23 aprile 2019

Take nothing but pictures, leave nothing but fotoprints



Sono passato da questa ex colonia montana 15 anni fa. 

Fuori ci sono le Dolomiti, cartoline monumentali, ma a me interessava l'interno: un edificio silenzioso, abbandonato, dove grandi vetrate polverose lasciano entrare una luce fredda e il legno scuro assorbe ogni suono. 

L’interno è vuoto, ordinato eppure stanco, come se il tempo avesse deciso di fermarsi lì. 

Nessun dramma, nessuna rovina romantica: solo una geometria di oggetti che hanno perso il loro uso quotidiano.

Percorro un corridoio inclinato che sembra una galleria d'arte involontaria. 

Le finestrelle quadrate sulla parete incorniciano i soliti abeti fuori, ripetuti come in un catalogo. 

A terra non c'è polvere da abbandono secolare, sembra piuttosto che qualcuno sia uscito cinque minuti fa a prendere le sigarette e si sia dimenticato di tornare. 


In un angolo trova spazio la cappella. 

L’altare è lì, di un minimalistico moderno che farebbe la sua figura in un archivio di architettura anni Sessanta. 


Poco più in là, ammucchiate a terra in una nicchia di cemento, ci sono delle tavolette con bassorilievi religiosi. 

Una via crucis smontata e riposta sul pavimento come piastrelle di scorta in un magazzino. 

Le ombre si allungano tra i pilastri e i banchi, custodendo tracce invisibili di chi è passato. 

Nella zona dormitori, l'ordine diventa quasi comico: decine di armadi modulari di legno scuro scansionano lo spazio, e accanto ci sono pile perfette di materassi a molle accatastati. 

Sembra un magazzino IKEA dopo un'evacuazione improvvisa. 

In questo luogo nessuno parla, ma tutto ricorda. 

O forse non ricorda niente e siamo solo noi a metterci la nostalgia. 

Entro in punta di piedi, consapevole di essere solo un ospite in una scenografia temporanea.

Scatto qualche foto, non per possedere o per fare il nostalgico, ma per ascoltare questo strano allineamento tra la solennità delle montagne e la prosaicità del cemento.

Poi me ne vado, lasciando intatto il silenzio, portando con me solo immagini. 

E la sensazione che, dopotutto, le cose sopravvivano benissimo anche senza di noi.

 

(Borca di Cadore 2011)


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