25 giugno 2026

DOVE NON PRENDE IL NERO



“come un ricordo”

Non so esattamente quando ho iniziato a tornare in luoghi che non mi appartenevano più. Forse è successo il giorno in cui ho capito che certi silenzi non si ascoltano: si attraversano. Ricordo il caldo, prima di tutto. Un caldo che non aveva stagione, che non veniva dal cielo ma dai muri stessi, come se gli edifici respirassero ancora, lenti, ostinati. La vegetazione non cresceva: tratteneva. Sembrava custodire qualcosa che non voleva lasciare andare.

La prima volta che entrai nella chiesa del manicomio, non cercavo niente. Stavo solo camminando, come faccio quando non so dove mettere i pensieri. Il pavimento era coperto di polvere e luce, e il rosone lasciava cadere un’ombra che sembrava un orologio rotto. Fu lì che vidi il libro da messa, aperto come se qualcuno l’avesse lasciato cadere un attimo prima. Dentro, il negativo del granchio.

Non lo capii subito. Lo presi in mano e il punto bianco al centro mi guardò come un occhio che non voleva giudicare. Era un difetto, forse. O forse no. Sembrava un luogo dove il nero non aveva voluto posarsi, un rifiuto, una piccola ribellione della luce.

Da quel momento, ogni stanza che attraversavo sembrava parlare la stessa lingua. I letti arrugginiti, le celle con il lavandino, le sedie coperte dalla pianta che si era seduta ad aspettare, le scritte sui muri che non chiedevano perdono. Ogni oggetto era un indizio, un frammento di una storia che non avevo vissuto ma che, in qualche modo, mi stava scegliendo.

E poi c’era lui. Il ragazzo che disegnava granchi. Non l’ho mai incontrato, ma l’ho visto ovunque: nei fogli sparsi, nei segni incisi con l’unghia, nel modo in cui certe porte sembravano chiudersi più forte, come per trattenerne il ricordo. La suora che suonava l’organo, invece, l’ho immaginata. La vedo ancora spingere sui pedali per coprire il tremore del coro, come se il suono potesse tenere insieme ciò che la vita aveva lasciato andare.

Quando ho trovato il graduale aperto sul Dies Irae, con l’ostia incollata sopra il punto bianco, ho capito che non stavo più fotografando un luogo. Stavo fotografando una ferita. Una ferita che non si era mai chiusa.

Questo racconto nasce da lì: dal bisogno di seguire quella traccia, quel passo laterale, quel piccolo assoluto che resiste al tempo. Non è un’indagine, non è un reportage. È un ritorno. Un modo per camminare dentro un ricordo che non è mio, ma che mi ha riconosciuto.

E se decidi di entrare anche tu, fallo piano. Non per rispetto, per ascolto. Perché qui, dove il nero non prende, tutto ciò che resta è vivo.

 

“il racconto”

Cammino dove il nero si ferma. La navata è un respiro trattenuto, un luogo che non vuole essere disturbato. La luce entra dall’alto come un pensiero che non sa dove posarsi. Il rosone proietta un’ombra che sembra un orologio rotto.

Fuori, il sentiero si apre in più direzioni. Il parco è vasto, disseminato di edifici come isole: alcuni bassi, altri stretti, altri ancora nascosti dietro la vegetazione che trattiene il caldo invece di disperderlo. Ogni struttura sembra avere un proprio respiro.



Il primo edificio è lungo, con finestre alte e muri scrostati che mostrano strati di vernice come pagine sovrapposte. Dentro, il corridoio sembra non finire mai. Ogni porta è un respiro trattenuto. Ogni stanza un frammento.


In una stanza trovo un letto arrugginito, piegato come un animale ferito. In un’altra, un lavandino minuscolo, incastrato in una cella che sembra fatta per contenere un pensiero più che una persona. 



Più avanti, un'altra stanza. Sul letto, un libro aperto. La polvere lo ha trasformato in un oggetto sacro, anche se non lo è. Sembra che qualcuno l’abbia lasciato lì un attimo prima.

In un altro edificio, una poltrona per infermi con un manifesto. La poltrona guarda il manifesto come si guarda un ricordo che non torna.

Le scritte sui muri sono ovunque. Non urlano. Non chiedono perdono. Sono lì da così tanto tempo che sembrano parte dell’intonaco, come vene sotto pelle.


Poi c’è la scala. Sale, ma non porta in alto: porta altrove. Ogni gradino è un suono secco, come se ricordasse ogni passo che l’ha attraversato.

In uno degli edifici centrali trovo pellicole e lastre. Sono disposte come reliquie, come se qualcuno avesse voluto conservarle con cura. Sul pavimento, una pellicola srotolata: un nastro di memoria che nessuno ha riavvolto.



E in mezzo a tutto questo, ovunque, c’è lui. Il ragazzo che disegnava granchi. Non l’ho mai incontrato, ma è in ogni edificio, in ogni stanza, in ogni traccia. I suoi fogli sono briciole. I suoi segni incisi con l’unghia sono sulle porte, sui tavoli, sui muri. Il punto bianco al centro dei suoi disegni è sempre lo stesso: un rifiuto del nero, un piccolo assoluto che resiste.




La suora che suonava l’organo la immagino ancora. La vedo spingere sui pedali per coprire il tremore del coro, come se il suono potesse tenere insieme ciò che la vita aveva lasciato andare.


Una notte, il ragazzo scese nel laboratorio fotografico — uno degli edifici più lontani, quello con le finestre coperte da assi. La luce rossa non illuminava: sospendeva. L’acqua tremava nella bacinella come se ricordasse qualcosa. Il granchio emerse piano, come un pensiero che non vuole essere detto. Il punto bianco era intatto, un piccolo assoluto che nessuna ombra poteva toccare.

La suora lo vide. Non parlò. Portò il negativo nella chiesa, l’unico edificio che sembrava ancora trattenere un senso di ordine, aprì il graduale sul Dies Irae e posò un’ostia sopra il punto bianco. Un gesto che era barriera e preghiera insieme.



Poi venne il silenzio. Quello vero. Quello che non si muove più.

Il ragazzo non rispose all’appello. La suora lasciò il velo su una sedia. Gli edifici rimasero soli. 

Il parco intero si chiuse come un occhio che non vuole più vedere.




Molto tempo dopo, quando i cancelli si aprirono per restauri e tetti nuovi, trovarono il libro. Trovarono il granchio. Il bianco era ancora lì, intatto. Il nero intorno aveva ceduto, come cedono le cose che hanno visto troppo.

Qualcuno lo staccò. Qualcuno lo mise in una busta. Qualcuno lo fotografò.

Ora gira. Di mano in mano, di schermo in schermo. E ogni volta che qualcuno lo guarda, il mondo si inclina. Il passo diventa laterale. Il respiro si fa più lento.

Perché c’è un punto, piccolo, duro, segreto dove il giudizio non prende. Dove nessuno ti pesa. Dove nessuno ti conta. Dove si cammina come i granchi: non per fuggire, ma per attraversare il mondo da un’altra direzione.


“ dove il passo si ferma, ma non finisce”

Quando esco, il caldo è lo stesso di quando sono entrato, ma non mi pesa più. È come se il luogo avesse deciso di restituirmi il respiro che mi aveva trattenuto. Mi volto un’ultima volta verso la chiesa: non sembra più un edificio, sembra un pensiero che continua anche senza di me.

Il sentiero è lo stesso, ma non lo riconosco. La vegetazione si richiude piano, come se volesse cancellare le mie orme. Le finestre, viste da fuori, non sembrano più finestre: sono occhi che hanno smesso di guardare e ora ricordano.

Cammino lento, senza fretta. Ogni passo è un ritorno, ma non verso casa: verso qualcosa che non so nominare. Il negativo del granchio è ancora nella mia tasca. Lo sento rigido, fragile, vivo. Il punto bianco sembra pulsare, come se avesse un ritmo suo, indipendente dal mio.

Mi fermo sotto un albero. La luce filtra tra le foglie e per un attimo ho l’impressione che tutto ciò che ho visto là dentro non sia finito, ma si sia semplicemente spostato. Che continui a muoversi, a respirare, a cercare un modo per non scomparire.

Forse è questo che fanno i luoghi quando li lasci: non ti seguono, ma ti restano addosso. Si infilano nelle tasche, nei pensieri, nelle fotografie che non hai ancora scattato.

Riprendo a camminare. Il mondo fuori è lo stesso, ma io no. E mentre il sentiero si allontana dalla chiesa, capisco che non sto davvero uscendo: sto solo cambiando direzione.

Un passo di lato. Sempre quello. Il passo dei granchi. Il passo di chi ha visto un punto dove il nero non prende e non può più ignorarlo.

E so che tornerò. Non per cercare qualcosa, per ascoltare ciò che non ho ancora sentito. Perché certi luoghi non finiscono quando li lasci: finiscono quando smetti di ricordarli. E io, questo, non voglio dimenticarlo.


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