"non
cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio."
Prima c'era una meta. Un modellino, un tramonto, una piazza famosa, una cascata, gente in una via affollata.
Partivo per il paesaggio e sapevo già cosa volevo portare a casa. Poi ho cominciato a interessarmi all'astratto e qualcosa ha girato. Non l'idea, l'occhio.
Adesso cammino per ore nei centri storici, posti pieni di cose da vedere assolutamente, e torno con quasi niente di tutto quello. Torno con una crepa verticale su un muro di cemento e una tenda scura che le risponde, con due superfici che si sfidano in silenzio. Torno con la luce radente che fa del cemento una tela, con l'ombra di un segnale che ridisegna l'intonaco meglio di qualsiasi affresco.
All'inizio non sapevo se fosse un dono o un problema. Sono rimasto dieci minuti davanti a un manifesto strappato, a un ferro arrugginito, a una finestra rotta, a un muro scrostato che la maggior parte della gente non nota nemmeno.
Poi è arrivato l'urbex: edifici abbandonati, capannoni vuoti, corridoi dove l'intonaco si stacca a scaglie e la luce entra solo da una feritoia.
Mi chiedo spesso perché dovrei fare centinaia di chilometri per cercare lo spettacolare, quando la cosa che davvero mi ferma può essere una parete a due passi da casa. La risposta ce l'ho nelle foto che pubblico: non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio.
Il lato negativo è che sono diventato un pessimo turista. È ridicolo tornare da una cittadina bella e mostrare solo intonaci, cancelli, reti, un vecchio calciobalilla dimenticato sotto un portico freddo.
Il lato buono è che la vita si è arricchita. Perché ovunque vado c'è sempre qualcosa che parla a bassa voce. Una texture che ha voce, un contrasto che scolpisce, un'attesa che non ha bisogno di persone.
E allora mi succede spesso, davanti a quel niente che per me è tutto, di fermarmi con il sorriso di chi ha appena capito l'angolazione giusta.
Questa pagina è un cantiere aperto, non una vetrina finita.
La riempirò piano, come cammino: oggi una crepa, domani un ferro arrugginito, la prossima volta un corridoio di un edificio abbandonato dove la luce entra solo da una feritoia. Non metterò tutto insieme, aggiungerò un'immagine alla volta, quando sarà davvero quella che mi ha fatto fermare.
Non cerco di spiegare, cerco di tenere traccia. Di dove si è posato l'occhio, di quel rapporto tra ruvido e liscio che continua a tornarmi davanti.
Se ripassi tra qualche giorno, probabilmente troverai una texture in più. La stessa che ieri non avevo ancora visto.
Perché pubblico sempre colore e bianconero
Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.
Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.
Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.
E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.
***
Nel vecchio ufficio postale di Valstagna la corrispondenza non arriva più, ma la natura sì: dove un tempo si infilavano lettere e bollette, ora spunta una felce che sembra voler rispondere a tutti. Lo scarico della grondaia fa il suo dovere con una disciplina quasi comica, mentre le sbarre, un tempo ferree guardiane, oggi proteggono solo un riflesso distratto. La scena ha un’ironia gentile: la vita che insiste, l’architettura che cede, la luce che annota tutto con la calma di un impiegato postale in pensione.
Una piccola lezione: la realtà non smette mai di scrivere,
anche quando noi abbiamo smesso di spedire.
(Valstagna - Valbrenta 2026)
In monocromatico questa immagine diventa una lama sottile.
Il vecchio ufficio postale di Valstagna non parla più di lettere, ma di resistenza: la felce che nasce dalla fessura dove si infilava la posta è una risposta ironica alla burocrazia del tempo. Il tubo della grondaia scende come una linea severa, verticale, quasi un punto esclamativo; le sbarre riflettono il mondo esterno come un’eco imprigionata.
Io la sento tagliente perché la luce non accarezza, incide. Ogni tono di grigio è una parola breve, ogni ombra una pausa netta. La fotografia diventa un documento di sopravvivenza: la natura che scrive dove l’uomo ha smesso di comunicare.
(Valstagna - Valbrenta 2026)
Davanti a questa foto mi viene da sorridere piano. Non c’è nulla, eppure c’è tutto. Tre superfici che si sfiorano: il metallo rigato, il cemento che porta i segni del tempo, il legno truciolato con un graffito azzurro che sembra un pensiero lasciato a metà.
Io la guardo e sento il silenzio delle cose. Il muro non racconta, trattiene.
Il segno sul legno è un gesto umano che si perde tra le trame, come una parola
che non ha bisogno di essere capita. È lì che l’astratto diventa quotidiano:
nel punto in cui la materia si fa linguaggio e il vuoto diventa voce.
(Castelfranco 2025)
Quando parlo di memoria visiva delle superfici, penso a come ogni muro, ogni trama, ogni graffio diventa archivio. In questa immagine lo sento chiaramente: il cemento, il metallo, il legno, ognuno conserva un tempo diverso. Il bianco e nero li mette sullo stesso piano, come se fossero pagine di uno stesso diario.
Io non vedo solo materia, vedo ricordi sedimentati. Il
segno sul legno è una voce che ha attraversato il tempo, il cemento è una pelle
che ha assorbito luce e pioggia, il metallo è la linea che tiene insieme tutto.
La fotografia diventa così un modo per leggere la memoria delle cose, non per
raccontare la mia.
Ogni superficie è una frase scritta dal tempo, e io mi limito a leggerla con la luce.
(Castelfranco 2025)
Mi fermo davanti a questa immagine come davanti a un piccolo enigma quotidiano. Un muro ruvido, quasi lunare, e una barra di ferro che lo attraversa come una linea di pensiero. E poi quel braccialetto azzurro, fragile, umano, che pende come un ricordo rimasto impigliato.
Mi colpisce il contrasto: il cemento parla di tempo, di erosione, di materia che resiste; il braccialetto invece è effimero, leggero, quasi un segno di passaggio. È come se qualcuno avesse lasciato lì la propria traccia, un frammento di vita in mezzo all’astratto. In quel punto preciso, il rapporto tra ruvido e liscio, tra ferro e plastica,diventa dialogo. Non c’è più paesaggio, c’è solo relazione, e io mi ritrovo a fotografare proprio quella tensione silenziosa. (Castelfranco 2025)
In monocromatico questa immagine diventa quasi una meditazione sulla materia pura. La parete, privata del colore, rivela la sua pelle: un paesaggio tattile di crateri e rilievi, come una luna domestica. Il ferro, ora nero e compatto, taglia la scena con una precisione chirurgica, una linea che divide e tiene insieme. E quel piccolo nastro chiaro, sospeso, diventa un segno fragile di presenza umana, un respiro nel silenzio minerale.
Il bianco e nero spoglia tutto, lascia solo densita e luce. La percezione si concentra sul ritmo delle ombre, sul modo in cui la luce scivola sul cemento e si ferma sul ferro. È lì che l’astratto si compie: non c’è più oggetto, solo relazione tra superfici, tra pieni e vuoti, tra tempo e materia. (Castelfranco 2025)
Davanti a questo muro mi muovo come dentro una partitura: ogni grata, ogni lastra, ogni ferita dell’intonaco è una pausa o un respiro. Non guardo più il muro, lo percorro. (Setteville 2026)
Nel bianco e nero il muro smette di essere materia: diventa pelle cosmica, memoria che pulsa. Cammino tra le sue ferite come tra costellazioni spente, e ogni segno è una voce che mi chiama da un’altra epoca. (Setteville 2026)
Lunedì, mentre gli altri cercavano riflessi e simmetrie, io ho trovato una guerra.
Su un muro di Setteville, una nave spaziale cercava di fregarci gli spritz, ma a destra un gruppo di marziani in groppa a cavalli alieni la stava già respingendo.
Uno di loro aveva persino un falco appoggiato sul destriero, come fosse il capo della resistenza.
Ho scattato d’istinto, non era una foto, ma un reportage di quartiere intergalattico.
Alano di Piave 2026
Nel monocromo la guerra di Setteville non è più un evento: è un’ipotesi.
Quando le vecchie case abbandonate si arrendono al tempo,
diventano quadri naturali, dove l’umidità dipinge i muri e il silenzio racconta
storie dimenticate. (Castelfranco 2025)
Le vecchie case abbandonate non si arrendono, si spogliano. Diventano tavole di grigi dove il tempo incide al posto dell'umidità, e la luce radente scolpisce i muri. Non c'è più colore a raccontare, resta solo il silenzio che trattiene storie dimenticate. (Castelfranco 2025)
In questo scatto è stato il colore a fermarmi. Quel blu petrolio così profondo che si appoggia sulla pietra calda, quasi a volerla proteggere. Mi piace come la luce riflessa dalla tenda vada a colorare leggermente il bordo del muro, creando un legame tra due mondi diversi. È una sensazione di armonia cromatica che solo certi angoli nascosti delle nostre città sanno regalare se sai dove guardare. (Castelfranco Veneto 2025)
Mentre camminavo per Castelfranco, sono rimasto colpito da questo incontro. Da una parte la forza ruvida del muro, segnato dal tempo, dall'altra la morbidezza quasi teatrale della tenda. In bianco e nero tutto sparisce tranne questa sfida tra superfici: il tocco freddo della pietra contro la piega morbida del tessuto. Mi trasmette un senso di silenzio e di attesa, come se dietro quel drappo ci fosse una storia ancora da svelare. (Castelfranco Veneto 2025)
Non l'ho cercata. Stavo solo camminando dove di solito non
si guarda.
Mi ha fermato questa porta. A sinistra una figura che sembra
ballare con un tamburo, a destra una macchia che non vuol dire niente. In
mezzo, vernice che si stacca, ruggine, la scritta TELECOM lasciata da chissà
chi.
Non è un soggetto, è un rapporto. Tra il metallo che resiste
e l'intonaco che cede. Tra il segno voluto e quello che il tempo ha deciso.
È per questo che torno a casa senza monumenti.
(2025 Castelfranco)
L'ho vista a colori e mi ha fermato. L'ho riguardata in bianconero e ho capito perché. Non è la figura che balla, non è la macchia sul muro. È lo spazio tra le due cose. Non cerco il soggetto, cerco il rapporto. Tra ruvido e liscio. (2025 Castelfranco)
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