







I photograph what happens: streets, faces, silences, ruins, colors, and shadows. I don't have a genre, I have a curiosity: I pursue every image that calls to me, without asking for permission.
La sensazione dominante è una strana forma di
riverenza. Ogni oggetto lasciato indietro, un termosifone arrugginito, una
panca di legno, una vecchia barella, sembra raccontare un frammento di vita
quotidiana interrotta bruscamente. C'è un'atmosfera di malinconica bellezza nel
modo in cui la polvere copre tutto, come un velo che protegge i segreti del
luogo.
Non ero solo in questo viaggio; ero con due
amici. La loro presenza ha aggiunto una dimensione importante all'esperienza. Camminare
per quei corridoi deserti insieme ci ha unito in una sensazione di scoperta e
rispetto. Ci scambiavamo sguardi intesi, condividendo lo stupore e un pizzico
di inquietudine senza bisogno di molte parole. La condivisione ha amplificato
le emozioni, rendendo la visita un'esperienza non solo visiva, ma profondamente
emotiva.
C'è un contrasto potente tra l'interno cupo e la
bellezza dei paesaggi che si intravedono dalle finestre. Questo dualismo tra il
decadimento interno e l'immutabilità della natura circostante è forse uno degli
aspetti più toccanti. Ti fa riflettere sulla transitorietà delle opere umane e
sulla forza della natura che si riappropria dei suoi spazi.
Descrivere questa visita significa parlare di un
viaggio nella storia e nell'oblio, un'esperienza che ti lascia con più domande
che risposte, e con la consapevolezza che anche i luoghi abbandonati hanno
ancora molto da dire, se si è disposti ad ascoltare.
Mi sono fermato un momento qui, nella cappella.
Dalla balaustra, guardando le panche vuote allineate, il silenzio era quasi assordante.
È come se il tempo si fosse fermato a metà di una preghiera, tra le
pareti di pietra e il pavimento coperto di detriti.
Mi sono avvicinato a queste porte a vetri.
La loro bellezza è rimasta quasi intatta, a differenza delle pareti che si sgretolano intorno.
Sono un promemoria dell'eleganza che una volta esisteva qui.
Guardandole, ti rendi conto che, nonostante il decadimento, c'è ancora una
dignità testarda in questo luogo.
Una visita che lascia un segno sottile e profondo: non solo per gli scatti catturati dall'obiettivo, ma per quel senso di rispetto e meraviglia condiviso nel silenzio.
Un grazie di cuore a Giorgio e Andrea per
aver camminato al mio fianco in questo viaggio nell'ombra.
(Pergine Valsugana
2015)
L’interno è vuoto, ordinato eppure stanco, come se il tempo avesse deciso di fermarsi lì.
Nessun dramma, nessuna rovina romantica: solo una geometria di
oggetti che hanno perso il loro uso quotidiano.
Percorro un corridoio inclinato che sembra una galleria d'arte involontaria.
Le finestrelle quadrate sulla parete incorniciano i soliti abeti fuori, ripetuti come in un catalogo.
A terra non c'è polvere da abbandono
secolare, sembra piuttosto che qualcuno sia uscito cinque minuti fa a prendere
le sigarette e si sia dimenticato di tornare.
Nella zona dormitori, l'ordine diventa quasi comico: decine di armadi modulari di legno scuro scansionano lo spazio, e accanto ci sono pile perfette di materassi a molle accatastati.
Sembra un magazzino IKEA dopo un'evacuazione
improvvisa.
In questo luogo nessuno parla, ma tutto ricorda.
O forse non ricorda niente e siamo solo noi a metterci la nostalgia.
Entro in punta di piedi, consapevole
di essere solo un ospite in una scenografia temporanea.
Scatto qualche foto, non per possedere o per fare il nostalgico, ma per
ascoltare questo strano allineamento tra la solennità delle montagne e la
prosaicità del cemento.
Poi me ne vado, lasciando intatto il silenzio, portando con me solo immagini.
E la sensazione che, dopotutto, le cose sopravvivano benissimo anche
senza di noi.




