24 luglio 2026

CIÒ CHE MI SFIORA



 

Ci sono luoghi che non chiedono di essere ricordati, ma attraversati. Spazi che non trattengono il passato, ma custodiscono ciò che ancora vibra, come un respiro che non si è arreso alla polvere.

n questi ambienti feriti ho imparato a non cercare storie, ma presenze. A volte un volto che si lascia intravedere dietro un velo lacerato, a volte un corpo che si offre alla luce come un gesto di fiducia. Altre volte solo un’ombra, un movimento minimo, un’apparizione che dura il tempo di un battito. 

Ho capito che la presenza non è un fatto, ma un movimento: un entrare e uscire, un trattenersi e un rivelarsi, un dialogo silenzioso tra ciò che resta e ciò che ritorna.

Questa storia è un attraversamento. Un tentativo di ascoltare ciò che non parla, di vedere ciò che non si mostra, di riconoscere ciò che continua a vivere anche quando tutto sembra finito.

Alla fine, in uno di questi corridoi, ho incontrato anche me stesso. Non come protagonista, ma come passante.

CIÒ CHE MI SFIORA nasce da qui: dal bisogno di esserci senza rumore.

Perché pubblico sempre colore e bianconero

Pubblico sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.

Nel colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore. E cambia anche il mio.

Mostrare entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova, è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come appare. Il bianconero racconta come resiste.

E allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.

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Non è un corpo che vola, ma un’idea che tenta di attraversare il muro. Il cielo non è sfondo, ma memoria di ciò che non ha peso. E in quell’istante immobile, il gesto diventa domanda: dove finisce ciò che mi sfiora e dove comincia ciò che sono?


 Nel silenzio del muro, il corpo diventa soglia. Non vola, non cade: resta. È la forma di un pensiero che ha smesso di cercare il cielo, e ora lo abita, come un’ombra che ha imparato a respirare la luce. 


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Quando si attraversano luoghi che non ci appartengono, si finisce sempre per lasciare qualcosa dietro di sé. Un passo, un pensiero, un frammento di attenzione. E allo stesso tempo si porta via qualcosa che non si era venuti a cercare.

In questo viaggio ho incontrato presenze che non parlano, ma che sanno farsi sentire. Corpi che emergono dalla luce, ombre che sfiorano i muri, gesti che sembrano sospesi da anni. Ogni spazio mi ha restituito un modo diverso di esistere, un modo diverso di stare al mondo.

Alla fine, senza accorgermene, mi sono ritrovato anch’io dentro questo movimento. Non come figura centrale, non come voce che guida, ma come parte del paesaggio. Un passante tra altri passanti, un corpo tra altri corpi, una presenza tra le presenze.

È questo che porto con me: la consapevolezza che la presenza non è mai un atto di forza, ma un equilibrio fragile tra ciò che offriamo e ciò che accogliamo. Tra il restare e l’andare. Tra il vedere e il lasciarsi vedere.

Esco da questi luoghi con una gratitudine silenziosa. Per ciò che ho trovato, per ciò che non ho capito, e per tutto ciò che continuerà a esistere anche senza di me.

Il viaggio si chiude qui, ma la presenza, quella, continua.


2026 Parole e foto di Sergio Sartori AFI BFI  Tutti i diritti riservati

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