specchio. Non cercavano la propria immagine, ma un modo per riconoscersi
l’una nell’altra. L’Anguana, ancora nuda e fiera come nel bosco, osservava la
compagna muoversi con l’eleganza di chi è sempre appartenuto a quelle mura.
L’Anguana aveva trovato uno specchio non solo di
vetro, ma di carne e ossa, capace di riflettere la sua transizione verso una
vita normale, senza spegnere la scintilla primordiale che l’aveva resa
immortale ai miei occhi.
Nel silenzio cominciarono a comunicare. L’Anguana
comprese che la villa non era una prigione, ma un archivio di esistenze. Non fu
sottomissione: fu passaggio di segreti.
L’amica mora non era lì per caso. Era la custode
del silenzio, l’ultima di una stirpe che aveva giurato di proteggere il confine
tra umano e leggenda. Mentre l’Anguana imparava la seta, l’amica rivelava, in
ogni gesto, un passato radicato nelle ombre della terra veneta.
Secoli prima, la sua famiglia aveva stretto un
patto con le creature del fiume per garantire fertilità alle terre e protezione
dalle piene. Lei era la voce, colei che traduceva i sussurri del vento tra i
salici per le orecchie dei contadini.
Il mistero nel suo sguardo nasceva da una
perdita. Si diceva che avesse rinunciato alla propria voce per salvare un
segreto che l’Anguana stessa aveva dimenticato. Per questo parlava con gli
occhi e con la lenta danza delle mani.
Davanti allo specchio offuscato, guidò le mani
dell’Anguana verso il proprio volto: freddo contro caldo. In quell’istante,
l’Anguana sentì il peso dei secoli trascorsi nell’attesa. Non era un incontro
fortuito, ma un appuntamento.
Se l’Anguana era il fiume che irrompe nella
stanza, l’amica mora era l’argine che lo accoglieva, sacrificando la propria
libertà per dare forma al suo fluire.
Un sorriso appena accennato, e per un attimo gli
occhi scuri brillarono della stessa luce acquatica. Erano due metà della stessa
storia: una scritta nel fango, l’altra nell’inchiostro.
L’Anguana si avvicinò alla vetrata, attratta dal
sole contro il vetro. Il suo corpo, vibrante della forza del fiume, si faceva
quasi trasparente sotto i raggi. L’amica la raggiunse: due sagome, chiara e
scura, contro l’abbaglio del giardino. Posarono le mani sul vetro fresco come a
sfiorare le foglie oltre la soglia.
Tornarono allo specchio dalla cornice dorata,
carico di secoli di sguardi. Il gioco si fece più intimo. Si disposero su un
vecchio mobile di legno scuro, intrecciando le figure. L’Anguana cercava nel
vetro il proprio volto, ma trovava quello dell’amica.
Non c’erano più segreti. L’amica la guidava a
osservare la propria bellezza non come forza da temere, ma come forma da
abitare. Lì l’Anguana comprese di poter essere entrambe le cose: il fiume che
scorre e la donna che resta.
Abbandonarono le pose scultoree per cercare il
contatto con le superfici morbide della villa. L’Anguana si stese su un tappeto
persiano: la lana ruvida sotto la schiena le dava un radicamento diverso dal
fango, più stabile.
La villa smise di essere edificio e divenne nido.
Non c’era bisogno di parole. La luce che moriva
sulle loro pelli raccontava ciò che restava da dire: che il mito può riposare,
e che la bellezza, a volte, è solo il silenzio di un pomeriggio che finisce.
Non erano più preda e cacciatrice, né riflesso e
realtà. Erano parte dell’arredamento senziente di quella dimora, un segreto
custodito tra il legno intagliato e il battito lento del tempo, che lì sembrava
essersi fermato.
La villa restava in attesa, come se sapesse che
quel riposo era soltanto una tregua.
Fuori, il giardino sussurrava messaggi che solo
l’Anguana avrebbe potuto decifrare. Ma per quella notte scelse di non
ascoltare.
Il mito si
addormentò nel velluto, lasciando il futuro come un’ombra oltre la porta
chiusa.
Sergio Sartori afi bfi
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