Ad Asolo ci sono luoghi che si visitano e luoghi
che si attraversano. La Chiesa di Santa Caterina appartiene alla seconda
categoria.
Ci sono entrato quasi per curiosità, attirato da
una porta aperta e da quella promessa silenziosa che certi edifici antichi
sanno fare senza usare parole. Fuori c'era il borgo, ordinato e luminoso.
Dentro c'era il tempo.
La chiesa fu costruita tra il 1342 e il 1346
dalla Confraternita dei Battuti, uomini che nel Medioevo si occupavano di
assistenza ai poveri, ai pellegrini e ai malati dell'ospedale che sorgeva
proprio accanto all'edificio. Nei secoli successivi venne ampliata, decorata e
trasformata, fino a diventare una sorta di archivio visivo capace di
attraversare il Trecento, il Quattrocento, il Cinquecento e oltre. Gli
affreschi che oggi vediamo furono persino coperti alla fine del Settecento e
riportati alla luce soltanto nell'Ottocento. Ma tutto questo l'ho pensato dopo.
Al momento dell'ingresso ero semplicemente fermo
sulla soglia.
La prima impressione è stata quella di entrare in
una fotografia già sviluppata dal tempo.
Le panche, l'altare, le pareti consumate e gli
affreschi frammentari formano un insieme che non sembra appartenere a un
edificio religioso, ma a una memoria collettiva rimasta sospesa. Le iscrizioni
ai lati dell'entrata appaiono come voci lontane, quasi un ultimo saluto prima
di attraversare una frontiera invisibile.
La cosa che mi ha colpito non è stata ciò che si
vede, ma ciò che manca.
Mancano gli ori, mancano gli stucchi, manca la
spettacolarità. Rimane l'essenziale. Ed è proprio questa assenza a rendere lo
spazio così potente.
Girando lo sguardo ho incontrato un'apertura
minuta, quasi una ferita nella muratura.
Non so quale fosse la sua funzione originaria.
Forse una nicchia, forse un passaggio di servizio, forse qualcosa legato alla
vita quotidiana della confraternita. Mi è sembrata una di quelle tracce che
sopravvivono ai secoli senza più ricordare il proprio nome.
Attorno, gli affreschi non raccontano soltanto
scene sacre. Raccontano il trascorrere del tempo. I colori sono consumati, le
linee interrotte, ma proprio per questo risultano più vicini. Non mostrano
un'immagine perfetta. Mostrano una sopravvivenza.
In un'altra parete una piccola finestra lascia
filtrare una luce fredda e discreta.
Sotto di essa corre una straordinaria decorazione
a motivi vegetali. Osservandola da vicino ho avuto la sensazione di guardare un
prato immaginario cresciuto direttamente sull'intonaco. Foglie, fiori, simboli
e stemmi emergono come reperti botanici provenienti da un'altra epoca.
La luce della finestra non illumina soltanto il
muro.
Illumina la polvere dei secoli.
Solo alla fine ho notato le due piccole nicchie
che accompagnano il presbiterio.
Non dominano la scena. Al contrario, sembrano
voler passare inosservate. Sono incastonate tra affreschi e pareti consumate,
come se fossero sempre state lì ad osservare il lento passaggio delle
generazioni.
In quel momento ho capito che Santa Caterina non
è una chiesa da guardare velocemente.
È un luogo da ascoltare.
Ogni muro conserva una stratificazione di
interventi, restauri, cancellazioni e riscoperte. Ogni porzione d'intonaco
racconta una vicenda diversa. Gli affreschi parlano della fede medievale dei
Battuti, il presbiterio racconta il Rinascimento, l'altare rimanda agli
interventi successivi. Tutto convive nello stesso spazio senza cercare di
nascondere le proprie cicatrici.
Io sono uscito dopo aver scattato le fotografie che accompagnano questo articolo.
Eppure ho avuto la sensazione che le immagini
fossero soltanto appunti.
Perché Santa Caterina non è fatta di affreschi,
altari o mattoni.
È fatta di tempo visibile.
Un tempo che non è stato restaurato fino a
diventare perfetto, ma lasciato abbastanza libero da continuare a raccontare la
propria storia.
Per questo pubblicherò sia la versione a colori
sia quella in bianco e nero.
Il colore restituisce i secoli che ancora
resistono sulle pareti.
Il bianco e nero, invece, elimina ogni
distrazione e lascia affiorare ciò che ho provato entrando: la netta sensazione
di aver attraversato una porta e di essere rimasto, per qualche minuto, da
un'altra parte del tempo.








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