25 aprile 2019

I Sussurri del Passato


Un Viaggio nel Silenzio della Clinica Abbandonata di Santa Rosa 


La visita all'ex Clinica Santa Rosa non è stata un semplice tour, ma un'immersione in un tempo sospeso. Sin dai primi passi all'interno, si percepisce che il silenzio non è assenza di rumore, ma una presenza densa, carica di storie non raccontate. Le pareti scrostate e le stanze vuote sembrano trattenere l'eco di voci lontane, di dolore e di speranza, di vita e di attesa.

La sensazione dominante è una strana forma di riverenza. Ogni oggetto lasciato indietro, un termosifone arrugginito, una panca di legno, una vecchia barella, sembra raccontare un frammento di vita quotidiana interrotta bruscamente. C'è un'atmosfera di malinconica bellezza nel modo in cui la polvere copre tutto, come un velo che protegge i segreti del luogo.

Non ero solo in questo viaggio; ero con due amici. La loro presenza ha aggiunto una dimensione importante all'esperienza. Camminare per quei corridoi deserti insieme ci ha unito in una sensazione di scoperta e rispetto. Ci scambiavamo sguardi intesi, condividendo lo stupore e un pizzico di inquietudine senza bisogno di molte parole. La condivisione ha amplificato le emozioni, rendendo la visita un'esperienza non solo visiva, ma profondamente emotiva.

C'è un contrasto potente tra l'interno cupo e la bellezza dei paesaggi che si intravedono dalle finestre. Questo dualismo tra il decadimento interno e l'immutabilità della natura circostante è forse uno degli aspetti più toccanti. Ti fa riflettere sulla transitorietà delle opere umane e sulla forza della natura che si riappropria dei suoi spazi.

Descrivere questa visita significa parlare di un viaggio nella storia e nell'oblio, un'esperienza che ti lascia con più domande che risposte, e con la consapevolezza che anche i luoghi abbandonati hanno ancora molto da dire, se si è disposti ad ascoltare.

 

Mi sono fermato un momento qui, nella cappella. 

Dalla balaustra, guardando le panche vuote allineate, il silenzio era quasi assordante. 

È come se il tempo si fosse fermato a metà di una preghiera, tra le pareti di pietra e il pavimento coperto di detriti.



Camminare per questo corridoio è stato strano. 
La rampa a sinistra e le imponenti colonne a destra evocano un senso di ordine e funzione ormai perduti. 
Le porte a vetri in fondo, con i loro intricati disegni, sembrano le guardiane di un passato che cerca di non svanire del tutto.


Non ero solo. 
Qui, con i miei amici, seduti su queste vecchie sedie di metallo, guardavamo fuori dalla finestra. C'è qualcosa di confortante nel condividere questa esperienza. 
Le montagne e gli alberi, visibili attraverso il vetro, sembrano una finestra su un mondo eterno, in netto contrasto con l'ombra della stanza.


Questo grande salone con le sue colonne maestose mi ha tolto il fiato. 
È cupo, sì, ma pieno di grandezza. 
La luce dall'esterno, appena visibile attraverso le finestre ad arco, riflettono sul pavimento lucido, creando un'atmosfera sospesa tra il sogno e la realtà.

Mi sono avvicinato a queste porte a vetri. 

La loro bellezza è rimasta quasi intatta, a differenza delle pareti che si sgretolano intorno. 

Sono un promemoria dell'eleganza che una volta esisteva qui. 

Guardandole, ti rendi conto che, nonostante il decadimento, c'è ancora una dignità testarda in questo luogo.

 

Una visita che lascia un segno sottile e profondo: non solo per gli scatti catturati dall'obiettivo, ma per quel senso di rispetto e meraviglia condiviso nel silenzio. 

Un grazie di cuore a Giorgio e Andrea per aver camminato al mio fianco in questo viaggio nell'ombra.     

 (Pergine Valsugana 2015)

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