09 gennaio 2025

Girovagare di notte a Marostica


Camminavo senza fretta, come se la notte avesse deciso lei il passo.
Marostica mi accoglieva con le sue strade alte, acciottolate, tese verso il silenzio. Di giorno sono cartoline, di notte diventano confidenze. I colori, maturi come frutta lasciata al buio, respiravano sotto i lampioni: il giallo stanco dei muri, il grigio lucido delle pietre, il nero profondo degli angoli che sembrano non finire mai.


Ogni passo era un suono misurato, un dialogo con il tempo. Le strade si lasciavano percorrere solo se accettavi di non capirle subito. Un vicolo si stringeva, poi si piegava, poi spariva, e con lui sparivano anche i pensieri più rumorosi. Restava qualcosa di più semplice: il silenzio che osserva.

Dalle finestre socchiuse arrivavano sguardi invisibili. Non giudizi, solo presenze. Come se la città, di notte, avesse occhi discreti, capaci di vedere senza chiedere spiegazioni. Le ombre sbucavano improvvise, si appoggiavano ai muri e poi svanivano, lasciando dietro di sé domande senza urgenza.

La notte non mi dava ragione. Me la toglieva, con gentilezza. Mi liberava dal bisogno di capire, di spiegare, di arrivare da qualche parte. Camminavo e basta. Fotografavo con gli occhi, più che con la macchina. Ogni angolo era un pensiero che non voleva essere risolto, solo attraversato.

E così le strade diventavano vicoli, i vicoli pensieri, i pensieri silenzi. Fino a perdere il senso dell’orientamento e, insieme, anche quello delle parole. In quel momento capii che era lì il vero centro di Marostica: non nelle piazze, non nelle mura, ma in quel girovagare notturno che ti toglie le certezze e ti restituisce, almeno per un po’, la libertà di non sapere.

 

Strade che diventano vicoli, poi pensieri, poi silenzi.




 
Amo la notte perché non mi dà ragione... 

me la toglie.

Ci sono notti fatte per perdersi piano.
Per camminare senza meta sotto lampioni stanchi,
ascoltando i passi diventare pensieri.
Notti da fotografare in silenzio,
quando la luce sbaglia strada e dice la verità.
Da parlare nei vicoli di un posto qualunque,
finché le frasi si accorciano come il respiro.
Poi restano solo ombre, muri, e il battito del tempo.
Si smarrisce il senso, anche quello dell’orientamento.
Ed è lì che la notte, finalmente, ci trova.

Sergio Sartori afi bfi






































































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