Camminavo
senza fretta, come se la notte avesse deciso lei il passo.
Marostica mi accoglieva con le sue strade alte, acciottolate, tese verso il
silenzio. Di giorno sono cartoline, di notte diventano confidenze. I colori,
maturi come frutta lasciata al buio, respiravano sotto i lampioni: il giallo
stanco dei muri, il grigio lucido delle pietre, il nero profondo degli angoli
che sembrano non finire mai.
Dalle finestre
socchiuse arrivavano sguardi invisibili. Non giudizi, solo presenze. Come se la
città, di notte, avesse occhi discreti, capaci di vedere senza chiedere
spiegazioni. Le ombre sbucavano improvvise, si appoggiavano ai muri e poi
svanivano, lasciando dietro di sé domande senza urgenza.
La notte non
mi dava ragione. Me la toglieva, con gentilezza. Mi liberava dal bisogno di
capire, di spiegare, di arrivare da qualche parte. Camminavo e basta.
Fotografavo con gli occhi, più che con la macchina. Ogni angolo era un pensiero
che non voleva essere risolto, solo attraversato.
E così le
strade diventavano vicoli, i vicoli pensieri, i pensieri silenzi. Fino a
perdere il senso dell’orientamento e, insieme, anche quello delle parole. In
quel momento capii che era lì il vero centro di Marostica: non nelle piazze,
non nelle mura, ma in quel girovagare notturno che ti toglie le certezze e ti
restituisce, almeno per un po’, la libertà di non sapere.
Strade che diventano vicoli, poi pensieri, poi silenzi.
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