11 giugno 2026

Come l'astratto mi ha tolto dai paesaggi

 


"non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio."

Prima c'era una meta. Un modellino, un tramonto, una piazza famosa, una cascata, gente in una via affollata. 

Partivo per il paesaggio e sapevo già cosa volevo portare a casa. Poi ho cominciato a interessarmi all'astratto e qualcosa ha girato. Non l'idea, l'occhio. 

Adesso cammino per ore nei centri storici, posti pieni di cose da vedere assolutamente, e torno con quasi niente di tutto quello. Torno con una crepa verticale su un muro di cemento e una tenda scura che le risponde, con due superfici che si sfidano in silenzio. Torno con la luce radente che fa del cemento una tela, con l'ombra di un segnale che ridisegna l'intonaco meglio di qualsiasi affresco.

All'inizio non sapevo se fosse un dono o un problema. Sono rimasto dieci minuti davanti a un manifesto strappato, a un ferro arrugginito, a una finestra rotta, a un muro scrostato che la maggior parte della gente non nota nemmeno. 

Poi è arrivato l'urbex: edifici abbandonati, capannoni vuoti, corridoi dove l'intonaco si stacca a scaglie e la luce entra solo da una feritoia. 

Mi chiedo spesso perché dovrei fare centinaia di chilometri per cercare lo spettacolare, quando la cosa che davvero mi ferma può essere una parete a due passi da casa. La risposta ce l'ho nelle foto che pubblico: non cerco il soggetto, cerco il rapporto. tra ruvido e liscio. 

Il lato negativo è che sono diventato un pessimo turista. È ridicolo tornare da una cittadina bella e mostrare solo intonaci, cancelli, reti, un vecchio calciobalilla dimenticato sotto un portico freddo. 

Il lato buono è che la vita si è arricchita. Perché ovunque vado c'è sempre qualcosa che parla a bassa voce. Una texture che ha voce, un contrasto che scolpisce, un'attesa che non ha bisogno di persone. 

E allora mi succede spesso, davanti a quel niente che per me è tutto, di fermarmi con il sorriso di chi ha appena capito l'angolazione giusta. 


Questa pagina è un cantiere aperto, non una vetrina finita.

La riempirò piano, come cammino: oggi una crepa, domani un ferro arrugginito, la prossima volta un corridoio di un edificio abbandonato dove la luce entra solo da una feritoia. Non metterò tutto insieme, aggiungerò un'immagine alla volta, quando sarà davvero quella che mi ha fatto fermare.

Non cerco di spiegare, cerco di tenere traccia. Di dove si è posato l'occhio, di quel rapporto tra ruvido e liscio che continua a tornarmi davanti.

Se ripassi tra qualche giorno, probabilmente troverai una texture in più. La stessa che ieri non avevo ancora visto.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.


Quando le vecchie case abbandonate si arrendono al tempo, diventano quadri naturali, dove l’umidità dipinge i muri e il silenzio racconta storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

Le vecchie case abbandonate non si arrendono, si spogliano. Diventano tavole di grigi dove il tempo incide al posto dell'umidità, e la luce radente scolpisce i muri. Non c'è più colore a raccontare, resta solo il silenzio che trattiene storie dimenticate. (Castelfranco 2025)

In questo scatto è stato il colore a fermarmi. Quel blu petrolio così profondo che si appoggia sulla pietra calda, quasi a volerla proteggere. Mi piace come la luce riflessa dalla tenda vada a colorare leggermente il bordo del muro, creando un legame tra due mondi diversi. È una sensazione di armonia cromatica che solo certi angoli nascosti delle nostre città sanno regalare se sai dove guardare.   (Castelfranco Veneto 2025)

Mentre camminavo per Castelfranco, sono rimasto colpito da questo incontro. Da una parte la forza ruvida del muro, segnato dal tempo, dall'altra la morbidezza quasi teatrale della tenda. In bianco e nero tutto sparisce tranne questa sfida tra superfici: il tocco freddo della pietra contro la piega morbida del tessuto. Mi trasmette un senso di silenzio e di attesa, come se dietro quel drappo ci fosse una storia ancora da svelare.    (Castelfranco Veneto 2025)


Non l'ho cercata. Stavo solo camminando dove di solito non si guarda.

Mi ha fermato questa porta. A sinistra una figura che sembra ballare con un tamburo, a destra una macchia che non vuol dire niente. In mezzo, vernice che si stacca, ruggine, la scritta TELECOM lasciata da chissà chi.

Non è un soggetto, è un rapporto. Tra il metallo che resiste e l'intonaco che cede. Tra il segno voluto e quello che il tempo ha deciso.

È per questo che torno a casa senza monumenti.

(2025 Castelfranco)


L'ho vista a colori e mi ha fermato. L'ho riguardata in bianconero e ho capito perché. Non è la figura che balla, non è la macchia sul muro. È lo spazio tra le due cose. Non cerco il soggetto, cerco il rapporto. Tra ruvido e liscio.   (2025 Castelfranco)



Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati









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