18 luglio 2021

Villa abbandonata 1703


La villa (1703) appariva all’improvviso, emergendo dal pendio come una presenza silenziosa. Non aveva bisogno di presentazioni: bastavano le sue proporzioni, l’equilibrio severo delle facciate, le finestre allineate come occhi che avevano visto passare i secoli. Chi si avvicinava aveva la sensazione di entrare in un luogo che non chiedeva di essere spiegato, ma scoperto passo dopo passo.

Il primo ingresso avveniva sempre con cautela. Il portone, segnato dal tempo, si apriva su un atrio ampio, dove l’aria era più fresca e il silenzio più denso. Le pareti raccontavano una storia stratificata: sotto intonaci più recenti affioravano tracce di un edificio più antico, come se la villa avesse inglobato il proprio passato senza cancellarlo. Al centro, la struttura principale conservava ancora l’ordine classico di un tempo, con aperture simmetriche che guidavano lo sguardo verso l’alto.

Salendo le scale, ogni piano rivelava una vita diversa. In alcune stanze sembrava di percepire il respiro lento di chi aveva cercato qui quiete e studio, circondandosi di libri e pensieri. In altre, la luce filtrava con difficoltà, ma bastava un raggio per illuminare scaffali vuoti e angoli dove un tempo si accumulava sapere. L’esplorazione diventava allora un dialogo silenzioso con menti che avevano abitato quegli spazi, trasformandoli in rifugi di riflessione.

Uscendo verso il giardino, la villa mostrava un altro volto. Il terreno, modellato con pazienza, parlava di un’epoca in cui la terra non era solo ornamento ma risorsa. I percorsi tracciati tra le piante raccontavano di esperimenti, di lavoro quotidiano, di una volontà di far convivere eleganza e produzione. Anche se la vegetazione aveva ripreso il sopravvento, si intuiva ancora un disegno preciso, una visione ordinata della natura.

Più tardi, esplorando le ali laterali, si scoprivano segni di trasformazioni profonde. Corridoi più funzionali, ambienti adattati a nuovi usi, superfici spoglie che tradivano un passato diverso, fatto di regole e necessità collettive. La villa, da dimora privata, era diventata luogo di accoglienza, e il cambiamento aveva lasciato cicatrici visibili ma anche una nuova identità.

In un angolo sopraelevato, una torre osservava tutto dall’alto. Salire fino in cima era come attraversare il tempo: ogni gradino portava più lontano, fino a una vista aperta, ampia, che spiegava finalmente perché quel luogo fosse stato scelto. Da lassù, il paesaggio sembrava parte integrante della villa, come se architettura e orizzonte fossero stati pensati insieme.

L’esplorazione si concludeva sempre con una sensazione contrastante. Da un lato, il peso dell’abbandono, delle stanze vuote e dei tetti feriti; dall’altro, la certezza che nulla fosse davvero perduto. La villa, anche nel silenzio, continuava a custodire storie, pronta a rivelarle a chi avesse avuto il tempo e il rispetto di ascoltare.

 




































21 marzo 2021

Stampa Fine Art

 

La stampa Fine Art

cos’è la stampa fine art?

Letteralmente la terminologia inglese “Fine Art Prints” significa stampe per belle arti. Nella sua accezione più articolata non si riferisce solo alla fase finale di stampa ma a tutto il processo produttivo che accompagna il fotografo dal momento dello scatto alla stampa finale dell’opera.
La differenziazione tra una stampa classica e una stampa Fine Art è questione secolare, cioè da quando il mondo museale e quello del collezionismo hanno assegnato alla fotografia un incontestabile pregio artistico. Questo valore, oltre al rilievo aggiunto dato dall’artista, deve garantire una serie di specifiche qualitative e di durevolezza. La qualità deve soddisfare l’esigenza primaria di soddisfazione visiva, le stampe devono possedere un’ampia estensione tonale, avvalersi di supporti capaci di restituire bianchi intensi senza l’utilizzo di sbiancanti ottici, la carta deve essere priva di acidi o componenti chimici deteriorabili e ossidabili con il passare del tempo. La durevolezza delle stampe deve essere sostenuta per almeno 100 anni, questa garanzia assicura che per il tempo indicato, non ci saranno alterazioni/variazioni di croma (colore), contrasto e brillantezza generale dell’immagine. Questi precisi standard sono garantiti dal produttore attenendosi alle normative ISO 9706 che indicano le specifiche chimiche di una carta prima della stampa:

  • Livello minimo di resistenza agli strappi. Valore uguale a 350mN in ogni direzione, per tutte le carte di grammatura superiore ai 70 gr/mq.
  • Livello minimo di presenza di sostanze contenute nella carta.
  • Valore di presenza di carbonato di calcio (o equivalente) di min 2%
  • Livello massimo di presenza di sostanze facilmente ossidabili.

Ovviamente queste norme non sono sufficienti, la garanzia che la carta sia “acid free”e poco soggetta a ossidazioni non è soddisfacente senza il medesimo controllo anche sugli inchiostri utilizzati per imprimere le immagini. Non voglio continuare a tediare con tutte le variabili possibili, ma la premessa era necessaria per dare una risposta alla domanda su quale sia la differenza sostanziale tra una stampa tradizionale e la ben più costosa stampa Fine Art.

Le foto sono stampate personalmente dall'autore, con carte fine art Canson Baryta Prestige, Moab Entrada  Rag Natural 300 o Hahnemuhle Fine Art Baryta con stampante professionale Epson Sure Color P900. 

in vendita da...














05 gennaio 2021

Atelier d'Artista - Pino Guzzonato

 Pino Guzzonato

Pino Guzzonato

Pino Guzzonato è nato nel 1941. Vive e lavora in provincia di Vicenza dove ha una casa-laboratorio a Tretto di Schio.

Dopo aver collaborato con le Università di Utrecht e Parigi, ha partecipato alla 49° Biennale di Venezia e organizzato workshop internazionali presso la cartiera di Dueville (VI). Ha esposto in numerosissime rassegne ed esposizioni, tra cui ad Aosta, Venezia, Torino, Bologna, Como, Parma, Cagliari, Padova, Ginevra, Vienna, Linz, in Slovenia, Francia e Giappone. Ha allestito mostre alla Basilica Palladiana di Vicenza e al Museo Casabianca di Malo, alla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, all'Antico Palazzo della Pretura di Castell'Arquato (PC) e all'Archiginnasio di Bologna, al Crédit Agricole di Poitiers e all'Istituto Italiano di Cultura di Vienna. Hanno scritto di lui importanti critici e scrittori, tra cui Fernando Bandini, Mario Rigoni Stern, Virgilio Scapin, Andrea Zanzotto. Nel 2002 ha presentato un libro d'artista alla Biblioteca degli Uffizi di Firenze e tenuto una personale all'Accademia di Weimar su invito della Bauhaus.

Pino Guzzonato è un artista che crea sperimentando da molti anni con tecniche e materiali diversissimi.

E' stato ed è via via scultore, pittore, disegnatore, incisore. Ha usato la pietra, il legno, la ceramica, la plastica, il metallo, sempre utilizzando le qualità concrete e palpabili dei materiali, mettendo in luce le loro proprietà espressive.

Vecchi jeans, semi, terriccio, acciaio, foglie, pietre, plexiglas, carta: tutto viene riciclato, reinventato, ritrasformato senza perdere la propria anima, ma acquistando un nuovo significato.

Nonostante l'eterogeneità e la complessità della sua produzione, o forse proprio per questo, tutte le sue opere sono collegate da un filo conduttore ben preciso, in cui nelle contaminazioni fra elemento naturale e artefatto vengono recuperate esperienze non soltanto visive, ma soprattutto sensoriali.

In questo modo le sue creazioni, che stimolano i sensi naturali del tatto e della vista, mettono in gioco le loro capacità di raccontare una storia e di comunicare un'esperienza: così l'arte di Pino Guzzonato acquista valore in quanto immanentemente pratica e ancorata ai parametri della cultura materiale.

Un simbolo si affaccia spesso nelle sue opere: l'albero con il suo significato archetipo e la materia da cui è composto, il legno, che macerato e trattato diventa carta.

La carta infatti è diventata negli ultimi anni una parte importante della produzione artistica di Pino Guzzonato. Carta che l'artista fabbrica da sé a partire da tutti i materiali possibili. Carta che diventa impronta, sagoma da cui egli estrae il senso e l'anima delle cose. Carta che diventa libro. Libro che diventa oggetto naturale per la sedimentazione del pensiero, che si offre come luogo ideale di riflessione sulla complessità dell'uomo.

Così su di lui ha scritto Giorgio Celli: "La carta è il veicolo dei nostri sogni, che passano da uomo a uomo, a diventare dei sogni collettivi. Un libro è l'equivalente cartaceo di un cervello, in cui tutti possono entrare e che tutti possono usare.