Ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati, ma
attraversati. Spazi che non trattengono il passato, ma custodiscono ciò
che ancora vibra, come un respiro che non si è arreso alla polvere.
n questi ambienti feriti ho imparato a non cercare storie, ma
presenze. A volte un volto che si lascia intravedere dietro un velo
lacerato, a volte un corpo che si offre alla luce come un gesto di
fiducia. Altre volte solo un’ombra, un movimento
minimo, un’apparizione che dura il tempo di un battito.
Ho capito che la presenza non è un fatto, ma un movimento: un
entrare e uscire, un trattenersi e un rivelarsi, un dialogo
silenzioso tra ciò che resta e ciò che ritorna.
Questa storia è un attraversamento. Un tentativo di ascoltare ciò che
non parla, di vedere ciò che non si mostra, di riconoscere ciò che
continua a vivere anche quando tutto sembra finito.
Alla fine, in uno di questi corridoi, ho incontrato anche me
stesso. Non come protagonista, ma come passante.
CIÒ CHE MI SFIORA nasce da qui: dal bisogno di esserci senza
rumore.
Perché pubblico sempre colore e bianconero
Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.
Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.
Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.
E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.
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Non è un corpo che vola, ma un’idea che tenta di attraversare il muro. Il cielo non è sfondo, ma memoria di ciò che non ha peso. E in quell’istante immobile, il gesto diventa domanda: dove finisce ciò che mi sfiora e dove comincia ciò che sono?
Nel silenzio del muro, il corpo diventa soglia. Non vola, non cade: resta. È la forma di un pensiero che ha smesso di cercare il cielo, e ora lo abita, come un’ombra che ha imparato a respirare la luce.
Quando si attraversano luoghi che non ci appartengono, si finisce sempre
per lasciare qualcosa dietro di sé. Un passo, un pensiero, un frammento di
attenzione. E allo stesso tempo si porta via qualcosa che non si era
venuti a cercare.
In questo viaggio ho incontrato presenze che non parlano, ma che sanno
farsi sentire. Corpi che emergono dalla luce, ombre che sfiorano i muri,
gesti che sembrano sospesi da anni. Ogni spazio mi ha restituito un modo
diverso di esistere, un modo diverso di stare al mondo.
Alla fine, senza accorgermene, mi sono ritrovato anch’io dentro questo
movimento. Non come figura centrale, non come voce che guida, ma come
parte del paesaggio. Un passante tra altri passanti, un corpo tra altri
corpi, una presenza tra le presenze.
È questo che porto con me: la consapevolezza che la presenza non è mai
un atto di forza, ma un equilibrio fragile tra ciò che offriamo e ciò che
accogliamo. Tra il restare e l’andare. Tra il vedere e il lasciarsi
vedere.
Esco da questi luoghi con una gratitudine silenziosa. Per ciò che ho
trovato, per ciò che non ho capito, e per tutto ciò che continuerà a
esistere anche senza di me.
Il viaggio si chiude qui, ma la presenza, quella, continua.
2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI Tutti i diritti riservati
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