Per anni ho inseguito gli
scatti che restano.
Certi momenti però non si fanno incorniciare: chiedono l’inchiostro, non l’otturatore.
Questo è uno di quelli. Ha l’odore dell’acqua alta e della colla da rilegatore, il suono di una barcarola alle sei di sera.
È la storia di due persone. Ed è la storia di un libro.
Un Gozzano rilegato in tela blu notte che sparisce, brucia, ritorna senza farsi trovare.
Si muove tra Venezia e due date che non smettono di chiamarsi: 3 gennaio e 7 gennaio.
Se entrate, chiudete piano la porta. La stufa ticchetta già.
Mi piace raccontare
storie.
E questa che segue non fa eccezione: è la conseguenza di un incontro con una persona che avevo già incontrato in una vita passata, un ritorno inatteso, una linea che si riannoda senza chiedere permesso.
Quindi, perché non raccontarle?
Le storie, quando bussano, vogliono solo questo: essere lasciate entrare.
“Ai 3 Gennaio.
Ai 7 Gennaio”
Oggi
Io: 7
gennaio 1947
Lei: 3
gennaio 1976
Quasi 30
anni di differenza. Non ci siamo mai sposati, ma continuiamo a cercare lo
stesso libro.
Noi,
prima
Io: nato
7 gennaio 1897, rilegatore in calle della Mandola, Venezia
Lei:
nata 3 gennaio 1906, studentessa di canto al Conservatorio Benedetto Marcello,
figlia di un vetraio di Murano
3
gennaio 1928 - Ponte dei Barcaroli, ore 17:00
Acqua
alta leggera. Io sono in ginocchio a salvare libri dalla bottega allagata. Lei
passa con le scarpe in mano.
Vede il
Gozzano gonfio tra le mie mani.
“È mio!”
sulla prima pagina c’è scritto a matita: Chiara, 3/1/28, Venezia.
Lei: “Se
me lo ridai così, muore domani. Se me lo rileghi, vive.”
Io:
“Torna tra tre giorni. Porta qualcosa di asciutto da metterci dentro.”
7
gennaio 1928 — il mio 31° compleanno
Lei
torna con una foto trovata al mercato: un’alba sulla laguna. Sotto: “per chi
lega i libri e le vite”.
Io le
consegno il Gozzano rilegato in tela blu notte, identica al suo foulard. Dentro
ho nascosto il negativo di quella foto.
1928-1929
Ogni
martedì alle 18 ci vediamo al Caffè Florian, tavolo vicino alla stufa. Nessun
fidanzamento, nessun matrimonio. Solo il patto: io un libro rotto, lei una
canzone rotta.
Novembre
1929
La
bottega chiude. Parto per Trieste per lavorare al porto. L’ultima sera non al
Florian, ma sul ponte dell’Accademia alle 5 del mattino.
Lei mi dà il libro: “Tienilo tu. Così hai una scusa per tornare.”
Io non
torno per quasi nove anni.
Chiara
tiene il libro fino al bombardamento del 1943 su San Basilio. La casa brucia,
il Gozzano resta dentro. Lei si salva solo col foulard blu.
18
ottobre 1938, ore 18:00. Caffè Florian.
Sono
tornato da Trieste da una settimana. Ho 41 anni, le mani ancora sporche di
colla ma più lente. Lei ne ha 32, insegna canto ai bambini.
Io sono
già al tavolo interno della sala degli specchi. Sul tavolo non c’è il libro
blu, quello è perduto da cinque anni a venire, ma voi non lo sapete ancora, c’è
solo una tazzina vuota per lei.
Lei
entra alle 18:07, foulard blu notte annodato, cappotto che non toglie.
Chiara:
“Hai salvato il mio libro o l’hai ucciso definitivamente?”
Io:
(sorrido, è la stessa frase del 1928) “L’ho salvato. Non so se ti piacerà come
l’ho vestito.”
Chiara:
“Non ce l’hai più, vero? L’hai lasciato a Trieste.”
Io:
“L’ho lasciato a Venezia. Con te.”
Ordina
un caffè corretto. Il cameriere non ti riconosce più.
Io:
“Sono tornato per il mio compleanno in ritardo. Ne ho fatti quarantuno a
gennaio.”
Chiara:
“E io trentadue. Mi hai fatto aspettare nove anni per una canzone.”
Si china
e mi canta sottovoce, come allora, due versi di barcarola. La voce non trema
più per il freddo.
Chiara:
“Perché sei tornato?”
Io:
“Perché le storie si rompono. Qualcuno deve rimetterle insieme.”
Chiara:
“E le persone?”
Io:
“Quelle sono più difficili. Non tengono la colla.”
Lei
ride, mette la mano sulla tua un secondo.
Chiara:
“Allora rifacciamo il patto. Ogni martedì alle sei, qui. Fino a quando dura.”
Io: “Al 3
gennaio.”
Chiara:
“Al 7 gennaio.”
Fuori
suona Santo Stefano. Dentro, negli specchi, sembriamo di nuovo quelli del 1928.
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ADESSO
Il libro
blu non l’abbiamo più ritrovato in quella vita. E non l’abbiamo ritrovato
nemmeno in questa. Ma ogni gennaio, tra il 3 e il 7, uno dei due sente odore di
colla fresca a Venezia, anche stando a Marostica.
Non ci
siamo sposati allora, non ci siamo sposati ora. Forse perché il nostro lavoro
non è chiudere, ma ritrovarci.
E la
speranza è semplice: che ci sia una prossima vita. Magari nasceremo entrambi a
gennaio, a pochi giorni di distanza. Magari lei farà la rilegatrice e io porterò
le foto. Magari non ci sarà nemmeno Venezia, ma ci sarà un tavolo, una stufa
che ticchetta, e qualcuno che dice per primo:
“Al 3
gennaio.”
E
l’altro risponderà: “Al 7 gennaio.”
Senza
ricordare perché, ma sapendo esattamente cosa significa.
2026 Sergio Sartori
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