07 novembre 2021

Palazzo Baggio a Marostica

 

Palazzo Baggio a Marostica

Fotografie degli anni 70 di Sergio Sartori

Si tratta di un edificio risalente al 1908

 L’edificio è stato recentemente ristrutturato dopo anni di abbandono e di alterne vicende che hanno visto spesse volte divisi i consiglieri comunali per la sua destinazione. Ma andiamo per ordine. Palazzo Baggio, anzitutto è il fabbricato che sorge subito al di là dell’incrocio semaforico del Castello inferiore di Marostica, sulla strada per Mason. La sua storia è piuttosto travagliata perché, nel corso del secolo, passato da poco, ha avuto varie destinazioni.

«L’edificio era sorto verso il 1908 come fabbrica per cappelli di paglia – La destinazione artigianale però è durata poco».

Nel novembre del 1941 il palazzo è stato messo a disposizione del 51° battaglione bersaglieri per l’istruzione, prima dei graduati di truppa e, successivamente, degli ufficiali. Il 5 luglio del 1943, il battaglione ha lasciato definitivamente la città scaligera. In seguito è diventato un ovattificio e quindi una fabbrica di cioccolato. Verso la fine degli anni sessanta e diventato sede di alcuni laboratori di abbigliamento e magazzino della Belfe alla fine degli anni 70 è stato dismesso ed il Comune lo ha acquistato negli anni ottanta.

«La storia interessante – ci spiega l’architetto Duccio Dinale – riguarda la scheda che il Comune fece e che era volta alla demolizione del fabbricato per lasciare libere le mura. L’Amministrazione Zanforlin decise invece di mantenerlo con l’intento di spostare la sede municipale da Via Tempesta per cui è stata cambiata la scheda del centro storico per fare posto alla ristrutturazione dell’edificio, come esempio di archeologia industriale. Al riguardo però le posso dire che a Marostica, come esempi di archeologia industriale avevamo sicuramente degli stabili più significativi di questo. Posso anche aggiungere, come architetto, che, dal punto di vista architettonico, al di là della facciata con bifore e finestre ad arco, gli elementi più significativi dell’edificio erano delle colonnine in ghisa a piano terra e al primo piano dell’insediamento, realizzato fra l’altro tutto in acciaio e ghisa con il perimetro in mattoni, ma che sono state tolte. L’unica cosa che è stata conservata, come archeologia industriale, sono state la facciata e la copertura in legno».

Da:  https://ladomenicadivicenza.gruppovideomedia.it/a_ITA_3992_1.html































 

18 luglio 2021

Villa abbandonata 1703


La villa (1703) appariva all’improvviso, emergendo dal pendio come una presenza silenziosa. Non aveva bisogno di presentazioni: bastavano le sue proporzioni, l’equilibrio severo delle facciate, le finestre allineate come occhi che avevano visto passare i secoli. Chi si avvicinava aveva la sensazione di entrare in un luogo che non chiedeva di essere spiegato, ma scoperto passo dopo passo.

Il primo ingresso avveniva sempre con cautela. Il portone, segnato dal tempo, si apriva su un atrio ampio, dove l’aria era più fresca e il silenzio più denso. Le pareti raccontavano una storia stratificata: sotto intonaci più recenti affioravano tracce di un edificio più antico, come se la villa avesse inglobato il proprio passato senza cancellarlo. Al centro, la struttura principale conservava ancora l’ordine classico di un tempo, con aperture simmetriche che guidavano lo sguardo verso l’alto.

Salendo le scale, ogni piano rivelava una vita diversa. In alcune stanze sembrava di percepire il respiro lento di chi aveva cercato qui quiete e studio, circondandosi di libri e pensieri. In altre, la luce filtrava con difficoltà, ma bastava un raggio per illuminare scaffali vuoti e angoli dove un tempo si accumulava sapere. L’esplorazione diventava allora un dialogo silenzioso con menti che avevano abitato quegli spazi, trasformandoli in rifugi di riflessione.

Uscendo verso il giardino, la villa mostrava un altro volto. Il terreno, modellato con pazienza, parlava di un’epoca in cui la terra non era solo ornamento ma risorsa. I percorsi tracciati tra le piante raccontavano di esperimenti, di lavoro quotidiano, di una volontà di far convivere eleganza e produzione. Anche se la vegetazione aveva ripreso il sopravvento, si intuiva ancora un disegno preciso, una visione ordinata della natura.

Più tardi, esplorando le ali laterali, si scoprivano segni di trasformazioni profonde. Corridoi più funzionali, ambienti adattati a nuovi usi, superfici spoglie che tradivano un passato diverso, fatto di regole e necessità collettive. La villa, da dimora privata, era diventata luogo di accoglienza, e il cambiamento aveva lasciato cicatrici visibili ma anche una nuova identità.

In un angolo sopraelevato, una torre osservava tutto dall’alto. Salire fino in cima era come attraversare il tempo: ogni gradino portava più lontano, fino a una vista aperta, ampia, che spiegava finalmente perché quel luogo fosse stato scelto. Da lassù, il paesaggio sembrava parte integrante della villa, come se architettura e orizzonte fossero stati pensati insieme.

L’esplorazione si concludeva sempre con una sensazione contrastante. Da un lato, il peso dell’abbandono, delle stanze vuote e dei tetti feriti; dall’altro, la certezza che nulla fosse davvero perduto. La villa, anche nel silenzio, continuava a custodire storie, pronta a rivelarle a chi avesse avuto il tempo e il rispetto di ascoltare.