05 novembre 2026

Santa Caterina. Entrare nel tempo

 

Ad Asolo ci sono luoghi che si visitano e luoghi che si attraversano. La Chiesa di Santa Caterina appartiene alla seconda categoria.

Ci sono entrato quasi per curiosità, attirato da una porta aperta e da quella promessa silenziosa che certi edifici antichi sanno fare senza usare parole. Fuori c'era il borgo, ordinato e luminoso. Dentro c'era il tempo.

La chiesa fu costruita tra il 1342 e il 1346 dalla Confraternita dei Battuti, uomini che nel Medioevo si occupavano di assistenza ai poveri, ai pellegrini e ai malati dell'ospedale che sorgeva proprio accanto all'edificio. Nei secoli successivi venne ampliata, decorata e trasformata, fino a diventare una sorta di archivio visivo capace di attraversare il Trecento, il Quattrocento, il Cinquecento e oltre. Gli affreschi che oggi vediamo furono persino coperti alla fine del Settecento e riportati alla luce soltanto nell'Ottocento. Ma tutto questo l'ho pensato dopo.

Al momento dell'ingresso ero semplicemente fermo sulla soglia.



La prima impressione è stata quella di entrare in una fotografia già sviluppata dal tempo.

Le panche, l'altare, le pareti consumate e gli affreschi frammentari formano un insieme che non sembra appartenere a un edificio religioso, ma a una memoria collettiva rimasta sospesa. Le iscrizioni ai lati dell'entrata appaiono come voci lontane, quasi un ultimo saluto prima di attraversare una frontiera invisibile.

La cosa che mi ha colpito non è stata ciò che si vede, ma ciò che manca.

Mancano gli ori, mancano gli stucchi, manca la spettacolarità. Rimane l'essenziale. Ed è proprio questa assenza a rendere lo spazio così potente.



Girando lo sguardo ho incontrato un'apertura minuta, quasi una ferita nella muratura.

Non so quale fosse la sua funzione originaria. Forse una nicchia, forse un passaggio di servizio, forse qualcosa legato alla vita quotidiana della confraternita. Mi è sembrata una di quelle tracce che sopravvivono ai secoli senza più ricordare il proprio nome.

Attorno, gli affreschi non raccontano soltanto scene sacre. Raccontano il trascorrere del tempo. I colori sono consumati, le linee interrotte, ma proprio per questo risultano più vicini. Non mostrano un'immagine perfetta. Mostrano una sopravvivenza.



In un'altra parete una piccola finestra lascia filtrare una luce fredda e discreta.

Sotto di essa corre una straordinaria decorazione a motivi vegetali. Osservandola da vicino ho avuto la sensazione di guardare un prato immaginario cresciuto direttamente sull'intonaco. Foglie, fiori, simboli e stemmi emergono come reperti botanici provenienti da un'altra epoca.

La luce della finestra non illumina soltanto il muro.

Illumina la polvere dei secoli.



Solo alla fine ho notato le due piccole nicchie che accompagnano il presbiterio.

Non dominano la scena. Al contrario, sembrano voler passare inosservate. Sono incastonate tra affreschi e pareti consumate, come se fossero sempre state lì ad osservare il lento passaggio delle generazioni.

In quel momento ho capito che Santa Caterina non è una chiesa da guardare velocemente.

È un luogo da ascoltare.

Ogni muro conserva una stratificazione di interventi, restauri, cancellazioni e riscoperte. Ogni porzione d'intonaco racconta una vicenda diversa. Gli affreschi parlano della fede medievale dei Battuti, il presbiterio racconta il Rinascimento, l'altare rimanda agli interventi successivi. Tutto convive nello stesso spazio senza cercare di nascondere le proprie cicatrici. 

 Io sono uscito dopo aver scattato le fotografie che accompagnano questo articolo.

Eppure ho avuto la sensazione che le immagini fossero soltanto appunti.

Perché Santa Caterina non è fatta di affreschi, altari o mattoni.

È fatta di tempo visibile.

Un tempo che non è stato restaurato fino a diventare perfetto, ma lasciato abbastanza libero da continuare a raccontare la propria storia.

Per questo pubblicherò sia la versione a colori sia quella in bianco e nero.

Il colore restituisce i secoli che ancora resistono sulle pareti.

Il bianco e nero, invece, elimina ogni distrazione e lascia affiorare ciò che ho provato entrando: la netta sensazione di aver attraversato una porta e di essere rimasto, per qualche minuto, da un'altra parte del tempo.

Parole e fotografie © Sergio Sartori
Ottobre 2026  Tutti i diritti riservati.







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