Quel che
resta di un indirizzo
Ci sono fotografi che inseguono i luoghi
straordinari. Io, spesso, mi ritrovo a fermarmi davanti a edifici silenziosi.
Non sono ruderi. Non sono luoghi abbandonati in
cerca di uno sguardo. Sono case ancora immerse nella vita quotidiana di una
strada, di un quartiere, di un paese. Le persone passano davanti alle loro
porte, le automobili scorrono accanto alle loro facciate, le stagioni
continuano a lasciare segni sui muri.
Eppure qualcosa si è fermato.
A prima vista queste fotografie mostrano
semplicemente case disabitate. Con il tempo, però, ho iniziato a vederle come
ritratti. Le finestre diventano sguardi, le crepe segni del tempo, le persiane
chiuse una forma di silenzio.
Mi interessa quel confine sottile tra presenza e
assenza. Le persone che hanno abitato questi luoghi non ci sono più, ma la loro
traccia sembra essersi depositata nelle superfici, nelle forme, nelle piccole
cose rimaste al loro posto.
Queste fotografie non raccontano il degrado né la
rovina. Raccontano la permanenza.
Non cerco ciò che crolla, ma ciò che resiste.
Cerco edifici silenziosi che continuano ad abitare il paesaggio, custodi
discreti di vite ordinarie, memorie domestiche e storie di cui spesso non
conosceremo mai il finale.
Quel che resta di un indirizzo nasce da questo
sguardo.
È una raccolta di ritratti senza persone,
dedicata alle case che continuano a esistere anche dopo aver smesso di essere
la casa di qualcuno.
Perché a volte un indirizzo sopravvive alle
persone che lo hanno abitato.
Rimane lì, fermo al proprio posto.
E continua a raccontare qualcosa a chi si concede
il tempo di ascoltare il silenzio dei suoi muri.
Pubblico sempre colore e bianconero perché lo stesso soggetto,
per me, non è mai lo stesso. Nel colore vedo ciò che il mondo mostra senza
filtri; nel bianconero, invece, resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo
stesso luogo, ma cambia il suo umore, e cambia anche il mio.
Mostrare entrambe le versioni significa ricordare che la fotografia non è una prova, ma un’interpretazione: un soggetto non ha un solo significato, ne ha almeno due. Il colore racconta come appare; il bianconero racconta come resiste. Per questo li pubblico sempre entrambi: sono
due voci della stessa conversazione, e non voglio zittirne nessuna.
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Passo davanti a questa casa, ma ho l'impressione che lei sia qui da molto
più tempo di tutti noi. All'improvviso questa facciata mi obbliga a fermarmi.
Le persiane chiuse e i muri scoloriti non raccontano una fine: raccontano una
lunga abitudine a restare.
Non so nulla della sua storia, eppure ho la sensazione che continui a custodire
con discrezione quella di qualcun altro.
Il bianco e nero trasforma questa casa in un ritratto.
Io mi limito ad ascoltare quello che i suoi muri hanno ancora voglia di
raccontare. (Breganze 2026)
Ho fotografato questa casa perché nonostante le ferite dell'intonaco e il
legno consumato, non trasmette abbandono.
Trasmette ostinazione, come certi volti che il tempo cambia senza riuscire a
cancellare.
Quando tolgo il colore, resta soltanto il carattere della casa.
Più la osservo, più ho la sensazione che sia lei a guardare me, da molto più
tempo di quanto io possa guardare lei. (Centrale
di Zugliano 2026)
Mi sono fermato a guardare questa casa immaginando quante persone siano
passate davanti alle sue finestre per raggiungere la vecchia fabbrica di birra.
Mentre il paese cambiava e la strada continuava a riempirsi e svuotarsi di
volti, lei è rimasta qui, all'angolo dello slargo, a osservare il tempo
passare.
Non conosco il motivo per cui mi fermo davanti a certe case e ad altre no.
Forse perché alcune, come questa, hanno imparato l'arte rara di restare senza
fare rumore.
(Campese 2026)
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"Queste fotografie non parlano di abbandono.
Parlano di permanenza. Di edifici che, pur svuotati della loro funzione
originaria, continuano a occupare un posto nello sguardo, nella memoria e nella
geografia quotidiana."
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