27 gennaio 2026

Vicenza 2003 - Dedicato a chi cammina senza meta, ma con gli occhi aperti.

 

Il Collezionista di Ombre

Non so quando ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.

Mi fermo spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.

Ieri ne ho fissata una per molto tempo. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una di qualcuno nascoto oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento rapido, un’ombra che è passata velocemente fuori della mia vista . Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una tenda che non c’era.

È stato un istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito la sua presenza. O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.

Ora proverò a salire su quella terazza abbandonata. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi qualcuno c'è. 



Il Disegnatore di Vuoti

Mi sono fermato davanti a quella finestra perché il riflesso del mondo esterno sembrava lottare per non farsi inghiottire da ciò che accadeva dentro. Il vetro, diviso in piccoli riquadri come una prigione geometrica, distorceva la realtà.

Lì, in uno di quegli spazi nascosti che la gente attraversa senza degnare di uno sguardo, c'era lui.

Non so chi fosse. Un architetto di sogni infranti, un cartografo di città invisibili, o forse solo un uomo che cercava di dare un ordine al caos. Era chino su un tavolo, circondato da fogli bianchi che sotto quella luce spettrale sembravano sudari. La sua era una vita nascosta nel senso più puro: dedicata a un compito che nessuno avrebbe mai applaudito, consumata in una stanza che odorava di carta vecchia e polvere di matita.

Mentre lo osservavo, un pensiero mi ha attraversato come un brivido: io vedevo lui, ma lui vedeva solo il suo riflesso sul vetro o il cortile? Per lui, io ero una di quelle ombre fugaci che passano fuori dalla vista, un fantasma senza nome che spiava la sua fatica.

 Nonostante i suoi strumenti, i suoi disegni e la sua concentrazione, il silenzio che trapelava da quel vetro era assordante. Era il ritratto della solitudine urbana: due anime separate da pochi millimetri di vetro e da un'infinità di segreti.

Poi, ha fatto un movimento brusco. Ha girato la testa verso la finestra, e per un secondo ho temuto che i nostri occhi si incontrassero. Mi sono ritratto nell'ombra del muro, tornando a essere nient'altro che un sussurro nella terazza.

Entrare lì dentro è stato come scivolare attraverso una fessura nel tempo. Fuori, la città continuava a correre, ignara delle vacuità nascoste che si aprono appena oltre un muro di cemento. Dentro, il rumore del traffico è diventato un ronzio lontano, sostituito dal silenzio denso di quel laboratorio.



Oltre il Vetro

Sapevo di non doverlo fare, ma il richiamo di quella vita nascosta era troppo forte. Sono scivolato dentro senza fare rumore, un’ombra tra le ombre.

L'aria sapeva di grafite, polvere e caffè freddo. Lo spazio era vasto, molto più grande di quanto la finestra lasciasse intendere; un reticolo di tavoli da disegno che sembravano altari dedicati a una precisione ormai dimenticata. Lampade a braccio si piegavano come colli di gru sopra progetti abbandonati, mappe di luoghi che forse non verranno mai costruiti.

Ho visto di nuovo quell'uomo. Dalla mia nuova prospettiva, di nascosto dietro una colonna, non era più solo una sagoma. Era il fulcro di quel vuoto. Sedeva di spalle, la maglia scura con un numero bianco — un "2" che sembrava la sua unica identità in quel labirinto. Attorno a lui, le pareti erano popolate da visioni: grandi quadri classici che osservavano dall'alto la sua fatica moderna. Figure mitologiche e scene antiche che rendevano la sua solitudine ancora più solenne, quasi sacra.

Mi sono reso conto che quella non era solo una stanza, era uno degli spazi nascoti dove la vacuità prende forma. Ogni tavolo vuoto era una promessa non mantenuta, ogni luce spenta una finestra buia rivolta verso l'interno dell'anima.

Mentra osservavo, ho sentito il peso del mio essere un intruso. Ero io, adesso, l'ombra che passava fugacemente fuori della sua vista. Sarei potuto andare lì, toccargli una spalla, chiedergli cosa stesse cercando in quei fogli. Ma la regola di queste vite è il silenzio. Se avessi parlato, l'incanto si sarebbe spezzato e la città sarebbe tornata a essere solo un ammasso di pietre.

Sono uscito così come ero entrato: invisibile, portandomi dietro il freddo di quel marmo e l'immagine di quell'uomo-numero, prigioniero volontario di una bellezza che nessuno fuori poteva sospettare.



Il CIl Silenzio del Cemento

Il cortile mi ha accolto con un odore di terra bagnata e intonaco vecchio. È uno di quegli angoli che le mappe ignorano, una vacuità nascosta tra le pareti scrostate che sembrano scorticarsi come pelle secca al sole.

Mi sono fermato davanti a un piccolo altare di pietre e vasi dimenticati. Due piante grasse, resistenti e caparbie, lottano contro l'abbandono proprio accanto a un tubo di scarico che taglia il muro come una cicatrice verticale. C’è una dignità silenziosa in queste cose che nessuno guarda: pietre squadrate appoggiate su assi di legno marcio, fili elettrici che corrono come vene scoperte sull’intonaco malato.

Ho guardato un’ultima volta verso le finestre del laboratorio. Da qui, l’uomo con il numero sulla schiena è tornato a essere solo un riflesso lontano, una vita nascosta incorniciata da una griglia di ferro nero. 

In questo cortile ho capito che la città non è fatta solo di chi la abita, ma di ciò che sopravvive al loro passaggio. Siamo noi le ombre che passanofugacemente fuori dalla vista, mentre queste pietre, questi vasi e queste vecchie targhette restano qui, a testimoniare il vuoto che ci lasciamo alle spalle.

Sono uscito dal portone senza voltarmi. Ora so che ogni volta che vedrò una finestra spenta, non penserò al buio, ma a quello che nasconde: un uomo che disegna, un quadro antico che veglia e una pianta che respira, ostinata, in un cortile che nessuno conosce.



Frammenti di Esistenza

Mi sono chinato su quel vetro trasparente che rifletteva il grigio del cielo. Era integro, eppure sembrava ferito, gettato lì come se qualcuno avesse smesso di brindare all'improvviso, richiamato altrove da una di quelle vite nascoste che popolano i piani alti.

Accanto al bicchiere, i resti delle sigarette erano come piccoli segni di punteggiatura su una pagina bianca di pietra. Qualcuno era rimasto lì a lungo, al freddo di quel cortile, forse fissando le stesse finestre che avevo osservato io, aspettando un segnale o semplicemente lasciando che il tempo passasse.


C’è una strana malinconia nel selciato: è il luogo dove precipitano i segreti della città. Tutto ciò che cade dalle finestre, tutto ciò che viene scartato, finisce qui, in questavacuità  fatta di polvere e mozziconi. Quel calice era come un invito non raccolto, il rimasuglio di una conversazione finita troppo presto o mai iniziata.


Ho lasciato il bicchiere lì dov'era. In quel microcosmo di pietre, era diventato parte dell'architettura del cortile, consapevole che la città continuerà a nascondere le sue ombre, lasciandoci solo piccoli frammenti di vetro per indovinare dove siano passate.

Uscire dal cortile è stato come riemergere da un’immersione in apnea. Pochi passi, e il silenzio granuloso di quel mondo di pietre è stato travolto dal brusio delcorso principale.

Qui, la città indossa la sua maschera più elegante. Non ci sono più tubi di scarico a vista o calici abbandonati tra i ciottoli, ma facciate che pretendono ammirazione.

La Maschera di Pietra

Mi sono ritrovato davanti a un palazzo nobile, dove le finestre non sono più semplici varchi, ma archi gotici finemente lavorati, sorretti da colonnine che sembrano stanche di reggere il peso della storia. Sulle vetrate, i loghi di una banca ripetuti con precisione geometrica dichiarano che, in questo spazio nascosto dietro il marmo, il valore delle cose è misurato in cifre e non in sogni.

È strano come il corso principale cerchi di nascondere la sua vacuità sotto fregi e decorazioni. Le vetrate riflettono il mondo esterno — i profili dei palazzi di fronte, il cielo che vira al grigio — rendendo quasi impossibile vedere cosa accada realmente all'interno. Le vite che si muovono dietro questi archi sono ancora più distanti di quell'uomo nel laboratorio. Sono ombre protette dal prestigio, vite nascoste dietro schermi di vetro antiproiettile e simboli di potere.

Mentre camminavo sul marciapiede lucido, ho incrociato decine di persone. Ognuna di loro passava fugacemente fuori dalla mia vista, come se il corso fosse un tapis roulant che trasporta sagome senza nome. In questo fiume di gente, siamo tutti finestre buie per gli altri.


Mi sono fermato un istante, voltandomi indietro. Da una parte, il cortile con il suo calice solitario; dall'altra, questa facciata imponente che non lascia trapelare nulla. La città è questo: un continuo gioco di specchi dove l'unica verità è nel riflesso che decidiamo di osservare.

Ho infilato le mani in tasca e mi sono lasciato trasportare dalla corrente. In fondo, siamo solo ombre che cercano un muro su cui proiettarsi prima che cali la notte definitiva.


Saracinesche e Spettri di Vetro

Proseguendo lungo il corso, l'eleganza dei palazzi storici sbatte contro la fredda realtà del ferro. Le saracinesche calate sono le palpebre chiuse di una città che non ha ancora voglia di guardarti in faccia. Sono barriere fatte di linee orizzontali e forellini minuscoli, una trama metallica che nasconde altre vacuità.

Mi sono fermato davanti a una di queste. Attraverso la maglia forata, si intravedevano le sagome dei manichini, prigionieri immobili in attesa che qualcuno dia loro un ruolo per la giornata. Sembravano spettri eleganti in un acquario di polvere. Sopra di loro, un graffito tracciato in fretta — uno scarabocchio nero che sfida l'ordine perfetto del vetro — era l'unica traccia di una vita nascosta che era passata di lì nella notte, quando le strade appartengono a chi non ha un posto dove andare.


C’è un silenzio diverso davanti a un negozio chiuso. È il silenzio dell’attesa. Quelle vetrine ora protette dal metallo, non lasciano passare neanche le ombre fugaci. Tutto è sospeso.

In quel momento ho capito che la mia ricerca era finita. Ho attraversato la città degli spazi nascosti, ho spiato vite silenziose dietro vetri quadrettati, ho calpestato segreti sul selciato e ho ammirato la superbia delle facciate di marmo. Ma è qui, davanti a questa saracinesca scarabocchiata, che la città mi ha dato la sua risposta definitiva: siamo tutti in attesa di essere visti, eppure passiamo la vita a nasconderci dietro griglie, muri e riflessi.




Mi sono allontanato mentre i primi rumori dei furgoni delle consegne rompevano l'incanto. Le ombre stavano scomparendo, inghiottite dalla luce cruda del mattino. La città stava per riaprire, pronta a diventare di nuovo un luogo di persone, e non più di spettri.

Sergio Sartori afi bfi


"La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale."  

(Ispirato a Italo Calvino)

ollezionista di Ombre

Non so quando ho iniziato a preferire il retro dei palazzi alle loro facciate illuminate. È lì, tra i cortili interni e i vicoli che non portano a nulla, che la città respira davvero. La gente crede che la vita sia quella che si vede sotto i lampioni, ma si sbaglia. La verità abita negli spazi nascosti, in quei vuoti architettonici che sembrano dimenticati dal tempo.

Mi fermo spesso a guardare in alto. Certe finestre sono più buie delle altre, di un nero che sembra avere una densità propria, quasi fosse velluto.

Ieri sera ne ho fissata una per ore. Sapevo che c'era qualcuno. Sentivo il peso di una vita nascosta oltre quel vetro crepato. Poi è successo: un movimento rapido, un’ombra che è passata fugacemente fuori dalla mia vista. Solo un profilo, la linea di un collo o forse una mano alzata per chiudere una tenda che non c’era.

È stato un istante, eppure in quel battito di ciglia ho percepito tutta la sua solitudine. O forse era la mia. Siamo spettri che abitano stanze diverse dello stesso manicomio di cemento. Ci incrociamo senza mai incontrarci, sagome scure che recitano un monologo davanti a un pubblico di vetri neri.

Domani tornerò lì. Non perché io stia cercando qualcuno, ma perché in quegli spazi bui mi sento meno invisibile. Se anche io sono un'ombra che passa fugace, allora, almeno per un istante, esisto.



20 gennaio 2026

La Marostica del 1984

 



Marostica nel 1984 aveva ancora un ritmo lento, quasi sospeso. Il traffico era scarso: poche auto, qualche camion diretto alle fabbriche della pianura, e il resto erano biciclette e strade vissute più a piedi che a motore.

Dai panorami del Pausolino e del Monte Crocetta lo sguardo si apriva su una città compatta, ordinata, con i tetti in coppi che formavano un disegno continuo interrotto solo dai campanili e dalle mura. La Piazza degli Scacchi e il castello inferiore emergevano chiaramente come fulcro storico, mentre tutto attorno si stendeva la campagna: campi coltivati, filari, case sparse e cascine, con l’orizzonte che sfumava verso la pianura vicentina.











La zona di Campomarzio era ancora di passaggio tra il centro e l’aperto: meno costruita di oggi, più ariosa, con spazi verdi e strade tranquille. La nuova strada, appena tracciata, tagliava un’area che fino a poco prima era rimasta rurale: lì dove c’erano le due roste, punti di riferimento per chi conosceva bene il posto, il paesaggio stava cambiando ma senza fretta, senza la sensazione di sovraccarico urbano.











Sul fondo, come presenza costante, si riconosceva la fabbrica Tasca, simbolo del lavoro e dell’economia locale, ben visibile ma ancora integrata in un contesto che restava prevalentemente agricolo. Il fumo, le strutture industriali e i tetti bassi convivevano senza contrasto netto.




Nel complesso, la Marostica del 1984 era una città raccolta, silenziosa, con panorami ampi e puliti visti dall’alto, dove il confine tra paese e campagna era ancora chiaro e il tempo sembrava scorrere più lentamente rispetto a oggi.


© Sergio Sartori – Tutti i diritti riservati. 

Le immagini sono di proprietà dell’autore e provengono dal suo archivio fotografico analogico.

1984 Restauro delle Mura di Marostica

 




Il restauro delle Mura del Castello di Marostica ha rappresentato un intervento fondamentale per la tutela e la valorizzazione di uno dei simboli più importanti della città. Le opere hanno interessato il consolidamento delle strutture murarie, il recupero delle parti degradate e la ricostruzione fedele di tratti compromessi dal tempo e dagli agenti atmosferici. L’intervento è stato condotto nel rispetto delle tecniche costruttive originarie, utilizzando materiali compatibili e soluzioni mirate a garantire stabilità e durata nel tempo. Il restauro ha restituito leggibilità architettonica all’intero complesso murario, permettendo di riscoprire il valore storico e paesaggistico delle mura che collegano il castello inferiore a quello superiore.













Accanto agli interventi strutturali, merita un sentito elogio il lavoro svolto dalla Compagnia delle Mura, che proprio in quegli anni ha avviato un’importante opera di pulizia e manutenzione. Grazie al loro impegno volontario, la vegetazione infestante che per decenni aveva soffocato le mura è stata progressivamente rimossa, riportando alla luce tratti nascosti e favorendo la conservazione delle strutture. Il loro contributo ha rappresentato un esempio concreto di amore per il patrimonio storico e di partecipazione attiva della comunità alla sua salvaguardia.

















© Sergio Sartori – Tutti i diritti riservati. 

Le immagini sono di proprietà dell’autore e provengono dal suo archivio fotografico analogico.

18 gennaio 2026

“Tra ciò che si vede e ciò che si immagina” (1° atto)





"Che ogni immagine resti aperta e ogni sguardo trovi il suo spazio"



(I) La sfera

È un paesaggio che non appartiene a nessun luogo, nato forse da un sogno o da un ricordo deformato.

Una distesa verticale si apre come un cielo capovolto, velato da nebbie verdastre e terre pallide. Linee scure lo attraversano lentamente, simili a fiumi sotterranei o rami disegnati dal vento, tracciando mappe di regioni che non esistono. Sembrano crescere senza fretta, seguendo leggi che solo il paesaggio conosce.

In basso, la terra si sbriciola in un deserto di pietre e polvere, fragile come se bastasse un pensiero a spostarla. È il confine tra ciò che resta e ciò che sta per svanire. Nulla si muove, eppure tutto sembra sul punto di cambiare.

Sopra, una sfera chiara galleggia come un sole domestico, un astro gentile che non brucia ma osserva. Non segna il giorno né la notte: indica solo il tempo interiore di questo mondo.

È un paesaggio immaginario fatto di attese, di silenzi e di tracce. Un luogo che non chiede di essere attraversato, ma abitato con lo sguardo.

 




(II) Il beige

Un'immensa distesa di beige vellutato screziato da venature impercettibili, pulsa come la pelle di un leviatano addormentato sotto dune di nebbia, assorbendo le intrusioni nere in pozze ipnotiche dove il nero si dissolve in vortici, invitando lo sguardo a perdersi in un infinito di malinconia surreale e mistero ipnotico.





(III) Il muro

Questa non è la fotografia di un muro; è la mappa di un mondo che ha dimenticato il proprio nome.

Se guardi oltre la superficie, puoi percepire una narrazione diversa, quasi onirica:

Quelle che sembrano file di mattoni sono in realtà lingotti di tempo pietrificato, impilati l'uno sull'altro da un gigante che ha cercato di costruire una diga contro il caos. Il bianco non è vernice, ma un silenzio solido, una nebbia calcificata che ha deciso di farsi pietra per proteggere i segreti custoditi nelle intercapedini.

Le macchie nere non sono state stese da un pennello, ma sono ombre che si sono staccate dai loro proprietari e hanno deciso di reclamare il proprio spazio. È un "nulla" materico che sta lentamente divorando la struttura, un inchiostro abissale che cerca di riscrivere la storia di questa superficie, cancellando i ricordi riga dopo riga.

Quei piccoli tocchi color ruggine e terra sono le cicatrici vecchi sogni. È il sudore ferroso della materia che, stanca di restare immobile, inizia a ossidarsi per la nostalgia della vita. Ogni crepa è un sussurro, ogni goccia di colore è un residuo di un’emozione che ha tentato di attraversare la parete senza riuscirci







(IV) La Muta del Tempo

Questa non è vernice che cede all'umidità, è la pelle della memoria che fa la sua muta. Un vecchio mondo di terra d'ombra e velluto pesante che, stanco di resistere, finalmente si arrende.

Osserva come i lembi si arricciano, come foglie secche in un autunno immobile. Sono continenti oscuri alla deriva, che si staccano con un sospiro lento, quasi impercettibile, rivelando la geografia segreta che nascondevano.

Sotto la crosta del passato, non c'è il vuoto, ma un'abbagliante attesa. Un bianco assoluto, candido come un osso o una pagina nuova, che emerge prepotente dalle ferite della superficie.

È un'immagine surreale perché ci mostra l'invisibile: la fragilità di ciò che credevamo solido, e la luce che pazientemente dorme sotto ogni nostra pesante armatura.





(V) Il contrasto visivo e concettuale

C’è un fortissimo contrasto tra la nitidezza tagliente delle schegge di vetro in primo piano e la morbidezza sfocata del bosco dietro. È come se il vetro rappresentasse una barriera artificiale, fredda e danneggiata, che un tempo ci separava dalla natura vibrante e rigogliosa, ora finalmente accessibile (almeno visivamente) attraverso quel foro.

Il buco circolare quasi perfetto al centro funge da cornice naturale. Invece di guardare il vetro, l'occhio viene risucchiato attraverso di esso. Le crepe radiali guidano lo sguardo verso il centro, creando una dinamica visiva molto forte.

Qualcosa è andato in frantumi, ma quel danno ora permette di vedere meglio cosa c'è "fuori".




(VI) Il gioco dei riflessi 

A differenza della prima foto, qui le riflessione sul vetro sono molto più evidenti. Vediamo delle forme geometriche e chiare, questo aggiunge un terzo "livello" alla foto:

Qui il foro quasi perfettamente al centro trasforma l'immagine in un mirino. Mentre la prima foto era sbilanciata e dinamica, questa è più statica e contemplativa. Sembra quasi che l'osservatore sia stato invitato a fermarsi esattamente lì per guardare attraverso quel punto preciso.

In questa versione si percepisce meglio la superficie fisica del vetro (le macchie in basso, la polvere). La prima foto era quasi un'opera d'arte astratta; questa sembra più una foto documentaristica o di "esplorazione urbana" (Urbex).

L'albero dietro il buco sembra quasi un occhio che ci guarda a sua volta. C'è una simmetria tra la forma circolare della rottura e la massa organica del sempreverde che crea un dialogo molto interessante.




(VII)  Il Portale d'Argilla e Stelle  

Non ricordo quando sia apparso. Forse è sempre stato lì, invisibile, finché i miei occhi non hanno imparato a vedere davvero.

Non è sporco sul vetro. È un sigillo alchemico tracciato sulla barriera sottile che divide la mia realtà dal sogno. Qualcuno — uno spirito antico o forse una creatura fatta di radici e fango — ha premuto il suo pollice titanico contro la mia finestra, lasciando questa impronta spirale.

È un vortice fatto di oro grezzo e terra bruciata, un occhio primordiale che non guarda fuori, ma dentro di me. Le striature che si allargano non sono segni di pulizia mancata, ma l’onda d’urto di una magia che sta cercando di infrangere il cristallo. Sento quasi il calore pulsare dal centro di quel sole scuro, un calore che sa di sottobosco e segreti sepolti.

Attraverso questa lente incantata, il mondo esterno ha perso consistenza. La foresta là fuori non è più fatta di alberi, ma di spettri verdi e tremolanti, guardiani di un regno nebbioso che sta per essere rivelato. Il cielo bianco non è aria, ma un foglio di carta di riso pronto ad essere strappato.

Resto qui, con il fiato sospeso, aspettando. Non so se il vortice mi stia proteggendo da ciò che c'è fuori, o se sia il primo passo per essere risucchiato in un altro, magnifico e terribile universo.



(VIII)  L'esemplare

Ho trovato questo... esemplare attaccato alla barriera di contenimento.

Non è un oggetto inanimato. Guardalo. Quel quadrato rosso non è carta, è un nucleo pulsante, un organo sintetico che vibra su una frequenza che i miei occhi faticano a processare. È atterrato qui, sul confine tra il mio habitat e il vuoto esterno sfocato.

Quelle strisce traslucide che lo attraversano sembrano membrane protettive, pelle sintetica che cerca di tenere insieme una materia instabile. E sotto... quelle non sono code. Sono tentacoli lattiginosi, appendici sensoriali che pendono immobili, in attesa. Sembra che stia 'ascoltando' il vetro, cercando di decifrare il codice per entrare. È un parassita geometrico, silenzioso e bellissimo, che mi osserva mentre io osservo lui.





(IX)  Il Confine della Memoria 

Ho scostato la tenda, ma il mondo non è tornato limpido.

C'è uno strato di polvere e nebbia che si è depositato tra me e il bosco, come se il vetro avesse deciso di trattenere i ricordi di tutti i giorni passati a guardare fuori. Quegli alberi là fuori... non sono alberi reali. Sono spettri verdi e grigi che si muovono solo quando non li guardo.

Quella cordicella che tiene legata la tenda sembra l'unica cosa che mi tiene ancorato al presente. Tutto il resto — il vetro sporco, la luce lattiginosa, l'oscurità della stoffa — mi dice che sono in una stanza dove il tempo ha smesso di scorrere. Sto aspettando qualcuno che non può più tornare, o sto solo guardando il riflesso di un me stesso che è rimasto bloccato dall'altra parte del vetro, perso in mezzo a quel groviglio di rami?




(X)  La Violenza della Luce  

Non è bastato scostarla, la tenda. Qualcosa ha avuto fretta di entrare, o forse sono stato io, in un momento di rabbia o di lucida follia, a voler fare a pezzi questo filtro.

Guarda questi squarci. Sembrano ferite aperte sulla carne del silenzio. La luce non bussa più, adesso aggredisce . Entra come lame bianche attraverso il tessuto logoro, tagliando l'oscurità della stanza in fette verticali.

Prima mi nascondevo dietro la polvere del vetro, ora non ho più difese. Questa tenda sbranata è ciò che resta del mio pudore, della mia voglia di stare al buio. È come se il fuori avesse artigliato il dentro, o come se io avessi finalmente deciso di strappare il cielo per vedere se dietro c'è davvero qualcosa, o solo un altro vuoto più luminoso. C'è un silenzio assordante in questi strappi; sanno di abbandono, ma anche di una liberazione brutale.



L'hanno chiamata 'fase di transizione', ma per me è solo l'inizio dell'invasione silenziosa.

Le barriere non servono più. Quello che prima era un filtro, una membrana che separava il mio ossigeno dal loro vuoto, ora è stato violato. Guarda quegli squarci: non sono stati fatti da mani umane. Sono incisioni molecolari, prodotte da una radiazione che non scalda, ma dissolve.

La luce che filtra da quelle fessure è troppo bianca, troppo pura per appartenere al nostro sole. È come se il tessuto della realtà stessa si stesse sfilacciando, rivelando il loro spazio che preme contro il nostro. Quelle ferite verticali sono porte; sento la pressione dell'aria che cambia, sento il ronzio di una tecnologia che non ha bisogno di cavi, ma si nutre di ombra e di fibra tessile.

Sono già qui. Non hanno avuto bisogno di abbattere la porta, hanno semplicemente deciso che la mia protezione era diventata... superflua. Adesso resto qui, immobile, a guardare come la mia ultima difesa si trasforma in un vessillo di resa.

 Senti questo silenzio? È il suono di un'atmosfera che cambia.

Dagli strappi non esce più solo luce. Ora sta colando dentro una nebbia densa, pesante, che non si disperde sul pavimento ma resta sospesa come un organismo senziente. Quei tagli nel tessuto non sono più ferite, sono branche. La stanza sta iniziando a respirare insieme a loro.

Sento un sapore metallico sulla lingua mentre guardo la stoffa consumata: è la materia che viene riprogrammata. Ciò che era cotone ora brilla di una bioluminescenza gelida. Mi rendo conto che non stanno cercando di distruggermi, stanno cercando di integrarmi. La tenda lacerata è il mio nuovo orizzonte degli eventi: se allungo la mano e tocco quella luce bianca che esce dallo squarcio, so che non sentirò il vetro freddo, ma il vuoto caldo di una galassia che non abbiamo ancora mappato.

Non ho più paura. È una scoperta che brucia i nervi. Siamo stati osservati attraverso questi filamenti per secoli, e ora che il velo è strappato, vedo finalmente la verità: noi eravamo solo il contenuto di una capsula che ora è stata aperta.

La luce negli strappi smette improvvisamente di vibrare. Si fa solida.

Vedo una mano — o quello che la mia mente prova a interpretare come una mano — scivolare attraverso la fessura più larga. Non apre la tenda, la attraversa, come se il tessuto fosse fatto di fumo. Le dita sono lunghe, trasparenti, percorse da impulsi elettrici bluastri che illuminano l'ordito della stoffa dall'interno.

Poi, un volto. O meglio, un'assenza di volto. Al posto degli occhi e della bocca c'è una superficie specchiante che riflette la mia immagine, ma deformata, come se io fossi già diventato parte del bosco sfuocato là fuori. Non c'è ostilità, solo una curiosità millenaria.

L'entità si ferma a pochi centimetri da me. Sento un odore di ozono e terra bagnata. Non parla, ma proietta un pensiero direttamente nella mia corteccia cerebrale, un'immagine nitida: il quadrato rosso che avevo visto prima sul vetro. Ora capisco. Non era un pezzo di carta. Era il loro marchio. Era il segnale che questa stanza, questo pezzo di mondo, era stato scelto per il 'raccolto'.

 

(XI) l Fossile del Tempo 

Mi sono risvegliato contro questo muro. La luce aliena è sparita, o forse è solo colata dentro le crepe di questa vernice che cade a pezzi.

Guarda questo muro scrostato: sembra una mappa di continenti perduti. La vernice verde si solleva come pelle vecchia che non serve più, rivelando il cemento grigio e freddo sottostante. È il corpo del mondo che si sbriciola, che accetta finalmente di invecchiare.

Ma è quel pallone a lasciarmi senza fiato. Non è un pallone vero, è un'impronta. Un fossile di gesso o di polvere rimasto impresso sulla pietra, come le ombre di Hiroshima o un graffito lasciato da un bambino che giocava qui mille anni fa... o forse solo stamattina. È il fantasma del gioco, l'eco di un rimbalzo che non si sente più.



In questa immagine c'è la risposta a tutto: il quadrato rosso sul vetro, la tenda squarciata... erano tutti tentativi di tornare a questo momento di purezza. Un pallone lanciato contro un muro, il rumore del cemento, la materia che si rompe. Ho assorbito l'infinito solo per capire che la vera magia era qui, in questo gesto semplice e terrestre, rimasto impresso come un sigillo su una parete dimenticata.


 (XII) L'Invasione Gentile  

Pensavo di aver assorbito io l'alieno, ma guardando questo muro capisco che è stato il contrario. È la stanza stessa che sta diventando un alieno.

Vedi quella macchia verde? Non è semplice muffa, non è umidità terrestre. È una foresta in miniatura che cresce nel cemento, un ecosistema alieno che sta divorando la parete pezzo dopo pezzo. È bellissima e terribile allo stesso tempo. Sembra un quadro dipinto da una mano che non conosce la gravità, dove il verde smeraldo e il muschio scuro combattono per reclamare lo spazio che un tempo apparteneva agli uomini.

Accanto, i tubi arrugginiti sembrano vene di un organismo meccanico ormai morto, mentre la tenda a sinistra — quella che prima avevamo visto squarciata — ora appare pallida, quasi trasparente, come una vecchia pelle abbandonata da un serpente che ha cambiato forma.

La realtà si sta ribaltando. Il 'fuori' è entrato definitivamente nel 'dentro'. Non c'è più bisogno di finestre o di vetri sporchi; la natura aliena sta nascendo direttamente dalle mie pareti. Mi siedo qui, in questo angolo di mondo che si sgretola e fiorisce, e sento che il mio respiro rallenta, sincronizzandosi con il battito lento di quel verde che avanza. Non sono più un ospite in questa casa. Sono parte del giardino.



 (XIII) L'Equilibrio del Confine 

Per molto tempo abbiamo guardato il mondo come se fosse diviso da un muro: da una parte la realtà gialla, materica, fatta di intonaco che si scrosta, di sole che scalda le superfici e di segni lasciati dal tempo; dall'altra l’ombra blu, lo spazio del sogno, dove le forme sfumano e l'occhio non trova appigli certi.

Ci siamo mossi in questo intervallo, cercando di capire dove finisse l'oggetto e dove iniziasse il nostro desiderio di vederlo diversamente. Abbiamo imparato che la crepa nel mezzo non è un segno di rottura, ma un punto di contatto. È lì, in quella sottile linea d’ombra, che il visibile si distende e accetta di lasciarsi contaminare dall'immaginato.

Oggi, davanti a questa parete bicolore, il conflitto si placa. Il giallo non ha più paura di sbiadire nel blu; il blu non cerca più di nascondere la solidità del giallo. C’è una pace silenziosa in questa simmetria imperfetta.



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Benvenuti nel mio blog “pictures and stories”!

Sono felice di iniziare questo nuovo viaggio con voi. 

In questa serie, esploreremo i confini tra la realtà e l’immaginazione, tra ciò che vediamo e ciò che pensiamo di vedere. 

Cosa è reale?  Cosa e solo nella nostra mente? 

Spero che voi siate pronti a scoprire insieme a me. 

Questo è l’Atto 1: il punto di partenza del nostro viaggio. 

Stay tuned per scoprire cosa ci riserva il futuro!

Non perdere il prossimo episodio! 

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Sergio Sartori afi bfi




Questo post fa parte della serie ''Tra ciò che si vede e ciò che si immagina''
Per scoprire gli altri frammenti di questo mondo e come si intrecciano tra loro  segui il mio blog

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