Questo diario aperto nasce da un’idea semplice: guardare il paesaggio non come un insieme di luoghi, ma come una serie di soglie. La Valsugana, con il suo fiume che cambia direzione quando vuole, è il terreno ideale per questo gioco di apparizioni e sparizioni. Qui nulla si offre in modo diretto: tutto preferisce insinuarsi, suggerire, sfiorare.
Le immagini che seguono non cercano di raccontare la valle. La interrogano. E, a volte, la mettono in difficoltà.
“Topografie del dubbio”
La Valsugana non si lascia mai afferrare del tutto. È una valle che preferisce suggerire, insinuarsi, cambiare direzione proprio mentre pensi di aver capito dove stia andando. Forse è per questo che ho iniziato questo diario: per seguire le sue esitazioni, più che i suoi sentieri.
Le immagini che troverai qui non cercano di spiegare nulla. Anzi, fanno il contrario: mettono la realtà in una leggera difficoltà, come quando qualcuno ti guarda troppo a lungo e tu non sai più se sei tu a essere strano o lo è il mondo intorno.
Sono fotografie ricomposte, nel senso più semplice e più onesto del termine: non mostrano ciò che è evidente, ma ciò che rischiavi di non vedere. Piccoli trabocchetti visivi, dettagli che si nascondono in bella vista, inviti a guardare due volte — e magari a dubitare della prima impressione.
Il fiume, intanto, fa il suo lavoro: taglia, unisce, cancella, riscrive. È un editor lunatico, uno che non crede nelle versioni definitive. E la valle gli assomiglia: oscilla tra ordine e improvvisazione, tra ciò che resta e ciò che si lascia andare, tra superfici precise e menzogne ben lucidate.
Questo progetto non promette risposte. Non vuole rassicurare, né mettere ordine nel caos. Preferisce restare in bilico, come una frase che non trova la punteggiatura giusta e decide che forse non le serve.
Ogni tanto aggiungerò una nuova immagine, come si fa nei veri diari: senza un piano, senza un finale, senza la pretesa di chiudere il discorso. Perché forse la verità non sta nelle superfici, ma nelle loro esitazioni. Non nei luoghi, ma nelle soglie che li separano — e li uniscono.
Il resto, come sempre, lo farà il tempo.
Perché pubblico sempre colore e
bianconero
Pubblico
sempre la versione a colori e quella in bianconero perché, per me, lo stesso
soggetto non è mai lo stesso soggetto. È come se avesse due voci diverse, due
modi di raccontarsi, due caratteri che non coincidono.
Nel
colore vedo ciò che il mondo offre senza pudore: le superfici, le abitudini, le
piccole vanità della realtà. Nel bianconero, invece, tutto si asciuga: resta
l’ossatura, il ritmo, l’intenzione. È lo stesso luogo, ma cambia il suo umore.
E cambia anche il mio.
Mostrare
entrambe le versioni è il mio modo per dire che la fotografia non è una prova,
è un’interpretazione. Che un soggetto non ha un solo significato, ma almeno
due: quello che mostra e quello che trattiene. Il colore racconta come
appare. Il bianconero racconta come resiste.
E
allora le pubblico tutte e due, sempre: perché ogni immagine è una
conversazione a due voci, e io non ho nessuna intenzione di zittirne una.
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Chiedono di raccogliere tutto, ma qualcuno ha deciso che la rete è più comoda del cestino.
Il cartello si sforza di educare, il campo risponde con un sacchetto appeso come una bandiera di resa.
Alla fine, l’unica cosa davvero pulita qui è l’aria. (2026 Costa/Valbrenta)
Il cartello si sforza di educare, il campo risponde con un sacchetto appeso come una bandiera di resa.
Alla fine, l’unica cosa davvero pulita qui è l’aria. Per ora.
(2026 Costa/Valbrenta)
Davanti a questa stazione tutto sembra scritto in minuscolo.
Le transenne bianche e rosse sono accenti sparsi, segni che mettono il mondo in ordine senza volerlo davvero.
La scritta caffè ristoratore è un titolo gentile, un nome che sembra uscito da un quaderno di scuola, più che da un’insegna.
I graffiti sono parole non dette, frasi lasciate a metà da qualcuno che
aveva fretta di vivere.
Le finestre chiuse hanno la calma delle pause, quelle che fanno respirare
una frase.
Il binario è una riga che non divide: è un verso lungo, un pensiero che si
distende.
Io resto sulla soglia e mi accorgo che tutto — anche ciò che sembra muto —
sta raccontando qualcosa.
Qui la stazione non è un luogo: è una poesia che non sa di esserlo.
(2026 Primolano)
In questa stazione tutto è così immobile da sembrare un esperimento mentale.
Le scritte sul muro non sono graffiti: sono pensieri che il luogo ha provato a formulare e poi ha dimenticato.
Caffè ristoratore, come se bastasse una parola gentile per giustificare l’attesa eterna.
I binari, invece, non portano da nessuna parte: sono linee di fuga che hanno rinunciato alla fuga.
Qui il tempo non passa, si appoggia.
Io resto sulla soglia, e mi viene da ridere: la stazione sembra un’idea che ha preso forma per sbaglio.
(2026 Primolano)
Davanti a questo muro rosso il mondo si ferma, come se la materia
avesse deciso di pensare. Attraverso il varco vedo la riva opposta della
Brenta, ma non è più un luogo, è un’idea che si affaccia, un frammento di
realtà che ha dimenticato di essere fiume. La luce scivola tra le superfici, il
tempo si piega, e io resto sospeso, come se stessi guardando il pensiero stesso
del colore. In questo silenzio geometrico capisco che la soglia non separa:
sogna. (Borgo Valsugana 2026)
La materia non pensa più, ma ricorda. Attraverso il varco vedo la
riva opposta della Brenta, ma non è più un’idea che si affaccia, è un’assenza
che si compone, un frammento di luce che ha dimenticato di essere fiume. Tutto
è ridotto a forma, a respiro, a equilibrio. Io resto fermo, come se stessi
guardando il pensiero stesso del silenzio. In questo bianco e nero capisco che
la soglia non separa: trattiene. (Borgo Valsugana
2026)
Abbiamo attraversato il fiume ed ora aspettano come se da quella pensilina dovesse spuntare un bar ambulante.
Non cercano un autobus: cercano un bicchiere pieno e una scusa per
brindare.
Costa, San Marino, Brenta… alla fine ogni luogo cambia solo la luce; la
sete resta identica.
(2026 Costa/Valbrenta)
Hanno attraversato il ponte sulla Brenta, e ora aspettano come se il mondo
dovesse arrivare in quella pensilina.
Non cercano un autobus: cercano lo spritz che tarda.
Costa, San Marino, Brenta… alla fine ogni luogo diventa uguale quando la
sete è più veloce del paesaggio.
(2026 Costa/Valbrenta)
A Costa il calcetto brilla al sole come se avesse ancora voglia di giocare, e il listino sembra scritto per farci sorridere.
Il disegno sopra è un tocco di vita: qualcuno qui si è divertito davvero.
Noi, intanto, ci guardiamo attorno e pensiamo che uno spritz renderebbe tutto ancora più bello.
(2026 Costa/Valbrenta)
Il calcetto sembra più stanco di noi, e il listino del 2023 fa
finta che i prezzi non siano cambiati.
Il disegno appoggiato sopra è l’unica cosa sincera: almeno lui non promette
niente.
Noi, invece, continuiamo a cercare lo spritz come se fosse l’unico motivo
valido per attraversare un fiume.
(2026 Costa/Valbrenta)
Davanti a queste tre soglie ho l’impressione che il mondo stia pensando più di me. Io resto fermo, eppure qualcosa mi attraversa: la simmetria che si incrina, la moto che taglia il tempo, la luce che non decide da che parte stare. Guardo e mi sembra che la scena mi osservi a sua volta, come se sapesse qualcosa che io ho dimenticato. In quel momento capisco che non sto fotografando un luogo, ma il punto esatto in cui la realtà si distrae... e lascia intravedere il resto. (2026 Primolano)
La moto passa, ma non la vedo, resta solo il suo rumore, un segno che vibra e poi svanisce. Le aperture respirano, identiche e distanti, come idee che non hanno più bisogno di essere spiegate. Io resto fermo, dentro la luce che non illumina ma interroga. In questo bianco e nero la realtà è una superficie che pensa, e io sono il suo riflesso più incerto (2026 Primolano)
A Costa persino un volto dietro la plastica sembra voler dire qualcosa, ma la rete lo interrompe a metà. La luce fa quello che può, il resto lo fanno i riflessi. E noi passiamo, ridendo, perché certe scene non sai mai se prenderle sul serio o lasciarle lì. (2026 Costa / Valbrenta)
A Costa anche i volti restano impigliati nelle reti. La plastica li schiaccia, li distorce, li rende più veri di quanto vorrebbero. Alla fine, qui non serve un confine: ci pensano già i giorni a tenerci fermi. (2026 Costa / Valbrenta)
Nel cortile la stazione finisce e comincia qualcos’altro. La casetta resiste, con la sua grata blu che sembra un gesto di difesa più che di chiusura. Il cestino giallo, invece, è già passato dalla parte della natura: si lascia inglobare, come se avesse capito che qui l’unico modo per restare è farsi dimenticare. Io guardo e penso che l’autocestinazione è una forma di saggezza. (2026 Cismon del Grappa)
In bianco e nero la scena diventa più netta: la casetta è un’idea di ordine, il resto è disobbedienza. Il ferro, il muro, le foglie, tutto si mescola, come se il tempo avesse deciso di non fare più distinzioni. Il cestino pende, rassegnato, e io mi accorgo che la soglia tra abbandono e equilibrio è più sottile di quanto sembri. (Cismon 2026)
Guardo la casetta e mi accorgo che anche i muri hanno memoria selettiva. Il portabandiera è ancora lì, come un gesto d’orgoglio rimasto senza cerimonie. Lo stendino, invece, è un’invasione gentile: un pezzo di casa che si è infilato nel linguaggio della stazione. Mi piace pensare che sia la natura umana a cercare sempre un modo per appendere qualcosa, anche dove non dovrebbe. (2026 Cismon del Grappa)
Il muro racconta due storie che non si parlano. Da un lato il portabandiera, serio, istituzionale; dall’altro lo stendino, domestico e fuori contesto. Tra i due, la finestra chiusa sembra mediare: né pubblico né privato, solo un muro che ha visto passare troppi treni e qualche lenzuolo. Io guardo e sorrido — la stazione, in fondo, è anche questo: un luogo dove tutto si mescola, persino la dignità e la biancheria. 2026 Cismon del Grappa
La sala d’aspetto è pronta, come se qualcuno dovesse arrivare da un momento
all’altro. Le panche, il tabellone, il divieto di fumare: tutto è al suo posto,
tutto è in attesa. Nell’ufficio del capostazione il tempo ha cambiato turno, ma
continua a lavorare. Io entro piano, come si entra in una memoria ancora in
servizio. 2026 Cismon del Grappa
In bianco e nero la stazione sembra più sincera. La sala d’aspetto è un teatro vuoto, le panche due comparse che non hanno più battute. L’ufficio, invece, è un archivio di gesti: timbri, orari, silenzi. Io guardo e penso che la soglia tra lavoro e abbandono è sottile, e qui, da tempo, nessuno la controlla più.
Davanti ai binari, il cartello mi ricorda di non attraversare. Come se servisse: certe linee non si superano per abitudine, non per divieto. Il verde intorno sembra voler coprire tutto, ma il giallo delle strisce resiste, un modo discreto per dire che anche l’attesa ha i suoi confini.
2026 Cismon del Grappa
In bianco e nero il divieto diventa più serio, quasi filosofico. “Non attraversare” suona come un consiglio di vita, non di sicurezza. Guardo il tunnel in fondo e penso che forse la soglia vera è quella che separa chi parte da chi resta, e che io, oggi, non ho nessuna fretta di scegliere. 2026 Cismon del Grappa
Entro in stazione. Non c’è nessuno, ma tutto è pronto: le macchinette, il blu lucido, i cartelli che spiegano come fare. Funziona, sì — anche se sembra più un esperimento che un servizio. Mi piace pensare che questo posto lavori per abitudine, come chi continua a timbrare il cartellino anche quando non c’è più nessuno da servire. 2026 Cismon del Grappa
In bianco e nero la stazione diventa quasi un confessionale. Le macchinette sembrano occhi che ti osservano, il muro è una pausa tra due silenzi. Funziona tutto, ma senza entusiasmo: come se il tempo avesse deciso di restare in servizio, anche lui. Io passo, timbro, e mi chiedo se la soglia tra arrivo e partenza non sia ormai solo una questione di manutenzione. 2026 Cismon del Grappa
Il cancello è aperto, come se la stazione volesse ancora fingere di essere viva. Il cartello avverte i viaggiatori di fare attenzione alla pavimentazione sconnessa — ma il vero rischio è inciampare nell’attesa. Le sedie sono pronte, il bidone è in servizio, e io passo come si passa davanti a un vecchio amico che non sa di essere in pensione. 2026 Cismon del Grappa
In bianco e nero il cancello sembra più sincero: aperto, sì, ma senza aspettative. Le sedie guardano il vuoto con la pazienza di chi ha smesso di contare i treni. Io mi fermo un attimo, poi capisco che la soglia non separa più niente, è solo un modo elegante per dire che qui non succede nulla da tempo. 2026 Cismon del Grappa
Il nome sulla facciata sembra più grande del paese stesso. La stazione è chiusa, ma continua a fare il suo mestiere: custodire partenze che non partono. Sul muro di pietra, la memoria locale si prende la rivincita — santi, grotte, croci, tutto inciso come un catalogo di fede e fatica. Io guardo e penso che anche la devozione è una forma di geografia.
2026 Cismon del Grappa
In bianco e nero il paese diventa più compatto, più serio. La stazione non promette nulla, il muro racconta tutto. Tra i binari e le immagini sacre c’è la stessa ostinazione: resistere, anche quando il treno non passa più. Io resto sulla soglia, come chi non sa se credere o solo ricordare.
2026 Cismon del Grappa
Sotto i portici che costeggiano il Brenta guardo attraverso le soglie, e Borgo si mostra a tratti, come se avesse paura di concedersi tutto insieme. Il fiume non si vede, ma lo sento scorrere dietro le case, una presenza che accompagna ogni varco. Ogni finestra è un invito discreto: dietro, facciate, riflessi, vite che scorrono lente. Io passo e guardo — il colore mi segue, mi ricorda che la meraviglia qui non è mai diretta, ma filtrata, come la luce che attraversa un arco e decide lei cosa lasciarmi entrare.
2026 Borgo Valsugana
Costeggiando il Brenta guardo attraverso le soglie, e Borgo si mostra a tratti, come se anche lui stesse cercando di capire chi è. Il fiume lo sento scorrere: una presenza che insiste, come un pensiero che non riesci mai davvero a mettere a fuoco. Nel bianco e nero capisco che la meraviglia non è ciò che vedo, ma ciò che manca — ciò che resta fuori campo, come la luce che attraversa un arco e decide lei cosa rivelare e cosa tenere per sé.
2026 Borgo Valsugana
La casa sta lì, ferma, con la facciata che porta addosso gli anni come un vestito che non si cambia più. La colonna a destra mostra la scritta “el Omara” senza orgoglio né mistero: è solo un nome inciso, rimasto perché nessuno ha avuto motivo di cancellarlo. Dall’altro lato, la porta con i due vasi e il campanello a forma di leone sembra aspettare un gesto che non arriva, come se il tempo avesse smesso di bussare da un pezzo. La montagna dietro osserva tutto in silenzio, immobile, e la scena resta sospesa così: un luogo che non chiede niente, ma che continua a esistere per abitudine.
2026 San Marino / Valbrenta
La casa non è immobile: è bloccata. La facciata non racconta il passato: lo trattiene come una cicatrice che non si rimargina, un segno che nessuno ha più voglia di guardare. La colonna con “el Omara” non ha storia né significato: è un avanzo, un’etichetta che non serve a nessuno, un nome che non appartiene più a niente. La porta, con i due vasi e il leone, non aspetta e non ricorda: è solo un punto d’ingresso che ha perso ogni funzione, un volto svuotato che non riconosce più nemmeno l’idea di una presenza. La montagna dietro non osserva e non incombe: ignora. E tutto il resto è fermo, non per quiete ma per abbandono — il luogo non evolve. Rimane.
2026 San Marino / Valbrenta
La scala mi osserva in silenzio e si divide, come un pensiero che ha perso il colore.
Arrivo alla stazione e sulla parete arancio della toilette vedo quel simbolo, una runa stanca che sembra incisa da qualcuno che aveva già perso la giornata alle otto del mattino. Per un attimo penso sia un messaggio segreto, poi mi ricordo dove sono: un posto dove i treni non passano e le idee passano ancora meno. Alla fine decido che quel segno non indica nulla — è solo l’ennesimo tentativo fallito di dare un senso a un muro che non ne vuole sapere. 2026 San Marino Valbrenta
La luce cade
sulla stazione come un gesto automatico, senza convinzione. Il treno arriva
lucido, ma nessuno qui sembra disposto a fargli festa. Il verde intorno prova a
dare un po’ di tono alla scena, ma resta un tentativo timido. Il pilastrino,
mezzo ferro e mezzo memoria, continua a fare il suo lavoro inutile. Alla fine
rimane solo un silenzio che sembra sapere più di me. 2026 San Marino / Valbrenta
Resto fermo a
guardare la stazione, che sembra trattenere il fiato da anni. Il treno arriva
piano, come se temesse di svegliare qualcosa che non c’è più. Il muro, segnato
da vecchie abitudini, non prova nemmeno a sembrare vivo. Il pilastro
arrugginito osserva tutto con la pazienza di chi ha già visto abbastanza. Il
vento passa, prende nota, e se ne va. 2026
San Marino / Valbrenta
Io quei due simboli sotto le finestre li avevo presi sul serio. Poi ho iniziato ad aggiungere triangoli come se stessi aggiornando un vecchio firmware della chiesa. Adesso il muro parla una lingua che neanche io capisco, e mi guarda come per dire: “Bravo, continua pure… vediamo dove arrivi stavolta”. 2026 - San Marino / Valbrenta
Adesso il muro parla una lingua che sfuma dal grigio al nero, e mi osserva come una vignettatura naturale che giudica in silenzio. 2026 - San Marino / Valbrenta
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Alla fine, la Valsugana non si lascia definire. È un luogo che preferisce suggerire, insinuare, spostare l’attenzione di un passo più in là.
E forse è proprio questo il suo modo di raccontarsi: non attraverso ciò che mostra, ma attraverso ciò che lascia in sospeso.
Questo diario resta aperto perché i confini cambiano, le superfici mentono, le soglie si spostano.
E noi continuiamo a camminare, a dubitare, a fotografare, sapendo che
la verità — se esiste — sta sempre un po’ fuori dal quadro.
Articolo e foto di Sergio Sartori AFI BFI > Tutti i diritti riservati
No se que fue lo que me trajo hasta aquí, el azar, la casualidad, una especie de premonición. No se que camino recorrí esta mañana que de pronto supe que tenía que amanecer en este lugar, en este diario intimo. Me dediqué a leer tu texto y fui notando una especie de hipnotismo, un deseo de entender lo que leía, un gusto por estar en el lugar correcto en el momento correcto. Y aquí me quedaré si no te importuna para ir conociendo tu mirada, tu intención, tu modo de expresarte y de expresar al mundo que te rodea. Gracias.
RispondiEliminaAbrazo
Gracias de corazón por tus palabras tan hermosas. Me siento profundamente honrado de que hayas llegado hasta aquí, sea por azar, por casualidad o por premonición, y de que mi texto te haya hecho sentir en el lugar correcto, en el momento correcto.
EliminaSaber que lo has leído con ese deseo de entender es el mejor regalo para este diario íntimo. Quédate todo el tiempo que quieras, serás siempre bienvenido.
Te devuelvo el abrazo con gratitud
Leggo tutto con calma alla sera. E guardo le foto bellissime. Devo dire che sei bravissimo.
RispondiEliminaGrazie di cuore. Sapere che ti prendi la sera per leggere con calma è il complimento più bello che potessi farmi, è proprio l'atmosfera che spero di creare qui. Le foto sono la parte a cui tengo di più, quindi leggerlo da te mi ripaga di tutto il tempo passato a sceglierle. Torna quando vuoi, mi fa davvero piacere averti tra i lettori.
EliminaBellissime foto, bravissimo👏🏻
RispondiEliminaGrazie mille.
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