20 gennaio 2026

La Marostica del 1984

 



Marostica nel 1984 aveva ancora un ritmo lento, quasi sospeso. Il traffico era scarso: poche auto, qualche camion diretto alle fabbriche della pianura, e il resto erano biciclette e strade vissute più a piedi che a motore.

Dai panorami del Pausolino e del Monte Crocetta lo sguardo si apriva su una città compatta, ordinata, con i tetti in coppi che formavano un disegno continuo interrotto solo dai campanili e dalle mura. La Piazza degli Scacchi e il castello inferiore emergevano chiaramente come fulcro storico, mentre tutto attorno si stendeva la campagna: campi coltivati, filari, case sparse e cascine, con l’orizzonte che sfumava verso la pianura vicentina.











La zona di Campomarzio era ancora di passaggio tra il centro e l’aperto: meno costruita di oggi, più ariosa, con spazi verdi e strade tranquille. La nuova strada, appena tracciata, tagliava un’area che fino a poco prima era rimasta rurale: lì dove c’erano le due roste, punti di riferimento per chi conosceva bene il posto, il paesaggio stava cambiando ma senza fretta, senza la sensazione di sovraccarico urbano.











Sul fondo, come presenza costante, si riconosceva la fabbrica Tasca, simbolo del lavoro e dell’economia locale, ben visibile ma ancora integrata in un contesto che restava prevalentemente agricolo. Il fumo, le strutture industriali e i tetti bassi convivevano senza contrasto netto.




Nel complesso, la Marostica del 1984 era una città raccolta, silenziosa, con panorami ampi e puliti visti dall’alto, dove il confine tra paese e campagna era ancora chiaro e il tempo sembrava scorrere più lentamente rispetto a oggi.


© Sergio Sartori – Tutti i diritti riservati. 

Le immagini sono di proprietà dell’autore e provengono dal suo archivio fotografico analogico.

1984 Restauro delle Mura di Marostica

 




Il restauro delle Mura del Castello di Marostica ha rappresentato un intervento fondamentale per la tutela e la valorizzazione di uno dei simboli più importanti della città. Le opere hanno interessato il consolidamento delle strutture murarie, il recupero delle parti degradate e la ricostruzione fedele di tratti compromessi dal tempo e dagli agenti atmosferici. L’intervento è stato condotto nel rispetto delle tecniche costruttive originarie, utilizzando materiali compatibili e soluzioni mirate a garantire stabilità e durata nel tempo. Il restauro ha restituito leggibilità architettonica all’intero complesso murario, permettendo di riscoprire il valore storico e paesaggistico delle mura che collegano il castello inferiore a quello superiore.













Accanto agli interventi strutturali, merita un sentito elogio il lavoro svolto dalla Compagnia delle Mura, che proprio in quegli anni ha avviato un’importante opera di pulizia e manutenzione. Grazie al loro impegno volontario, la vegetazione infestante che per decenni aveva soffocato le mura è stata progressivamente rimossa, riportando alla luce tratti nascosti e favorendo la conservazione delle strutture. Il loro contributo ha rappresentato un esempio concreto di amore per il patrimonio storico e di partecipazione attiva della comunità alla sua salvaguardia.

















© Sergio Sartori – Tutti i diritti riservati. 

Le immagini sono di proprietà dell’autore e provengono dal suo archivio fotografico analogico.

18 gennaio 2026

“Tra ciò che si vede e ciò che si immagina” (1° atto)





"Che ogni immagine resti aperta e ogni sguardo trovi il suo spazio"



(I) La sfera

È un paesaggio che non appartiene a nessun luogo, nato forse da un sogno o da un ricordo deformato.

Una distesa verticale si apre come un cielo capovolto, velato da nebbie verdastre e terre pallide. Linee scure lo attraversano lentamente, simili a fiumi sotterranei o rami disegnati dal vento, tracciando mappe di regioni che non esistono. Sembrano crescere senza fretta, seguendo leggi che solo il paesaggio conosce.

In basso, la terra si sbriciola in un deserto di pietre e polvere, fragile come se bastasse un pensiero a spostarla. È il confine tra ciò che resta e ciò che sta per svanire. Nulla si muove, eppure tutto sembra sul punto di cambiare.

Sopra, una sfera chiara galleggia come un sole domestico, un astro gentile che non brucia ma osserva. Non segna il giorno né la notte: indica solo il tempo interiore di questo mondo.

È un paesaggio immaginario fatto di attese, di silenzi e di tracce. Un luogo che non chiede di essere attraversato, ma abitato con lo sguardo.

 




(II) Il beige

Un'immensa distesa di beige vellutato screziato da venature impercettibili, pulsa come la pelle di un leviatano addormentato sotto dune di nebbia, assorbendo le intrusioni nere in pozze ipnotiche dove il nero si dissolve in vortici, invitando lo sguardo a perdersi in un infinito di malinconia surreale e mistero ipnotico.





(III) Il muro

Questa non è la fotografia di un muro; è la mappa di un mondo che ha dimenticato il proprio nome.

Se guardi oltre la superficie, puoi percepire una narrazione diversa, quasi onirica:

Quelle che sembrano file di mattoni sono in realtà lingotti di tempo pietrificato, impilati l'uno sull'altro da un gigante che ha cercato di costruire una diga contro il caos. Il bianco non è vernice, ma un silenzio solido, una nebbia calcificata che ha deciso di farsi pietra per proteggere i segreti custoditi nelle intercapedini.

Le macchie nere non sono state stese da un pennello, ma sono ombre che si sono staccate dai loro proprietari e hanno deciso di reclamare il proprio spazio. È un "nulla" materico che sta lentamente divorando la struttura, un inchiostro abissale che cerca di riscrivere la storia di questa superficie, cancellando i ricordi riga dopo riga.

Quei piccoli tocchi color ruggine e terra sono le cicatrici vecchi sogni. È il sudore ferroso della materia che, stanca di restare immobile, inizia a ossidarsi per la nostalgia della vita. Ogni crepa è un sussurro, ogni goccia di colore è un residuo di un’emozione che ha tentato di attraversare la parete senza riuscirci







(IV) La Muta del Tempo

Questa non è vernice che cede all'umidità, è la pelle della memoria che fa la sua muta. Un vecchio mondo di terra d'ombra e velluto pesante che, stanco di resistere, finalmente si arrende.

Osserva come i lembi si arricciano, come foglie secche in un autunno immobile. Sono continenti oscuri alla deriva, che si staccano con un sospiro lento, quasi impercettibile, rivelando la geografia segreta che nascondevano.

Sotto la crosta del passato, non c'è il vuoto, ma un'abbagliante attesa. Un bianco assoluto, candido come un osso o una pagina nuova, che emerge prepotente dalle ferite della superficie.

È un'immagine surreale perché ci mostra l'invisibile: la fragilità di ciò che credevamo solido, e la luce che pazientemente dorme sotto ogni nostra pesante armatura.





(V) Il contrasto visivo e concettuale

C’è un fortissimo contrasto tra la nitidezza tagliente delle schegge di vetro in primo piano e la morbidezza sfocata del bosco dietro. È come se il vetro rappresentasse una barriera artificiale, fredda e danneggiata, che un tempo ci separava dalla natura vibrante e rigogliosa, ora finalmente accessibile (almeno visivamente) attraverso quel foro.

Il buco circolare quasi perfetto al centro funge da cornice naturale. Invece di guardare il vetro, l'occhio viene risucchiato attraverso di esso. Le crepe radiali guidano lo sguardo verso il centro, creando una dinamica visiva molto forte.

Qualcosa è andato in frantumi, ma quel danno ora permette di vedere meglio cosa c'è "fuori".




(VI) Il gioco dei riflessi 

A differenza della prima foto, qui le riflessione sul vetro sono molto più evidenti. Vediamo delle forme geometriche e chiare, questo aggiunge un terzo "livello" alla foto:

Qui il foro quasi perfettamente al centro trasforma l'immagine in un mirino. Mentre la prima foto era sbilanciata e dinamica, questa è più statica e contemplativa. Sembra quasi che l'osservatore sia stato invitato a fermarsi esattamente lì per guardare attraverso quel punto preciso.

In questa versione si percepisce meglio la superficie fisica del vetro (le macchie in basso, la polvere). La prima foto era quasi un'opera d'arte astratta; questa sembra più una foto documentaristica o di "esplorazione urbana" (Urbex).

L'albero dietro il buco sembra quasi un occhio che ci guarda a sua volta. C'è una simmetria tra la forma circolare della rottura e la massa organica del sempreverde che crea un dialogo molto interessante.




(VII)  Il Portale d'Argilla e Stelle  

Non ricordo quando sia apparso. Forse è sempre stato lì, invisibile, finché i miei occhi non hanno imparato a vedere davvero.

Non è sporco sul vetro. È un sigillo alchemico tracciato sulla barriera sottile che divide la mia realtà dal sogno. Qualcuno — uno spirito antico o forse una creatura fatta di radici e fango — ha premuto il suo pollice titanico contro la mia finestra, lasciando questa impronta spirale.

È un vortice fatto di oro grezzo e terra bruciata, un occhio primordiale che non guarda fuori, ma dentro di me. Le striature che si allargano non sono segni di pulizia mancata, ma l’onda d’urto di una magia che sta cercando di infrangere il cristallo. Sento quasi il calore pulsare dal centro di quel sole scuro, un calore che sa di sottobosco e segreti sepolti.

Attraverso questa lente incantata, il mondo esterno ha perso consistenza. La foresta là fuori non è più fatta di alberi, ma di spettri verdi e tremolanti, guardiani di un regno nebbioso che sta per essere rivelato. Il cielo bianco non è aria, ma un foglio di carta di riso pronto ad essere strappato.

Resto qui, con il fiato sospeso, aspettando. Non so se il vortice mi stia proteggendo da ciò che c'è fuori, o se sia il primo passo per essere risucchiato in un altro, magnifico e terribile universo.



(VIII)  L'esemplare

Ho trovato questo... esemplare attaccato alla barriera di contenimento.

Non è un oggetto inanimato. Guardalo. Quel quadrato rosso non è carta, è un nucleo pulsante, un organo sintetico che vibra su una frequenza che i miei occhi faticano a processare. È atterrato qui, sul confine tra il mio habitat e il vuoto esterno sfocato.

Quelle strisce traslucide che lo attraversano sembrano membrane protettive, pelle sintetica che cerca di tenere insieme una materia instabile. E sotto... quelle non sono code. Sono tentacoli lattiginosi, appendici sensoriali che pendono immobili, in attesa. Sembra che stia 'ascoltando' il vetro, cercando di decifrare il codice per entrare. È un parassita geometrico, silenzioso e bellissimo, che mi osserva mentre io osservo lui.





(IX)  Il Confine della Memoria 

Ho scostato la tenda, ma il mondo non è tornato limpido.

C'è uno strato di polvere e nebbia che si è depositato tra me e il bosco, come se il vetro avesse deciso di trattenere i ricordi di tutti i giorni passati a guardare fuori. Quegli alberi là fuori... non sono alberi reali. Sono spettri verdi e grigi che si muovono solo quando non li guardo.

Quella cordicella che tiene legata la tenda sembra l'unica cosa che mi tiene ancorato al presente. Tutto il resto — il vetro sporco, la luce lattiginosa, l'oscurità della stoffa — mi dice che sono in una stanza dove il tempo ha smesso di scorrere. Sto aspettando qualcuno che non può più tornare, o sto solo guardando il riflesso di un me stesso che è rimasto bloccato dall'altra parte del vetro, perso in mezzo a quel groviglio di rami?




(X)  La Violenza della Luce  

Non è bastato scostarla, la tenda. Qualcosa ha avuto fretta di entrare, o forse sono stato io, in un momento di rabbia o di lucida follia, a voler fare a pezzi questo filtro.

Guarda questi squarci. Sembrano ferite aperte sulla carne del silenzio. La luce non bussa più, adesso aggredisce . Entra come lame bianche attraverso il tessuto logoro, tagliando l'oscurità della stanza in fette verticali.

Prima mi nascondevo dietro la polvere del vetro, ora non ho più difese. Questa tenda sbranata è ciò che resta del mio pudore, della mia voglia di stare al buio. È come se il fuori avesse artigliato il dentro, o come se io avessi finalmente deciso di strappare il cielo per vedere se dietro c'è davvero qualcosa, o solo un altro vuoto più luminoso. C'è un silenzio assordante in questi strappi; sanno di abbandono, ma anche di una liberazione brutale.



L'hanno chiamata 'fase di transizione', ma per me è solo l'inizio dell'invasione silenziosa.

Le barriere non servono più. Quello che prima era un filtro, una membrana che separava il mio ossigeno dal loro vuoto, ora è stato violato. Guarda quegli squarci: non sono stati fatti da mani umane. Sono incisioni molecolari, prodotte da una radiazione che non scalda, ma dissolve.

La luce che filtra da quelle fessure è troppo bianca, troppo pura per appartenere al nostro sole. È come se il tessuto della realtà stessa si stesse sfilacciando, rivelando il loro spazio che preme contro il nostro. Quelle ferite verticali sono porte; sento la pressione dell'aria che cambia, sento il ronzio di una tecnologia che non ha bisogno di cavi, ma si nutre di ombra e di fibra tessile.

Sono già qui. Non hanno avuto bisogno di abbattere la porta, hanno semplicemente deciso che la mia protezione era diventata... superflua. Adesso resto qui, immobile, a guardare come la mia ultima difesa si trasforma in un vessillo di resa.

 Senti questo silenzio? È il suono di un'atmosfera che cambia.

Dagli strappi non esce più solo luce. Ora sta colando dentro una nebbia densa, pesante, che non si disperde sul pavimento ma resta sospesa come un organismo senziente. Quei tagli nel tessuto non sono più ferite, sono branche. La stanza sta iniziando a respirare insieme a loro.

Sento un sapore metallico sulla lingua mentre guardo la stoffa consumata: è la materia che viene riprogrammata. Ciò che era cotone ora brilla di una bioluminescenza gelida. Mi rendo conto che non stanno cercando di distruggermi, stanno cercando di integrarmi. La tenda lacerata è il mio nuovo orizzonte degli eventi: se allungo la mano e tocco quella luce bianca che esce dallo squarcio, so che non sentirò il vetro freddo, ma il vuoto caldo di una galassia che non abbiamo ancora mappato.

Non ho più paura. È una scoperta che brucia i nervi. Siamo stati osservati attraverso questi filamenti per secoli, e ora che il velo è strappato, vedo finalmente la verità: noi eravamo solo il contenuto di una capsula che ora è stata aperta.

La luce negli strappi smette improvvisamente di vibrare. Si fa solida.

Vedo una mano — o quello che la mia mente prova a interpretare come una mano — scivolare attraverso la fessura più larga. Non apre la tenda, la attraversa, come se il tessuto fosse fatto di fumo. Le dita sono lunghe, trasparenti, percorse da impulsi elettrici bluastri che illuminano l'ordito della stoffa dall'interno.

Poi, un volto. O meglio, un'assenza di volto. Al posto degli occhi e della bocca c'è una superficie specchiante che riflette la mia immagine, ma deformata, come se io fossi già diventato parte del bosco sfuocato là fuori. Non c'è ostilità, solo una curiosità millenaria.

L'entità si ferma a pochi centimetri da me. Sento un odore di ozono e terra bagnata. Non parla, ma proietta un pensiero direttamente nella mia corteccia cerebrale, un'immagine nitida: il quadrato rosso che avevo visto prima sul vetro. Ora capisco. Non era un pezzo di carta. Era il loro marchio. Era il segnale che questa stanza, questo pezzo di mondo, era stato scelto per il 'raccolto'.

 

(XI) l Fossile del Tempo 

Mi sono risvegliato contro questo muro. La luce aliena è sparita, o forse è solo colata dentro le crepe di questa vernice che cade a pezzi.

Guarda questo muro scrostato: sembra una mappa di continenti perduti. La vernice verde si solleva come pelle vecchia che non serve più, rivelando il cemento grigio e freddo sottostante. È il corpo del mondo che si sbriciola, che accetta finalmente di invecchiare.

Ma è quel pallone a lasciarmi senza fiato. Non è un pallone vero, è un'impronta. Un fossile di gesso o di polvere rimasto impresso sulla pietra, come le ombre di Hiroshima o un graffito lasciato da un bambino che giocava qui mille anni fa... o forse solo stamattina. È il fantasma del gioco, l'eco di un rimbalzo che non si sente più.



In questa immagine c'è la risposta a tutto: il quadrato rosso sul vetro, la tenda squarciata... erano tutti tentativi di tornare a questo momento di purezza. Un pallone lanciato contro un muro, il rumore del cemento, la materia che si rompe. Ho assorbito l'infinito solo per capire che la vera magia era qui, in questo gesto semplice e terrestre, rimasto impresso come un sigillo su una parete dimenticata.


 (XII) L'Invasione Gentile  

Pensavo di aver assorbito io l'alieno, ma guardando questo muro capisco che è stato il contrario. È la stanza stessa che sta diventando un alieno.

Vedi quella macchia verde? Non è semplice muffa, non è umidità terrestre. È una foresta in miniatura che cresce nel cemento, un ecosistema alieno che sta divorando la parete pezzo dopo pezzo. È bellissima e terribile allo stesso tempo. Sembra un quadro dipinto da una mano che non conosce la gravità, dove il verde smeraldo e il muschio scuro combattono per reclamare lo spazio che un tempo apparteneva agli uomini.

Accanto, i tubi arrugginiti sembrano vene di un organismo meccanico ormai morto, mentre la tenda a sinistra — quella che prima avevamo visto squarciata — ora appare pallida, quasi trasparente, come una vecchia pelle abbandonata da un serpente che ha cambiato forma.

La realtà si sta ribaltando. Il 'fuori' è entrato definitivamente nel 'dentro'. Non c'è più bisogno di finestre o di vetri sporchi; la natura aliena sta nascendo direttamente dalle mie pareti. Mi siedo qui, in questo angolo di mondo che si sgretola e fiorisce, e sento che il mio respiro rallenta, sincronizzandosi con il battito lento di quel verde che avanza. Non sono più un ospite in questa casa. Sono parte del giardino.



 (XIII) L'Equilibrio del Confine 

Per molto tempo abbiamo guardato il mondo come se fosse diviso da un muro: da una parte la realtà gialla, materica, fatta di intonaco che si scrosta, di sole che scalda le superfici e di segni lasciati dal tempo; dall'altra l’ombra blu, lo spazio del sogno, dove le forme sfumano e l'occhio non trova appigli certi.

Ci siamo mossi in questo intervallo, cercando di capire dove finisse l'oggetto e dove iniziasse il nostro desiderio di vederlo diversamente. Abbiamo imparato che la crepa nel mezzo non è un segno di rottura, ma un punto di contatto. È lì, in quella sottile linea d’ombra, che il visibile si distende e accetta di lasciarsi contaminare dall'immaginato.

Oggi, davanti a questa parete bicolore, il conflitto si placa. Il giallo non ha più paura di sbiadire nel blu; il blu non cerca più di nascondere la solidità del giallo. C’è una pace silenziosa in questa simmetria imperfetta.



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Benvenuti nel mio blog “pictures and stories”!

Sono felice di iniziare questo nuovo viaggio con voi. 

In questa serie, esploreremo i confini tra la realtà e l’immaginazione, tra ciò che vediamo e ciò che pensiamo di vedere. 

Cosa è reale?  Cosa e solo nella nostra mente? 

Spero che voi siate pronti a scoprire insieme a me. 

Questo è l’Atto 1: il punto di partenza del nostro viaggio. 

Stay tuned per scoprire cosa ci riserva il futuro!

Non perdere il prossimo episodio! 

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Sergio Sartori afi bfi




Questo post fa parte della serie ''Tra ciò che si vede e ciò che si immagina''
Per scoprire gli altri frammenti di questo mondo e come si intrecciano tra loro  segui il mio blog

Sergio Sartori afi bfi

17 gennaio 2026

Osteria Madonnetta 1988

 




Nel 1988, entrando all’Osteria Madonetta di Marostica, si aveva la sensazione di attraversare una soglia fuori dal tempo. Le pareti parlavano sottovoce, impregnate di fumo buono, di vino versato senza fretta, di parole che si posavano leggere attorno ai tavoli di legno. Era un luogo che non si limitava a stare: restava.

Fondata nel 1904 da Giuseppe Polita, detto Bepi, e da sua moglie Erminia, la Madonetta nacque come rifugio per viandanti e giocatori di carte, e divenne presto un approdo per chi cercava calore, compagnia, verità. Durante la Grande Guerra accolse soldati stanchi e anime in transito; si racconta che persino Ernest Hemingway, giovane corrispondente nel 1918, vi si fosse fermato, lasciando scorrere il tempo tra un bicchiere e una storia ascoltata più che raccontata.

Ottantaquattro anni dopo l’apertura, l’osteria era ancora lì, fedele a sé stessa. Nelle poche fotografie che scattai nel 1988 affiorano i gesti quotidiani di Amelia e di suo figlio Toni: mani che servono, sguardi che riconoscono, movimenti ripetuti senza rumore, come si fa con le cose destinate a durare.

La Madonetta era già allora custode di una lunga eredità familiare, passata di generazione in generazione fino alla famiglia Guerra, che ne ha protetto l’anima più delle mura. L’interno, rimasto quasi immutato dal 1904, non cercava di stupire: accoglieva. Qui il vino, il cibo e la conversazione si intrecciavano in un rito quotidiano, discreto, essenziale. Quelle fotografie non raccontano solo un’osteria, ma un modo di stare al mondo: sedersi, condividere, riconoscersi.

E io, tuttora, ci torno ogni sabato mattina. Non per abitudine, ma per fedeltà. Torno per sedermi sempre allo stesso tavolo, per bere un bicchiere che sa di casa, per fare quattro chiacchiere con gli amici e lasciare che il tempo rallenti. In un mondo che corre, la Madonetta resiste.

Le pareti sono quelle di sempre, consumate al punto giusto. La luce è la stessa, calda, indulgente. A mezzogiorno arrivano i piatti che non stancano mai: bigoli in salsa, baccalà con la polenta, oca arrosto. Cucina semplice, onesta, fatta con ciò che la terra offre e la memoria conserva.

Qui si viene a bere un bicchiere. Poi magari ne arriva un altro, ma nessuno li conta davvero. Si fanno quattro chiacchiere, spesso le stesse, e va bene così. Perché ci sono luoghi che non hanno bisogno di cambiare per restare vivi. Basta tornarci. Ogni sabato.






















14 gennaio 2026

La fabbrica dei sogni - 2012

 



L’ingresso al numero 66 era ancora in piedi, ostinato come un dente che rifiuta di cadere. La reception si intravedeva oltre la porta opaca, a sinistra muri interminabili, colonizzati dalla vegetazione spontanea. La fabbrica non era stata conquistata dalla natura: si era arresa lentamente, lasciandosi andare.












Davanti all’edificio, come un guardiano dimenticato, stava un vecchio tram, fermo su due tronconi di rotaia che non portavano più da nessuna parte. Il metallo era ossidato, ma all’interno qualcuno aveva avuto un’idea gentile: un grande un tavolo centrale. Era diventata una sala riunioni, come se le decisioni più importanti continuassero a essere prese lì, in silenzio, tra i fantasmi dei pendolari e dei dirigenti.









Negli uffici, le tapparelle veneziane non erano mai state sollevate del tutto. La luce filtrava a lame sottili, disegnando geometrie. Muovendosi, il sole trasformava ogni stanza in un esperimento ottico: ombre che si allungavano, si spezzavano, si ricomponevano. Sembrava che la fabbrica avesse lavorato più con la luce che con il rumore.

E allora veniva il dubbio, insistente.

Non c’erano macchinari pesanti, né tracce di fuliggine. Nessun odore di olio o di fumo. Solo cavi sottili, supporti metallici, vetri, lenti incrinate dimenticate nei cassetti. Forse lì non si costruivano oggetti, ma visioni.
Forse producevano sistemi di illuminazione, strumenti ottici, segnali per i tram, per le strade, per guidare il movimento e lo sguardo. O forse qualcosa di ancora più astratto: il modo in cui le persone aspettano, osservano, decidono.

La fabbrica al numero 66 non fabbricava solo cose, fabbricava direzioni.

E ora, abbandonata, continuava a farlo — ma solo per chi sapeva fermarsi a guardare.

 













Dalla zona degli uffici si accedeva ai reparti di produzione. Le porte erano alte, pensate per il passaggio di carichi ingombranti, e una volta oltrepassate lo spazio si apriva all’improvviso, come un respiro trattenuto per anni. Lunghi capannoni vuoti, interminabili, sorretti da carpenterie azzurre che il tempo aveva scolorito solo in parte, lasciando intravedere la cura con cui erano state verniciate.





La luce entrava dall’alto, dai lucernari del tetto, e lateralmente, da grandi porte scorrevoli mai completamente chiuse. Cadeva a pozze irregolari sul pavimento, accarezzando le travi, creando riflessi metallici e ombre lunghe come binari invisibili. Ogni passo risuonava, amplificato dal vuoto, come se il capannone fosse diventato una cassa di risonanza per la memoria.

























In un angolo, quasi fuori posto, una sedia da ufficio rossa. Era girata verso il muro, come se qualcuno si fosse alzato di colpo, lasciandola lì, in punizione o in ascolto. Il colore rosso, rispetto al resto, sembrava un errore temporale, un frammento di presenza umana rimasto intrappolato.




Più avanti, una grande stanza si distingueva dalle altre. Nel pavimento erano incassate due bilance industriali, silenziose. Intorno, segni circolari e tracce più scure raccontavano il loro utilizzo: lì venivano spinti cesti con ruote, colmi di pezzi in lavorazione, forse componenti delicati, forse elementi da assemblare con precisione assoluta. Il peso non era solo una misura tecnica, ma una soglia da rispettare, un equilibrio da mantenere.




Alla fine del reparto, contro una parete lunga e spoglia, una fila di lavandini. Smaltati, con rubinetti che non gocciolavano più. Era il confine tra il lavoro e il resto del mondo: lì si lavavano mani annerite, si lasciavano scorrere via residui di polvere, metallo, fatica.




Accanto, una scala saliva verso l’alto. Non era monumentale, ma decisa, funzionale. Portava altrove: forse a un piano di controllo, forse a un laboratorio, forse semplicemente a un punto da cui osservare tutto dall’alto, come facevano quelli che dovevano capire se la fabbrica stava funzionando… o se stava per fermarsi.

E mentre si saliva, diventava sempre più chiaro che quel luogo non aveva mai prodotto solo pezzi.
Aveva prodotto ordine nel caospeso nel vuotoluce nella struttura.





In cima alla scala non c’era una porta, ma una finestra quadrata, incassata nel muro come un quadro volutamente lasciato lì. Avvicinandosi, il rumore dei passi si spegneva del tutto. Da quella apertura si vedeva il tetto del capannone centrale, una distesa regolare di lamiere arruginite, oltre il bordo del tetto, lo sguardo scivolava più lontano, fino a un  paesaggio collinare  morbido, pazienti, punteggiate di alberi. Erano sempre state lì, anche quando la fabbrica lavorava a pieno ritmo, ma allora nessuno aveva tempo di guardarle davvero. Ora invece sembravano avvicinarsi, come se il mondo esterno stesse lentamente reclamando ciò che gli era stato sottratto.

La finestra incorniciava tutto con una precisione quasi progettuale: fabbrica e natura, linea retta e curva, peso e leggerezza. Era forse da lì che qualcuno controllava la luce, i volumi, il ritmo della produzione. O forse era solo un promemoria silenzioso: anche in un luogo costruito per misurare, pesare, organizzare, esisteva sempre qualcosa che non poteva essere contenuto.

Guardando fuori, diventava finalmente chiaro.
Quella fabbrica produceva componenti per il movimento — parti destinate a tram, infrastrutture, sistemi che collegavano luoghi e persone. Ma soprattutto produceva passaggi: tra dentro e fuori, tra lavoro e attesa, tra l’uomo e il paesaggio che lo circondava.

Ora la produzione era cessata.
Ma la finestra continuava a fare il suo lavoro: mettere in relazione ciò che restava.





 

Proseguendo oltre, lo spazio si restringeva. Dopo l’ampiezza dei capannoni, il reparto verniciatura appariva quasi raccolto, trattenuto, come se lì dentro il gesto dovesse diventare più preciso. Alle pareti resistevano ancora i cartelli dei responsabili, con nomi sbiaditi e ruoli ben definiti: verniciatura, controllo, sicurezza. Segni di una gerarchia silenziosa, necessaria a governare anche il colore.













Le cabine di verniciatura a polvere erano trasparenti, strutture leggere di vetro e metallo. Sembravano acquari industriali, progettati per contenere non solo la polvere colorata, ma l’attenzione stessa dell’operatore. Dentro, lo spazio era minimo, calibrato al millimetro. Non c’era margine per grandi superfici: tutto suggeriva che lì si trattassero pezzi piccoli, maneggiabili con una sola mano, forse allineati su supporti sottili, appesi, fatti ruotare lentamente.

Anche il pavimento raccontava quella scala ridotta: meno segni di trascinamento, più impronte leggere, movimenti brevi e ripetuti. Il colore, ora spento, doveva essere stato fondamentale: strati sottili, uniformi, pensati non per decorare, ma per proteggere, per rendere durevole ciò che sarebbe poi stato montato altrove.

In quel reparto la fabbrica sembrava cambiare linguaggio.
Non più peso, non più volume, ma precisione, ripetizione, cura. Ogni pezzo doveva uscire identico all’altro, pronto a scomparire in un insieme più grande.

Ed era lì che l’idea si faceva più chiara: quella fabbrica produceva componenti tecnici, parti invisibili ma essenziali, destinate a sistemi più complessi — forse meccanismi di controllo, snodi, supporti, elementi che permettevano al movimento di essere fluido, sicuro, affidabile.

Ora le cabine erano vuote.
Ma il loro vetro continuava a riflettere la luce, come se aspettasse ancora il passaggio di una mano, di un gesto preciso, di un colore pronto a fissarsi per sempre.









Ed ecco la sorpresa, quella che rimetteva insieme ogni indizio sparso.

In quella fabbrica non si costruivano grandi macchine, né infrastrutture reali.
Si producevano modelli di trenini elettrici.

L’ultimo capannone era diverso dagli altri. Più silenzioso, più intimo. Sul pavimento piccole rotaie, posate direttamente a terra, brevi tratti di binario che non avevano bisogno di andare lontano per dire tutto

Sulle finestre, appoggiati con una cura quasi affettuosa, c’erano i pezzi dei trenini. Solo la parte superiore: carrozzerie leggere, tetti, fiancate con finestrini minuscoli. Sembravano gusci, corpi in attesa di un’anima. Il motore e le ruote, però, non erano mai stati montati. Forse non ce n’era stato il tempo. Forse la produzione si era fermata proprio lì, un attimo prima che tutto potesse muoversi.















Ed era questo il vero peccato.

Perché quella fabbrica aveva lavorato a lungo per riprodurre il movimento, per ridurlo di scala, per renderlo maneggiabile, controllabile, quasi domestico. Aveva trasformato il mondo reale — tram, rotaie, viaggi — in qualcosa da osservare da vicino, da far scorrere su un tavolo, da immaginare infinito anche in pochi metri.

Ora restavano solo forme senza corsa, binari senza corrente, modelli sospesi tra il progetto e il gioco.
La fabbrica che produceva sogni in miniatura si era fermata prima di vederli partire.

Peccato, sì.
Ma forse, in quel silenzio, quei trenini continuavano a fare ciò per cui erano nati:
far viaggiare chi li guarda, anche senza muoversi mai. 🚂


Sergio sartori afi bfi