07 aprile 2026

Atto III - NIGI: L’Anatomia del Vuoto

 


 Prefazione

Entrare nella NIGI è come entrare in un ricordo che non appartiene più a nessuno. Un tempo qui si tagliavano tessuti preziosi, si cucivano capi destinati alle grandi firme, si costruiva bellezza con gesti ripetuti e precisi. La moda passava di qui, ma non lasciava tracce: usciva perfetta, pulita, luminosa.

Oggi la fabbrica mostra il suo rovescio. Il ventre è nudo, le stanze sono vuote, le luci spente. La perfezione che un tempo si produceva qui è diventata polvere, muffa, silenzio.

In questo spazio abbandonato, la presenza umana — il mio compagno di esplorazioni — diventa un punto di misura, un corpo che attraversa un luogo che non gli appartiene più. E tra i vetri rotti, una figura sfocata appare come un’eco: non un fantasma, ma un frammento di memoria che resiste.

Questo capitolo è un attraversamento del dentro: la NIGI come non l’ha mai vista nessuno.

 Ho varcato la soglia. La sbarra rossa e bianca è ormai alle mie spalle, e con lei l'immagine filtrata dei cancelli chiusi. Quello che si apre davanti ai miei occhi non è un semplice spazio vuoto, ma un organismo spogliato della sua funzione.

L'aria qui dentro è ferma, densa di polvere e umidità. L'eleganza delle collezioni che un tempo sfilavano nel mondo si è dissolta, lasciando il posto a una nuda e cruda architettura di cemento e marmo. Ma il silenzio non è totale. In queste stanze la storia continua a parlare attraverso le sue ferite: i macchinari che tacciono, i bozzetti dimenticati, le tracce del passaggio umano e le cicatrici dell'abbandono.

Sono entrato per documentare, ma mi accorgo che sto eseguendo un’anatomia. Sto sezionando il declino, cercando i nervi metallici che i ladri di rame hanno strappato e i luoghi dove la disperazione ha trovato un giaciglio. Il "dentro" è un labirinto di spazi vasti e corridoi infiniti, dove ogni dettaglio è un indizio di un tempo che non c’è più e di un tempo che, in modo strano, continua ad esistere.

Benvenuti nel ventre del gigante.

Mi addentro nel cuore operativo. Un’immensità spettrale dove il soffitto a cupola sembra non finire mai. Tra le macerie dei vecchi uffici, una piccola palla bianca sul pavimento è l'unico, assurdo segno di una vita che non c’è più.

Un corridoio tecnico mi sbarra la strada. La grande porta automatica è chiusa, ma non sigillata. In alto, tra i battenti di gomma nera e il telaio rosso arrugginito, una fessura netta lascia passare un raggio di sole accecante. È lo spiraglio attraverso cui l'esterno continua a osservare, implacabile, il declino del dentro.

Mi fermo davanti a una grande porta rossa scorrevole. Accanto, fissata al pavimento, c’è una bilancia industriale a colonna. È spoglia, priva del quadrante, un occhio metallico tondo che non pesa più nulla da decenni. Ai suoi piedi, incassato a filo nel pavimento di mattonelle arrugginite, c'è il piatto di pesatura. È il sigillo definitivo: tutto è fermo, e nulla qui verrà più misurato.

 Il pavimento è un tappeto di schegge luccicanti, pieno di vetri rotti che un tempo proteggevano le finestre. Al centro, si staglia un enorme generatore d'aria per il riscaldamento e la climatizzazione: un cuore metallico freddo che non respira più. E poi la rivedo, laggiù, quella piccola palla bianca che mi ha preceduto anche qui, un oggetto assurdo che non riesco a seminare.

Alzando lo sguardo, rimango bloccato. Un pannello del soffitto si è spezzato, e da quello squarcio scende una cascata eterea. Sembra un velo di ghiaccio, o la tela di un ragno gigante. È lana di vetro, l'isolante del tetto che ha perso la sua battaglia e ora si dissolve nell'aria, una cascata di luce e di vuoto che precipita nel cuore della fabbrica.

A volte, l'esplorazione deve deviare dal percorso principale per catturare la bellezza nascosta. Mi fermo davanti a una grande pozza d'acqua scura sul pavimento di mattonelle rosse. È ferma, profonda, un perfetto specchio in cui la fabbrica si riflette al contrario. L'imponente pilastro di cemento e il soffitto frammentato, con i suoi vetri rotti e la luce cupa, si ricompongono qui sotto, nitidi e distorti allo stesso tempo. Non è solo un riflesso, è un tentativo di guardare il vuoto e trovarci una nuova forma di ordine, un istante di calma e di astrazione nel cuore del caos industriale. È il momento in cui l'esplorazione si ferma per un attimo, e la fotografia cerca di catturare l'immateriale.


Cambio punto di vista, ma gli elementi restano gli stessi, come in un labirinto che si ripete. Il generatore d'aria, visto da qui, sembra ancora più massiccio, un relitto industriale abbandonato sul fondale di un porto asciutto. Il mio compagno di viaggio si muove tra i pilastri, una sagoma scura che cerca risposte. macerie. Guardare lo stesso spazio da una direzione diversa non cambia la sostanza: è un silenzio che si moltiplica.

Mi spingo oltre la soglia del salone principale, in un padiglione che sembra infinito. I pilastri di cemento e il soffitto frammentato si estendono a perdita d'occhio

Mi fermo davanti a una delle vetrate dirtiest e broken. Dietro quel vetro frammentato, nel buio di una delle cubicles, c'è una sagoma inquietante, un'ombra indistinta che sembra osservarmi. Un istante di gelo mi attraversa. Che sia un fantasma di chi un tempo lavorava qui, o un abitante clandestino che ha trovato rifugio nel vuoto di questa fabbrica? Il silenzio del "dentro" comincia a popolarsi di voci e di presenze che non riesco a vedere, ma che sento vibrare nell'aria.

 

Mi addentro in quella che era l'anima pulsante della fabbrica: la centrale termica. Qui, dove un tempo si generava il vapore necessario alla produzione, il metallo ha smesso di essere solo funzione ed è diventato forma.


Mi ritrovo davanti a una struttura complessa di tubi e valvole che si intrecciano verticalmente. La luce che piove dall'alto accarezza le superfici metalliche, trasformando questa macchina in una scultura contemporanea. È un'arpa silenziosa che non vibra più, ma che conserva intatta una sua solenne bellezza geometrica.

 

Chiusura dell'Atto III

L'anatomia del vuoto mi ha portato a scoprire che anche nel cuore più tecnico e brutale di una fabbrica esiste una vena artistica, involontaria e potente. Ma mentre mi incanto davanti a queste sculture d'acciaio, i segni del "dopo" iniziano a farsi più frequenti.

Nel prossimo atto: Lasceremo le strutture monumentali per cercare le tracce più fragili e umane. I bozzetti dimenticati, i poster di un'eleganza passata e la cruda realtà di chi, in questo vuoto, oggi cerca di sopravvivere.

 

 

 

 

Dentro la NIGI il tempo non scorre: si deposita. Ogni stanza è un archivio involontario, ogni oggetto un frammento di ciò che era, ogni presenza un riflesso di un passato che non si lascia cancellare.

Ma per capire davvero questo luogo, bisogna guardare più da vicino. Bisogna osservare le superfici, le ossidazioni, le impronte lasciate dal lavoro e dal tempo. Bisogna ascoltare ciò che il metallo ha trattenuto.

Il prossimo capitolo ci porta proprio lì: nelle Ferite di rame, dove la fabbrica racconta ciò che non ha mai detto.

 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati



" Atto I - NIGI: Anatomia di un declino"

 


Prefazione

Prima di entrare, ho imparato a guardare. La fabbrica non si offre subito: si lascia avvicinare, si lascia intuire, si lascia ascoltare da fuori. Ogni mio passo verso di lei è stato un passaggio di stato: dalla strada al silenzio, dal silenzio alla soglia, dalla soglia al corpo dell'edificio.

In questo primo capitolo, la mia fotografia non è solo documentazione, ma Urban Exploration: un’archeologia del presente che cerca la bellezza dove il mondo ha smesso di produrre. Quello che resta fuori è già un racconto: un luogo che ha smesso di cucire abiti per le grandi firme, ma non ha smesso di parlare.

Esplorare significa rispettare il respiro di questi giganti stanchi. Questo primo sguardo è un attraversamento lento, un modo per preparare il mio occhio al "dentro", cercando nei volumi esterni e nei cancelli chiusi le tracce di chi, per anni, ha varcato quella soglia per creare bellezza.

Il mio viaggio si ferma ancor prima di iniziare. L’asfalto, consumato e crepato, si interrompe bruscamente davanti a un ostacolo fisico e simbolico.

Mi fermo davanti alla tettoia geometrica che taglia il cielo. Un tempo qui si decideva chi entrava e chi restava fuori; oggi quelle forme rigide sono sentinelle di un regno che non produce più nulla, se non silenzio.

Giro attorno ai volumi di mattoni rossi. Il piazzale è un deserto di cemento dove la vegetazione inizia a sollevare l'asfalto. Le scritte "Centrale Idrica" sono i resti di una grammatica industriale ormai dimenticata.


Sotto l'ala pesante di cemento scrostato, cerco un varco. I graffiti e il bitume che si sfalda come pelle vecchia segnano il confine definitivo tra la strada e l'abbandono


Un dettaglio mi blocca: un foro netto nella tapparella bianca. È un piccolo occhio scuro che rompe la perfezione geometrica dei mattoni, l'esatto momento in cui il fuori è riuscito a violare il dentro.

La facciata di mattoni rossi è quasi soffocata da un sipario di thuje giganti. Le iconiche "onde" di cemento del tetto spuntano tra il verde come il dorso di una creatura preistorica addormentata.

Una prospettiva vertiginosa. La fila dei tetti a shed si allunga a perdita d’occhio verso l'orizzonte, una sequenza infinita di archi che un tempo ospitava il frastuono dei telai e oggi custodisce solo il vuoto.

Dove la vegetazione si dirada, la fabbrica mostra la sua pelle nuda. Tra l’asfalto consumato e una linea gialla sbiadita che non guida più nessuno, i graffiti bianchi e rosa sono le uniche voci rimaste a segnare il tempo.

Il mio viaggio all'esterno si conclude dove un tempo risiedevano la rappresentanza e il prestigio.  Mi fermo davanti alla grande vasca circolare. Al centro una scultura bianca si staglia come un totem abbandonato tra i pioppi spogli. Un tempo l’acqua danzava per accogliere gli ospiti; oggi resta solo un’architettura spettrale che affonda nelle sterpaglie.

Salgo idealmente i gradini di marmo che portano agli uffici. Le grandi vetrate, un tempo trasparenti e piene di luce, oggi sono schermi neri di polvere e vetri infranti. È il volto ferito di una direzione che ha smesso di guidare.

Un dettaglio mi blocca: un arbusto secco che spacca la pietra proprio al centro della gradinata. È l’immagine finale, la più potente: la natura che mette il suo sigillo, riprendendosi con pazienza ciò che il cemento le aveva sottratto.


Fine del Primo Atto: La Soglia è Varcata

L'esterno della NIGI mi ha parlato di attesa e confini. Ma oltre quei vetri infranti, il silenzio si fa denso e rivela una realtà che non avrei saputo immaginare. Questo è solo l'inizio.

Nei prossimi capitoli, entreremo nel cuore di quello che fu un impero del tessile. Vi porterò dove:

  • Il genio resiste: tra bozzetti e poster di collezioni che hanno sfilato nel mondo.
  • Le macchine tacciono: testimoni di un'epoca di produzione incessante.
  • L'ombra agisce: dove i ladri di rame hanno spogliato il gigante dei suoi nervi metallici.
  • L'umanità si nasconde: tra i giacigli di chi ha trovato rifugio nell'abbandono.

Fino a ciò che resta davvero: i rifiuti di un sogno industriale.

Non restare fuori. > Segui il blog e iscriviti per non perdere i prossimi capitoli. Il viaggio nel ventre della NIGI è appena cominciato.

 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


02 aprile 2026

CIÒ CHE MI SFIORA

 

 

Non fotografo ciò che vedo, ma ciò che mi tocca. 

A volte è un’ombra, altre volte un rumore, un odore, 

un pensiero che arriva senza bussare. 

Sono sensazioni minime, quasi impercettibili, 

ma abbastanza forti da attraversarmi. 

  

Prefazione

Ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati, ma attraversati. Spazi che non trattengono il passato, ma custodiscono ciò che ancora vibra, come un respiro che non si è arreso alla polvere.

n questi ambienti feriti ho imparato a non cercare storie, ma presenze. A volte un volto che si lascia intravedere dietro un velo lacerato, a volte un corpo che si offre alla luce come un gesto di fiducia. Altre volte solo un’ombra, un movimento minimo, un’apparizione che dura il tempo di un battito. 

Ho capito che la presenza non è un fatto, ma un movimento: un entrare e uscire, un trattenersi e un rivelarsi, un dialogo silenzioso tra ciò che resta e ciò che ritorna.

Questa storia è un attraversamento. Un tentativo di ascoltare ciò che non parla, di vedere ciò che non si mostra, di riconoscere ciò che continua a vivere anche quando tutto sembra finito.

Alla fine, in uno di questi corridoi, ho incontrato anche me stesso. Non come protagonista, ma come passante.

CIÒ CHE MI SFIORA nasce da qui: dal bisogno di esserci senza rumore.

 

 

«Di questa presenza mi arriva solo un frammento: un occhio che attraversa un velo ferito. Non so se vuole mostrarsi o se sta cercando un riparo. Forse è entrambe le cose. Resto fermo, in ascolto, come se quel piccolo varco fosse un invito a rallentare, a non pretendere tutto. C’è una delicatezza in questo apparire incompleto, una timidezza che mi disarma. È una presenza che non chiede di essere vista, ma che esiste comunque, ostinatamente, nel suo piccolo spazio di luce.»


«Io sono dentro, lui è fuori. Tra noi c’è un vetro, un confine sottile che separa due silenzi. Non so se sta guardando me o se sta guardando qualcosa che io non vedo. La sua immobilità pesa, come se contenesse una domanda che non riesco a decifrare. È una presenza che non entra, che non invade, ma che insiste. E in quella distanza sento qualcosa di familiare: la paura di avvicinarsi, la tentazione di restare sul margine.»


«Qui la presenza non si nasconde più. Si lascia attraversare dalla luce, come se il luogo stesso l’avesse chiamata. Il corpo è piccolo rispetto allo spazio, eppure lo riempie. Non c’è posa, non c’è volontà di essere guardata: c’è solo un’esistenza semplice, fragile, necessaria. È un’apparizione che non pretende nulla, ma che trasforma tutto. E io resto a osservare come la luce costruisce un nuovo ordine, un nuovo centro.»


«Due presenze si guardano senza toccarsi: una fissata per sempre, l’altra viva, vibrante, in movimento. È come assistere a un dialogo segreto tra ciò che è stato e ciò che è ancora possibile. La fotografia è un ricordo che non cambia più; il corpo nella porta è un respiro che continua a mutare. Io resto fuori, testimone di un incontro che non mi appartiene, ma che mi riguarda. È un passaggio di energia, un ponte tra due tempi che si sfiorano senza sovrapporsi.»


«Qui il corpo diventa un gesto. Non c’è teatralità, non c’è esibizione: solo un atto di ascolto. Le bottiglie brillano come un altare improvvisato, un accumulo di vite passate, di mani che hanno toccato, di storie che non conosco. Lei si inginocchia non per pregare, ma per essere presente. È un momento di quiete, quasi sacro, in cui il luogo sembra accogliere il corpo come un ospite atteso. E io, dietro la macchina, sento di disturbare appena, come se stessi entrando in un rito che non ho il diritto di interrompere.»

«Due presenze, due modi di esistere. Una si apre, l’altra si trattiene. Una accoglie la luce, l’altra la filtra. Una è corpo, l’altra è eco. Mi riconosco in entrambe: nel desiderio di emergere e nella paura di farlo. È come guardare due parti di me che non si parlano mai, ma che convivono nello stesso spazio. E il luogo, con le sue ferite e le sue aperture, diventa il teatro perfetto per questa tensione.»


«Davanti a me c’è un guardiano. Non parla, non si muove, ma occupa lo spazio come un ricordo antico. La sua presenza è pesante,  immobile, inevitabile. La figura nella luce sembra sfidarlo, o forse salutarlo, come se riconoscesse in quel volto qualcosa di familiare. Io resto nel mezzo, sospeso tra due mondi: quello della materia che non cambia e quello del corpo che continua a cercare. È un incontro tra archetipi, tra ciò che resta e ciò che passa.» 

 

«C’è un momento in cui tutto smette di essere lieve. Qualcosa
irrompe, sfonda la superficie, mi costringe a fermarmi. Non è paura, non
del tutto. È la sensazione di essere attraversato da una forza che
non controllo. Anche questo fa parte del mio intervallo. »

  


«Alla fine del percorso, mi ritrovo. Non al centro, non in posa: lontano, piccolo, quasi un dettaglio. Eppure è la mia presenza che chiude il cerchio. Dopo aver cercato presenze ovunque, scopro che ero dentro ogni immagine. Sono un passante, un testimone, un corpo che attraversa luoghi che non gli appartengono ma che lo trasformano. Venezia, con la sua luce e la sua acqua, mi accoglie come un ritorno alla vita dopo il silenzio delle rovine. E capisco che la presenza non è qualcosa che cerco negli altri, ma qualcosa che riconosco in me stesso.»

 

Quando si attraversano luoghi che non ci appartengono, si finisce sempre per lasciare qualcosa dietro di sé. Un passo, un pensiero, un frammento di attenzione. E allo stesso tempo si porta via qualcosa che non si era venuti a cercare.

In questo viaggio ho incontrato presenze che non parlano, ma che sanno farsi sentire. Corpi che emergono dalla luce, ombre che sfiorano i muri, gesti che sembrano sospesi da anni. Ogni spazio mi ha restituito un modo diverso di esistere, un modo diverso di stare al mondo.

Alla fine, senza accorgermene, mi sono ritrovato anch’io dentro questo movimento. Non come figura centrale, non come voce che guida, ma come parte del paesaggio. Un passante tra altri passanti, un corpo tra altri corpi, una presenza tra le presenze.

È questo che porto con me: la consapevolezza che la presenza non è mai un atto di forza, ma un equilibrio fragile tra ciò che offriamo e ciò che accogliamo. Tra il restare e l’andare. Tra il vedere e il lasciarsi vedere.

Esco da questi luoghi con una gratitudine silenziosa. Per ciò che ho trovato, per ciò che non ho capito, e per tutto ciò che continuerà a esistere anche senza di me.

Il viaggio si chiude qui, ma la presenza — quella — continua.


Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati

OMBRE

 


Prefazione

Ombre è un viaggio attraverso luoghi che non parlano più, ma che continuano a trattenere voci, gesti, memorie. Sono spazi abbandonati, feriti, dimenticati, eppure ancora capaci di riflettere ciò che siamo quando nessuno ci guarda. In queste otto immagini, l’ombra non è solo assenza di luce: è presenza, traccia, eco. È ciò che resta quando il tempo passa, quando le persone se ne vanno, quando le storie si spezzano.

Corpi che attraversano soglie, specchi che non restituiscono più un volto intero, corridoi che osservano, scarpe che raccontano passi interrotti, ritratti che sopravvivono al loro proprietario, dediche d’amore che resistono al cemento. Ogni fotografia è un frammento di ciò che non vediamo più, ma che continua a vivere nelle crepe, nei muri scrostati, nei silenzi.

Ombre  è un percorso dentro l’invisibile. Un modo per ascoltare ciò che non ha più voce. Un invito a guardare dove la luce non arriva, perché è lì che spesso si nasconde la verità più fragile. Con Ombre ho voluto attraversare questi spazi sospesi, lasciando che fossero loro a raccontarmi ciò che resta quando la vita li abbandona.


L’abbandono qui non è silenzio: è un’eco. Le pareti, divorate dal tempo, sono diventate un archivio di voci che non vogliono sparire. Il colore dei graffiti sembra un ultimo tentativo di trattenere vita in un luogo che l’ha già dimenticata. E poi, al centro, come un varco, la figura umana: un corpo che si staglia nella luce esterna, quasi un’ombra che ha deciso di uscire dal proprio guscio. Il gesto dinamico, quasi danzato, contrasta con l’immobilità del rudere. È un passaggio, un attraversamento, un “prima e dopo” congelato in un istante.


Un ripostiglio trasformato in confessionale è già un paradosso: un luogo nato per contenere oggetti diventa improvvisamente un luogo che dovrebbe contenere segreti. La porta bianca, consumata dal tempo, sembra quasi non voler più custodire nulla. E poi, sopra il varco, quelle mani che spuntano come un’apparizione contemporanea: non pregano, non chiedono assoluzione. Scattano un selfie. È un gesto che rompe la sacralità, che introduce ironia, che svela la nostra epoca. In questa scena sospesa, Ombre riflette su ciò che confessiamo e su ciò che invece fotografiamo.


Nella stanza di un vecchio ospedale, un gatto osserva silenzioso mentre uno specchio rotto restituisce solo un autoritratto frammentato. È un luogo che non cura più, ma che continua a ferire. Questa immagine parla dell’ombra come identità frammentata: il luogo è un corpo ferito, lo specchio è un volto spezzato, il gatto è l’unica presenza integra. È un dialogo tra ciò che resta e ciò che non può più tornare.


Il lungo corridoio sembra un luogo di passaggio, ma qui il passaggio è bloccato da una folla silenziosa: figure che ricordano Madonne, santi, icone di un sacro che non appartiene più a nessuno. Sono statue che non pregano, non guardano, non proteggono: semplicemente stanno, come reliquie dimenticate. Tra loro, una sola ha un volto vero, umano, quasi inquietante nella sua presenza. È come se la realtà avesse deciso di infiltrarsi tra le copie, rompendo l’illusione. E in fondo, l’occhio: immenso, vigile, quasi giudicante. Non è un dettaglio: è un portale. È l’ombra che ci guarda mentre cerchiamo di guardarla.


Un vecchio manicomio è un luogo che porta addosso un peso: storie non raccontate, vite sospese, silenzi che fanno rumore. In questa stanza, le scarpe abbandonate sono come un coro muto: diverse, consumate, dimenticate. Oggetti che parlano di persone che non ci sono più, di passi interrotti, di identità lasciate indietro.

Il vetro colpito — forse da sassi, forse da rabbia — è un gesto che rimane impresso come una ferita. Una crepa che non si può aggiustare, un segno di violenza o di disperazione.

E poi, in mezzo a tutto questo, una figura luminosa: una ragazza avvolta nella luce, quasi fuori dal tempo. Il suo atteggiamento sbarazzino, leggero, è un contrasto che spiazza. È come se la vita avesse deciso di riaffacciarsi in un luogo che non la merita più, o come se fosse un’apparizione, un fantasma gentile che non ha paura di mostrarsi.


Il soggetto è di nuovo lì, scalzo, in bilico tra due mondi: quello interno, pieno di graffiti, rabbia, parole urlate (“vergognati!”), e quello esterno che non vediamo ma che intuiamo. La porta diventa una cornice, un varco che non è mai neutro. Il corpo, fermo ma non rigido, sembra pronto a muoversi, come se stesse decidendo se entrare o uscire, se affrontare o fuggire.

Questa immagine parla dell’ombra come ritorno necessario: tornare nei luoghi che ci hanno segnato, rivedere ciò che ci ha ferito, affrontare ciò che abbiamo lasciato in sospeso. Il soggetto è un’ombra che torna a guardare le proprie ombre.


Un ritratto lasciato a terra è sempre una storia interrotta. Chi era? Perché è qui? Chi l’ha portato e chi l’ha dimenticato? La cornice, elegante ma fuori posto, sembra quasi chiedere di essere raccolta, mentre il muro arrugginito e le foglie secche raccontano un tempo che non ha pietà.

Questa immagine parla dell’ombra come memoria che non trova più casa. Il ritratto è ciò che resta quando la persona non c’è più. Il luogo abbandonato è ciò che resta quando la storia finisce. Le piante sono ciò che resta quando tutto ricomincia.


Una donna in abito nero percorre un passaggio di cemento, essenziale, quasi monastico. Non vediamo il suo volto: vediamo solo la direzione del suo corpo, che avanza verso un luogo preciso — la tomba di Carlo Scarpa, maestro dell’ombra, della luce, della materia.

Sulla parete, una portina di mobile trasformata in reliquiario poetico: una dedica d’amore scritta a mano, intima, fragile, quasi un sussurro lasciato aperto al mondo. Accanto, una rosa rampicante che cresce nonostante il cemento, nonostante l’austerità dello spazio. È un’immagine che parla di amore, memoria, architettura e pellegrinaggio.


Alla fine di questo percorso, mi accorgo che le ombre non sono mai state solo nei luoghi che ho fotografato. Erano anche dentro di me: nei ricordi, nelle attese, nelle domande che non ho mai smesso di farmi. Ogni immagine è stata un modo per avvicinarmi a qualcosa che non si lascia afferrare del tutto, ma che continua a chiamare.

Ho attraversato corridoi, stanze, rovine, silenzi. Ho incontrato presenze vive e presenze che sopravvivono solo come tracce. Ho guardato ciò che resta quando tutto sembra perduto, e ho scoperto che anche nell’abbandono c’è una forma di resistenza, una bellezza che non chiede di essere capita, solo ascoltata.

OMBRE non è un viaggio concluso. È un passaggio, un varco, un modo per ricordarmi che la luce non esiste senza ciò che la interrompe. E che spesso, proprio nelle zone più incerte, nasce la verità più fragile e più autentica.

Chiudo questo lavoro sapendo che ogni ombra che ho incontrato continuerà a camminare con me. E forse, in qualche modo, anche con chi guarderà queste immagini.


Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati


SOGLIE: Confini tra la realtà e l’immaginazione

 

Prefazione

Esiste un istante, esatto e sottile, in cui l’occhio smette di registrare la materia e inizia a decifrare il sogno. Ho chiamato questo lavoro "Soglie" perché ogni immagine è un confine: un varco aperto tra ciò che resta del mondo — mattoni, polvere, cemento — e ciò che l’immaginazione vi proietta dentro. Attraverso queste dodici tappe, ho cercato il punto di rottura della realtà. Ho cercato guardiani, fantasmi, muse e bestie che abitano lo spazio tra il "qui" e l' "altrove". Questo non è un diario di luoghi, ma un diario di passaggi. Ogni porta è un invito a perdere l'equilibrio.

 Il viaggio inizia in una soffitta dove la luce partorisce una figura eterea. È il primo varco: la materia solida che si dissolve nel movimento.

 

Il primo varco: L’Apparizione

Questa soffitta, un tempo silenzioso mausoleo di mattoni e travi secolari, è il mio punto di partenza per questo nuovo viaggio. Riconosco ogni ruga dell'intonaco grezzo, il peso delle vecchie macerie nell'angolo e la solitudine di quella bottiglia di vino solitaria nella nicchia a sinistra, un frammento di vita ordinaria. Ma lo sguardo si ferma inevitabilmente sulla soglia centrale.

Non è più solo un'apertura verso un'altra stanza. È il confine. La luce che filtra dall'altra parte disegna un mondo diverso, un mondo che, nel momento esatto del mio scatto, ha partorito un'apparizione. Una donna eterea, avvolta in un vestito verde che si dissolve in movimento e luce, sta oltrepassando il limite. Non è una persona reale, non in senso fisico; è un'idea, un sogno sfocato e vibrante catturato a mezz'aria. Il mosso della sua figura, l'effetto "fantasma", non è un difetto, ma l'essenza stessa della sua natura immateriale.

Questa immagine è l'istante in cui la realtà solida e statica della soffitta si scontra con l'impasto fluido e luminoso dell'immaginazione. È la prima Soglia, il primo confine varcato. Il mio viaggio inizia qui, nel punto d'incontro tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, dove una figura di pura luce danza tra mattoni e ombre.

Un lupo mannaro siede sulla soglia di pietra. È il confine tra la civiltà e l'istinto primordiale che ci osserva dall'oscurità.


 
Il secondo varco: Il Guardiano

Questa soglia, incastonata tra mura intonacate che portano i segni di secoli, è un'interfaccia tra il familiare e l'istinto primordiale. Ho inquadrato questa scena in un'antica dimora, dove i muri sono diventati pergamene su cui il tempo ha inciso graffi e fantasmi di affreschi sbiaditi. La porta è una cornice di pietra grezza, che si erge su due solidi gradini. Oltre, si apre un labirinto di corridoi e stanze immersi nell'oscurità, un interno labirintico e misterioso.

Seduto al centro, proprio sulla soglia, c'è il custode di questo passaggio: il "lupo manaro". Non è solo un uomo mascherato; è l'essenza del selvaggio che indossa un gilet e una camicia bianca, un'immagine potente di civiltà che cede il passo all'istinto. La sua maschera da lupo è un ponte verso l'infinito primordiale. È seduto di traverso, con una calma tesa, in attesa.

Il pavimento di pietra è antico, consumato dai passi, e un fascio di luce ambrata, calda e diffusa, si riflette sulle sue superfici, creando un contrasto netto con l'oscurità fredda dell'interno. La figura è bagnata da questa luce, sospesa tra la realtà solida del passato e l'immaginazione fluida che si annida nell'ombra. Questa è la soglia tra la nostra civiltà umana e il selvaggio interiore, un confine che il mannaro presidia, un guardiano silenzioso che ci invita a interrogarci su ciò che siamo veramente.

 Una scala che sale verso la luce e un antro buio dove la vulnerabilità umana si rannicchia.   La soglia tra l'agire e il sentire.


Il terzo varco: l'ascesa e l'abisso.

Saliamo le scale, come avevamo detto. Ed eccoci qua, a un punto fermo. Inquadro questa scena che è un bivio, un'intersezione di percorsi.

 A destra, la scala di legno scuro sale, con i suoi gradini di massiccio noce che si fanno strada verso un piano superiore invisibile. È una soglia fisica e cinetica, un invito a procedere. E mentre l'architettura si sviluppa verso l'alto, la luce proietta un motivo grafico e rigoroso sul muro color crema. Sono ombre verticali, come le sbarre di una prigione immaginaria o le linee geometriche di uno spartito musicale, create da un'inquadratura di finestre a sbarre che non vediamo. Questa griglia d'ombra è una soglia visiva, un filtro tra la luce cruda e la superficie del muro.

Ma la vera scoperta è a sinistra. Oltre un varco squadrato e robusto, con una cornice di cemento crudo che taglia l'intonaco, si apre un buio profondo e impenetrabile. Non è solo una stanza scura; è un pozzo d'ombra che sembra inghiottire ogni luce. E lì, rannicchiata alla base di questo abisso, quasi invisibile se non per l'inquadratura che la isola, c'è una figura solitaria. Una donna, nuda e raggomitolata su se stessa, con le ginocchia al petto e la testa tra le mani. È piccola, compressa, vulnerabile, a un passo dalla luce ma immersa nel suo buio più totale.

Questa immagine è la soglia tra l'ascendere esteriore (le scale) e la profondità interiore (il buio e la figura). Il mio sguardo si sofferma su quel punto di contatto tra la luce strutturale e l'oscurità esistenziale. La donna non sta entrando o uscendo; lei è in quel varco, sospesa, a presidiare il confine tra la propria vulnerabilità e il mondo costruito. È una soglia tra il visibile dell'architettura e l'invisibile dell'anima.

     Un animale braccato nell'oscurità di un varco basso.                                                           Il confine tra la reclusione fisica e quella dell'anima.


     Il quarto varco: l'antica cella della torre.

Questo spazio, angusto e spoglio, è un teatro claustrofobico dove il passato e l'isolamento si scontrano. Il pavimento di vecchi mattoni a lisca di pesce e il soffitto a travi scure incorniciano un vuoto quasi tangibile. I muri bianchi, segnati dal tempo, sembrano assorbire il suono.

A sinistra, l'inquadratura sosta sulla finestra sbarrata, una soglia di luce e confinamento. La grata metallica taglia il mondo esterno in frammenti geometrici, mentre lo scuro di legno aperto, con le sue cerniere arrugginite, dipinge un'ombra drammatica e angolare sul muro, quasi un'entità scura che cerca di varcare la luce. È un confine tra la libertà intravista e la reclusione imposta.

Ma l'attenzione viene rapita dall'altra apertura a destra. Un varco basso e grezzo, incassato nel muro con un architrave di cemento crudo. Questa è la vera soglia dell'abisso. L'interno è un'oscurità assoluta, impenetrabile, un buio profondo e denso. E proprio lì, rannicchiata a terra come un animale braccato, o un segreto dimenticato, c'è una donna.

È in ginocchio, a carponi, con lo sguardo fisso e teso rivolto verso di noi. Il suo volto, pallido, emerge come un fantasma dalla tenebra, mentre il resto del corpo è quasi inghiottito. Questa immagine è la soglia tra la reclusione visibile e quella dell'anima. La donna non è né dentro né fuori; lei è il confine tra la pallida e cruda realtà di quella cella e l'immaginazione di ciò che si nasconde oltre, nell'oscurità più recondita dell'essere. È l'ultimo avamposto prima del nulla.

 Tre porte, tre destini. La nostalgia, la decadenza e l'estetica.  Quale soglia sceglieremo di varcare?

 

  Il quinto varco: La Trinità delle Scelte

Qui il concetto di "Soglia" si moltiplica, offrendomi un trittico di destini possibili. Mi trovo davanti a una parete bianca, segnata dal tempo e dall'umidità, che si apre su tre varchi identici nella forma, ma radicalmente diversi nella sostanza. Il pavimento sotto i miei piedi è un tappeto di macerie, mattoni frantumati e polvere: è il residuo della realtà che si sgretola.

A sinistra, la prima soglia mi mostra il desiderio. Una donna è di spalle, affacciata a una finestra luminosa. È una silhouette che guarda verso un "fuori" che noi non possiamo vedere, prigioniera di una stanza scura ma attratta dalla luce. È la soglia della nostalgia, della speranza che guarda oltre le mura.

Al centro, la realtà cruda. Oltre questo varco non ci sono visioni, solo l'abbandono. Una finestra verde, chiusa, in una stanza devastata dal crollo. È la soglia del tempo che distrugge, il confine con la decadenza materiale che non lascia spazio al sogno.

A destra, l'immaginazione pura. Qui la soglia si apre su una scala di pietra dove una figura femminile, nuda e fiera sui suoi tacchi alti, sembra quasi un'opera d'arte classica che prende vita. È la musa, l'eros, l'apparizione che sfida la polvere del luogo. È la soglia dell'estetica che si eleva sopra le macerie.

Sono davanti a un bivio a tre vie. Ogni porta è un invito, ogni soglia è una scelta tra il ricordo, la realtà e il sogno. In questo scatto ho voluto fissare l'istante in cui la mente decide quale confine varcare per sfuggire al grigio del presente.

    

Una dama ci sorride tra manichini di plastica. La soglia ironica tra la vita organica e la messinscena teatrale.

               


     Sesto varco: La Corte Inerte:

Ho inquadrato questo nuovo varco, questa volta un'apertura a battenti, in un ambiente che trasuda storia e abbandono. I muri sono un mosaico di strati di pittura scrostata e ombre profonde. Al centro, in piedi esattamente sulla soglia, c'è una donna. Una dama, fiera nel suo abito d'epoca riccamente decorato, color beige e oro, con un sorriso sereno rivolto direttamente a me, a noi. Non è un'apparizione sfocata come la prima, ma una presenza vivida e tangibile.

Ma guardate oltre. Attraverso l'apertura, in una stanza leggermente più luminosa ma confinata, ci sono tre manichini maschili. Sono calvi, muscolosi, vestiti solo con calzamaglia e stivaletti, in totale contrasto con la sontuosità del vestito della dama. Sono tre guardiani silenziosi, tre "corteggiatori" inerti che sembrano pendere dalle sue labbra, ma sono fatti di plastica e polistirolo.

Questa è la soglia tra la vita organica e la messinscena teatrale. Tra il desiderio vivido (il sorriso della dama) e la fissità inanimata (i manichini). Ho voluto fissare questo contrasto stridente: l'abito antico e i manichini. La donna viva e i corpi inerti. La dama sta tra due mondi, tra l'oscurità del passato e lo strano, vuoto teatro delle marionette del presente. In questo scatto, la soglia diventa un palcoscenico per un'ironia silenziosa, un invito a interrogarci su cosa sia reale e cosa sia solo rappresentazione.

 

     Un soldato medievale presidia un varco che si apre sulla Venezia moderna.                             Il confine dove i secoli si toccano.

Settimo varco: L'Uscita dal Tempo.

Lascio alle spalle l'oscurità del castello e, d'improvviso, mi trovo davanti a un'apertura che scardina ogni logica temporale. Inquadro questa grande soglia di cemento e mattoni sbrecciati, una cornice grezza che funge da portale tra due mondi.

A sinistra, all'interno di una nicchia di luce, vedo un soldato in armatura, di spalle. È una guardia del passato, immobile, che presidia ancora un confine ormai invisibile. È il rimasuglio di un'epoca di spade e pietre, sospeso in un eterno presente.

Ma lo sguardo viene trascinato verso il centro, dove la soglia si apre sulla vita. Oltre la penombra del portico, appare Venezia. Riconosco le sue calli strette, i muri alti e quella lama di luce solare che taglia il selciato, riflettendosi sulle vetrine. C'è l'insegna di un ristorante, ci sono passanti ignari che camminano verso il futuro, immersi nella quotidianità.

Questa è la soglia tra la Storia e la Vita. Il mio scatto cattura l'istante in cui il silenzio immobile del castello incontra il rumore sommesso della città d'acqua. Sono uscito da un incubo o da un sogno di pietra per ritrovarmi nella realtà vibrante di Venezia, eppure, attraverso questa cornice, i due mondi coesistono. La soglia qui non divide solo spazi, ma secoli: da una parte l'armatura che non si muove, dall'altra l'uomo moderno che cammina verso il sole.

 

 Un vecchio ascensore che diventa un bar. La soglia dell'adattamento, dove la funzione meccanica cede il passo alla convivialità.


Ottavo varco: Il non luogo

In questo scatto, la soglia si fa geometrica e asettica, tipica di un'architettura moderna che cerca di contenere il caos. Mi trovo davanti a un'apertura squadrata, incorniciata da pareti di un giallo tenue. In alto, il cartello verde dell'uscita di sicurezza indica una via di fuga, un paradosso visivo per un viaggio che invece vuole spingersi sempre più a fondo.

Attraverso questo primo varco, lo sguardo incontra una parete di pietra grigia, solida e fredda, che sembra sbarrare la strada. Ma al suo centro si apre una seconda soglia, stretta e verticale: quella che un tempo era la cabina di un ascensore. Ora, però, non serve più a spostarsi tra i piani, ma tra gli stati d'animo. È stata trasformata in un bar.

Oltre il vetro, in quel rettangolo di luce calda e ambrata, vedo sagome di persone, schiene chinate sul bancone, bottiglie allineate. È un microcosmo di socialità ordinaria incastonato in una struttura di pietra immobile. A destra, una scala inondata di luce bianca suggerisce un'altra direzione, un'ascesa verso il vuoto, mentre il bar ci trattiene nel calore della terra.

Questa è la soglia dell'adattamento. Ho voluto catturare come l'immaginazione possa riutilizzare gli spazi della funzione (l'ascensore) per trasformarli in spazi dell'emozione (il bar). È il confine tra il movimento meccanico che si è fermato e la vita conviviale che continua a scorrere, protetta da una corazza di roccia.


Una finestra che guarda sul Teatro Olimpico. Lo scarto improvviso tra l'abbandono di una stanza e l'eternità dell'arte.


Nono varco: La finestra sull'Olimpo

Un balzo spazio-temporale che mi toglie il respiro. Sono in una stanza spoglia, quasi brutale nella sua semplicità: muri bianchi segnati da impronte e polvere, una piantina rampicante che cade dall'alto. 

La finestra, una soglia rettangolare tagliata nel muro, si apre incredibilmente sulla scena del Teatro Olimpico di Vicenza. Non è una vista, è un'invasione di bellezza classica in un ambiente di abbandono. La prospettiva lignea dello Scamozzi, con le sue vie di Tebe, irrompe nel silenzio della stanza con i suoi azzurri profondi e le luci calde delle edicole.

E proprio lì, al centro della scena, sospesa sulla soglia tra il muro crudo e il capolavoro palladiano, c'è una ballerina. Una figura scura, potente, colta in un gesto atletico e aggraziato. Le sue braccia sono tese, sembra quasi voler sorreggere l'intera struttura o, forse, sta cercando di saltare fuori dalla finzione scenica per entrare nella mia realtà.

Questa è la soglia definitiva tra l'abbandono e l'arte, tra il rampicante sul muro e la perfezione architettonica dell'uomo. Ho voluto fissare questo paradosso: un buco in un muro che non guarda sulla strada, ma sull'eternità del genio umano. La ballerina è il tramite, il corpo vivo che abita il confine tra il cemento e l'illusione teatrale.


Il ritorno all'abbandono. Un corpo nudo e reale a sinistra, un fantasma urbano a destra. La dicotomia tra carne e ricordo. 


     Decimo varco: L’Eco del Desiderio 

Sono tornato dove tutto sembra sgretolarsi. In questa stanza, il tempo non ha solo lasciato segni, ha creato voragini. Il pavimento a scacchi, un tempo elegante, è ora un tappeto di polvere e detriti, e le pareti portano i segni di una vita che ha traslocato altrove, lasciando solo l'ombra di se stessa. Ma le soglie, ancora una volta, non sono vuote.

A sinistra, una porta si apre su un'esplosione di luce accecante. Lì, sulla soglia della rovina, una donna è ritratta di schiena, nuda, indossando solo degli stivali alti. È una figura di una bellezza dirompente che sfida il grigiore circostante. Guarda verso l'esterno, verso un giardino incolto o forse solo verso la libertà della luce. È la soglia della vulnerabilità che si fa forza, della carne viva contro la pietra morta.

A destra, la seconda soglia ci riporta in un'altra dimensione. Attraverso l'infisso di una porta scrostata, non vedo più la stanza adiacente, ma una visione urbana quasi onirica. Appare la facciata di un palazzo veneziano e, sovrapposta ad essa come un fantasma, la figura di un uomo. È un'immagine trasparente, un'eco di mascolinità e presenza urbana che sembra svanire nel momento stesso in cui cerco di metterla a fuoco.  

Questa è la soglia della dicotomia: da una parte la realtà materica e sensuale della donna nel vuoto, dall'altra l'astrazione quasi spettrale dell'uomo nella città. Ho voluto raccontare il ritorno all'abbandono come un luogo dove l'immaginazione non si spegne, ma anzi, popola i varchi di sogni contrastanti, tra la concretezza di un corpo e l'evanescenza di un ricordo lontano.

 

Tutti i protagonisti si schierano sotto una grande capriata. Una polifonia di sguardi che riassume il senso del viaggio.


Undicesimo varco: Il Coro delle Identità

Siamo quasi alla fine, e la struttura stessa dello spazio sembra voler riassumere il viaggio. Mi trovo sotto una grande capriata di legno, un'architettura che ricorda una cattedrale laica o un vecchio fienile nobilitato dalla luce. Sopra di me, una vetrata triangolare frammenta il bosco esterno, trasformando gli alberi in un mosaico di verde e grigio.

Ma la vera soglia è qui, ad altezza d'uomo. Una lunga serie di varchi rettangolari, come un confessionale moderno o una galleria di specchi dell'anima, mette in scena i protagonisti di questo percorso.

I volti e i corpi: In ogni riquadro, una soglia diversa. Vedo sguardi intensi, pelle nuda che sfida il freddo della struttura, espressioni che oscillano tra la sfida e la malinconia. Sono le presenze che hanno popolato i varchi precedenti, ora riunite in un unico fronte.

La finzione: Accanto agli attori in carne ed ossa, tornano le figure inorganiche. Busti che sembrano provenire da mondi lontani, maschere e simulacri che ricordano come, su ogni soglia, la realtà sia sempre mescolata alla messinscena.

Questa non è una singola porta, è una polifonia di soglie. Ho voluto catturare questo momento di pausa collettiva, dove l'immaginazione e la realtà si schierano fianco a fianco prima dell'ultimo passo. Non c'è gerarchia: il corpo vivo e la statua hanno lo stesso peso visivo, perché entrambi sono abitanti del confine. Siamo noi, con il nostro sguardo, a decidere chi di loro ci aprirà il prossimo varco.

  

Le celle mortuarie del Lido. Il confine estremo dove l'immaginazione pop esplode sopra la morte e un occhio ci fissa dall'eternità. 


Il dodicesimo varco: L’Ultimo Sigillo

Tutto finisce dove la vita sembrava essersi fermata definitivamente. In quelle celle fredde, dove il tempo dovrebbe tacere, ho trovato l'ultima soglia: quella della memoria che non si arrende. "Soglie" è stato un viaggio necessario per capire che non siamo mai confinati tra quattro mura, ma siamo noi stessi il varco attraverso cui il mondo diventa visione. Se la realtà è una prigione di mattoni, l'immaginazione è la porta sempre aperta.                     

Il viaggio si conclude qui, davanti a una soglia che non è più una porta, ma una chiusura ermetica, quasi clinica. In alto, uno sportello è spalancato. Al suo interno non c'è il freddo del ghiaccio, ma il calore saturo e psichedelico dell'immaginazione più sfrenata. È un microcosmo pop, un collage di luci al neon, poster di Andy Warhol, riflessi metallici e colori acidi. È come se tutta la fantasia accumulata nei passi precedenti fosse stata compressa e conservata in questo piccolo vano, un'esplosione di vita artificiale che sfida il bianco vuoto circostante.

In basso, lo sportello rimane chiuso, ma non del tutto muto. Attraverso la piccola feritoia rettangolare, una spia sul mondo interiore, mi fissano due occhi. È uno sguardo intenso, femminile, carico di un segreto che non può essere rivelato. È l'ultimo guardiano, la coscienza che osserva il fotografo e lo spettatore, ricordandoci che, anche quando le porte sono sbarrate, c'è sempre una vita che pulsa oltre il confine.

Questa è la soglia della memoria e dell'archiviazione. Ho voluto chiudere il lavoro con l'idea che la realtà e l'immaginazione, alla fine, vengano riposte nello stesso armadio. La dodicesima foto è il sigillo: un occhio che guarda fuori e una stanza piena di sogni che brilla dentro. Il viaggio attraverso le "Soglie" termina nel momento esatto in cui realizziamo che l'unico vero confine è lo sguardo che portiamo su di esse.

 

Ho chiuso il diario, ma lo sguardo resta oltre.

   

Racconto e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati