31 dicembre 2025

La vecchia bottega di Valstagna - 2025

 

"Doppio autoritratto di un’anima riflessa 

tra i detriti di una vecchia vetrina."

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Sdoppiato nel vetro sporco, mi guardo nella vecchia bottega, piena di scatole come ricordi non spediti.

Fuori, la strada scorre, ignara del mio arresto improvviso.



Sono di fronte a un vuoto che respira tra dentro e fuori; ogni riflesso è una possibilità che non ho seguito.



Provo a fermare tutto in uno scatto, ma il tempo scivola: resto sospeso, duplicato, fragile come il vetro, e nel riflesso sporco capisco che il vuoto ero io.

Il vuoto al centro non spaventa: lascia passare la luce, dentro e fuori si parlano in silenzio.


Cerco uno scatto per fermare il momento giusto e, nel riflesso, finalmente mi riconosco.


La foto mostra due mondi che si sovrappongono senza scontrarsi: scatole ferme, strada in movimento, luce che tiene insieme tutto.

Nel riflesso c’è qualcuno che osserva, non per perdersi, ma per capire.

Il vetro sporco non nasconde: filtra. La vetrina non espone oggetti, ma tempo fermato.

È un luogo in pausa, che respira piano; dentro non c’è assenza, ma silenzio ordinato.

Ogni riflesso è un incontro breve, ma sufficiente.

La storia non chiede di essere aperta: basta fermarsi davanti e restare.



20 dicembre 2025

2025 Castelfranco "il confine delle case"


Quando le vecchie case abbandonate si arrendono al tempo, diventano quadri naturali, dove l’umidità dipinge i muri e il silenzio racconta storie dimenticate.







Tra due case corre un confine sottile, fatto di muri che si toccano senza parlarsi.
Un muro è chiaro, l’altro scuro, e il colore racconta stagioni diverse.
Le crepe non coincidono, come rughe nate da vite separate.
Su un lato c’è una porta consumata, che ha visto partire e tornare molte volte.
Dall’altro una finestra alta osserva senza essere vista.
Qui l’intonaco è nuovo, lì cade a pezzi sotto il peso degli anni.
Una tenda muove al vento, curiosa del muro accanto.
Un’altra, pesante e chiusa, trattiene ombre e segreti.
La pioggia li bagna allo stesso modo, scivolando su vetri e soglie.
E in questo confine di porte, finestre e tende, le storie si sfiorano senza incontrarsi.
































Il vecchio muro di Vitarolo

 


Sul retro della villa signorile il muro non guardava la strada, ma il tempo.
Lì passavano i servi, in silenzio, con ceste e notizie non dette.
Le finestre alte davano luce alle stanze buone, mai agli occhi curiosi.
Dietro, invece, il muro assorbiva voci, litigi, segreti di famiglia.
Durante la guerra fu rifugio d’ombra e di paura.
Nel dopoguerra vide partire i padroni, uno alla volta.
Restò a custodire il giardino scomparso e i passi che non tornavano.
La casa davanti mostrava ancora dignità.
Il muro dietro conservava la verità.
E ancora oggi, se lo guardi a lungo, sembra ricordare tutto.





Un vecchio muro come questo di Vitarolo può raccontare molte storie, anche senza parole.





Può parlare del tempo: le pietre consumate, l’intonaco che si sfalda, il muschio che cresce alla base raccontano anni – forse secoli – di pioggia, freddo, sole e abbandono. Ogni segno è una traccia di ciò che è passato.

 







Le aperture murate sono forse la parte più eloquente. Una porta chiusa indica un cambiamento: un ingresso che non serviva più, una casa trasformata, una famiglia che se n’è andata. Le finestre tappate suggeriscono stanze ormai inutili, o il tentativo di proteggere ciò che restava dal degrado.










Il muro racconta anche la vita quotidiana di un borgo rurale: case addossate l’una all’altra, materiali locali, soluzioni pratiche più che estetiche. Qui si viveva con ciò che c’era, adattando gli spazi alle necessità del momento.









Infine, parla di memoria e silenzio. Oggi sembra immobile e muto, ma un tempo era attraversato da voci, passi, lavori, stagioni che cambiavano. È una specie di archivio a cielo aperto: non conserva nomi o date precise, ma emozioni, abitudini e trasformazioni.