L’interno è vuoto, ordinato eppure stanco, come se il tempo avesse deciso di fermarsi lì.
Nessun dramma, nessuna rovina romantica: solo una geometria di
oggetti che hanno perso il loro uso quotidiano.
Percorro un corridoio inclinato che sembra una galleria d'arte involontaria.
Le finestrelle quadrate sulla parete incorniciano i soliti abeti fuori, ripetuti come in un catalogo.
A terra non c'è polvere da abbandono
secolare, sembra piuttosto che qualcuno sia uscito cinque minuti fa a prendere
le sigarette e si sia dimenticato di tornare.
Nella zona dormitori, l'ordine diventa quasi comico: decine di armadi modulari di legno scuro scansionano lo spazio, e accanto ci sono pile perfette di materassi a molle accatastati.
Sembra un magazzino IKEA dopo un'evacuazione
improvvisa.
In questo luogo nessuno parla, ma tutto ricorda.
O forse non ricorda niente e siamo solo noi a metterci la nostalgia.
Entro in punta di piedi, consapevole
di essere solo un ospite in una scenografia temporanea.
Scatto qualche foto, non per possedere o per fare il nostalgico, ma per
ascoltare questo strano allineamento tra la solennità delle montagne e la
prosaicità del cemento.
Poi me ne vado, lasciando intatto il silenzio, portando con me solo immagini.
E la sensazione che, dopotutto, le cose sopravvivano benissimo anche
senza di noi.
Grande Sergio
RispondiEliminaTi ringrazio, ma non vedo il tuo nome.
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